LA SPEDIZIONE DEI MILLE-STORIA DOCUMENTATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BASSA ITALIA DI OSVALDO PERINI ESULE VENETO (XIII)
LIBRO XIII
Battaglia e vittoria del Volturno
I.— Fra i primi atti di Garibaldi, pervenuto al governo di Napoli, fu quello di sciogliere e porre in istato d’accusa il Comitato insurrezionale che negli ultimi giorni s’era colà istituito. Pochi cittadini oscuri od ignari il componevano: nulla o quasi nulla avea fatto e ben poco avrebbe potuto operare, mentre nessuno inclinava a riconoscerlo o a prestargli obbedienza.
La principale sua colpa era quella di avere per proprio conto emanato istruzioni e proclami o innocenti od insulsi: per il che non bene si comprenderebbe la causa che dovesse trattarsi con tanto rigore. Garibaldi forse voleva in tal guisa mostrare quanto alieno egli fosse dall’approvare e tollerare principii sospettati di sovversivi ed anarchici: forse la camarilla La-Fariniana, la quale sino dai primi istanti dell’entrata in Napoli si pose a’ suoi fianchi, lo trasse in errore, dandogli a credere potesse esser quello un ritrovo di gente venduta, repubblicana o borbonica. Né il Dittatore otteneva con ciò di propiziarsi il favore di un partito che avversavalo con persistenza ostinata: pei moderati il vincitor di Palermo e Milazzo era sempre un capo rivoluzionario e pericoloso, al quale si doveva al più presto strappare di mano il supremo potere: né per quanto Garibaldi facesse sarebbe riuscito a rendersi loro meno antipatico.
II.— Mentre le truppe garibaldiane, disseminate nelle provincie orientali del Regno e in Sicilia, lentamente operavano il concentramento loro sulle rive del Sebeto, rivolgeva il Dittatore il pensiero a riordinare e riformare l’interna amministrazione, ad aumentare l’esercito e a provvedere pe’ nuovi e supremi conflitti. Lungo sarebbe enumerare e vano il trascrivere le disposizioni e i decreti in que’ giorni emanati e comparsi, alcuni de’ quali meritano l’adesione e gli applausi d’ogni anima libera, e tutti provano qual fosse l’instancabile attività del Dittatore. Lo Statuto Sardo venne solennemente promulgato e sancito come la base fondamentale della nuova legislazione: e gli atti del governo, a tenore d’un successivo decreto, dovevano intestarsi col nome di Vittorio Emanuele re d’Italia. I pubblici officiali che non aveano seguito il Borbone, furono conservati ai loro posti: venne interdetta la cumulazione di più impieghi in un solo individuo ed aperta a tutti indistintamente la carriera degli ufficii. I passaporti, cui la stolta gelosia del governo borbonico o negava od accorciava con estrema riluttanza e di rado, dovevano rilasciarsi, dietro semplice richiesta, dalle autorità competenti. Si posero immediatamente in libertà i prigionieri politici, e si nominò una commissione incaricata a studiare i miglioramenti da introdursi nel sistema carcerario, sia in vista dell’igiene, sia in riguardo al trattamento ed alla disciplina delle prigioni. Gli scavi di Pompei attirarono essi pure l’attenzione del Dittatore: e si decretarono cinque mila scudi annuali per la prosecuzione dei lavori.
III.— La rivoluzione, memore dei servigi prestati alla causa italiana, ispirava a Garibaldi la necessità di riabilitare la fama di chi aveva sofferto per lei e di soccorrere le vittime che avevano tutto perduto per essa. Una pensione venne pertanto accordata alla figlia del colonnello Carlo Pisacane, morto a Sapri nel 1857, ed un’altra alla famiglia di Agesilao Milano, giustiziato nello scorso decennio a Napoli per avere tentato di uccidere il re Ferdinando. I castelli che sovrastano alla capitale vennero consegnali alle guardie nazionali, ed ordinata la demolizione del Castello Sant’Elmo, come quello che più valeva in un attacco sulla città che per difesa contro un esterno nemico. I beni, già appartenenti alla Casa Reale od ai maggiorali dei principi od all’ordine di Costantino, vennero dichiarati proprietà nazionali. Si provvide alla successiva e graduale abolizione del lotto, che doveva del tutto cessare col primogennaio del 1861. Insomma non si pretermise nulla che potesse rilevare la moralità ed i sentimenti d’un popolo cui la tirannide in sommo grado avea pervertito e corrotto.
IV.— Fra i numerosissimi decreti, in que’ giorni comparsi, i seguenti meritano particolare menzione. Una ordinanza dittatoriale, inserita nel giornale di Napoli, espelleva per sempre dal regno le vaste corporazioni gesuitiche e le loro affigliate. Contemporaneamente un’altra ordinanza evocava allo Stato l’amministrazione delle opime ed immense episcopali prebende, fissando ai vescovi un congruo emolumento che non doveva però oltrepassare i due mila ducati annuali, e costituendo col rimanente una Cassa Ecclesiastica di soccorso all’infimo clero della città e dei villaggi forensi. È questo forse il solo decreto garibaldiano che sembra ispirato piuttosto dalle passioni del momento che dal vero e durevole interesse della libertà e del progresso. Non è coll’impoverirlo che si rende l’alto clero migliore o meno pericoloso o più utile alla causa d’Italia. Inesperienza dimostra che i vizii della Chiesa furono immensamente all’Italia più utili che non avrebbero potuto mai essere le sue più brillanti virtù. Del resto quella ordinanza sommamente rivoluzionaria e che troppo da vicino ricorda le spogliazioni della Convention Nationale di Francia, non potè incontrare il favore dell’avverso partito, il quale appena giunto al potere, l’abrogò o la sospese promiscuamente a molte altre. E fu il marchese Pallavicino-Trivulzio l’eroe rivendicatore delle ricchezze dei vescovi e dei grandi dignitari ecclesiastici delle provincie napoletane.
V.— AI comune del Pizzo in Calabria vennero parimenti levati gli ampli privilegii accordatigli colla patente regia del 18 ottobre 1815, in seguito alla cattura avvenuta colà dell’ex-re Gioachino Murat. Il decreto garibaldiano veniva motivalo sulla necessità di cancellare nell’Italia meridionale ogni triste reminiscenza di un’epoca infelice del pari e funesta, e saggiamente osservava che i popoli liberi non devono conservare vestigio di fatti che ricordano i trionfi dei loro tiranni. Inoltre voleansi punire que’ cittadini dell’attaccamento da essi mai sempre mostrato alla casa borbonica. La libertà e la rivoluzione non devono, più che i tiranni e retrogradi, dimenticare né i loro amici, né i loro avversarli.
VI.— Con altri decreti Garibaldi regolava la percezione e l’amministrazione delle imposte, la riforma delle rancide istituzioni borboniche, i pubblici lavori e gli studii. Le innumerevoli disposizioni dittatoriali, concepite e redatte con celerità prodigiosa, mostrano quanto possa un’anima temprata ad alti pensieri ed all’amore del patrio avvenire. In pochi giorni rispetto del Regno sembrò intieramente cangiato: antichissimi abusi disparvero: crollarono i vecchi ordinamenti: e le barbare leggi borboniche, reminiscenze dei tempi di mezzo, fecero luogo ad una legislazione novella, modellata sulla politica nazionale e sulle idee di libertà e di progresso. Più fece Garibaldi in quindici giorni che i moderati non seppero fare in appresso in quindici mesi di regno.
VII.— Né i La-Fariniani frattanto posavano. Avevano eglino invano tentato di arrestare Garibaldi a Palermo: s’erano più tardi adoperati a vietargli l’entrata di Napoli: e nell’un caso e nell’altro i loro maneggi fallirono contro la necessità della guerra e la fortuna dei Mille. Non per questo si perdevano du animo od abbandonavano il vecchio programma: i loro affigliati percorrevanj il paese attivamente lavorando a minare l’autorità dittatoriale a Palermo ed a Napoli. Una vasta cospirazione moderata era ordita che avvolgeva nelle sue spire le provincie della terraferma e dell’isola. Era cosa impossibile che i moderati si dessero pace sinché Garibaldi, deposta la terribile spada, stato non fosse costretto a ritirarsi a Caprera.
VIII.— Durante la terribile crisi che segui la ritirata di Francesco II i moderati e i borboniani, atterriti del pari all’idea d’una conflagrazione popolare, si unirono ad invocare la presenza del Duce dei Mille, come la sola misura atta ad allontanare il pericolo di estremi ed imminenti disordini. In quel punto non eranvi in Napoli divisioni di partiti o diversità di credenze politiche tutti egualmente si professavano garibaldiani. Ma cessato quel primo allarme le divergenze ricomparvero con nuovo e crescente furore. Mentre la massa del popolo fermamente aderiva all’autorità dittatoriale, i moderati ed i borboniani convergevano i loro sforzi a minarla e a distruggerla, quelli per istinto e per indole, questi perché, abborrenti dalla rivoluzione, preferivano le dottrine e il governo dei primi. I borboniani, non osando apertamente parteggiare per la caduta dinastia, si limitavano a fare l’opposizione al Dittatore simulando cospirare a favore dell’unità italiana e dell’ordine.
IX.— Né le conseguenze di tali maneggi tardarono guari a mostrarsi: Garibaldi si vide ben tosto circondato in Napoli dalla stessa sorda e latente cospirazione che mesi addietro cotanto l’avea molestato nell’Isola. I congiurati, o venuti espressamente da Genova o reclutati fra i numerosi malcontenti del paese, gli facevano una guerra occulta e lenta, ma continua e instancabile. Non eglino lasciavano passare veruna occasione per indurre e predisporre i cittadini ad accettare con piena fiducia le loro credenze. Magnificavano la felicità e le benedizioni che sarebbero da ogni parte piovute il giorno che, finito l’interregno dittatoriale, le provincie meridionali si fossero congiunte alla monarchia italiana. Il mal essere generale, effetto inseparabile dei grandi mutamenti politici, ad arte veniva esagerato e ingrandito: ed attribuivasi alla incapacità del governo uno stato di cose ch’era in parte il risultato delle circostanze ed in parte il frutto di occulti raggiri. Si attiravano gli ambiziosi con lusinghe o promesse: gli aspiranti agli impieghi colla prospettiva di larghi stipendii, ed i timidi e gli inesperti col timore dell’anarchia e del disordine. Per tal modo insinuavasi la necessità della pronta annessione: era quella la’ panacea salutare che doveva, guarire tutti i mali sociali.
X.— La febbre annessionista, abilmente suscitata e maneggiata, ben presto invadeva il paese e poneva la Dittatura in gravi e continui imbarazzi. Dimostrazioni in senso annessionista avvennero a Palermo ed in Napoli; ma sopra tutto in Sicilia dove i congiurati avevano avuto più tempo e comodità maggiore a tendere le loro reti. Verso la metà del settembre gli animi apparivano così esacerbati da far temere, massimamente in Palermo, un conflitto. Fu allora che Garibaldi, stimando la propria presenza necessaria nell’Isola, salpava a quella volta da Napoli.
XI.— Trovò la Sicilia in confusione indicibile. I ministeri aveano succeduto ai ministeri senza che i mutamenti valessero a guarir la cancrena da cui pareva minacciato il paese. Garibaldi, con un proclama, invitò i Siciliani a differire la bramata annessione sino al giorno che libere fossero le provincie rimaste sotto il giogo del Papa e dell’Austria. Egli mostrava il desiderio che l’unità della patria s’avesse a proclamare non a Palermo od a Napoli ma in Roma stessa, nella eterna città, dall’alto del Campidoglio. Ed era appunto per opporsi all’esecuzione di questo progetto che i La-Fariniani, come si vide, facevano i loro ultimi sforzi.
XII.— Garibaldi, assestate alla meglio le cose dell’Isola, lasciava in sua vece a Palermo prodittatore Mordini e restituivasi a Napoli, dove il chiamavano gli interessi del governo e le necessità della guerra. Prima di partire per la Sicilia aveva egli invitato presso di sé l’economista Carlo Cattaneo, ingegno sublime ed enciclopedico, cui la stolta gelosia o la non meno stolta avversione di Cavour e della camarilla moderata avea lasciato in disparte e condannato all’inerzia con grave detrimento del paese. Il Dittatore che voleva servirsi di tutti gli elementi liberali avevagli offerto la carica di secretario generale: ma Cattaneo è uomo troppo positivo perché potesse accettare una missione irta di tanti e sì molteplici ostacoli. Allora Garibaldi nominollo suo ambasciatore presso il governo di Londra: ma Cattaneo, non sappiamo per quali ragioni, declinò eziandio quell’onore, accontentandosi di rimanere in qualità di consigliere privato presso il gabinetto dittatoriale.
XIII.— L’esercito garibaldiano s’era frattanto concentrato nei dintorni di Napoli anelante a compire l’impresa con sì favorevoli auspicii iniziata e già quasi condotta al suo termine. Primi arrivarono nella capitale del Regno i soldati della brigata Rustow appartenenti alla decimaquinta divisione Turr, il mattino dell’8 settembre. In appresso vennero le divisioni comandate da Bixio e da Medici, ed i numerosissimi corpi d’insorti Calabresi e della l’erra di Lavoro. Per tal modo le forze riunite dell’armata meridionale sommaano a non meno di venticinquemila soldati, allestiti, entusiasti e già pronti a riprendere le dure fatiche del campo.
XIII.— Raccoglievasi intanto l’esercito regio nelle vaste e montuose provincie occidentali del paese, lungo la frontiera romana e dietro la linea del fiume Volturno; e la importante fortezza di Capua diveniva in tal modo il quartier generale e in pari tempo la reggia del vinto monarca. Numerosi distaccamenti borbonici scorazzavano negli Abbruzzi, occupando lo spazio che giace fra Teramo, Foggia e Gaeta. Studiavasi invano Francesco a riaccendere nel petto di que’ bellicosi abitanti, i figli dei Sanniti e dei Bruzii, un’ultima scintilla d’affetto per la soccombente dinastia ed un ultimo raggio dell’antico valore. L’immensa maggioranza del paese rimaneva fredda ed inerte alle pressanti sollecitazioni dei vinti: e solo pochi villici, dell’infima feccia, si lasciarono trascinare a combattere sotto il vessillo d’una causa perduta. Il Re fuggitivo cercava in tal guisa d’opporre insurrezione ad insurrezione ed armata ad armata, e strenuamente accingevasi a contrastare ai Garibaldiani le ultime terre cui la sorte delle armi non avevagli ancora rapite.
XIV.— Il giorno 8 settembre a Napoli pervenne la certa notizia che istigati e sostenuti da una forte colonna di Regii, gli abitanti di Ariano aveano sollevato la bianca bandiera borbonica ed acclamato il governo di Capua. I Bersaglieri di Rustow vennero tantosto mandati a sbaragliare il nemico, a pacificare il paese ed a punire i colpevoli. Quella spedizione durò pochi giorni: i volontari raggiunsero i Regii, gli attaccarono e gli disfecero inseguendoli sino fra i gioghi delle vicine montagne, levando loro le artiglierie, i cavalli ed i carri ed un numero strabocchevole di prigioni e sbandali. Ricondotta al dovere l’intiera provincia, carichi di spoglie e ricolmi di gloria, retrocessero arditi e trionfanti a Napoli.
XVI.— Le truppe garibaldiane senza colpo ferire occuparono la città di Caserta dove posero il quartier generale dell’armata, e spinsero i loro avamposti sino a Santa Maria e lungo la linea del fiume Volturno. Verso la metà di settembre e’ impadronirono con eguale fortuna della posizione d’Aversa, dove sorpresero e fecero prigione di guerra il piccolo distaccamento nemico che v’era di guardia. Contemporaneamente si distesero lungo le rive del fiume sino a Maddaloni e Limatola, stringendo quasi in semicerchio a mezzogiorno e a levante la importante fortezza di Capua. I Regii dal canto loro tenevano la città, parte della spianata ed il campo trincerato ed il forte Caiazzo.
XVII.— Il 15 avvenne un fatto d’armi di molta importanza. L’antecedente notte i borboniani aveano tacitamente rivalicato il Volturno e fortemente occupato il villaggio di Sant’Angelo in Formis di fronte al centro stesso dei Garibaldiani. Questi il mattino assalirono colla solita furia il nemico, e dopo lungo ed accanito contrasto lo ruppero e il costrinsero a fuggire a precipizio sulla destra del fiume ed in Capua. Da quell’istante rimasero i nostri in possesso del grande stradale che mette da Napoli a Benevento e nelle città degli Abbruzzi orientali, dove i corpi distaccati dell’esercito regio si trovarono per tal modo divisi dai loro compagni ed avvolti dal turbine della rivoluzione. Cosi con prosperi auspicii inauguravasi il termine di sì bella e memoranda campagna.
XVIII.— Appena ritornato dall’Isola Garibaldi procedeva al quartiere generale dell’armata in Caserta a riprendere il comando supremo e le operazioni del campo. Esplorato il medesimo giorno l’accampamento dei Regii e le posizioni adiacenti, il Dittatore volgeva il pensiero a serrare vieppiù l’avversario e costringerlo ad un decisivo conflitto. Egli ben sapeva le mosse dell’esercito sardo e quali fossero le intenzioni del conte Cavour: e quindi sopratutto premevagli precipitar la soluzione della guerra napoletana onde Fanti o Cialdini non avesse in appresso a contrastargli la gloria dei trionfi ottenuti.
XIX.— La fortezza di Capua sorge sulla punta di una vasta spianata in una curva formata dal corso del fiume, dove questo sboccando dai monti vicini rivolge le sue acque verso le spiaggie del mare. Enormi e massiccie muraglie munite d’un largo fossato la cingono: e la difendono larghi bastioni e lunette costrutte, secondo i dettati dell’arte moderna. A settentrione sulla destra del Volturno si stende il campo trincierato, difeso pur esso da batterie e da ridotti e fiancheggiato a levante dal fiume, a borea dalle estreme ondulazioni dei monti Gerusalemme ed all’occaso dal grande stradale di Teano e di Roma. Il Volturno, con giro tortuoso, sboccando dalle aspre montagne del Sannio, si precipita nella Direzione sud-ovest, continuamente piegando alla destra sin presso la sua imboccatura: esso ha rapidissimo il corso ed è soltanto in pochissimi punti guadabile. A ponente ed a qualche distanza dal fiume sulla vetta d’un colle superbo e difficile elevasi il forte Caiazzo che guarda lo stradale di Piedimonte e Melara, il vasto altipiano di Formicola, il campo trincierato di Capua ed un poco più lungi la via di Gaeta.
XX.— Meditava appunto Garibaldi sorprendere con audacissimo colpo di mano Caiazzo e insignorirsi dei monti Gerusalemme e di là minacciare la strada di Teano e Gaeta. Concepito e formato il progetto ne affidava l’esecuzione alla decimaquinta divisione comandata da Stefano Turr. Questi, fatti prima i necessari apparecchi e date le opportune istruzioni, accingevasi a compiere l’audace intrapresa: e il giorno 19 settembre veniva destinato alla sua esecuzione.
XXI.— Il mattino medesimo ed assai di buon’ora i volontari da Santa Maria e da San Prisco portatisi avanti assalirono furiosamente i Borbonici fin sotto le mura di Capua. Era quello un attacco simulato, intrapreso al solo oggetto di attirare da quella parte la nemica attenzione e divertirla dal punto principale che i nostri si aveano prefisso. I Regii, supplendo al valore col numero, si difesero con somma ostinazione e pervennero pur anche a ributtare i Garibaldini sin presso il villaggio di Santa Maria. Ma questi ripreso coraggio nuovamente si spinsero avanti, rincacciarono i nemici sotto le mura di Capua e giunsero a provocare le stesse artiglierie della fortezza. Quattr’ore durava la lotta: poscia i soldati già stanchi da una parte e dall’altra si ritraevano ai proprii alloggiamenti.
XXII.— Mentre ciò accadeva alla sinistra Turr colla brigata Sacchi e parte dei bersaglieri di Rustow e il battaglione degli studenti bolognesi comandati dal maggiore Cattabene, avanzandosi da Sant’Angelo sorprese e sbaragliò alcuni corpi napoletani accampati al di là del Volturno obbligandoli a ripassare alla destra del fiume. Da Limatola, tragittando egli stesso il Volturno, si diresse con rapida marcia lungo la strada che mette da Maddaloni e Caiazzo. Le sinuosità delle colline ed i boschi il proteggevano e l’occultavano alla vista dei Regii, per cui i volontari inosservati ed inattesi pervennero fin sotto le mura del forte senza svegliare il minimo sospetto che tradisse la loro presenza.
XXIII.— Appena giunti e senza aspettare più oltre i volontari si portarono all’assalto del forte, accingendosi ad espugnarne le opere esteriori e l’entrata. Opposero i Napoletani un vivissimo fuoco di moschetteria e mitraglia, ma tutto fu inutile: i maggiori Terracini e Cattabene alla testa dei loro battaglioni fecero prodigi di valore, e malgrado l’imperversar dei proiettili regii guadagnavano sempre terreno. I bersaglieri bolognesi e la linea gareggiarono di coraggio e d’audacia, e dopo una lotta accanita che si prolungò per più ore con orribili perdite da entrambe le parti i volontari penetrarono a viva forza in Caiazzo e se ne reser padroni. Il presidio o depose le armi e sbandossi o rimase prigione nelle mani dei nostri.
XXIV.— Ottenuta sì bella vittoria volle Garibaldi assicurarsi il possesso del forte espugnato dal quale poteva minacciare le spalle di Capua e la via militare di Gaeta. A tale oggetto ordinava al generale Giacomo Medici di staccare dalla sua divisione uno o due reggimenti e spedirli immantinente a presidiare Caiazzo. Perciò la mattina del 20 il tenente colonnello Vacchieri col secondo reggimento della brigata Simonetta ed un battaglione di bersaglieri partirono verso quella nuova destinazione.
XXV.— Come gli ultimi avvenimenti di Caiazzo si divulgarono in Capua la costernazione fu grande nelle truppe ed egualmente nella corte: Francesco ne rimase atterrito e percosso. Non eravi oggimai un istante da perdere: l’esercito garibaldiano, seguendo la vecchia abitudine, mirava a circondarlo ed a stringerlo da tutte le parti e a vietargli i soccorsi e lo scampo. Avessero i volontari potuto solidamente stabilirsi a Caiazzo la posizione dei Regii sarebbe assai presto divenuta fastidiosa, dura e insostenibile. Chiuso lo stradale di Santa Maria e d’Aversa per Napoli, intercettato quello di Benevento e Piedimonte e minacciata eziandio la via militare di Gaeta e Teano, avrebbero i borboniani ben tosto dovuto affrontare le terribili angustie d’uno strettissimo assedio. Impertanto pei Regii diveniva suprema necessità di ricuperare la perduta Caiazzo, prima che i Garibaldini riuscissero a trincierarvisi o d’abbandonare pur anco l’occupata fortezza di Capua.
XXVI.— Egli è vero che l’esercito regio sommava per lo meno al triplo delle forze cui i Garibaldiani disponevano in linea e che, calcolando dal numero, potevano sperare felici successi. Ma i soldati di Francesco II non aveano di marziale che l’abito: e meglio potevano assomigliarsi ad un’orda di barbari che ad un armata regolare istituita da civile governo. Demoralizzate dai vizii e dalle vecchie abitudini del regime dispotico, minate dalle società camorrista ed invase da superstizioso terrore, le truppe napoletane male poteano opporsi agli entusiasti ed audaci vincitori di Reggio e Milazzo. I quarantamila uomini che Francesco raccoglieva sotto Capua diminuivano giornalmente di coraggio e di numero per le continue diserzioni e pel panico ognora crescente. Con tali soldati potevasi bensì prolungare una penosa agonia ma non dar luogo ad alcuna fiducia sull’esito della guerra che ardeva.
XXVII.— Una piccola parte soltanto dei soldati borbonici meritava il nome d’esercito: ed era composta dei volontari svizzeri e bavaresi, gente egli è vero, venduta e spregevole, ma valorosa ad un tempo e fedele. Se non che le defezioni e i disordini del resto delle truppe aveva finito col rompere eziandio la disciplina di quel corpo, sul campo assai rispettabile e che avrebbe solo potuto presentare un punto di appoggio e difesa. Trascinati dalla corrente e guadagnati essi pure dall’universale sgomento, i mercenari in parte non fecero nulla ed in parte non fecero quanto avrebbesi avuto diritto ad attendere.
XXVIII. Ciò nulla ostante Francesco raccolto grosso nerbo di quell’orda. mandavalo la notte del 20 a riprendere Caiazzo. I Napoletani, in numero di ben diecimila con duo batterie da campagna ed un forte corpo di cavalleggeri si portavano ad attaccare forse un migliaio di Garibaldini sprovvisti di cannoni e quasi di viveri.
XXIX.— Il 21 settembre alle undici ore del mattino, spiegando forze imponenti, piombarono i Regii sul piccolo presidio di Caiazzo. Il brigadiere Sarchi avea già, dal primo allarme, disposte le truppe nei punti che alla difesa pareano i più adatti ed attendeva con ammirabile ardire il momento dell’urto. Questo fu oltre ogni dire terribile: i Napoletani con sedici pezzi d’artiglieria fulminavano la linea dei volontari, mentre i Bavaresi s’adoperavano a snidarli dalle alture che avvicinano e proteggono il forte. II colonnello Puppi e i maggiori Cattabene e Ferracini resistettero lunga pezza malgrado la furia nemica, quando la morte del primo diede il segnale della prossima rotta. Sacchi fu allora costretto a battere in ritirata ed abbandonare Caiazzo che venne tosto occupato dai Regii, i quali abbattuto il tricolore italiano vi rialzarono la bandiera borbonica.
XXX.— Il disastro di Caiazzo, militarmente considerato, appare forse non meno glorioso alle armi italiane di quello che avrebbe potuto sembrare un trionfo. Furono circa mille volontari che resistettero per più ore agli sforzi di diecimila nemici e che non si ritrassero dal campo se non dopo avere perduto un valente colonnello e cento ottanta dei loro compagni caduti pugnando sull’agone d’onore. La ricupera di Caiazzo valeva bensì a persuadere i Borboniani ‘che i volontari poteano esser vinti: ma doveva in pari tempo accertarli che mari di sangue ed incredibili sacrificii abbisognavano a vincerli.
XXXI.— Si ritrassero i volontari dal campo sulle prime con molta fermezza, colla faccia rivolta ai nemici e pronti a respingerne gli urti quando questi avessero osato approssimarsi di troppo alla bocca dei loro fucili. I Napoletani, già istrutti a rispettare il valore dei nostri e tenuti in dovere dal loro contegno, fidavano piuttosto sul numero che sul proprio coraggio: e perciò preferivano avvilupparli nelle loro ali ed opprimerli col peso di tutte le forze convergenti nel medesimo punto. Travide Sacchi le mire dei Regii ed accelerò la ritirata: e fu allora che i Garibaldini, inseguiti dalla cavalleria napoletana, si diedero precipitosamente a fuggire in pieno disordine. Questo fu causa di nuovi e più gravi disastri: imperciocché i volontari, colti da irresistibile panico ed atterriti più assai dalla propria immaginazione che dall’armi borboniche, si accalcarono sulle rive del fiume e senza esaminare dove fosse o se pur era guadabile vi si gettarono dentro colla massima fretta e confusione: e dove credettero trovare salvezza moltissimi rimasero infelicemente affogati. Pochi dei nostri sbandati e dispersi nelle vicine vallate e nei boschi ebbero a soffrire moltissimo dalle angherie di quegli abitanti ed alcuni vi perdettero pur anco la vita. E forse la sventura di Caiazzo si deve in buona parte attribuire al mal talento delle popolazioni superstiziose e fanatiche fautrici di Francesco II.
XXXII.— Tale fu l’esito della spedizione di Caiazzo, e tale paranco fu l’unico vantaggio riportato dalle truppe napoletane in sei lunghissimi mesi di lotte e rovesci. La reazione europea applaudì alla vittoria di Francesco II, senza punto considerare che vittorie simili a questa possono stimarsi poco più che sconfitte. Furono infatti dieci mila Borboniani che attaccarono un piccolo corpo di volontari, destituiti di mezzi di difesa ed accampati in paese nemico. I Regii trionfarono è vero, ma in forza del numero e della superiorità delle armi, e fu quel trionfo incompleto mentre i Garibaldini riuscirono a guadagnare la sinistra riva del Volturno ed a raggiungere i loro compagni. Se in ciò v’ha cosa che possa ispirare meraviglia egli è solo il vedere come i Garibaldini con forze sì esigue pervennero ad operare la ritirata ed a condursi a salvamento, mentre tutti avrebbero potuto rimanere uccisi o sbandati o prigioni.
XXXIII.— Del resto la ricupera di Caiazzo non recava ai Regii quel vantaggio che avevano prima potuto sperare poiché nulla o ben poco migliorava le lor condizioni. Il fatto stesso della ricupera provava quanto agevole fosse il perdere quel punto e il riprenderlo, per cui aveva a temersi che una nuova irruzione di Garibaldiani il potesse un’altra volta investire ed espugnare. La conseguenza impertanto si fu che i Napoletani si trovarono obbligati a mantenervi un grosso presidio e quindi ad indebolire l’armata di Capua.
XXXIV.— Né dal lato dei volontari Io scacco subito a Caiazzo produsse verun effetto sinistro. Benché fosse svelato il secreto ch’essi pure poteano esser vinti, se non dal valore dal numero, nulla eglino perdettero della solita confidenza ed audacia. Invece di colpirli e disanimarli, la recente sventura infondeva in quelle anime generose il desiderio di una pronta rivincita. I Garibaldini, fidando nella propria e nella stella d’Italia, attendevano con ansietà ed ardore che venisse il momento di riabbassare l’orgoglio dei loro nemici e di vendicare i compagni caduti a Caiazzo ed al Volturno.
XXV.— Verso lo spirar del settembre l’armata garibaldiana allineata sulla sinistra del fiume distribuita trovavasi nel modo seguente. Il maggiore generale Corte colla brigata Basilicata, come suona il suo nome, in gran parte composta di indigeni, occupava all’estrema sinistra la importante posizione di Aversa al limite della grande spianata sulla strada di Capua. La decimasesta divisione, cui il generale Cosenz, divenuto ministro della guerra, aveva lasciato al comando di Milbitz, bivaccava a Santa Maria a cavaliere della strada di ferro per Napoli, ed aveva seco i colonnelli Winckler e Malenchini e il prode La-Masa. Medici colla decimasettima divisione teneva le alture di Sant’Angelo in Formis, dove pure trovavansii Carabinieri di Genova, i Siciliani condotti da Musolino, i bersaglieri di Dunne e i bersaglieri-zuavi. Bixio finalmente accampava alla destra sui colli di Maddaloni e a cavaliere del grande acquidoso, ed aveva con sé Menotti Garibaldi col suo battaglione, composto in gran parte di Siculi, i colonnelli Piva e Taddei, il generale di brigata Dezza e la seconda brigata di Medici, Eberhardt, incompleta e formata di circa mille ottocento soldati.
XXXVI.— Al di dietro della linea di battaglia Stefano Turr comandava la riserva formata del secondo reggimento Cossovich, da un battaglione di fanti ed uno squadrone di cavalleggeri ungheresi, appartenenti alla decimaquinta divisione da lui comandata. La brigata Sacchi, la stessa che aveva il 19 occupato Caiazzo, presidiava le alture di San Leucio alle spalle di Sant’Angelo, sul centro dell’armata italiana. Garibaldi e lo stato maggiore risiedevano a Santa Maria, nel punto più vicino alla fortezza e più esposto alle nemiche escursioni.
XXXVII.— L’artiglieria slava giudiziosamente disposta sui prossimi colli, nei luoghi più adatti all’offesa e dai quali potevasi meglio frenare l’audacia dei Regii, nel caso che questi fossero divenuti audaci ad un tratto. Una batteria garibaldiana elevavasi sul grande stradale di Capua a Sant’Angelo: una seconda guardava la pianura di Santa Maria e una terza e una quarta, costrutte a sinistra e davanti al piccolo villaggio di Formicola, battevano il campo trincierato e il passaggio del fiume. Nino Bixio appostava due pezzi d’incontro al guado che fiancheggia la via di Caiazzo poco più sopra Limatola; ed un piccolo pezzo da otto proteggeva all’estrema sinistra la posizione di Aversa.
XXXVIII.— Sulla riva sinistra del Volturno, laddove questo sboccando dalle montagne dirige le acque alla volta di Capua, apresi una piccola spianata la quale si allarga a misura che scende al meriggio. Essa in qualche modo presenta l’aspetto d’un triangolo isoscele, la cui sommità si disegna dal corso del fiume e dalla direzione dei colli che vengono quasi ad urlarsi presso Limatola, e la cui base si stende da Santa Maria alla fortezza di Capua. Una rete di strade solca in tutte le direzioni il suddetto triangolo; per la maggior parte sepolte o coperte dagli argini laterali e da foltissime siepi. Alcune ondulazioni irregolari del terreno concorrono a dargli una fisonomia affatto speciale e lo rendono attissimo alle militari sorprese e agli agguati.
XXXIX.— Davanti e più al nord di Sant’Angelo, dirimpetto al campo trincierato dei Regii, s’elevavano alcuni cascinali dispersi, abitati da villici; e il più importante e il più vasto si chiama di San Benedetto. L’insignificante villaggio di Formicola, edificato di contro allo scafo principale o passaggio del fiume, giace al nord-ovest ed a breve distanza dal primo. Finalmente lungo le rive del fiume e mezzo coperti dalle sinuosità delle colline e fra gli altieri, altri cascinali si incontrano nelle vicinanze di Maddaloni e Limatola: e tutti o quasi tutti venivano occupati dai nostri che vi ponevano i loro corpi d’osservazione.
XL. —Dal 22 al 30 settembre giornalmente avvenivano de’ piccoli scontri, vere zuffe d’avamposti, che non potevano esercitare veruna decisiva influenza sulle sorti dei due avversarli, ma che pure causavano frequenti e dolorosissime perdite da una parte e dall’altra. È duopo osservare che i volontari erano sempre gli assalitori: imperciocché i Napoletani, preferendo lottare da lungi, venivano rare volte alle mani e sempre ritraevansi sotto la proiezione delle batterie. Eglino però continuavano a molestare i Garibaldini coi cannoni e i mortai di cui erano ad esuberanza forniti. I proiettili regii, per ciò solo che riguarda il bombardamento, recavano, è vero, danni insignificanti, essendo i volontari si pochi di numero che difficilmente poteansi colpire; ma nel campo mantenevano un allarme continuo che apportava infinite molestie. Fra tali scaramuccie però meritano particolare menzione le ricognizioni, eseguite il 26 e il 29 settembre dal maggior Consolino e dai Carabinieri di Genova, colle quali Garibaldi faceva esplorare il terreno nell’intento di scoprire la resistenza che i Regii del campo trincierato potevano opporre pel caso ch’egli volesse tragittare il Volturno…
XLI.— Se non che le conseguenze del blocco, comunque incompleto si fosse, incominciavano a farsi con troppa pressione sentire negli alloggiamenti borbonici. Il mal essere generale dell’esercito regio aumentava a misura che il tempo scorreva e che le probabilità di vittoria diveniano più remote ed incerte. Le diserzioni continuamente crescevano, intiere squadre, gettate le armi, tutte le notti sbandavansi o passavano al campo nemico. Bentosto i disordini pigliarono tale proporzione che il giovine Re si credette obbligato a precipitar la battaglia per non essere prima abbandonato da tutto l’esercito e trovarsi debellato senza combattere.
XLII.— La domenica 30 settembre Francesco raccolse le truppe sulla piazza di Capua ad oggetto di dare le opportune istruzioni e di animarle pel prossimo assalto. Con un ordine del giorno, squisitamente elaborato, rammentava ai soldati l’onore della bandiera sotto cui militavano, la santità dei giuramenti, il sacro legame dei doveri e la necessità di combattere e vincere. Esortava quell’egra moltitudine a pugnare pel Re e per la Costituzione ch’egli aveva elargita e giurata e che in qualunque evento volea mantenere inviolabile. In tal modo adoperavasi ad infondere in quelle anime già dome e battute un coraggio ch’egli ornai non sentiva più dentro di sé.
XLIII.— La notte seguente i Napoletani, divisi in quattro profonde colonne, tacitamente marciarono ad assaltare le posizioni nemiche. La prima uscendo da Capua sotto il comando dello stesso Francesco, moveva alla volta di Santa Maria sulla destra dell’esercito regio. La seconda colonna, costeggiando la sponda orientale del fiume, portavasi ad assalire le alture di Sant’Angelo in Formis, dove Giacomo Medici teneva il centro dell’armata italiana. Una terza sboccando in silenzio dal campo trincierato, posto a settentrione della città, tragittava il Volturno allo scafo di Formicola e di là mirava a penetrare fra il centro e la destra dei Garibaldiani. Finalmente un quarto ed ultimo corpo doveva, partendo da Caiazzo, impadronirsi del guado che fiancheggia la strada e procedere quindi a Monte Caro e girare gli alloggiamenti di Bixio ed intercettargli la via di Caserta. Tutti codesti movimenti dovevano allo stesso punto eseguirsi per modo che l‘esercito garibaldiano avesse a trovarsi nelle prime ore del giorno avviluppato da tutte le parti e ravvolto in promiscuo conflitto.
XLÍV.— E i disegni di Francesco II ottenevano sulle prime una piena applicazione. Il generale borboniano Palmieri riusciva a disporre l’esercito sui punti preventivamente di già decretati. Marciando in silenzio e nell’oscurità della notte, ed inoltre protetti dai vapori nebbiosi dell’autunno, i Napoletani pervennero a tragittare il Volturno ed a gettarsi sul davanti dei nostri senza incontrare il menomo ostacolo e senza che il più lieve rumore tradisse la loro presenza. I volontari posavano negli alloggiamenti: eglino erano ben lungi dal sospettare vicina la lotta che doveva decidere dei loro destini e che da lunghissimo tempo aveano desiderato con estrema passione ed indarno.
XLV.— Le prime fucilate si fecero udire davanti a Sant’Angelo nella direzione del piccolo villaggio di Formicola dove i Garibaldini occupavano il punto più avanzato della posizione alla cascina Benedetto che guarda il passaggio del fiume. Incontanente l’allarme fu dato su tutta la linea; e i volontari giulivi e festanti si disposero con incredibile celerità sui colli in pieno ordine di battaglia. Nel frattempo i Napoletani, il cui successo dipendeva sopra tutto dalla rapidità delle mosse, in fretta sfilavano percorrendo remoti stradali a sinistra ed a destra del campo, italiano e pervenivano a tagliare in due punti la linea fra Santa Maria e Sant’Angelo e fra questo villaggio e Maddaloni.
XLVI.— Un fortuito accidente bastava ciò non pertanto a sconvolgere i loro disegni. Di buon, mattino e prima che l’allarme fosse dato nel campo, il Dittatore si recava a visitare le posizioni di Sant’Angelo e percorreva in carrozza lo stradale che da Santa Maria a quella volta conduce. Aveva egli compiuto circa la metà del cammino quando improvvisamente trovava intercetto il passaggio e se quasi circondato dall’irruente esercito regio. Né per questo smarritosi d’animo rapidamente smontava dalla vettura e saliva a cavallo e coi pochi seguaci che l’accompagnavano a tutta corsa sul nemico slanciavasi, il quale colpito dall’inaspettato attacco si credette obbligato a sospendere la marcia e a schierarsi in battaglia. Fu si grande l’audacia e la foga dei pochi assalitori che i Napolitani concepirono il sospetto di avere a lottare con qualche numerosa colonna di volontari. Il piccolo inciampo mirabilmente influiva sulle sorti del giorno, in quanto che i Regii perdevano un tempo per essi prezioso, né in conseguenza potevano colla necessaria celerità compire il piano dalla cui esecuzione dipendeva l’intiero successo.
XLVII.— Alla destra Bixio aveva preventivamente ritirato da Valle il battaglione che v’era d’avamposto e collocato sulle altare di Monte Caro un forte nucleo di bersaglieri ed il primo ballatagliene della seconda brigata agii ordini di Giuseppe Dezza. Pose in pari tempo due pezzi in batteria sulla strada di Valle, facendoli fiancheggiare e difendere da un battaglione dell’Eberhardt. Col rimanente della prima brigata occupò fortemente la posizione di San Michele, mentre la seconda schieravasi a Villa Gualtieri. La brigata Eberhardt teneva i posti dell’acquidotto, il molino ed i colli adiacenti, con ordine di ripiegare a Villa Gualtieri quando le fosse divenuto impossibile conservare le sue posizioni. La colonna Fabrizi veniva collocata di riserva sulla sinistra fra San Salvatore e Maddaloni. Da queste disposizioni chiaro si scorge qual cura Nino Bixio prendesse ad assicurarsi la via di Gaserta.
XLVIII.— La divisione decimasesta comandata da Isenschmid de Milbilz composta delle brigate Milbitz stesso e La-Masa, la quale ultima serviva più ch’altro d’ingombro, allineavasi all’estrema sinistra nel villaggio e nelle adiacenze di Santa Maria. Erano con essa alcuni corpi di bersaglieri calabresi ed apulii, gente dura alle fatiche ma poco atta agli esercizii di guerra. Santa Maria era stata per ordine del Dittatore ultimamente munita di ridotti e trinciere, e resa per quanto le circostanze il permisero, un punto fortificato di somma importanza. Sul davanti della posizione i volontari occupavano la strada ferrata e l’antico anfiteatro Capuano.
XLIX.— Alle ore sei e mezzo antimeridiane de truppe regie furiosamente investirono da destra a sinistra la linea dei volontari. II maresciallo Ritucci che ne aveva il supremo comando si poneva sul centro d’incontro a Sant’Angelo,mentre il generale Van Mickel assaliva le posizioni di Bixio, e il Re stesso col generale Palmieri e i comandanti di brigata Barbalunga e Polizzi avanzavasi a Santa Maria. Dietro i presi concerti il maresciallo Afan de Rivera, comandante in secondo le truppe del centro doveva insignorirsi delle alture fortificate di Sant’Angelo, e di là piegando a destra muovere alla volta di Santa Maria e sorprendervi i volontari alle spalle.
L. —Verso le ore otto la battaglia ferveva impegnata su tutta la linea. A sinistra i Napoletani, sboccando dal campo trincierato e tragittando il fiume in due punti diversi allo scafo cioè del villaggio di Limatola ed al guado di Cajazzo, improvvisamente piombarono sulle truppe di Bixio e di Medici e presero possesso dei pochi cascinali che fiancheggiano il Volturno. Il centro dei Regii distendendosi lungo la riva sinistra del fiume occupava le macchie e gli argini che costeggiano la via di Maddaloni e Sant’Angelo, mentre la loro destra, concentrata nella vasta pianura di Capua assaliva i ridotti costrutti dai nostri sulla strada ferrala e mirava a penetrare di viva forza in Santa Maria. La cavalleria regia schieravasi al di dietro dell’esercito, pronta ad accorrere dove il bisogno poteva chiamarla. Le truppe napoletane impegnate nel conflitto del 1.° ottobre sommavano a non meno di trentacinque mila soldati, mentre i Garibaldiani giungevano appena il terzo di quella rispettabilissima cifra.
LI.— Fino dal cominciar del combattimento gli avamposti dei volontari stabiliti lungo il fiume alla cascina Benedetto, a Formicola e davanti a Maddaloni, oppressi dal numero, si trovarono costretti ad evacuare quelle posizioni e a retrocedere pei stradali di Maddaloni e Sant’Angelo. Eglino in tal modo abbandonavano al nemico la riva sinistra del fiume e la rete di strade che per varie direzioni conduceva ai loro alloggiamenti. Tuttavia i volontari operavano quella loro ritirata con una lentezza ed un sangue freddo ammirabile continuamente molestando i Borbonici e tenendoli a rispettosa distanza. Il che diede tempo al grosso delle divisioni di schierarsi in ordine di battaglia ed apparecchiarsi a ricevere come conveniva l’irrompente nemico.
LII. —Respinto l’avanguardo di Bixio al villaggio di Valle i Bavaresi e gli Svizzeri procedettero in colonne serrate sulla via di Ducente sino allo svolte difeso da due pezzi ed a circa quattrocento passi dalla linea dei nostri. Quivi per gli accidenti del terreno trovandosi al coperto dei fuochi garibaldiani spiegavasi lungo il piede dei colli in tre corpi d’attacco e disponeasi a salire il pendio dominato dai nostri. Contemporaneamente altre truppe, prendendo la cresta della montagna, da Valle miravano alle alture di Monte Caro e da Sant’Agata de’ Goti verso il Molino. I Regii s’avanzavano per tal guisa in linea curva, senza dubbio ad oggetto di stringer ed avviluppare l’intiera armata di Bixio.
LIII.— Cominciò allora una vivissima fucilata da entrambe le parti. I Napoletani avendo con sé una batteria di campagna con otto pezzi di grosso calibro principiarono a cannoneggiare con insolito furore, mentre le artiglierie dei volontari, comecché male in arnese e di minore portata, giacevano per la troppa distanza inoperose. Le alture alla destra, l’acquedotto e il Molino vennero successivamente attaccate di fianco: e la brigata Eberhardt mal potendo o sapendo resistere all’urto tentennò sulle prime e bentosto si pose a fuggire in disordine alla volta di Maddaloni.
LIV.— Allo stesso tempo i Borboniani investirono a destra e di fianco le alture di Monte Caro minacciando la via di Caserta. Il secondo battaglione di bersaglieri unitamente ad una compagnia del primo, che vi erano di guardia, sopraffatti essi pure dal numero, dovettero cedere e ripiegare abbandonando al nemico la cresta del colle. Accorse allora il brigadiere Giuseppe Dezza a riannodarli ed a spingerli di nuovo all’attacco, il che fu eseguito con un’audacia maggiore di quanto sarebbesi in quel punto aspettato. Lo stesso generale Dezza in quel mentre ordinava al tenente colonnello Taddei di portarsi con un mezzo battaglione a riprendere le alture perdute; la quale operazione fu tosto con incomparabile slancio eseguita. Nel medesimo tempo il maggiore Bronzetti, con soli duecento bersaglieri appostato sulle vette di Castello Morone, intrepidamente resisteva agli sforai d’una intiera brigata nemica e copriva da quella importante posizione la estrema sinistra di Bixio.
LV. —A destra il nono ed il decimo di linea ed i cacciatori borbonici assalirono lo stradale e la Ferrovia e se ne resero poco stante padroni. Pesando sopra tutto col numero pervenivano a costringere i volontari a ripiegarsi dietro le barricate colle quali avevano munito e difeso gli sbocchi del vicino villaggio. Le artiglierie napoletane, collocate sulla strada ferrata e davanti a Santa Maria, furiosamente investivano i ridotti dei nostri e minacciavano da ogni parte prorompere. Il brigadiere regio Sergardi con due squadroni di Lancieri, un distaccamento di zappatori del genio a quattro pezzi espugnava il cascinale fortificato di San Tamaro allineandosi in tal guisa sull’estremo fianco sinistro dei nostri.
LVI.— Né al centro le cose volgevansi con migliore fortuna. I generali Colonna e Palmieri, unitamente al maresciallo Afan de Rivera respingevano i volontari dal bosco di San Vito e Tifrisco e li rincacciavano sulle alture stesse di Sant’Angelo, di cui miravano ad insignorirsi. Cosi la fortuna del giorno piegava favorevole alle armi borboniche.
LVII.— Da tre ore durava la lotta con evidente svantaggio dei volontari che avevano dovuto abbandonare tutti i loro posti avanzati. Tuttavia se ne togli il disordine accaduto nella brigata Eberhardt, eglino operarono la loro ritirata con incredibile sangue freddo ed intrepidezza, tenendo la faccia rivolta continuamente al nemico e contrastandogli a palmo a palmo il terreno. In vederli avresti detto non essere ritirata quella ma un movimento strategico mediante il quale si ripiegassero a concentrare le forze per quindi tornare più compatti e più animosi all’attacco.
LVIII.— Verso le ore undici antimeridiane i Regii avevano in due punti tagliato la linea dei Garibaldini e rotta la strada di comunicazione tra Garibaldi e Medici e tra Medici e Bixio. Inoltre avevano eglino girata l’estrema destra di Bixio ed occupato le alture alle spalle di lui che mettono alla valle di Caserta. I volontari si trovavano nella più brutta situazione in cui mai possa trovarsi un’armata: erano per cosi dire avviluppati e ravvolti in un nembo di fiamme e proiettili. Qualunque esercito regolare che si fosse trovato in quelle difficilissime posizioni sarebbe stato irremissibilmente perduto: ma i volontari hanno vizii e virtù che gli eserciti regolari non hanno, fra cui non ultima è quella di non ben comprendere il pericolo e quindi di serbare eziandio fra le angustie più gravi la solita calma ela speranza del trionfo.
LIX.— Garibaldi in quel giorno fatale fece prodigii di instancabilità, di previdenza e d’audacia. Egli solo valeva quanto un’armata. Volando fra le truppe sotto il grandinare delle palle nemiche egli era da per: tutto,tutto esaminava ed a tutto poneva riparo. Dov’eglj presentavasi i Garibaldini ripigliavano il sopravento ed i Regii dovevano ritirarsi, dond’egli allontanavasi la vittoria tornava a piegare dal lato di Francesco II. Di lui si può dire che il coraggio e l’audacia che infondeva colla sua presenza nel petto ai volontari era uguale allo sgomento ed alla trepidazione che incuteva nei soldati borbonici. Malgrado le dubbie apparenze della battaglia un osservatore profondo e imparziale avrebbe dovuto persuadersi che dove combattea Garibaldi i volontari non poteano esser vinti.
LX.— Già sino dal cominciar dell’assalto Garibaldi aveva spedito istruzioni al comandante la riserva generale Stefano Turr perch’egli si recasse sollecito a prendere parte all’azione che ormai si sentiva imminente. Thurr obbedendo all’invito del Generalissimo immediatamente partiva sulla strada ferrata alla volta di Santa Maria e giungeva nel momento opportuno a dar l’ultimo crollo alla fortuna dei Regii ed a partecipare all’ultima e decisiva vittoria dei Mille.
LXI.— Era quello diffatti l’istante supremo. I Regii avevano su tutta la linea ottenuti grandi e incontestati vantaggi. L’ala destra comandata da Bixio era per metà sbaragliata: i soldati della brigata Eberhardt, colpiti da irresistibile panico, si disperdevano in piena rotta pei colli di Maddaloni. I Borboniani già signori della sommità di Monte Caro minacciavano il Molino, la punta di San Michele dove stava accampato il colonnello Piva e l’erta stessa di Maddaloni. Inoltre un corpo realista marciava da Sant’Agata de’ Goti ad oggetto di precludere ai volontari la via di Caserta e piombare alle spalle di Sant’Angelo e di Santa Maria. Allo stesso tempo la sinistra aveva dovuto ripiegarsi nei punti fortificati che difendevano l’entrata del villaggio, mentre i Regii avanzavansi fin sotto le mura dell’antico anfiteatro capuano. Finalmente il centro respinto dai colli più bassi e tagliato fuori a destra e a sinistra dal resto dell’armata versava in terribili angustie, esposto com’era ad essere schiacciato dal numero. Per colmo di sventura, dopo lungo e sanguinoso contrasto, la piccola truppa comandata da Bronzetti a Castel Morone, morto il maggiore, era stata costretta ad abbassare le armi. I duecento bersaglieri che la componevano aveano fatto prodigii di valore ed audacemente respinto per più ore i replicati assalti di ben quattromila Borbonici. Mancando loro le munizioni si difesero a lungo smovendo e rotolando enormi macigni sul capo degli assalitori; e non cedettero se non quando, esaurito ogni sforzo, la resistenza era già divenuta impossibile. La perdita di Castel Morone lasciava in pari tempo scoperta la sinistra di Bixio e la destra di Medici.
LXII.— L’annunzio di tanti sinistri divulgavasi colla rapidità del fulmine nei paesi contermini e giungeva nella stessa città di Napoli. Fu in quell’istante indicibile la costernazione ed il tremito. Ad accrescere l’universale terrore sopraggiunsero alcuni Garibaldini sbandati, i quali dimentichi dei proprii doveri e dell’onore italiano non ebbero rossore di profanare l’assisa dei prodi che indegnamente vestivano. Narravano questi terribili particolari del campo che forse non avevano nemmeno veduto., e davano come certa la sconfitta dei loro compagni Non per questo la guardia nazionale e le autorità civili e militari smarritesi d’animo, diedero opera a mantenere l’ordine della vasta capitale ed a calmare gli esagerati timori e le apprensioni del popolo.
LXIII.— Il generalissimo napoletano Ritucci, giudicando la battaglia già vinta, rivolse il pensiero ad approfittare dei successi ottenuti ed a compire quello ch’egli credeva la disfatta dei Mille. Ordinò in conseguenza al generale Tabacchi il quale comandava il nono ed i| decimo di linea davanti a Santa Maria di portarsi colle sue genti traverso alle campagne sul fianco sinistro di Milbilz e di caricare da quella parte i volontari. Quasi nel medesimo punto spinse una colonna verso le alture di Sant’Angelo con istruzione di piegare in appresso a destra e di coadiuvare alla mossa del generale Tabacchi. La giornata sarebbe stata perduta pe’ nostri se Garibaldi, la cui mente fu sempre di ripieghi feconda, prontamente non accorreva ad arrestare il progresso dell’armi borboniche.
LXIV.— Il Dittatore s’avvide della mossa dei Regii e mandò Malenchini col suo reggimento ed una parte del reggimento Winkler sulla estrema sinistra ad opporsi ai progressi nemici. A passo di corsa Malenchini stilava a tergo di Santa Maria e s’appostava nella campagna ad attendervi i Napoletani in una situazione impertanto e facile alla difesa del pari e all’offesa. Indi a non molto compariva il grosso delle truppe nemiche preceduto dal settimo cacciatori e da una compagnia di Carabinieri, i quali vennero accolti da una terribile salva di moschetteria. I Napoletani colpiti da prima esitarono: il che vedendo i volontari, abbandonata la posizione, si slanciarono alla baionetta, ributtando i soldati di Francesco II e cagionando loro gravissime perdite. Dopo breve resistenza i Regii disanimati ed impauriti volser le spalle fuggendo dispersi per la vasta spianata ed inseguendoli i nostri per buon tratto di strada nella direzione di Capila. Così la sorte delle armi dal lato di Santa Maria in un punto fu ristorata.
LXV.— In quel mentre arrivava la riserva comandata da Stefano Turr ed entrava difilata in azione. Il primo reggimento della brigata Eber accorreva a sostenere Malenchini ed a completare la rotta dei Regi alla sinistra di Santa Maria. Il lenente colonnello Marco Cossovich col secondo reggimento da lui comandato irruppe sul grande stradale di Sant’Angelo da quella parte caricando coll’usato vigore il nemico, il quale già minacciava superare le vette e girare la destra di Santa Maria. Né meno fortunato od audace di Malenchini, Cossóvich ributtava le profonde colonne borboniche ed a precipitosa fuga costringevate verso il Volturno.
LXVI.— 1 cacciatori napoletani frattanto, ignari della nuova piega che prendeano le cose, furiosamente investivano le barricale erette dai nostri a difendere l’ingresso di Santa Maria: tre reggimenti di linea e un forte corpo di artiglieri e due squadroni a cavallo secondavano quel decisivo conflitto. Il Re stesso conduceali all’assalto: e i conti di Caserta e di Trapani seco lui combattevano. La presenza reale infondeva nel cuor dei soldati una qualche scintilla di ardore guerriero od almeno quel po’ di vergogna che talvolta rattiene i più vili ed assume sovente l’aspetto di virtù e di militare coraggio: per cui il combattimento infieriva al di là di quanto potrebbe idearsi. L’artiglieria napoletana fulminava la fronte dei nostri: una fitta grandine di proiettili avvolgeva le barricate: la terra, scossa dall’Insolito fragore, ne pareva tremare ed aprirsi. I cacciatori reali da quel lato eziandio si rendeano, dopo duro contrasto, padroni de’ primi ridotti ed accennavano penetrar nell’interno. Se non che la disfatta del generale Tabacchi sulla destra e l’inaspettata comparsa de! colonnello Cossovich alla loro sinistra lasciati li aveva scoperti sui fianchi ed esposti al fuoco incrocialo dalle ali garibaldiane. Nello stesso tempo si videro furiosamente assaliti di fronte dal battaglione di fanti ungheresi, dagli usseri e dai cavalleggeri di Napoli che il Dittatore conduceva in persona al conflitto. Da quell’istante ogni resistenza divenne impossibile: i Napoletani, colti dal solito panico, retrocessero in furia e ben presto sbandavansi per la vicina campagna, travolgendo seco nella fuga la stessa persona del Re. Buon numero di morti e feriti, una grande quantità di armi ed attrezzi ed una intiera batteria da campo, vennero abbandonate nelle mani dei Mille. Il sesto ed il settimo cacciatori quasi per intiero sul campo restarono.
LXVII.— La divisione di Medici, che al cominciar della zuffa s’era allineata sul versante dei colli di fronte agl’irrompenti Borbonici, aveva essa pure dovuto dopo accanita resistenza piegare e ripararsi nelle sue posizioni. Assalita colà dal nemico tre volte superiore di numero manteneva per più ore un ineguale contesto nell’imminente pericolo d’una piena disfatta. I Regii spingendosi in masse profonde e serrate tolsero ai volontari alcuni ridotti già eretti a difesa del villaggio e dei prossimi colli, e s’insignorirono pur anche di pochi cannoni ch’eglino atristante inchiodarono. I colonnelli Cadolini e Vacchieri coi due reggimenti della brigata Simonetta, i bersaglieri ed i fanti di Dunneed i carabinieri genovesi operarono prodigi di virtù e di coraggio: in quattr’ore di fuoco incessante, malgrado il numero e la fortuna propizia, i Regii non riuscirono a guadagnare terreno oltre lo spazio di un miglio. Dovunque e sempre trovarono una resistenza indomata, un muro, per cosi dire, d’acciaio, contro il quale spuntavasi la loro baldanza od audacia. Se non che, nel punto che la battaglia pareva definitivamente pei nostri perduta, una vigorosa carica di Vacchieri e di Spangaro riponeva in equilibrio le sorti del giorno e in breve ora le conversero in favore dell’armi italiane.
LXVIII.— A destra i Bavaresi e gli Svizzeri, già signori della cresta di Monte Caro, cui i volontari aveano abbandonato in seguito alla ferita toccata al maggiore Boldrini che comandavali, minacciavano circondare il villaggio di Maddaloni e l’ala intiera di Bixio. Il colonnello Dezza, a cui aveva Bixio affidato la difesa di quel punto importante, raccolte in tutta fretta alcune compagnie di bersaglieri, spingevate contro il nemico. La quarta compagnia del maggiore Menotti Garibaldi veniva ben tosto a raggiungerle: nel frattempo il colonnello Taddei si portava ad assalire di fianco le alture perdute, e lo stesso Dezza colla sua brigata, accorrendo a sostenere i bersaglieri, allo scoperto e di fronte investivate. Lo scontro fu sanguinoso: i Regii resistettero con audace ostinazione al fuoco dei nostri ma slanciatisi questi alla baionetta, piegarono, retrocessero e ben tosto fuggirono.
LXIX.— Rioccupate le creste del Caro e securo oggimai della sua posizione, Dezza ritornava al maggiore Menotti il quale teneva imperterrito le alture di mezzo tra il Caro suddetto e il quartier generale. Strada facendo Dezza si avvide che i Regii, salendo coperti dal bosco che veste la montagna, miravano a riprendere, attaccando alte spalle, i gioghi perduti ed assalire il quartier generale medesimo. Non v’era un istante a perdere: Dezza, postosi alla testa del primo battaglione che v’era di guardia, ordinò egli stesso e diresse la carica, mentre Menotti invcstivali di Ranco. I Regii disordinati e battuti lasciarono tosto l’attacco e fuggirono, inseguendoli i nostri sino all’altipiano di Valle.
LXX.— Nello stesso momento il centro della divisione ributtava la colonna condotta dal generaleVan Mickel: per cui, colto il destro, Dezza accingevasi ad ascendere, coi pochi soldati che potè raggranellare, la montagna allo scopo d’intercettare la ritirata all’artiglieria ed alla cavalleria nemica. Se non che la consegna di mantenere le sue posizioni ispiravagli tosto la necessità di restare ed inducevalo a frenare lo slancio de’ suoi vittoriosi soldati.
LXXI.— Un piccolo corpo di borboniani, che durante la battaglia era pervenuto a procedere oltre la linea dei nostri e a portarsi a tergo di Sant’Angelo, sorpreso dalla brigata Sacchi e da parte della brigata Simonetta, si vide bentosto costretto ad abbassare le armi e ad arrendersi. Un altro corpo assai più ragguardevole e composto di circa quattro mila Reali che aveva girato l’estrema destra di Bixio, trovandosi chiuso il ritorno a Capua, procedette sulle montagne di Caserta senza probabilità di salvezza o di scampo e facile preda ai vincitori.
LXXII.— Verso le tre pomeridiane dopo nove ore di fuoco, la disfatta dei Regii fu piena, decisiva e completa. La ritirata ebbe luogo con auspicii sinistri e si converse ben tosto in un salva chi può generale. La confusione, il disordine furono estremi: le compagnie si sbandavano, i battaglioni, i reggimenti e le intiere brigate, rotta ogni disciplina, promiscuamente accalcavansi ad oggetto di riparare al più presto nella vicina fortezza e nel campo. Ogni idea di rossore o vergogna, di dignità o dovere, di onore o virtù militare taceva in quell’anime in cui solo parlavano lo sgomento e il terrore l’onnipotente loro linguaggio. Molti si dispersero per le vicine campagna, moltissimi, gettate le armi, si nascosero ne. propinqui cascinali poiché loro mancava paranco il negativo coraggio della fuga; e non pochi accalcatisi sulle rive del fiume, volendo tragittarlo, affogarono. I Garibaldini vincitori gl’inseguirono sin oltre Formicola, ed a sinistra fino a cento metri dalle mura stesse di Capua (252).
LXXIII.— Il vegnente mattino secondo d’ottobre i Garibaldini s’accingevano a dare la caccia alla colonna borbonica, la quale tuttavolta aggiratasi dispersa fra le montagne del nord di Caserta. Questa, o credesse possibile riprendere Inoffensiva su Napoli, o la movesse necessità di procacciarsi i viveri, di buon ora scendeva alla volta di quella città. All’avvicinarsi dei Regii l’allarme fu dato per tutta la valle! le guardie nazionali di Caserta si schierarono dentro le mura pronte a contrastarle e a difenderle. Se non che i Borboniani si trovarono indi a non mollo raggiunti e rinchiusi tra la brigata Sacchi già di presidio a San Leucio e due battaglioni di bersaglieri Sardi in quelle vicinanze acquartierati. Stretti in tal guisa da tutte le parti i Reali, dopo scambiato qualche colpo, deposero atterriti le armi e si dieder prigionieri di guerra (253).
LXXIV.— I giornali moderati dall’Italia settentrionale in que’ giorni spacciarono che l’armata garibaldina stava per essere completamente disfatta al Volturno il 1.° ottobre, e che i due suddetti battaglioni di bersaglieri erano sopravvenuti in tempo a ristabilire l’onore delle armi italiane ed a strappare al nemico una vittoria di già riportata. Tutto ciò è solenne menzogna: non un solo soldato dell’esercito regolare in tutto il giorno 1.° ottobre comparve sul campo di battaglia: perocché sebbene i volontari versassero per più ore in terribili angustie, ed ancorché i bersaglieri accampassero a Caserta Vecchia e quindi in prossimità del luogo dell’azione ed avessero tutta l’opportunità di partecipare alla lotta, non si mossero dai loro quartieri. Eglino soltanto comparvero il giorno dopo la grande vittoria a stringere presso a Caserta le truppe sbandate dei Regii ed a cooperare alla loro capitolazione. Egli è vero pur troppo che molti avrebbero forse meglio desiderato che Garibaldi al Volturno fosse rimasto battuto per appropriarsi in faccia all’Italia la gloria di avere essi soli salvata la patria (254).
LXXV.— Rientrava Francesco la sera alla sua residenza di Capua coll’esercito orribilmente decimato dal ferro dei volontari e dalle non meno numerose defezioni. Da quell’istante costretto vedevasi ad abbandonare ogni idea di riprendere l’offensiva, perocché coll’esporsi ad una nuova battaglia non avrebbe fatto che affrontare una nuova sconfitta. Né Capua poteva lungamente resistere all’urto dei Garibaldini, l’audacia dei quali per le recenti vittorie doveva essere a dismisura cresciuta. Per la qual cosa, e forse anche temendo che più tardi gli venisse intercetta la strada, l’infelice monarca lasciava la difesa del forte ai conti di Caserta e di Trapani, mentr’egli colla moglie riparava in Gaeta.
LXXVI.— Tale fu l’esito della battaglia che decise per sempre le sorti del Regno e della dinastia dei Borboni. Dopo la disfatta subita al Volturno ogni resistenza diveniva inopportuna ed inutile e solo giovava a salvare l’onore delle armi. Trattavasi non già di vincere e di ricuperare il perduto,ma di prolungare un’agonia lenta e dolorosa a cui tosto o lardi doveva seguire l’estrema rovina. Capua e Gaeta erano punti fortificati di somma importanza e potevano per un tempo lottare e difendersi: ma l’esperienza dimostra la inutilità delle fortezze quando non si hanno eserciti da tener la campagna e proteggerle. Le angustie dell’assedio, le malattie, la fame e la mancanza di munizioni che s’esauriscono sempre sono irreparabili mali e valgono essi soli ad espugnarne e demolirne le porte, i baluardi e le mura.
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