Alta Terra di Lavoro

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LA SPEDIZIONE DEI MILLE-STORIA DOCUMENTATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BASSA ITALIA DI OSVALDO PERINI ESULE VENETO (XIV)

Posted by on Giu 8, 2025

LA SPEDIZIONE DEI MILLE-STORIA DOCUMENTATA DELLA LIBERAZIONE DELLA BASSA ITALIA DI OSVALDO PERINI ESULE VENETO (XIV)

LIBRO XIV

Arrivo dei Sardi — Rinvio dei volontari

I.— Mentre Garibaldi consolidava al Volturno il governo dittatoriale e la rigenerazione di Sicilia e di Napoli, i moderati di tutta Italia, in quest’ultima città convenuti, davan opera a trargli di mano il potere supremo, frutto di tanti pericoli, di lunghe fatiche e continue e segnalate vittorie.

Nella storia del mondo non trovasi esempio di cospirazioni si attive» sì vaste, promosse e dirette contro un partito ed un uomo, nell’atto medesimo che quell’uomo e quel partito operavano cose sì grandi a beneficio speciale dei loro stessi avversari. I Garibaldini avevano ricongiunto due Regni all’Italia, allargato il paese e rassodata la nazionale grandezza: tutta volta dove aspettare poteane riconoscenza ed affetto non ebbero che affronti e soprusi. Ed è fatto notorio che in buona parte i più accaniti avversari degli ultra al valore ed ai trionfi di Garibaldi unicamente dovevano il ritorno alla terra nativa. L’invasione delle Marche e dell’Umbria e l’espugnazione di Ancona elevavano le pretese della consorteria La-Fariniana ed offrivano ai moderati il destro di compiere i vecchi disegni e di accelerare il movimento annessionista nella l’erra ferma e nell’Isola. Le vittorie dei volontari rimasero per poco ecclissate dai trionfi riportati dall’esercito regolare: per cui si credette arrivato ristante opportuno a dare all’armata meridionale il gran colpo cui da più mesi stavasi già maturando.

II.— I successi ottenuti nelle Marche e nell’Umbria avevano assorbito i pensieri e da quella parte attratta l’attenzione dei popoli: i giornali riporlavano le più minute particolarità della breve e brillante campagna, mentre, ad eccezione soltanto di pochi, sdegnavano occuparsi dei latti dei Mille.

La capitolazione di Ancona veniva festeggiata so

lennemente per invito o per ordine dei singoli municipi): si facevano luminarie e baldorie per tutta l’Italia: né d’altro in que’ giorni parlavasj

che della splendida impresa compiuta da Cialdini e da Fanti. Ed in mezzo all’universale tripudio 4e vittorie di Garibaldi apparivano siccome in penombra e quasi affogate nel mare magno degli elogi ed applausi tributati ai vincitori di Castielfidardo e Perugia.

III.— Studiavasi ad ogni costo di menomare agli occhi delle popolazioni le splendide gesta dei Mille e con latte farti cercavasi oscurarne la gloria ed attenuarne l’importanza ed il merito. Per questo si sparsero le voci più strane ed assurde sulla loro condotta, sulla loro amministrazione e sul loro governo. Voleasi annientare o per lo meno ridurre alle minime proporzioni l’immensa popolarità del Dittatore, e sfrondar quegli allori che nel pensiero dei posteri saranno mai sempre consociati all’idea dell’Italia risorta.

IV.— Verso lo spirare di settembre le arti dei moderati cominciavano a portare i lor frutti. La popolazione, raggirata e sedotta dai secreti maneggi della consorteria La-Fariniana, tumultuava ed altamente chiedeva l’immediata annessione: i magistrati in gran parte aderivano al nuovo disegno, e fedeli seguaci dell’astro che montava, col numero maggiore ponevansi: siccome aveano abbandonato Francesco II al levarsi della stella Garibaldiana cosi al tramontare di questa schieravansi sotto il vessillo del conte Cavour.

V.— La cospirazione annessionista aveva già invaso tutte le classi. Il disordine s’insinuava bentosto nell’amministrazione e negli affari: l’incertezza siccome un incubo pesava sugli animi. Il mal essere conseguenza di tanti raggiri, ad arte esagerato od accresciuto, veniva con aperta malafede attribuito all’incapacità degli amici della Dittatura, ed aumentava l’avversione delle masse al nuovo governo e la smania unitaria.

VI.— A Napoli, terra aperta nuovamente a libertà, accorrevano pure gli uomini appartenenti alle dottrine avanzate, i capi del partito d’azione, ¿ra cui primeggiava Giuseppe Mazzini. Egli veniva ad appoggiare il governo della sua autorità ed a cooperare al disegno da Garibaldi formato per la completa rigenerazione d’Italia. E questi erano i soli uomini sui quali il Dittatore poteva contare: poiché essi desideravano sopra lutto e prima di tutto assicurare la libertà e l’avvenire dell’intiero paese. Non mai cadde loro in pensiero di osteggiare o impedire l’unità; ma soltanto bramavano differirla e rimandarla a tempo migliore, quando alle provincie già libere si fossero aggiunte Roma e Venezia. Diffidando della diplomazia e della prudenza del ministero torinese preferivano temporaneamente la Dittatura garibaldiana come quella che offriva più certa e diretta speranza d’una guerra col Papa e coll’Austria.

VII.— La comparsa di Giuseppe Mazzini aggiungeva esca all’incendio. I moderati colsero a volo il felice pretesto nel rappresentare alle ignare popolazioni coma Napoli fosse divenuto il ritrovo dei repubblicani e degli anarchisti. Si accusava Ja Dittatura di lasciar libero corso alle passioni rivoluzionarie che avrebbero perduto l’Italia e di porre in sospetto la diplomazia intorno i veri sentimenti del paese. Vociferavasi di estese congiure tramate ad oggetto di scindere la patria e di fondare non sappiamo quale democrazia o repubblica. E l’opinione generale, di già accaparrata alla moderazione, altamente pronunciavasi contro quell’ordine di cose dal quale, dietro quanto era asserito, poteano derivare irreparabili mali.

VIII.— I La-Fariniani esageravano scientemente le loro apprensioni e ingannavamo altri e se stessi sui veri intendimenti di Giuseppe Mazzini, e del partito da lui capitanato. Era stolida ed assurda l’accusa clf egli ri adoperasse a scindere in due o più parti l’Italia ed a fondare una intempestiva e precaria repubblica. Mazzini fu sempre e sopra ogn’altra cosa unitario: come tale cospirò per ben trenta lunghissimi anni d’csiglio: e non era nò ragionevole, né logico il supporre che un uomo come lui potesse a«l un tratto rinnegar quella fede che Io sostenne e lo animò in tutta la sua carriera politica. E se egli come Garibaldi e tanti altri, desiderava procrastinar Pannessionc era appunto per compiere più facilmente e più presto la vagheggiata unità nazionale. E i moderati il sapevano sebbene con tanto rumore spacciassero temere il contrario.

IX. —Non v’ha e non vebbe uomo in Italia che sia o fosse più di Mazzini infatuato dell’idea dell’assoluta unità. Per questo negli anni addietro aveva egli acremente combattuto il sistema dei federali che pur tanto vulcano, meno impedire Paccentramento che, rimandare a guerra finita Passetto del governo nazionale. I federali avevano pur troppo saggiamente previsto come l”immediata unità dovesse condurre ad una dittatura che avrebbe reso impossibile il compimento del programma italiano, od almeno rimandatolo a tempo indefinito. La forza delle cose persuadeva Mazzini, mentre egli trovavasi a Napoli, della giustezza di quella politica: ed in conseguenza avrebbe desiderato che l’applicazione della teoria ¡unitaria venisse posposta alla completa soluzione del problema italiano.

X. —La presenza a Napoli di Giuseppe Mazzini orribilmente pesava sul cuore dei moderati: né risparmiaronsi arti o maneggi per indurlo a partire. Si facevano affiggere pei crocivii de’ cartelli insolenti o sui muri scrivevansi irriverenti e minacciose parole: turbe di lazzaroni prezzolati si mandavano sotto le finestre dell’esule venerando a schiamazzare, ed inveire ne’ modi più brutali ed indecorosi contro l’uomo che tanto aveva operato e patito per la causa d’Italia. E come ciò non bastava a vincere là calma dell’uomo eminentemente italiano e patriotta il prodittatore Pallavicino Trivulzio poco fraternamente esortavalo con una lettera ad allontanarsi al più presto dal Regno.

XI.— La lettera del marchese Pallavicino, tradotta in volgare, suonava del tenore seguente: Noi non possiamo vivere in parità di condizioni sulla terra medesima, perché non possiamo avere le stesse convinzioni, lo rappresento in Napoli il principio della monarchia e dell’ordine: per conseguenza voi dovete rappresentarvi quello dell’anarchia e della repubblica. So che sono pure le vostre intenzioni e conosco il vostro amore all’Italia: ciò nulla meno voi siete la causa, per Io meno involontaria, di continue macchinazioni sovversive e di scandali. La vostra presenza non va nullamente a genio de’ miei superiori: in due noi siamo di troppo: perciò vi prego d’andarvene.

XII.— Al che Mazzini dignitosamente rispose non sentirsi né colpevole né artefice di pericoli al paese, né macchinatore di conati dannosi alla causa per cui tanto aveva sofferto. Italiano in terra italiana stimava suo debito sostenere il diritto che ha ciascun cittadino di vivere nel proprio paese mentr’egli non ne offenda le leggi. Aver egli di già accettato, non per riverenza a ministri o a monarchi, ma bensì al voto nazionale sancito dalla maggioranza, la monarchia colla quale era pronto a cooperare purché conducesse all’unità della patria. Quindi forte della propria coscienza credeva suo debito opporre un aperto rifiuto all’invito di rettogli di allontanarsi da Napoli (255).

XIII.— L’agitazione annessionista aumentava frattanto a misura che i Garibaldiani parevano più risoluti a frenarne o moderarne l’effervescenza e lo slancio. La diplomazia stessa ne era vivamente impressionata e congiungeva i suoi sforzi a quelli dei moderati per condurre le cose a una soluzione conforme a’ suoi voli ed interessi I dispacci del ministro inglese sopratutto riboccano di passaggi concernenti gli affari di Napoli ed apertamente dimostrano quale premura si ponesse a precipitare il plebiscito che avrebbe collocato le sorti d’Italia in mani stimate più sicure che quelle di Garibaldi. I negozianti di Londra, che aveano, coll’allargarsi della monarchia piemontese, dilatato cotanto la sfera dei loro traffichi, non potevano adattarsi all’idea di vedere gli sperati e vicini guadagni compromessi da una guerra intempestiva coll’Austria od a Roma. I Garibaldiani, soli a lottare, dovettero ben presto cedere alla inesorabile necessità di lasciare che altri facesse a suo modo e che la vasta coalizione contr’essi promossa ottenesse l’intento.

XIV.— Dal complesso dei tatti in que’ giorni accaduti risulterebbe che i moderati temessero da parte dei Garibaldiani incontrare una seria opposizione alle loro pretese d’immediata unità e che in tal caso e con lutti i mezzi s’apparecchiassero a compiere ciò ch’eglino chiamavano il bene e l’interesse comune d’Italia. Non è a dire come gl’Italiani, lusingati da vane apparenze, inclinassero a favorire il partito del moderantismo e come vedessero nella pronta fusione delle provincie meridionali la prospettiva d’un lieto avvenire e la possibilità d’una guerra sul veneto. Perciò la maggioranza altamente biasimava Garibaldi e lo accusava di allontanare le benedizioni che dopo il plebiscito sarebbero d’ogni parte piovute. Già i faccendieri della moderazione parlavano arditamente della ostinazione del Dittatore e facevano travedere la necessità di costringerlo, anche colla forza, a discendere a migliori consigli.

XV.— Ad accrescere l’indignazione popolare Sopraggiungeva il dispaccio che narrava avere il gabinetto Dittatoriale di Napoli spedito al colonnello Tripoli negli Abbruzzi l’ordine di respingere armata mano le truppe sarde qualora queste si fossero presentate al confine. L’esistenza e l’esattezza di tale dispaccio fu ed è tuttavolta un mistero che il tempo soltanto potrà rivelare: il deputato Bertani a cui prima venne attribuito solennemente dichiarò non avere mai dato istruzioni consimili: nè, per quanto ci consta, il colonnello Tripoli asseri mai averle ricevute. D’altra parte, imparzialmente esaminando la cosa, e’ pare che fosse una spiritosa invenzione immaginata ad oggetto di dar l’ultimo crollo alla popolarità garibaldiana. Anzi tutto è debito osservare che i Sardi, penetrando negli Abbruzzi, non incontrarono opposizione di sorta da parte dei nostri: il che vorrebbe dire che Tripoli non aveva ricevuto quell’ordine o per lo meno che questo fu rivocato prima della comparsa delle truppe regolari. Ma la questione principale consiste in sapere per qual via e con qual mezzo il telegrafo venne a sorprendere un dispaccio diretto ad un colonnello e che a lui solo doveva essere affidato. È questo un enigma non facile a sciogliersi, massimamente considerando con quale gelosia si debbono conservare i secreti del campo. Né in alcun ordine del giorno diretto alle truppe da Tripoli o d’altri si trova menzione d’un dispaccio si iniquo come quello che avrebbe provocato una guerra fratricida tra i volontari e l’armata regolare. La congettura che più sembra probabile, anche dato che l’ordine venisse trasmesso ad alcuno, si è che fosse una mistificazione ordita da qualche impiegatuccio guadagnato alle idee moderate per accelerare la caduta della già detestata Dittatura garibaldiana.

XVI.— Ai primi d’ottobre una deputazione, composta di alcuni municipali e dei rappresentanti la magistratura e le professioni libere, salpava da Napoli verso Livorno, donde moveva ad ossequiare il Re ed a sollecitare l’entrata delle truppe italiane nel Regno. Essa raggiungeva Sua Maestà il giorno 6 successivo a Grottammare: accolta benignamente espose l’ambasciata e n’ ebbe parole di adesione e di lode. In conseguenza, officialmente invitato dalle rappresentanze del paese e chiamato dal voto degli abitanti. L’esercito sardo concentravasi lungo il confine ed il 12 penetrava dall’ascolano sul suolo abbruzzese.

XVII.— Contemporaneamente il Dittatore ne dava l’avviso alle sue truppe ed al popolo. Con espresso ordine del giorno esortava i volontari e gli abitanti a ricevere degnamente ed a festeggiare i fratelli dell’armata regolare i quali venivano ad assicurare la pace delle provincie ed a partecipare ai pericoli che tuttavia a superare restavano. Quell’ordine del giorno fu accolto dovunque con immense ed entusiaste acclamazioni di giubilo: e liberali e La-Fariniani e Borbonici, mossi da varie ed opposte ragioni, si confusero in un sentimento comune di gioia e d’applauso.

XVIII.— A calmare l’agitazione febbrile che intorno fremevagli, il Prodittatore soscriveva ed emanava il decreto di convocazione delle assemblee popolari destinate a votar l’annessione. In esso decreto stabilivasi la formola su cui la votazione doveva aver luogo e conteneansi le necessarie istruzioni per regolare i comizii e raccogliere i suffragi del popolo (256). Questo decreto porta la

Il popolo sarà convocato pel corrente mese «T ottobre… per accettare o rigettare il seguente plebiscito: il popolo vuole l’Italia una ed indWHtiite, con VII

661 data dell’8 ottobre e la Arma del marchese Pallavicino-Trivulzio: ed era stato preceduto da altro decreto consimile promulgato dal prodittatore Mordini il XXXo dello stesso mese a Palermo. La differenza fra i due decreti consisteva in ciò che mentre l’annessione in terraferma doveva votarsi per suffragio universale, nell’Isola doveva aver luogo col mezzo di rappresentanti eletti a tale uopo dalla popolazione. Ma siccome la misura di convocare i deputati parve in appresso troppo rivoluzionaria se ne smise il pensiero, e la votazione, lo stesso giorno Si, segui in Sicilia nel medesimo modo che a Napoli.

XIX.— Già in settembre, quando Garibaldi pensava rimandare ad altro tempo la voluta annessione, era stato emanato il decreto di convocazione dei comizii elettorali per l’elezione dei deputati all’assemblea del Regno, la quale avrebbe dovuto cooperare col governo al mantenimento dell’ordine, alla percezione delle imposte, alla promulgazione delle leggi e all’armamento del paese. Quel decreto area messo l’allarme nel campo dei dissidenti i quali troppo bene capivano che radunata l’assemblea dei rappresentanti del popolo sarebbe divenuto per essi impossibile raggiungere si tosto la meta dei loro maneggi. I moderati tanto fecero e s’agitarono che l’odiato decreto non ebbe altro seguito e venne in appresso abrogatorio Emanuele Re costituzionale, e suoi legittimi discendenti. Articolo primo’ del detto decreto.

XX.— Il plebiscito ebbe luogo nel giorno fissalo 21 di ottobre, e come s’era preveduto, ottenne la quasi totalità dei suffragi. Con eguale fortuna compivasi la votazione delle Marche e dell’Umbria che ansiosamente del pari attendeano il momento d’unirsi all’Italia. In tal guisa la piccola monarchia piemontese, usando prudentemente della libertà, diveniva in breve tempo, per la propria e più ancora per l’abnegazione dei patriotti, Regno Italiano.

XXI.— Mentre Napoli e Sicilia festeggiavano l’aurora del nuovo governo e mentre le truppe sabaude lentamente traversavan gli Abbruzzi, Garibaldi volgeva il pensiero a stringere vieppiù e ad espugnare la fortezza di Capua. Trasportati a Sant’Angelo tutti i cannoni di grosso calibro rinvenuti sui forti di Napoli fece erigere diverse batterie sui colli che dominano la città e cominciò il bombardamento. Indarno i Napoletani con diverse sortite tentarono arrestare i progressi e i lavori dei nostri: in tutti gli scontri avvenuti fra il 5 ed il 20 d’ottobre vennero sanguinosamente respinti dietro i loro ripari.

XXII.— Il mattino del 21 i Regii s’accinsero a fare un ultimo sforzo per sottrarsi ad una capitolazione cui le tocche sconfitte avevano già resa, vicina ed inevitabile. Tacitamente usciti da Capua e valicato il Volturno assalirono divisi in due colonne gli avamposti di Sant’Angelo in Formis tentando impadronirsi delle artiglierie collocate sulle prossime alture. La zuffa durò da entrambe le parti accanita ed atroce: ma finalmente caricate a baionetta le colonne reali piegarono e con indicibile confusione abbandonarono il campo fuggendo a precipizio nel forte. Cosi la votazione popolare veniva festeggiata da bella e segnalata vittoria.

XXIII.— Già fin dal settembre un grosso distaccamento di truppe borboniche agli ordini del generale Scotti era stato inviato dal giovine Re negli Abbruzzi a tenere in obbedienza quella montagnosa provincia e forse anche a reclutare soldati di cui tanto aveasi bisogno. Numerosi emissari i regii, protetti dalle armi di Scotti, percorrevano continuamente i villaggi e le città del Sannio sforzandosi a riaccendere nei petti di que’ bellicosi montanari un Ultimo raggio di fede alla dinastia soccombente. Se non che il governo borboniano era cosi generalmente detestato che diveniva malagevolissimo l’accaparrare soldati alla sua causa. Le proposte dei Regii erano con isdegno respinte e spesso i mandatari cacciati con minaceie od atti ancora peggiori.

XXIV.— I montanari del Matese e dei gioghi vicini ad Isernia ed alla valle del Sangro furono i soli che prestarono orecchio alle suggestioni venute da Capua. Sedotti da vane quanto larghe promesse o forse comprati dall’oro borbonico, eglino apertamente sposarono la bianca bandiera reale e minacciarono una generale insurrezione. Il generale Scotti accorse tosto a raffermarli in quel divisamento ed a rinforzare colle truppe la vicina rivolta. In tal modo fu accesa la prima scintilla che da due anni devasta col flagello del brigantaggio le già ricche e fiorenti provincie meridionali.

XXV.— Al primo sintomo di reazione il Dittatore, nulla sapendo del corpo di Scotti, inviava un drappella di bersaglieri ed alcune compagnie della guardia nazionale a frenare la sommossa e, se in armi, a disperderla e ad arrestarne e punirne gl’istigatori ed i capi. Il piccolo corpo spedizionario penetrava per la via di Ponte Landolfo e Morcone a Campobasso ed Isernia, dove contro. l’aspettativa, si vide affrontato da un intero esercito regio. I Napolitani di Scotti unitamente agli insorti sommavano a non meno di cinquemila uomini pratici dei luoghi ed addestrati in gran parte alle evoluzioni di guerra. Le guardie nazionali a fronte del rischio imminente ben presto sbandavansi lasciando esposti in paese sconosciuto i volontari appena apamontanti a duecento cinquanta soldati.

XXVI.— Né per questo smarritisi, ma coll’avvicinarsi e coll’ingrossar del pericolo crescendo d’audacia, i Garibaldini osarono intimare al ge> nerale nemico la resa. Era temerità la loro: ma ben può scusarsi considerando com’eglino fossero abituati a lottare ed a vincere senza tenere alcun calcolo della numerica superiorità dei Reali. Questi, avvedutisi delibi esiguità delle forze garibaldiane, giovandosi della conoscenza del suolo, e marciando inosservati fra le montagne, accerchiarono i duecento e cinquanta e li costrinsero a darsi prigioni. Quelli infelici vennero crudelmente maltrattali dalle truppe ed alcuni perdettero ignominiosamente la vita per mano degl’insorti.

XXVII.— Come a Garibaldi pervenne l’annunzio di Unto disastro s’accinse ad inviare una seconda spedizione con espresso comando di far piena vendetta degli assassinati fratelli ed a trar di capo ai montanari la voglia di misurarsi un’altra volta co’ suoi. Se non che lo prevenne il generale Cialdini, il quale marciando per la grande strada militare di Teramo e Chieti inoltravasi nell’interno degli Abbruzzi e tendeva difilato a Capua e Gaeta.

XXVIII.— Il giorno medesimo 21 d’ottobre che Garibaldi batteva i Borboniani a Sant’Angelo e che il plebiscito dello provincie meridionali creava il Regno d’Italia, fu segnalato dal primo trionfo ottenuto dall’armata regolare sui Regii. Esso apriva pel generale Cialdini quella non interrotta serie di successi e vittorie che doveva condurre alla espugnazione di Gaeta, di Civitella del Tronto e Messina.

XXIX.— Il mattino del 28 l’avanguardia di Cialdini raggiungeva la vetta del Macerane nei dintorni di Sandria, laddove la strada, tagliando la valle del Sangro, si volge ad Isernia. Di là il generale Grifllni scoperse l’armata di Scotti la quale divisa in tre colonne avanzavasi evidentemente allo scopo di assalire le truppe italiane. Le forze borboniche potevano valutarsi a circa seimila combattenti, la metà dei quali apparteneva alla gendarmeria, un terzo al primo reggimento di linea e il rimanente composto d’insorti. Gl’Italiani non avevano pel momento da opporre che due battaglioni di bersaglieri ed una sezione d’artiglieria da montagna.

XXX.— Le colonne borboniche marciavano parallelamente alle posizioni dei nostri: l’una sul centro e le altre alle due estremità. La prima seguiva la strada postale, mentre le ali destra e sinistra salivano sui contrafforti laterali minacciando l’altura del Macerone contemporaneamente di fronte, alle spalle ad ai fianchi.

XXXI.— I bersaglieri senza punto badare alla superiorità del nemico si distesero sul versante del colle pronti a rintuzzarne l’audacia. Fra le sei e le sette del mattino incominciava un vivissimo fuoco di moschetteria da entrambe le parti assai sostenuto. Nel frattempo Cialdini, avvedutosi del pericolo in cui l’avanguardia versava, a marcia forzata condueeva la brigata Regina a soccorrerla.

XXXII.— Superata correndo la lunga salita, Cialdini a destra ed a sinistra spingeva alcuni battaglioni ad urtare il nemico ai suoi fianchi, mentr’egli col resto delle forze lo affrontava a cavaliere dello stradale di faccia. Il combattimento durava appena mezz’ora, in capo alla quale i Napoletani sbaragliati e conquisi gettarono le armi e precipitosamente rivolsero ai nostri le spalle e fuggirono. Uno squadrone dei cavalleggeri Novara comandato dal capitano Montiglio slanciossi ad inseguire i fuggiaschi, e coadiuvato dal sesto e dal settimo bersaglieri guidati da Griftìni ne prese buon numero prigioni fra cui lo stesso generale.

XXXIII. —Colla vittoria riportata al Macerone sottraevasi al dominio delle autorità borboniana l’intiero paese che stendesi dalle rive del Volturno e del Sangro alle frontiere papali. La rotta e la prigionia del generale Douglas Scotti finiva per allora a dissipare ed a spegnere ogni sintomo di insurrezione e di guerra fraterna, cui la ribalda polizia del cadente governo aveva con ogni arte cercato attizzare tra le valli del Sannio. Se non che il brigantaggio, momentaneamente depresso dalla energica mano di Cialdini, doveva indi a non molto ricomparire e devastare con furia novella quelle infelici provincie.

XXXIV.— Cialdini continuava la marcia, ed oltrepassata Isernia, già ridotta a dovere, scendeva a Tuliverna e a Venafro dove congiungevasi col resto dell’armata. Il 25 d’ottobre le truppe sarde tróvavansi a due marcio dal campo di Sant’Angelo ed a tre tappe tutto al più da Gaeta.

XXXV.— Con eguale fortuna le truppe italiane valicarono a Rieti il confine abbruzzese e per la via d’Antrodoco e d’Aquila distendevansi nelle sottoposte provincie, di già dai Regii sgombrate. Questi, concentrato il numero maggiore di forze delle quali potevano disporre, ai accamparono dietro la linea del Garigliano sui gioghi di Roccaguglielma, nella evidente intenzione di coprire lo stradale di Gaeta o per lo meno di ritardare il progresso dei nostri.

XXXVI. —Il 21 ottobre Cialdini scriveva da Campobasso al general Garibaldi annunciandogli la disfatta del corpo di Scotti ed esortandolo a spingere i volontari sin verso Boiano. Cialdini stesso contava pel giorno seguente inviare una ricognizione sin oltre Pettoranello. Egli formava in tal modo il progetto d’intercettare ai fuggiaschi del Macerane la via di Venafro, ma indarno: lo spavento avea loro messo le ali alle piante, sicché la notte medesima si erano condutti in salvo al di qua del Volturno.

XXXVII.— L’avvicinarsi dei Sardi era pel Dittatore un incentivo di precipitare gli eventi e di accelerare l’ambita espugnazione di Capua, già quasi ridotta agli estremi. In conseguenza il 26 si recava col generale Avezzana ad osservare le posizioni borboniche ed a tracciare il disegno del prossimo ed ultimo attacco. Dall’alto del monte Sant’Angelo vide che i Regii nel punto stesso accingevansi ad attaccare la destra delle posizioni italiane senza dubbio all’intento d’impadronirsi della cascina Tognini dove i volontari stavano erigendo una batteria di mortai. Egli allora disegnò nella mente il suo piano ed emanò le opportune istruzioni perché venisse fedelmente eseguito.

XXXVIII.— I capitani Consolino e Monca colle guide a piedi, alcuni calabresi ed il battaglione Cicalese occuparono il colle situato fra il bosco che fiancheggia il Volturno e la strada coperta che metteva al campo dei Regii. Il battaglione Galoppo schieravasi dalla Casa Bianca sino al cascinale chiamato il Salsillo. Finalmente la terza compagnia del battaglione del Gargano teneva le alture frapposte alle cascine Salsillo suddetta e Gravante. Stava di riserva la colonna Fabbrizi col battaglione dell’Ofanto: ed una batteria stanziava nella Casa dei Mattoni sullo stradale di Capua.

XXXIX.— Il 27 di buon mattino il nemico stendevasi in profonde colonne sull’estrema destra del campo italiano tentando colla cooperazione delle artiglierie di Capua forzare la posizione tenuta del colonnello Bruzzesi al bosco vicino al Volturno. Ricevettero i volontari colla solita intrepidezza quell’urto, e perdurarono per ben sei ore alla difesa, sinché i Borboniani accingendosi ad assalirli con impeto maggiore e nuove truppe, sopravenne il colonnello Fabrizi a frenarne del tutto lo slancio e il progresso. Dopo due ore di fuoco vigoroso il nemico. incalzato da tutte le parti si vide costretto a battere in ritirata ed a ripiegarsi su Capua, inseguendolo il colonnello Bruzzesi, il quale riusciva in tal guisa ad insignorirsi del primo ridotto dei Regii che fece ben tosto occupare dal battaglione Cicalese.

XL. —Nella notte del 27 al 28, i volontari persuasi che i Regii avrebbero il susseguente mattino cercato riprendere la posizione perduta, vi si rafforzarono costruendovi un parapetto con socchi di terra e fascine e munendolo con due pezzi da campo. Ivi sull’imbrunire ‘accadeva uno strano accidente. Un carabiniere borbonico, il quale aveva la sera precedente all’azione portalo a quel posto la parola d’ordine, nulla sapendo che fosse caduto in potere dei volontari tornava la medesima sera ad eseguirvi la stessa missione. Il maggiore Cicalese, accortosi dell’insidia a cui il carabiniere inconscio traevasi, ritardava rispondere alle sue richieste affinché s’accostasse, ed al terzo appello, come d’uso, s’affacciò a ricevere un biglietto scritto che l’altro gli porse, contenente la parola di campo San Demetrio e il motto d’ordine D’Arpignano. In quel mentre, avvistosi dell’errore in cui era caduto, volle il carabiniere voltare il cavallo e fuggire; era già troppo tardi: poiché il Cicalese appuntandogli al petto il fucile intimogli d’arrendersi e il fece prigione.

XLI.— Il seguente mattino 28 i Garibaldini ed i Regii riaprirono il fuoco, tentando questi respingere gli avamposti italiani e quelli cominciando a battere in breccia le mura di Capua. Le artiglierie borboniane spazzavano davanti a sé la campagna e riescivano a distruggere la cascina Gravante le prossime case e la chiesa. Verso il mezzogiorno per indurre i volontari ad uscire dalle loro posizioni i Napoletani simulavano attaccarli dalla strada che mette da Capua a Sant’Angelo, mentre un grosso corpo di cavalleria distendendosi per la spianata accennava girare la nostra sinistra dal lato di Santa Maria. Ma le arti e gli sforzi a vuoto del pari cadevano davanti al valore ed all’astuzia garibaldiana. la cavalleria regia venne sanguinosamente respinta ed inseguita fin sotto le mura del forte. Un ultimo tentativo eseguito dal nemico verso le ore cinque pomeridiane non ebbe miglior esito, per cui dovette abbandonar la speranza di riprendere i punti perduti.

XLII. —In que’ giorni sopravveniva ai Reali l’ingrata notizia che l’esercito sardo, superate le creste del Matese e Venafro, sollecitamente marciava alla volta di Capua. Conseguenza della mossa dei Sardi fu che i Napoletani perdettero senza colpo ferire il forte Caiazzo e le alture di monte Gerusalemme, che abbandonarono per l’impossibilità di tenerle e difenderle. Eglino dovettero successivamente sgombrare i punti fortificati ed il campo trincierato posto a settentrione della città, la quale rimaneva per tal guisa da tre lati investita dalle truppe volontarie e regolari.

XLIII.— Il mattino del 30 l’avanguardia dei Sardi comparve sui gioghi al di sopra di Capua, e lo stesso giorno i generali Menabrea e La Rocca conferirono con Garibaldi sul modo d’aprire il bombardamento della fortezza. Durante questo ed il giorno seguente si presero le necessarie misure per incominciare l’attacco, il quale venne per diverse ragioni rimandato alle ore pomeridiane del l.° novembre.

XLIV.— Gli artiglieri piemontesi occuparono le batterie del Casino Reale, sull’estremità del bosco di Carditello, e di San l’amaro: ed i Garibaldini serbavano per sé quelle di Casa Bianca e del colle dei Cappuccini. Il capitano Guberti, sardo, comandava la batteria più avanzata al Casino Tognini Calvarola, a novecento metri da Capua.

XLV. —Stretta cosi la fortezza, doveva aprirsi il bombardamento ad un’ora del pomeriggio 1.° novembre: ma per alcune osservazioni fatte posteriormente si credette opportuno di aggiungere prima due cannoni rigati alla batteria del Casino Reale e di collocare altri pezzi da sessanta a San l’amaro. Per tal modo l’attacco dovea cominciarsi con quaranta e più bocche da fuoco.

XLVI.— A due ore e mezzo notossi uno straordinario movimento nel campo italiano: tosto se nc conobbe la causa. Erasi divulgata la voce del prossimo arrivo di Garibaldi e del Re; e i volontari e i soldati, invasi da eguale entusiasmo, ansiosamente agitavansi aspettando che comparissero. Il Dittatore non tardava guari a sopraggiungere accompagnato da Sirtori ed altri ufficiali di Stato Maggiore: e i volontari, fra i quali vociferavasi già del vicino ritorno a Caprera, il salutarono con immenso trasporto di tenerezza e d’affetto.

XLVII.— Mezz’ora non era trascorsa che Vittorio Emanuele comparve con una semplice scorta e senza pompa di Re in un’angusta vettura;e nel campo ripigliarono le acclamazioni e gli applausi. Il Re si portava a parlare al generale La Rocca residente a Santa Maria e quindi rivolse il cammino alla collina di Sant’Angelo. Garibaldi, avvertito della sua venuta, movevagli incontro. Il Re ed il Dittatore stettero a lungo in istrelto colloquio: il loro abboccamento fu cordiale ed intimo; ché certo nessuno meglio del soldato di Palestre e San Martino era fatto per comprendere il soldato di Parco e Palermo.

XLVIII.— Circa le ore tre e mezzo pomeridiane Vittorio Emanuele ascendeva la montagna di Sant’Angelo, donde dominavasi la valle soggetta, le rive del Volturno, le fortificazioni di Capua e le posizioni italiane. Colà pervenuto il Re piantava di sua mano sulla cresta più alta una piccola bandiera rossa; e come fosse quello il convenuto segnale il campo italiano riapriva in quell’istante il fuoco ed incominciava a bombardare la nemica fortezza.

XLIX.— Alle ore quattro precise la batteria eretta alla Casa Bianca lanciò la prima sua bomba: le artiglierie del forte risposero e le loro palle sfiorarono i pezzi dei nostri. Un minuto dopo le batterie italiane e borboniche si trovarono promiscuamente impegnate nello stesso conflitto. Il tuonar di forse cento cannoni, ripercosso dagli echi delle vicine montagne, riempiva la valle d’orrendo fragore, e dense colonne di fumo, sollevandosi da cento punti ad un tempo, avvolgevano in una nebbia cenerognola gli accampamenti italiani e i ridotti dei Regii. Il Volturno sembrava muggire ed il suolo tremare el aprirsi all’insolito e fragoroso rimbombo, la cui furia parea raddoppiare a misura che la lotta più prolungavasi.

L.— Le truppe italiane, animate dalla presenza del Re che osservava dall’alto il conflitto, gareggiavano le une colle altre di zelo e d’audacia. I primi ridotti dei Regii, fulminati dalle nostre artiglierie, non erano più che mucchio di rottami e rovine: eziandio la fortezza aveva sofferto moltissimo. I Napoletani battevano con molta precisione le trinciere dei nostri; ma i loro proiettili venendo a percuotere nel terreno arrendevole e smosso non producevano effetto veruno. Quattr’ore durava il combattimento sinché la notte discese fittissima mise termine a tanto furore.

LI.— Alle ore otto di sera le artiglierie tacquero intieramente, e il silenzio riprese l’impero su quell’orrendo teatro di rabbia e distruzione. Il seguente mattino i soldati schieravansi nelle loro posizioni, e gli artiglieri ritornavano alle rispettive batterie. Il tempo era malinconico e tetro:, il sole levavasi velato della nebbia d’autunno quasi sdegnasse essere spettatore delle stragi e delle rovine che s’andavano già preparando.

LII.— Erano le ore sette e mezzo. La bandiera rossa tuttavia sventolava dal monte Sani Angelo ma nessun colpo partiva né dalle trinciere né dalla fortezza. Poco prima delle otto un aiutante di campo del generale La Rocca annunciava al capo dello Stato Maggiore garibaldiano che Capua domandava venire agli accordi. Egli sembra che una mezza sommossa degli abitanti i quali desideravano evitare il pericolo del bombardamento abbia determinato il comandante del presidio, generale De Cerni, ad arrendersi.

LIII.— Vuoisi che la risoluzione fosse stata presa alle cinque del mattino medesimo e che si avesse stabilito di mandare all’istante a trattare: ma che l’ora inopportuna, il pessimo tempo, e l’oscurità ed il pericolo che i parlamentari potevano incorrere abbiano consiglialo di attendere la luce del giorno.

LIV.— Verso le sette usciva una vettura da Capua, preceduta, secondo il costume, da un trombetta a cavallo e dalla bianca bandiera di pace. Poco stante due maggiori napoletani si presentarono al quartier generale de’ nostri chiedendo tre giorni di tregua, il tempo necessario a spedire un corriere a Gaeta per sapere dal Re quali condizioni ponesse alla resa del forte. «Spetta agl’Italiani imporre le condizioni, fu la ferma risposta dei nostri. E quali sarebbero queste vostre condizioni?» domandava un maggiore. Resa a discrezione.»

LV.— Gl’inviati impetrarono un’ora di tempo per riferirne al generale De Cerni. Eglino ripresero la strada di Capua: nell’accommiatarsi il generale italiano lor disse: «se al termine d’un’ora «non siete di ritorno il fuoco ricomincierà su tutta la linea.» Erano ott’ore del mattino: mezz’ora dopo la bandiera bianca sventolava dalle torri di Capua, ma ciò non bastava: sopravennero le nove: la bandiera rossa, per un istante scomparsa da monte Sant’Angelo, vi fu di nuovo inalberata gli artiglieri immobili presso i loro pezzi attendevano un cenno per riaprire il bombardamento.

LVI.— Alle nove e un quarto la stessa vettura ricompariva sulla spianata fuori di Capua dirigentesi al campo. Recava il generale De Liguori, il suo aiutante di campo e il capitano Acerbi, muniti dei voluti poteri per trattare ed effettuare la resa. Dopo lungo colloquio venne questa conchiusa e segnata: e ad un’ora i plenipotenziari ripartirono alla volta della ceduta fortezza.

LVII.— Il presidio componevasi di circa dieci mila soldati di truppa attiva e di riserva: esso rendevasi a discrezione e rimaneva prigioniero di guerra per essere trasferito a Genova. Gl’Italiani s’impadronirono d’una grande quantità di munizioni e d’armi, non che di buon numero di grossi cannoni da fortezza e da campo. La sera stessa ed il giorno seguente la città di Capua diveniva fortezza patria e nazionale.

LVIII.— Caduta Capua e presi col general Dittatore gli opportuni provvedimenti, Vittorio Emanuele incamminavasi alla volta di Napoli ov’era con ansia indescrivibile aspettato dal popolo. L’entrata reale ebbe luogo il mattino del 7 novembre, e come il tempo era tetro e piovoso, in vettura coperta. Non è a dire le luminarie, le feste che si fecero in quella propizia occasione: il plebiscito otteneva la sua definitiva sanzione dalle acclamazioni entusiaste ed universali del Regno. La gioia, l’ammirazione e il tripudio rendeano gli abitanti frenetici: il buon popolo, più ch’altri mai attaccato ai principii monarchici, dopo due mesi d’intervallo, poteva alla fine di nuovo bearsi delle auguste sembianze d’un Re.

LIX.— Garibaldi, secondo la data promessa, deponeva nelle mani del Re la Dittatura e il governo, dolente solo di non avergli potuto donare pur anco le ambite corone di Roma e Venezia. Gli amici della Dittatura sparirono o si confusero nelle file degli annessionisti o si dispersero: e l’illustre capo della scuola unitaria partiva scorato ed afflitto da Napoli senza punto vedere attivata l’unità dell’Italia. Forse ha dovuto convincersi che nelle Due Sicilie il sistema unitario aveva soltanto ottenuto di rendere sé stesso impossibile.

LX.— Da Napoli Vittorio Emanuele passava a Palermo a prendere egualmente possesso dell’Isola a nome d’Italia. I ministeri in entrambi i Regni vennero tosto ricostituiti a norma e nei modi voluti dal conte Cavour. Uno sciame di moderati e frementi per la causa dell’ordine invase tosto le due metropoli e chiese ed ottenne i frutti degli altrui sacrifici!. Farini, uscito dal ministero, diventava luogotenente in Napoli e il marchese di Montezemolo a Palermo. E il gran portafaci delle passate discordie, l’incorreggibile cospiratore moderato La-Farina, ritornava colla nuova amministrazione trionfante nell’Isola d’ond’era stato mesi prima ignominiosamente espulso.

LXI.— La gloriosa campagna garibaldiana terminava colla resa di Capua. Dopo quell’avvenimento i volontari furono concentrati nei quartieri di Napoli, di Aversa e nelle vicine città. Tutti oggimai prevedevano il destino che loro era stato serbato.

LXII.— Il giorno 8 novembre Garibaldi prendeva commiato da’ suoi e con un ordine del giorno in cui la tristezza siccome la speranza trapela ad ogni linea esortava i volontari ad arruolarsi nell’esercito e a non abbandonare quell’armi delle quali la patria aveva cotanto bisogno. «La provvi«denza, et diceva, ha fatto dono all’Italia di Vitti torio Emanuele. Ogni Italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a Lui. Anche una volta io vi ripeto: all’armi, tutti!» — Quando comparirà il bisogno ci troverà tutti al nostro posta. — E quindi soggiungeva con accenta ispirato e commisto di tenerezza e d’orgoglio: «Accogliete, gioii vani volontari, resto onorato di dieci battaglie, aúna parola d’addio! Io ve la mando commosso a d’affetto dal profondo dell’anima mia. Oggi io a debbo ritirarmi… Ma fora della pugna mi troverà ancora con voi — accanto ai soldati della libertà italiana (257).

LXIII.— Garibaldi s’allontanava da Napoli accompagnato dalle benedizioni d’un popolo cui egli solo, con rara felicità ed audacia, aveva sottratto dall’ugne di cruda tirannide e rigenerato a vita civile e nazionale. Egli ritiravasi al vecchio romitaggio di Caprera pago e soddisfatto nella propria coscienza di quanto aveva operato a pro dell’Italia. Egli ritornava povero com’era partito, ma ricco di memorie e colla sicurezza d’avere collegata Eberhardt, eglino operarono la loro ritirata con incredibile sangue freddo ed intrepidezza, tenendo la faccia rivolta continuamente al nemico e contrastandogli a palmo a palmo il terreno. In vederli avresti detto non essere ritirata quella ma un movimento strategico mediante il quale si ripiegassero a concentrare le forze per quindi tornare più compatti e più animosi all’attacco.

LVIII.— Verso le ore undici antimeridiane i Regii avevano in due punti tagliato la linea dei Garibaldini e rotta la strada di comunicazione tra Garibaldi e Medici e tra Medici e Bixio. Inoltre avevano eglino girata restrema destra di Bixio ed occupato le alture alle spalle di lui che mettono alla valle di Caserta. I volontari si trovavano nella più bruita situazione in cui mai possa trovarsi un’armata: erano per così dire avviluppali e ravvolti in un nembo di fiamme e proiettili. Qualunque esercito regolare che si fosse trovato in quelle difficilissime posizioni sarebbe stato irremissibilmente perduto: ma i volontari hanno vizii e virtù che gli eserciti regolari non hanno, fra cui non ultima è quella di non ben comprendere il pericolo e quindi. di serbare eziandio fra le angustie più gravi la solita calma e la speranza del trionfo.

LIX.— Garibaldi in quel giorno fatale foca prodigii di instancabilità, di previdenza e d’audacia. Egli solo valeva quanto un’armata. Volando fra le truppe sotto il grandinare delle palle nemiche egli era da per tutto,tutto esaminava ed a lutto poneva riparo. Dov’eglj presentavasi i Garibaldini ripigliavano il sopravento ed i Regii dovevano ritirarsi, dond’egli allontanavasi la vittoria tornava a piegare dal lato di Francesco IL Di lui si può dire che il coraggio e l’audacia che infondeva colla sua presenza nel petto ai volontari era uguale allo sgomento ed alla trepidazione che incuteva nei soldati borbonici. Malgrado le dubbie apparenze della battaglia un osservatore profondo e imparziale avrebbe dovuto persuadersi che dove combattea Garibaldi i volontari non poteano esser vinti.

LX.— Già sino dal cominciar dell’assalto Garibaldi aveva spedito istruzioni al comandante la riserva generale Stefano Turr perch’egli si recasse sollecito a prendere parte all’azione che ormai si sentiva imminente. Thiirr obbedendo all’invito lel Generalissimo immediatamente partiva sulla strada ferrata alla volta di Santa Maria e giungeva nel momento opportuno a dar l’ultimo crollo alla fortuna dei Regii ed a partecipare all’ultima e decisiva vittoria dei Mille.

LXI.— Era quello diffatti l’istante supremo. I Regii avevano su tutta la linea ottenuti grandi e incontestati vantaggi. L’ala destra comandata la Bixio era per metà sbaragliata: i soldati della brigata Eberhardt, colpiti da irresistibile panico, si disperdevano in piena rotta pei colli di Maddaloni. I Borboniani già signori della sommità di Monte Caro minacciavano il Molino, la punta di San Michele dove stava accampato il colonnello Piva e l’erta stessa di Maddaloni. Inoltre un corpo realista marciava da Sant’Agata de’ Goti ad oggetto di precludere ai volontari la via di Caserta e piombare alle spalle di Sant Angelo e di Santa Maria. Allo stesso tempo)a sinistra aveva dovuto. ripiegarsi nei punti fortificati che difendevano l’entrata del villaggio, mentre i Regii avanzavansi fin sotto le mura dell’antico anfiteatro capuano. Finalmente il centro respinto dai colli. più bassi e tagliato fuori a destra e a sinistra dal resto dell’armata versava in terribili an. gustie, esposto com’era ad essere schiaccialo dal numero. Per colmo di sventura, dopo lungo e sanguinoso contrasto, la piccola truppa comandata da Bronzetti a Castel Morone, morto il maggiore, era stata costretta ad abbassare le armi. I duecento bersaglieri che la componevano aveano fatto prodigii di valore ed audacemente respinto per più ore i replicati assalti di ben quattromila Borbonici. Mancando loro le munizioni si difesero a lungo smovendo e rotolando enormi macigni sul capo degli assalitori; e non cedettero se non quando, esaurito ogni sforzo, la resistenza era già divenuta impossibile. La perdita di Castel Morone lasciava in pari tempo scoperta la sinistra di Bixio e la destra di Medici.

LXII.— L’annunzio di tanti sinistri divulgavasi colla rapidità del fulmine nei paesi contermini e giungeva nella stessa città di Napoli. Fu in quell’istante indicibile la costernazione ed il tremito. Ad accrescere l’universale terrore sopraggiunsero alcuni Garibaldini sbandati, i quali dimentichi dei proprii doveri e dell’onore italiano non ebbero rossore di profanare l’assisa dei prodi che indegnamente vestivano. Narravano questi terribili particolari del campo che forse non avevano nemmeno veduto, e davano come certa la sconfitta dei loro compagni Non per questo la guardia nazionale e le autorità civili e militari smarritesi d’animo, diedero op?rà a mantenere l’ordine della vasta capitale ed a calmare gli esagerati timori e le apprensioni del popolo.

LXIII.— Il generalissimo napoletano Ritucci, giudicando la battaglia già vinta, rivolse il pensiero ad approfittare dei successi ottenuti ed a compire quello ch’egli credeva la disfatta dei Mille. Ordinò in conseguenza al generale Tabacchi il quale comandava il nono ed il decimo di linea davanti a Santa Maria di portarsi colle sue genti traverso alle campagne sul fianco sinistro di Milbitz e di caricare da quella parte i volontari. Quasi nel medesimo punto spinse una colonna verso le alture di Sant’Angelo con istruzione di piegare in appresso a destra e di coadiuvare alla mossa del generale l’abacchi. La giornata sarebbe stata perduta pe’ nostri se Garibaldi, la cui mente fu sempre di ripieghi feconda, prontamente non accorreva ad arrestare il progresso dell’armi borboniche.

LXIV.— li Dittatore s’avvide della mossa dei Regii e mandò Malenchini col suo reggimento ed una parte del reggimento Winkler sulla estrema sinistra ad opporsi ai progressi nemici. A passo di corsa Malenchini stilava a tergo di Santa Maria e s’appostava nella campagna ad attendervi i Napoletani in una situazione importante e facile alla difesa del pri e all’offesa. Indi a non mollo compariva il grosso delle truppe nemiche preceduto dal settimo cacciatori e da una compagnia di Carabinieri, i quali vennero accolti da una terribile salva di moschetteria. I Napoletani colpiti da prima esitarono: il che vedendo i volontari, abbandonata la posizione, si slanciarono alla baionetta, ributtando i soldati di Francesco II e cagionando loro gravissime perdite. Dopo breve resistenza i Regii disanimati ed impauriti volser le spalle fuggendo dispersi per la vasta spianata ed inseguendoli i nostri per buon tratto di strada nella direzione di Capita. Così la sorte delle armi dal lato di Santa Maria in un punto fu ristorata.

LXV.— In quel mentre arrivava la riserva comandata da Stefano Turr ed entrava difilata in azione. Il primo reggimento della brigata Eber accorreva a sostenere Melenchini ed a completare la rotta dei Regi alla sinistra di Santa Maria. Il tenente colonnello Marco Cossovich col secondo reggimento da lui comandato irruppe sul grande stradale di Sant’ Angelo da quella parte caricando coll’usato vigore il nemico, il quale già minacciava superare le vette e girare la destra di Santa Maria. Né meno fortunato od audace di Melenchini, Cossovich ributtava le profonde colonne borboniche ed a precipitosa fuga costringevate verso il Volturno.

LXVI— I cacciatori napoletani frattanto, ignari della nuova piega che prendeano le cose, furiosamente investivano le barricale erette dai nostri a difendere l’ingresso di Santa Maria: tre reggimenti di linea e un forte corpo di artiglieri e due squadroni a cavallo secondavano quel decisivo conflitto. Il Re stesso conduceali all’assalto: e i conti di Caserta e di Trapani seco lui combattevano. La presenza reale infondeva nel cuor dei soldati una qualche scintilla di ardore guerriero od almeno quel po’ di vergogna che talvolta rattiene i più vili ed assume sovente l’aspetto di virtù e di militare coraggio: per cui il combattimento infieriva al di là di quanto potrebbe idearsi. L’artiglieria napoletana fulminava la fronte dei nostri: una fitta grandine di proiettili avvolgeva le barricate: la terra, scossa dall’insolito fragore, ne pareva tremare ed aprirsi. I cacciatori reali da quel lato eziandio si rendeano, dopo duro contrasto, padroni de’ primi ridotti ed accennavano penetrar nell’interno. Se non che la disfatta del generale l’abacchi sulla destra e l’inaspettata comparsa del colonnello Cossovich alla loro sinistra lasciati li aveva scoperti sui fianchi ed esposti al fuoco incrociato dalle ali garibaldiane. Nello stesso tempo si videro furiosamente assaliti di fronte dal battaglione di fanti ungheresi, dagli usseri e dai cavalleggeri di Napoli che il Dittatore conduceva in persona al conflitto. Da quell’istante ogni resistenza divenne impossibile, i Napoletani, colti dal solito panico, retrocessero in furia e ben presto sbandavansi per la vicina campagna, travolgendo seco nella fuga la stessa persona del Re. Buon numero di morti e feriti, una grande quantità di armi ed attrezzi ed una intiera batteria da campo, vennero abbandonate nelle mani dei Mille. Il sesto ed il settimo cacciatori quasi per intiero sul campo restarono.

LXVIÍ.— La divisione di Medici, che al cominciar della zuffa s’era allineata sul versante dei colli di fronte agí irrompenti Borbonici, aveva essa pure dovuto dopo accanita resistenza piegare e ripararsi nelle sue posizioni. Assalita colà dal nemico tre volte superiore di numero manteneva per più ore un ineguale contesto nell’imminente pericolo d’una piena disfatta. I Regii spingendosi in masse profonde e serrate tolsero ai volontari alcuni ridotti già eretti a difesa del villaggio e dei prossimi colli, e s’insignorirono pur anche di pochi cannoni ch’eglino atristante inchiodarono. I colonnelli Gadolini e Vacchieri coi due reggimenti della brigata Simonetta, i bersaglieri ed i fanti di Dunneed i carabinieri genovesi operarono prodigi di virtù e di coraggio: in quatte’ore di fuoco incessante, malgrado il numero e la fortuna propizia, i Regii non riuscirono a guadagnare terreno oltre lo spazio di un miglio. Dovunque e sempre trovarono una resistenza indomata, un muro, per così dire, d’acciaio, contro il quale spuntavasi la loro baldanza od audacia. Se non che, nel punto che la battaglia pareva definitivamente pei nostri perduta, una vigorosa carica di Vacchieri e di Spangaro riponeva in equilibrio le sorti del giorno e in breve ora le conversero in favore dell’armi italiane.

LXVIII.— A destra i Bavaresi e gli Svizzeri, già signori della cresta di Monte Caro, cui i volontari aveano abbandonato in seguito alla ferita toccata al maggiore Boldrini che comandavali, minacciavano circondare il villaggio di Maddaloni e Pala intiera di Bixio. Il colonnello Dezza, a cui aveva Bixio affidato la difesa di quel punto importante, raccolte in tutta fretta alcune compagnie di bersaglieri, spingevate contro il nemico. La quarta compagnia del maggiore Menotti Garibaldi veniva ben tosto a raggiungerle: nel frattempo il colonnello Taddei si portava ad assalire di fianco le alture perdute, e lo stesso Dezza colla sua brigata, accorrendo a sostenere i bersaglieri, allo scoperto e di fronte investivate. Lo scontro fu sanguinoso: i Regii resistettero con audace ostinazione al fuoco dei nostri; ma slanciatisi questi alla baionetta, piegarono, retrocessero e ben tosto fuggirono.

LXIX.— Rioccupate le creste del Caro e securo oggimai della sua posizione, Dezza ritornava al maggiore Menotti il quale teneva imperterrito le alture di mezzo tra il Caro suddetto e il quartier generate. Strada facendo Dezza si avvide che i Regii, salendo coperti dal bosco che veste la montagna, miravano a riprendere, attaccando alte spalle, i gioghi perduti ed assalire il quartier generate medesimo. Non v1 era un istante a perdere: Dezza, postosi alla testa del primo battaglione che v’era di guardia, ordinò egli stesso e diresse la carica, mentre Menotti investivali di fianco. 1 Regii disordinati e battuti lasciarono tosto l’attacco e fuggirono, inseguendoli i nostri sino all’altipiano di Valle.

LXX.— Nello stesso momento il centro della divisione ributtava la colonna condotta dal generale Van Mickel: per cui, colto il destro, Dezza accingevasi ad ascendere, coi pochi soldati che potè raggranellare, la montagna allo scopo d’intercettare la ritirata all’artiglieria ed alla cavalleria nemica. Se non che la consegna di mantenere le sue posizioni ispiravagli tosto la necessiti di restare ed inducevalo a frenare lo slancio de’ suoi vittoriosi soldati.

LXXI.— Un. piccolo corpo di borboniani, che durante la battaglia era pervenuto a procedere oltre la linea dei nostri e a portarsi a tergo di Sant’Angelo, sorpreso dalla brigata Sacchi e da parte della brigata Simonetta, si vide bentosto costretto ad abbassare le armi e ad arrendersi. Un altro corpo assai più ragguardevole e composto di circa quattro mila Reali che aveva girato l’estrema destra di Bixio, trovandosi chiuso il ritorno a Capua, procedette sulle montagne di Caserta senza probabilità di salvezza o di scampo e facile preda ai vincitori.

LXXII.— Verso le tre pomeridiane dopo nove ore di fuoco, la disfatta dei Regii fu piena, decisiva e completa. La ritirata ebbe luogo con auspicii sinistri e si converse ben tosto in un salva chi può generale. La confusione, il disordine furono estremi: le compagnie si sbandavano, i battaglioni, i reggimenti e le intiere brigate, rotta ogni disciplina, promiscuamente accalcavansi ad oggetto di riparare al più presto nella vicina fortezza e nel campo. Ogni idea di rossore o vergogna, di dignità o dovere, di onore o virtù militare taceva in quell’anime in cui solo parlavano lo sgomento e il terrore l’onnipotente loro linguaggio. Molti si dispersero per le vicine campagna, moltissimi, gettate le armi, si nascosero ne’, propinqui cascinali poiché loro mancava pur anco il negativo coraggio della fuga; e non pochi accalcatisi sulle rive del fiume, volendo tragittarlo, affogarono. I Garibaldini vincitori gl’inseguirono sin oltre Formicola, ed a sinistra fino a cento metri dalle mura stesse di Capua (258).

LXXIII.— Il vegnente mattino secondo d’ottobre i Garibaldini s’accingevano a dare la caccia alla colonna borbonica, la quale tutlavolta aggiravasi dispersa fra le montagne del nord di Caserta. Questa, o credesse possibile riprendere l’offensiva su Napoli, ola movesse necessità di procacciarsi i viveri, di buon’ora scendeva alla volta di quella città. Air avvicinarsi dei Regii fallarme fu dato per tutta la valle 1 le guardie nazionali di Caserta si schierarono dentro le mura pronte a contrastarle e a difenderle. Se non che i Borboniani si trovarono indi a non molto raggiunti e rinchiusi tra la brigata Sacchi già di presidio a San Leucio e due battaglioni di bersaglieri Sardi in quelle vicinanze acquartierati. Stretti in tal guisa da tutte le parli i Reali, dopo scambiato qualche colpo, deposero atterriti le armi e si dieder prigionieri di guerra (259).

LXXIV.— I giornali moderati dell’Italia settentrionale in que’ giorni spacciarono che l’armata garibaldina stava per essere completamente disfatta al Volturno il 1.° ottobre, e che i due suddetti battaglioni di bersaglieri erano sopravvenuti in tempo a ristabilire l’onore delle armi italiane ed a strappare al nemico una vittoria di già riportata. Tutto ciò è solenne menzogna: non un solo soldato dell’esercito regolare in tutto il giorno 1.° ottobre comparve sul campo di battaglia: perocché sebbene i volontari versassero per più ore in terribili angustie, ed ancorché i bersaglieri accampassero a Caserta Vecchia e quindi in prossimità del luogo detrazione ed avessero tutta Importunità di partecipare alla lotta, non si mossero dai loro quartieri. Eglino soltanto comparvero il giorno dopo la grande vittoria a stringere presso Caserta le troppe sbandate dei Regii ed a cooperare alla loro capitolazione. Egli è vero pur troppo che molti avrebbero forse meglio desiderato che Garibaldi al Volturno fosse rimasto battuto per appropriarsi in faccia all’Italia la gloria di avere essi soli salvata la patria (260).

LXXV.— Rientrava Francesco la sera alla sua residenza di Capua coll’esercito orribilmente decimato dal ferro dei volontari e dalle non meno numerose defezioni. Da quell’istante costretto vedevasi ad abbandonare ogni idea di riprendere l’offensiva, perocché coll’esporsi ad una nuova battaglia non avrebbe fatto che affrontare una nuova sconfitta. Né Capua poteva lungamente resistere all’urto dei Garibaldini, l’audacia dei quali per le recenti vittorie doveva essere a dismisura cresciuta. Per la qual cosa, e forse anche temendo che più tardi gli venisse intercetta la strada, l’infelice monarca lasciava la difesa del forte ai conti di Caserta e di Trapani, mentr’egli colla moglie riparava in Gaeta.

LXXVI.— Tale fu l’esito della battaglia che decise per sempre le sorti del Regno e della dinastia dei Borboni. Dopo la disfatta subita al Volturno ogni resistenza diveniva inopportuna ed inutile e solo giovava a salvare l’onore delle armi. Trattavasi non già di vincere e di ricuperare il perduto, ma di prolungare un’ agonia lenta e dolorosa a cui tosto o lardi doveva seguire l’estrema rovina. Capua e Gaeta erano punti fortificati di somma importanza e potevano per un tempo lottare e difendersi: ma l’esperienza dimostra la inutilità delle fortezze quando non si hanno eserciti da tener la campagna e proteggerle. Le angustie dell’assedio, le malattie, la fame e la mancanza di munizioni che s’esauriscono sempre sono irreparabili mali e valgono essi soli ad espugnarne e demolirne le porle, i baluardi e le mura.

fonte

https://www.eleaml.org/ne/stampa2s/1861-PERINI-La-spedizione-dei-Mille-storia-documentata-2025.html#LIBRO_XII

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