La storia di Giuseppe e quella di Tamar (Genesi 37-47) di Giuseppe Gangemi
Argomenti degli 11 capitoli
I dodici figli del Patriarca Giacobbe danno origine alle dodici tribù di Israele. I nomi dei figli in ordine di età, dal maggiore al minore: Ruben, Simeone, Levi, Giuda, Dan, Neftali, Gad. Aser, Issachar, Zabulon, Giuseppe e Beniamino. Giuseppe, protagonista di questa storia, è il beniamino di Giacobbe.
37: Sogni di Giuseppe; – Giuseppe viene venduto;
38: I figli di Giuda, fratello di Giuseppe; – Giuda e Tamar;
39: Giuseppe in casa di Putifar; – Giuseppe resiste alla moglie di Putifar; – Giuseppe in prigione;
40: Giuseppe spiega i sogni dei compagni;
41: I sogni del Faraone; – Giuseppe spiega i sogni del Faraone; – Giuseppe viceré d’Egitto; – Governo di Giuseppe; – Figli di Giuseppe; – Fame generale;
42: I fratelli di Giuseppe in Egitto; – Dolore di Giacobbe;
43: Seconda venuta dei fratelli di Giuseppe in Egitto;
44: Giuseppe mette a nuova prova i fratelli; – Giuda si offre in cambio di Beniamino;
45: Giuseppe si fa riconoscere dai fratelli;
46: Giacobbe in Egitto; – Incontro di Giacobbe con Giuseppe;
47: Giacobbe e i figli del Faraone; – Nella terra di Gessen; – Nuovi provvedimenti di Giuseppe; – Ultimi anni di Giacobbe.
Quante e quali sono le storie in Genesi 37-47?
1) la storia di una famiglia che perde un figlio e lo ritrova;
2) una storia individuale di successo (da pastore a viceré di un grande regno);
3) la storia di un uomo santo che ha appreso a perdonare anche le peggiori offese;
4) la storia di un uomo puro che sa resistere alle tentazioni (vedi moglie di Putifar);
5) la storia di un uomo benvoluto da Dio al punto da dargli il potere di divinazione;
6) la storia di un uomo con una forte presunzione che gli fa sognare di essere, per quanto penultimo nato, migliore dei fratelli (e pretendere il loro riconoscimento);
7) la storia di un uomo con una forte presunzione che gli fa sognare di poter pretendere di essere migliore del padre e della madre;
8) la storia di un uomo che rende schiavo un popolo cui non appartiene e crea la premessa per rendere schiavo il proprio popolo.
Cercare, nella storia di Giuseppe e di Tamar, l’efficienza e l’efficacia
La più rilevante contrapposizione in una valutazione è che essa può essere considerata all’interno di due esigenze che condizionano la vita di ogni istituzione e di ogni individuo e che producono due diversi frame: l’efficienza che ha a che fare con i mezzi adottati; l’efficacia che ha a che fare con gli scopi dichiarati o latenti.
Efficienza = fare le cose nel modo giusto. L’efficienza riguarda i mezzi e, nel caso della razionalità, gli strumenti per arrivare a una valutazione che sia considerata valida
Efficacia = fare le cose giuste. L’efficacia riguarda i fini da raggiungere con i mezzi che sono considerati razionali rispetto allo scopo.
La storia di Giuseppe nel cap. 37
Giuseppe è il penultimo di dodici fratelli. È benvoluto dal padre e i fratelli sono gelosi. Giuseppe fa un sogno: i manipoli del campo legati dai fratelli si inchinano al suo manipolo; come a dire che egli è loro superiore; Giuseppe fa un secondo sogno: il sole (il padre), la luna (la madre) e 11 stelle (i fratelli) si inchinano a lui; come a dire che è superiore ai fratelli e ai genitori. Questa predizione si avvera, è inaudita per una società patriarcale.
Per quanto assolutamente inconcepibile, in quella cultura, il sogno del sole e della luna si realizza alla fine della storia. Ergo, secondo la cultura dei tempi, Giuseppe è benvoluto da Dio e predestinato perché solo da Dio viene la capacità di predire il futuro.
Ma perché Giuseppe è predestinato da Dio fin dall’inizio? Perché Dio lo vuole superiore ai genitori sin da giovane? Quali è il suo merito o sono i suoi meriti che giustificano questa predilezione di Dio?
La storia di Tamar nel cap. 38
Giuda è uno dei fratelli di Giuseppe. Va in un’altra terra, si sposa e ha tre figli. Il maggiore sposa Tamar, ma muore senza figli. Per la legge del levirato, la vedova deve sposare il fratello del morto e i figli sono considerati figli del morto.
Il secondo fratello, sapendo che i figli non sarebbero stati suoi, impediva che la moglie concepisse
Il secondo fratello muore e tocca al terzo, ancora troppo giovane, sposare Tamar.
Il tempo passa e Giuda non mantiene la promessa. Quando il terzo figlio è diventato grande, Tamar decide di agire.
Aspetta il suocero fingendosi una prostituta e va a letto con il suocero. In pegno si fa dare tre oggetti.
Tamar resta incinta e il suocero la condanna a morte. Ma andando verso il patibolo, Tamar fa consegnare i tre oggetti al suocero che li riconosce e si rende conto che Tamar era nel giusto e che non può essere punita. Anzi, è egli stesso da disprezzare per quanto successo.
Intermezzo di domande tra l’utile e l’inutile
Quanto tempo passa tra l’andare via di Giuda, dopo la vendita di Giuseppe, e l’episodio di Tamar? Almeno 25-30 anni: il tempo del matrimonio del primo figlio, del matrimonio del secondo, il tempo che cresca il terzo, troppo giovane alla morte del secondo fratello, e il tempo che Tamar rimanga incinta.
Quanto tempo passa tra la vendita di Giuseppe, i sogni del Faraone e l’inizio della carestia? Sette anni di vacche grasse. Quanti anni con Putifar? Quanti in prigione? Sono più o meno dei 25-30 anni della storia di Giuda?
Ma se Giuda sta fuori così tanto tempo, da quanto tempo è ritornato dal padre? Nessuna indicazione ci viene data a questo proposito.
Ma è Giuda il vero protagonista di questa storia? A mio avviso, la vera protagonista è Tamar.
Ma non è questa la storia di Giuseppe? Cosa aggiunge alla storia di Giuseppe questa storia di Giuda, che poi è la storia di Tamar?
Se non aggiunge niente alla storia di Giuseppe, perché inserire la storia nel mezzo di un’altra storia? Aggiunge qualcosa? E che cosa?
Seconda parte della storia di Giuseppe, capp. 39-47
Giuseppe viene venduto al ricco Putifar, egiziano, che ne scopre le doti di organizzatore e amministratore e gli affida la gestione della casa.
La moglie di Putifar si invaghisce di Giuseppe e ci prova. Giuseppe rifiuta e la moglie si vendica dicendo al marito che ha tentato di violentarla. Il marito le crede.
Giuseppe viene messo in prigione e il capo del carcere ne scopre le doti di organizzatore e amministratore e gli affida la gestione del carcere e dei prigionieri.
Il coppiere e il panettiere del Faraone furono messi in prigione e fecero conoscenza di Giuseppe. Ebbero, poi, ciascuno un sogno. Giuseppe se li fece raccontare e li interpretò. Al coppiere disse: entro tre giorni sarai riabilitato nel tuo ruolo. Al panettiere disse: entro tre giorni sarai messo a morte dal Faraone. E così è stato.
Il coppiere graziato aveva promesso a Giuseppe di intercedere per lui presso il Faraone, ma se ne dimenticò e non lo fece.
Il Faraone ha, nella stessa notte, due sogni: sette vacche grasse escono dal fiume, dopo di loro escono altre sette vacche magre che si mangiano le prime; sette spighe piene uscite dallo stesso stelo sono divorate da sette spighe vuote uscite da un unico stelo.
Nessuno sa interpretare i sogni. Il coppiere si ricorda di Giuseppe e il Faraone lo manda a chiamare. Giuseppe interpreta i sogni, come se fossero un solo sogno: dopo sette anni di abbondanza seguiranno sette anni di carestia; bisogna organizzarsi in modo che il di più prodotto negli anni buoni sia utilizzato per sopravvivere negli anni cattivi che verranno poi.
Ammirato dalla predizione e dalla proposta, il Faraone fa di Giuseppe il suo viceré e lo fa governare al suo posto, relativamente alle cose da fare per affrontare la lunga carestia.
Giuseppe fa costruire silos e granai dove fa mettere per i sette anni di abbondanza tutto il di più prodotto, comprato dal Faraone, e utilizza queste riserve di grano e altri prodotti nei sette anni di carestia, per venderli a chi ne ha bisogno.
Si sposa con una egiziana e ha due figli.
La carestia non c’è solo in Egitto, ma ovunque. Da tutte le parti vengono a comprare grano. Ci vengono anche dieci fratelli di Giuseppe. Beniamino, troppo giovane, resta a casa.
Giuseppe li riconosce, ma non si fa riconoscere. Parla loro attraverso un interprete anche se li capisce. Li accusa di essere spie e li costringe a tornare solo al patto che uno di loro resti in ostaggio e gli venga portato Beniamino. Solo a quel punto, dice, si convincerà che non sono spie.
Li rimanda a casa con la promessa che torneranno. Di nascosto da loro, restituisce loro il denaro che hanno pagato facendolo nascondere dentro le sacche di grano.
Nel corso del viaggio, si accorgono del denaro.
Vanno dal padre e raccontano che il viceré vuole Beniamino per restituire l’altro fratello tenuto in ostaggio.
Il padre Giacobbe rifiuta di mandare Beniamino.
Siccome la carestia incalzava, Giacobbe sentì l’esigenza di avere altro grano e messi e mandò di nuovo i fratelli, con il denaro da restituire (quello trovato nei sacchi), regali e altro denaro per comprare altro cibo. Mandò anche Beniamino con i fratelli.
Questi, arrivati in Egitto, furono invitati a casa di Giuseppe e si fece un gran pranzo. Tentarono di restituire il denaro, ma non fu accettato. Giuseppe non si rivelò ai fratelli.
Giuseppe fa ripartire i fratelli con il grano e rimette nelle sacche il denaro, ma anche una coppa d’argento nel sacco di Beniamino. Essi partirono e furono raggiunti dagli uomini di Giuseppe che perquisirono i sacchi e trovarono la coppa.
Giuseppe minaccia di condannare a morte Beniamino e poi decide di trattenerlo come schiavo. Giuda si offre al posto di Beniamino.
Giuseppe si fa riconoscere e spiega loro che non devono temerlo. È stata la volontà di Dio a far sì che le cose andassero come sono andate. Egli è stato venduto per poter andare avanti e salvare i figli di Israele (altro nome di Giacobbe). Sono solo i primi due anni di carestia. Ce ne saranno altri cinque. Tornate a casa e portate tutti gli Ebrei, insieme a Giacobbe. Vi trasferirete nella terra di Gessen. I fratelli ritornano da Giacobbe e tutti vi si trasferiscono. Il Faraone e gli egiziani sono felici di accogliere i nuovi arrivati.
Giacobbe parla con Dio che gli dice che è bene che vadano in Egitto e che rientra nella volontà di Dio questo trasferimento. Si trasferiscono in Egitto settanta persone. Hanno portato anche i loro animali. Giacobbe è felice del figlio ritrovato.
Giuseppe spiega loro che, se interrogati, devono dire di essere pastori e di esserlo stati da generazioni. Per questo devono stare nella terra di Gessen, isolati dagli Egiziani, perché questi disprezzano i pastori.
Giuseppe vende per sette anni tutto il cibo dei silos e dei granai e il ricavato lo mette nelle casse del Faraone.
Venuto a mancare ai compratori il danaro, Giuseppe chiese loro il bestiame. Per un anno si nutrirono dando in cambio il bestiame.
Venuto a mancare il bestiame, furono chieste le terre per il grano. Il Faraone divenne il proprietario di tutte le terre e tutti gli Egiziani suoi servi. Con l’eccezione delle terre dei sacerdoti che il grano non lo pagarono.
Da allora in poi, le terre del Faraone furono lavorate dai vecchi proprietari al prezzo del 20% del loro raccolto.
I punti decisivi e contrapposti delle due storie
Cap. 38: Tamar usa mezzi peccaminosi (si finge una prostituta e ha un rapporto con il suocero) per realizzare un fine giusto (il rispetto della legge levitica). Tamar privilegia l’efficacia all’efficienza.
Cap. 47: Giuseppe acquista il grano in periodi di abbondanza, quindi a basso prezzo, e lo rivende in periodo di carestia, quindi a prezzo alto. Giuseppe privilegia l’efficienza all’efficacia. Vi era un’alternativa? Scambiare il grano ricevuto a quello restituito a parità di prezzo o a parità di quantità. L’efficienza (cioè la legalità della legge positiva) può entrare in conflitto con l’efficacia (cioè la legalità della legge giusta).
Conseguenza della scelta dell’efficienza a preferenza dell’efficacia
Scegliendo l’efficienza e ignorando l’efficacia, Giuseppe aggiunge al sogno del Faraone una propria scelta che è causa dell’errore. Quale sia questa scelta non è possibile decidere perché è una scelta che varia dalla buonafede (scegliere di rispettare la legge scritta) alla malafede (scegliere di privilegiare il giusto alla legge).
La scelta di Giuseppe è quella di acquistare e vendere il grano al prezzo di mercato. In questo modo compra a prezzi bassi e vende a prezzi alti. La conseguenza è che il popolo d’Egitto perde il denaro, poi le terre e poi il bestiame e si trasforma in schiavo del Faraone. La schiavitù degli Egiziani rende possibile, generazioni dopo, la schiavitù degli Ebrei da cui, poi, dovranno essere liberati da Mosé.
Nota
L’idea di questa chiave di lettura della storia di Giuseppe mi è venuta leggendo Aaron Wildavsky Assimilation versus Separation. Joseph the Administrator and the Politics of Religion in Biblical Israel.


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