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La strage Guerriglia e repressione

Posted by on Nov 19, 2019

La strage Guerriglia e repressione

Si manifestò con: lo stato d’assedio, le fucilazioni in piazza, i processi addomesticati e truccati quando occorreva, le migliaia di deportati nei campi di concentramento al confino.

La legge Pica aboliva qualsiasi garanzia costituzionale (La Marmora ordinò ai procuratori di “non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito”).

Furono distrutti 51 paesi; ricordiamo, simboli di tanta tragedia, Casalduni e Pontelandolfo; il 14 agosto 1862, le truppe piemontesi circondano ed attaccano questi due inermi paesi del Sannio.

Non c’erano Briganti, solo donne, vecchi e bambini: tutti ugualmente massacrati con violenza e furono piú di 900 morti.

Essi rientrano nel bilancio finale del grande massacro perpetrato dai piemontesi, un’enorme tragedia che ancora oggi, a 140 anni dai fatti, segna profondamente quelle contrade.

A quei tempi considerazioni che oggi definiremmo razziste erano ancora legittimate dalla cultura e anche nei rapporti ufficiali gli abitanti del Sud erano paragonati a “incivili beduini”.
Massimo d’Azeglio scriveva che “unirsi ai Napoletani è come andare a letto con un lebbroso”, ovviamente il termine “napoletano” era riferito a ogni abitante della “Bassa Italia”.

II primo dei criminologi positivisti, Cesare Lombroso, effettuo` misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di ottenere la prova scientifica che i Meridionali avevano una predisposizione innata per il crimine.

I Briganti, autentici militi ignoti, avevano combattuto per la loro Patria “in una disperata solitudine ed in un’eroica inattualità”.

Uno di essi, Gianni De Vita, luogotenente di Crocco, durante lo svolgimento del processo che lo condannò ai lavori forzati a vita, espresse in una frase tutto ciò che il nuovo ordine politico rappresentava per il popolo Duosiciliano :

“Fummo calpestati e ci vendicammo”.
La resistenza fu molto accesa nei primi cinque anni dalla unificazione forzata e durò fino al 1872.
Nessun fenomeno ” delinquenziale ” può durare cosí a lungo in presenza di oltre centomila uomini deputati alla sua repressione.

Dagli studi di Alessandro Romano ricaviamo questi dati:

Guerriglieri ed oppositori politici (1861 – 1872)
CADUTI IN COMBATTIMENTO… ……154.850
FUCILATI O MORTI IN CARCERE…..111.520
TOTALE DELLE PERDITE………………266.370


Perdite piemontesi…………….(1861 – 1872)
CADUTI IN COMBATTIMENTO…….21.120
MORTI PER MALATTIA O FERITE…1.073
DISPERSI O DISERTORI………………820
TOTALE PERDITE………………………..23.013

L’esercito piemontese perse piu’ uomini nella repressione del cosiddetto ” brigantaggio” che nelle cosiddette ” guerre di indipendenza”.

Riporta lo storico O’ Clery ( op. cit. pag. 508 e segg. , modif.) ” Disse il deputato liberale Ferrari, intervenendo al Parlamento di Torino nel novembre 1862 :

” Potete chiamarli briganti ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; ma i padri di questi briganti hanno riportato per due volte i Borboni sul trono di Napoli [… ].

Che cos’è in definitiva il brigantaggio?”, chiese.

“È possibile, come il governo vuol far credere.che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi possano tener testa un intero regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari?

Perche’ questi 1.500 devono essere semidei, eroi!

Ho visto una città di 5000 abitanti completamente distrutta. Da chi? Non dai briganti”.

Nel dibattito dell’8 maggio 1863, alla Camera dei Comuni britannica, oratori di varie correnti politiche si dichiararono d’accordo con il Ferrari sul cosiddetto “brigantaggio”, ossia che si trattava di una vera guerra civile.

“Il brigantaggio”, disse Mr. Cavendish Bentinck, “è una guerra civile, uno spontaneo movimento popolare contro l’occupazione straniera, simile a quello avvenuto nel regno delle Due Sicilie dal 1799 al 1812, quando il grande Nelson, sir John Stuart e altri comandanti inglesi non si vergognarono di allearsi ai briganti di allora, e il loro capo, il cardinale Ruffo, allo scopo di scacciare gli invasori francesi”.

“Desidero sapere”, rilevò Disraeli nel corso della stessa seduta, “in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso di discutere su quelle del Meridione italiano.

È vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma, al di là di questo, non ho appreso da questo dibattito nessuna altra differenza fra i due movimenti”, ne’ era facile rilevarne altre.

Nei due Paesi era in corso una guerriglia contro l’autorità governativa, che in entrambi i casi reagiva con una politica di terrore.

La tesi sostenuta dal governo piemontese, e dai suoi fautori liberali di tutta l’Europa, era che il “brigantaggio” era un fenomeno limitato agli Abruzzi, all’area nei pressi della frontiera con lo Stato pontifìcio e che anche lì, non si trattava di una rivolta spontanea, ma di incursioni organizzate dai borbonici negli Stati papali, con la connivenza del governo romano, inviate attraverso le frontiere per depredare e distruggere al solo scopo di turbare la pace del Paese e creare difficoltà al governo.

Questa tesi venne più di una volta sostenuta da Palmerston alla Camera dei Comuni nel 1862 e nel 1863. Essa serviva a due fini: mantenere viva la convinzione che il governo piemontese non era impopolare nel Meridione, e screditare il governo romano. creando un nuovo pretesto per chiedere che Roma diventasse capitale d’Italia.

Tale tesi, comunque, cadde in pezzi davanti ai fatti rilevati da fonti ufficiali, come le misure di repressione adottate dai piemontesi nel Sud, dal 1860 al 1865.

Da tutto quanto abbiamo narrato appare evidente che l’unità fa imposta all’Italia meridionale col terrore e con la distruzione, e che “i liberatori” schiacciarono le vere aspirazioni del popolo con esecuzioni e incarcerazioni di massa, con una guerra sanguinosa durata anni e con l’annientamento di tutte le libertà locali. I sistemi borbonici, cosi’ spesso condannati, vennero mantenuti in vita dai Piemontesi che li resero solo “efficienti”, e anche uomini come Nicotera e Napoleone III ammisero che il mutamento era avvenuto in peggio.

I cittadini avevano perso la sicurezza della propria incolumità fìsica e dei propri beni, ricevendo in cambio il diritto di voto, la coscrizione obbligatoria, le tasse gravose, la guerra civile, le carceri stracolme e le città in rovina.

La russificazione della Polonia è il fatto che ricorda più da vicino la fine della libertà del Meridione, avvenuta ad opera degli agenti di re Vittorio Emanuele, negli anni che seguirono il cosiddetto plebiscito dell’ottobre 1860.

Il sistema di violenze, massacri e spargimento di sangue col quale il governo piemontese represse la reazione non fu denunciato soltanto dai borbonici.

Anche fra i liberali del Parlamento di Torino vi furono uomini onesti e leali, che dichiararono pubblicamente quanto era a loro conoscenza.

“Non potete negare”, affermava Giuseppe Ferrari nel dibattito del 29 aprile 1862, “che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere.

Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato.

Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere.

Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi”.

divulgato da Gianni Giunfrini

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