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La strategia militare di Fabrizio Ruffo e la “deditio ad unum”

Posted by on Giu 8, 2026

La strategia militare di Fabrizio Ruffo e la “deditio ad unum”

Giuseppe Gangemi

Nella Roma repubblicana aveva grande valore un istituto giuridico, quello della “deditio”, che, successivamente, evolvendosi, in lingua italiana, si è cominciato a indicare come “dedizione”. Questo istituto, generalmente, cominciava nella forma della “deditio ad unum”, cioè con il fatto che il comandante romano poteva assumersi la responsabilità di accogliere nell’istituto della “dedizione”, facendosi provvisoriamente garante di una “fides” laica (credenza piena e fiduciosa che l’altra parte contraente un patto lo rispetterà con lealtà) della comunità “dedita”.

Nella Roma imperiale la “deditio” poteva essere concessa anche alle genti barbariche che, anche se avevano mosso guerra o invaso qualche provincia, anche solo un attimo prima della loro definitiva sconfitta e sterminio, si arrendevano consegnando al vincitore l’élite responsabile delle decisioni che avevano portato a quell’epilogo.

Nel tardo Medioevo e nella prima Età moderna molte delle conquiste che portarono dalle singole repubbliche cittadine alla costituzione degli Stati regionali italiani furono realmente o vennero spacciate come “dedizioni” spontanee delle comunità “dediticie”.

Il Cardinale Ruffo conosce benissimo, per i suoi studi al Collegio Clementino, la cultura giuridica romana e la storia sia della Roma repubblicana, sia quella della Roma imperiale. Inoltre, è un acuto osservatore della realtà e ha anche una vasta rete di intellettuali che gli può fornire le informazioni empiriche e le chiavi di lettura di cui ha bisogno per capire la situazione: innanzitutto la rete dei religiosi che non hanno aderito alla Repubblica, una rete in cui ha un ruolo apicale di forte rilevanza in qualità di Cardinale; la capillare rete di membri dell’Arcadia Reale che ha avuto un peso rilevante nel far circolare la diffusione di lettere, scritti estemporanei, volantini, pamphlet, etc. fondata dal Conte Vincenzo Galdi con lo stesso nome di Accademia degli Immaturi erede che aveva ricevuto l’accademia fondata nel Cinquecento da re Alfonso I d’Aragona e rifondata, dallo stesso Galdi, nel 1794 con una accentuazione antigiacobina, anche recuperando le posizioni critiche di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori nei confronti delle filosofie di Voltaire e Jean-Jacques Rousseau; ma anche “quanti occupano giammai luminosi Ufizj Dignità, e Cariche, in questi due Stati della Maestà Sua” (Galdi 1799, 7) cui segue un lungo elenco di religiosi e funzionari rimasti in carica o sostituiti, ma comunque in rete con l’Arcadia.

Tutte queste reti gli hanno fornito le informazioni necessarie per elaborare un piano: l’insoddisfazione di molti che, per paura o conformismo, hanno aderito alla Repubblica, ma desiderano il ritorno del re; l’insofferenza di molti della borghesia, della nobiltà e del popolo ridotti all’impotenza con 60.000 morti, ma non ancora domi; la disponibilità di molti sbandati dell’esercito del re e persino di reclutati nell’esercito repubblicano di cambiare fronte alla prima occasione.

Inoltre, Fabrizio Ruffo ha una cognizione chiara della situazione dei vari strati della società del Regno di Napoli quando si offre ai sovrani per andare nelle Calabrie e cominciare a fermare l’avanzata giacobina e, poi, risalire la penisola e cercare di liberare il maggior numero di territori possibili prima dell’arrivo degli alleati della Seconda Coalizione: Austriaci che si concentreranno sull’Italia settentrionale, i Russi e gli Ottomani che sono impegnati nella riconquista di Corfù e gli Inglesi che sono ancora impegnati a distruggere l’esercito lasciato da Napoleone in Egitto.

Nella sua negoziazione per ottenere l’incarico, chiede sia messo per iscritto: di essere l’Unico Vicario del Re e, quindi, di poter fare e disfare senza dover rispondere a nessuno; di ricevere congrui finanziamenti (500.000 ducati da raccogliere per lui) per poter evitare di tassare le popolazioni da convincere a battersi contro i Repubblicani; di avere almeno una parte dei nuovi reggimenti che sdarebbero stati formati in Sicilia; di avere armi in abbondanza nel caso arruolasse volontari e munizioni per sostituire quelle consumate.

Promesse per iscritto queste garanzie, Ruffo parte con otto compagni, 1.500 ducati (una mensilità dei finanziamenti promessi) e una strategia basata sul principio della deditio ad unum: “Che la guerra dovesse farsi soltanto a’ giacobini ostinati, i quali stessero colle armi in mano, non già contra coloro, che sebbene per l’addietro fossero stati aderenti a’ ribelli, si fossero poi pentiti e rimessi alla clemenza del re, e molto meno contro le robe dei cittadini pacifici” (Sacchinelli 1836, 119). Fondamentale è che le popolazioni abbiano “fides” nelle sue promesse  che giorno 17 aprile, a Corigliano, formalizza con un editto di perdono generale (Casaburi 2003, 96).

Varie sono le prove che mostrano la decisiva scelta della propria strategia: da una parte, il fatto che, più si sparge la voce della generosità del Cardinale nel perdonare il peccato di avere collaborato con i Giacobini, più aumentano le diserzioni di militari e le defezioni di civili a favore dello schieramento sanfedista. Ci sono, inoltre, le prove a contrario:  “La persecuzione dei Giacobini e non Giacobini, che si faceva per la città, aumentava ogni giorno il numero dei difensori dei Castelli e delle vicinanze di Sant’Elmo” (Battaglini e Placanica 2000, II, 630). Solo 4 dei ribelli di Crotone vengono condannati a morte dagli uomini di Ruffo. Altri a pene meno pesanti. Tanti vengono assolti. Tantissimi i perdonati e lasciati liberi senza processo.

Ma anche le violenze gratuite, nei confronti della popolazione civile. Per questo, quando il re gli offre di concedergli forzati e altri tipi di condannati al carcere, Ruffo li rifiuta. Alle rimostranze del re e di Acton reagisce spiegando che, senza clemenza, gli altri paesi avrebbero resistito di più. La possibilità di perdono rende più facile la marcia vittoriosa (Roncuzzi 2022, 169).

I galeotti, un migliaio circa, sbarcati in Calabria da Danero, con le navi inglesi, non si muovono nella direzione dei Giacobini, ma saccheggiano i paesi già liberati. Gli uomini del Cardinale vogliono ritornare ai loro paesi per difendere le loro famiglie. Ruffo rischia di perdere parte del suo esercito. Calma i suoi chiedendo loro pochi giorni per risolvere la faccenda, raccoglie i più fedeli e li porta nei luoghi dove sono i galeotti. Li sottomette e li fa ritrasportare ai luoghi di provenienza con le navi inglesi.

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