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LA TRUFFA DEL PLEBISCITO DELL’OTTOBRE 1860

Posted by on Mag 10, 2022

LA TRUFFA DEL PLEBISCITO DELL’OTTOBRE 1860

tempo fa, ignoti sovrapposero alla targa di Piazza del Plebiscito in Napoli, un manifesto con la dicitura ”Piazza del Falso Plebiscito”. Un atto provocatorio, che denunciava una verità troppo a lungo nascosta. Il Plebiscito dell’ottobre 1860 per l’annessione al Piemonte fu infatti una vanagloriosa, aberrante e tragica messinscena. La percentuale dei votanti sfiorò appena il 19% degli aventi diritto, ma lo stesso si decretò la fine delle Due Sicilie, cioè di uno stato antico di 700 anni.

l’assoluta mancanza di segretezza del voto, a dispetto delle più elementari regole democratiche: il voto era palese: l’elettore doveva ritirare la scheda estraendola da una delle due urne – rispettivamente contrassegnate dalle scritte Sì e No -e deporla nell’urna centrale. Le urne erano presidiate da camorristi e soldati armati; votarono i garibaldini, l’esercito piemontese ed i loro mercenari (a piene mani). Non votarono di certo i soldati delle Due Sicilie che ancora in gran numero difendevano l’antico regno. Il plebiscito avrebbe potuto essere lo strumento oggettivo, storicamente e giuridicamente valido per avallare il processo risorgimentale, voluto da pochi ed attuato da pochissimi. Questo grande momento di democrazia sigillo del popolo sovrano all’annessione al Piemonte, fu volutamente ed apertamente bestemmiato. E la grande piazza di Napoli rievoca nel nome quell’avvenimento truffaldino.
Il Movimento Neoborbonico, un’associazione culturale che da anni si batte per la verità storica del Sud, chiese la revisione del voto alla Corte di Giustizia in Lussemburgo e alla Corte di Giustizia dell’Aja (Il cosiddetto plebiscito del 21 ottobre del 1860 è la base per l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, chiamata unificazione italiana. Esso non può essere considerato valido per i seguenti motivi:
• Incompetenza del soggetto proponente (la dittatura del mercenario Garibaldi);
• Stato di occupazione militare e di guerra (la nazione duosiciliana era ancora in armi su una parte del territorio non conquistato);
• Votazione preclusa agli abitanti del territorio di cui prima (Capua, Gaeta ecc.);
• Violenze riconosciute nei seggi in molti dei quali non fu possibile affatto votare (Barra, Avezzano ecc.);
• Elettorato limitato a meno del 20% della popolazione;
• Mancato riconoscimento internazionale del plebiscito (eccetto Francia e Inghilterra, conniventi del Piemonte); 

• Guerra civile (brigantaggio) scatenata dall’applicazione del plebiscito sotto il regno dei Savoia.)                                                                                                                           Il 21 ottobredel 1860, mentre ancora si combatteva nella fortezza di Gaeta per la difesa e l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie, si svolse quello che già allora si capì essere un“plebiscito-farsa”. L’irregolarità e l’anormalità diquesto voto è testimoniato da numerosi studi come ad esempio quello di T. Pedio (Vita politica in Italia meridionale, 1860-1870) che afferma: «Basta che si manifesti il desiderio di votare per il mantenimento dei Borbone, perché si venga arrestati e rinviati agiudizio per rispondere di attentato a distruggere la forma di Governo; basta un semplice sospetto, perché si proceda al fermo preventivo che impedisce a numerosi cittadini di partecipare alle operazioni di voto». Un alto ufficiale piemontese, testimone oculare, ebbe a dichiarare: «In Caserta, lo Stato maggiore della mia Divisione, composto di cinquantuno ufficiali non tutti presenti al momento del plebiscito, si trovò ad avere centosessantasette voti. Nel resto del Regno si fece il plebiscito al pari di quello di Napoli». Non da meno furono alcune dichiarazione rese alla vigilia della fatidica data da alcuni personaggi che di lì a poco sarebbero diventati dei “simboli” del nuovo Regno d’Italia. In una riunione con i suoi ministri Vittorio Emanuele II (il “padre della patria”, così è scritto al Pantheon!) ad esempio, si lasciò andare ad una cocente confidenza, a proposito dell’ormai scontata ed imminente annessione del Sud:«…che unirsi con i meridionali era come mettersi a letto con unmalato di vaiolo»; lo stesso ebbe a dire Massimo D’Azeglio:«Meglio andare a letto con un lebbroso che con un meridionale».Parole vergognose pronunciate da “personaggi” che ci fanno studiare a scuola ed ai quali il Sud ha dedicato strade, scuole,musei, teatri e quant’altro. A parte qualche sporadico caso, nel Mezzogiorno – dove in molti finalmente incominciano ad “aprire”gli occhi ed a prendere coscienza della verità storica – sembra ancora che sussistano remore e pregiudizi ad intitolare, che so, una strada a Carlo III di Borbone, a Ferdinando II, a Maria Sofia o a Francesco II. A Lucera, per esempio, risultano intitolate: una scuola a Vittorio Emanuele III, il promulgatore delle leggi razziali, una piazza ad Antonio Salandra, «colui che appoggiò l’ascesa di Mussolini al potere nel 1922» (il trinomio Savoia-Mussolini-Fascismo è il peggiore che l’intera storia possa ricordare!) ed una via a Carlo II d’Angiò… Pure lui? Sì, anche lui, per il quale, tra l’altro, viene organizzato un corteo; Carlo II d’Angiò, autore, insieme a Pipino da Barletta,della strage di migliaia e migliaia di persone!! Ah!, quell’Angelo Manna e le meningi imbottite, aveva capito proprio tutto!                                                                                                                                          La formula del plebiscito, sulla quale ivotanti dovevano esprimere le proprie volontà, era la seguente: «IlPopolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele ReCostituzionale e suoi legittimi discendenti. Il voto sarà espressoper “SI” o per NO”, col mezzo di bollettino stampato» 
«Giorni prima che si facesse ilplebiscito furono affissi, alle mura delle città principali, deigrandi cartelli, in cui si dichiarava nemico della Patria chi sifosse astenuto o avesse dato il voto contrario all’annessione».(C. Alianiello, La conquista del Sud). Il «plebiscito-burletta» aNapoli avvenne in un clima intimidatorio, «sparpagliati per tutta lacittà, garibaldini e camorristi cercavano di convincere in tutte lemaniere e con i modi più sbrigativi come si doveva votare, cercandodi sforzare la volontà altrui. In ogni seggio di votazione vi eranodue urne palesi, quella del No era coperta dai nazionali ecamorristi». (N. C. D’Amelio, Quel lontano 1860).
«Traun’esibizione di bandiere tricolori con stemma sabaudo e l’occhiutavigilanza di addetti, guardie, e curiosi accalcati in entrata, ognisegretezza del voto era pura illusione».(G. Campolieti, Re Franceschiello). Quei pochi che ebbero il coraggiodi votare contro subirono minacce fisiche e violenze, fatti chefecero persino dire all’inglese Mundy: «Un plebiscito a suffragiouniversale svolto in tali condizioni non può essere ritenutoveridica manifestazione dei sentimenti del paese». Sulla stessalinea furono le affermazioni di Lucien Murat: «Le urne stavano trala corruzione e la violenza. Non più attendibili apparvero gliscrutini. Specialmente i garibaldini si erano diverti ad andare avotare più volte, e certamente nessuno pensò di impedirlo aigalantuomini delle città di provincia, che affermavano in tal modola loro importanza». Insomma, «si fece ricorso a ogni trucco, nelvoto e negli scrutini, per ottenere il risultato plebiscitariodesiderato». (P. G. Jaeger, Francesco II di Borbone l’ultimo re diNapoli).
In Capitanata, simbolodelle reazioni, le cose non andarono diversamente da Napoli e daCaserta. Rivolte popolari si erano già avute a partire dal giugnodel 1860 in occasione del ripristino della Costituzione del ‘48voluta da Francesco II, a dimostrazione che la massa popolare erafavorevole al re ed al suo governo, contro all’introduzione invecedella costituzione che faceva temere loro la perdita o la limitazionedi quei diritti che il re ed il governo gli garantivano, con timori –cosa che di fatto poi avvenne – di soprusi da parte dei liberali,dei proprietari e dei “galantuomini”. La popolazione era in predaal panico. A Stornarella, per esempio, il sindaco, in data 20 agosto1860 – nello scrivere all’Intendente di Capitanata recatosi aNapoli per pregarlo perché si adoperasse presso il re per«…chiederle che venga col sussidio con esso accordata unadilazione di non di due anni ma tempi di quattro» – si domandavache «…questa popolazione ne restava tutta rammaricata da nonsapersi dare pace. Tutti ne domandavano ragione, tutti volevanoessere informati; ed a tutti dai volti irrigati… dove si scorgea ildolore, ed il rammarico. Unanime era il grido: col sol pensiero diceacome faremo? A chi ricorreremo». (Archivio di Stato. Sez. diLucera).
A Foggia la sera del 15 e 16 agosto del 1860 un «forteammutinamento di popolo chiamò abbasso il Sig. Comandante dellaProvincia Colonnello D. Francesco Rispoli salvato a stento dallafolla inferocita grazie al pronto intervento del Maggiore Maresca,Comandante dei Dragoni di Foggia e nuovo “Comandante delle armidella Provincia” in sostituzione del Col. Vitale di età avanzataed infermo di salute». In un telegramma inviato dal marescialloFlores da Bari all’Intendente di Foggia, che si era rifugiato a Bovino, vengono “adombrati” quegli atteggiamenti che da lì apoco si sarebbero verificati tra gli alti gradi militari in fatto ditradimenti e corruzioni: «Il Maresciallo Flores da Bari –all’Intendente di Foggia in Bovino –. Ricevo il di lei telegramma, sono in grave oppressione per di lei rispettosa persona edel Comandante delle armi. Li Dragoni debbono sgomberare da Foggiaperché hanno uffiziali che disconoscono la loro santa missione. O’fatto marciare due squadroni di carabinieri, con una sezione diartiglieria, tale truppa dipende da Lei. Si trova ora in Molfetta. Sono di avviso che i Dragoni partono da Foggia e ciò pel di Lei bene–. Il tempo le farà conoscere la bontà del mio avviso; spero licarabinieri, e l’artiglieria resteranno in Cerignola fino a che leinon disporrà che entrino in Foggia, mi risponda subito».
ABovino, nei giorni 19 e 20 agosto del 1860, ci fu una rivoltapopolare «con quattro o cinque morti» con a capo – come risultadagli atti di imputazione della Gran Corte Criminale di Capitanata(Archivio di Stato Sez. di Lucera) – D. Giovanni Montuori, vescovo,D. Nazario Sanfelice, Intendente, e D. Gennaro Barra Caracciolo,Capitano della Gendarmeria. «Il vescovo, Monsignor Montuori, simostrava, dopo i mutamenti politici del 25 giugno 1860, avverso allaitaliana rigenerazione, mal tollerava coloro che caldeggiavano lelibere istituzioni dicendo essere un male la Costituzione». Ilgiorno 19, «…un’orda di contadini Bovinesi» (i contadini, sìloro, la massa popolare, quelli che «…gli scrittori salariatitenteranno infamare col marchio di briganti» – A. Gramsci –, percui non si capisce come poterono o meglio come avrebbero potutoesprimere liberamente il SÌ, in occasione del plebiscito, se non neimodi e nei termini che conosciamo) «…con scuri e fasci si eraimpadronito del corpo di guardia della Guardia Nazionale»sostituendo la bandiera tricolore, lacerandola, con quella biancagigliata al grido di «Viva il Re e Monsignore, abbasso laCostituzione». Il mattino del 20 i reazionari impossessatisi sempredel corpo di Guardia Nazionale «…si pose in giro a piccolidrappelli, come se pattugliasse pel buon’ordine. Al più tardiarrivarono 75 altri Gendarmi, e quei masnadieri continuarono comeprima le loro pattuglie, e le ruberie. Quindi a poco al suono dellabanda municipale un grosso drappello di assassini» (questo è ilracconto che fa il Cancelliere del “Giudicato Regio” di Bovinopreso di mira – insieme ai “galantuomini” del paese – daireazionari) «…seguiti da alcuni gendarmi anziché procedendo aldisarmo, inalberando una bandiera bianca con la iscrizione di “VivaFrancesco II”, e con lo stemma e gigli reali, ed emettendosediziosi gridi di “Viva il Re”, parafrasavano così quel sacronome dei gendarmi vedendonsi spesso in unione di quei tristi». Ilmattino del 21 «…pervenne un drappello di Dragoni, comandato dalcapitano Acton, e si proclamò lo stato di assedio. Si cominciò ildisarmo, e l’arresto dei malviventi, e riapparve il commercio. Ingiornata son partiti per Lucera 89 arrestati – rimangono in questocarcere circa 24 donne – altri arresti si stanno eseguendo. Ilcapitano di gendarmeria Sig. Gargiulo, che ha rimpiazzato il capitanoBarra Caracciolo, ha spiegato zelo, energia e solerzia. A lui èdovuta la salvezza del paese». Tra i carcerati vi è un taleVincenzo Maglietta detto Senzamelelle ed Occhio di Voccale condannatoalla «…pena dei lavori forzati per la durata di anni sedici, consentenza 1 marzo 1869 dalla Corte di Assise del Circolo di Lucera»,pena aumentata poi ad anni 25 dalla Corte di Cassazione di Napoli nel1871.
Il 28 settembre, ad Apricena si riunirono nel largo dellachiesa madre molte persone al grido di «Viva Francesco II, a morteGaribaldi». La dimostrazione proborbonica, organizzata dai fratelliVincenzo, Pasquale e Raffaele Paolicelli, noti per aver reso servigialla polizia borbonica, veniva prontamente affrontata dalla GuardiaNazionale che disperdeva i partecipanti (Archivio di stato di Foggia,Atti di Polizia). La sera del giorno dopo a Carpino, «…nellastrada delle vigne contigue a questo abitato e nell’estremitàdell’abitato stesso, si sia gridato “Viva Francesco II, fuoriGaribaldi e Vittorio Emanuele”». (G. D’Addetta, Carpino).
AncheSan Paolo di Civitate reagì nei giorni precedenti il plebiscito;infatti nella notte del 7 ottobre, i filoborbonici assalivano ilposto di guardia, si impossessavano della bandiera italiana e davanofuoco ai ritratti del re Vittorio Emanuele II e di Garibaldi.Intervennero le guardie nazionali di San Paolo, Torremaggiore eSerracapriola, mobilitate dal sottoprefetto di San Severo, cheprocedevano all’arresto di numerose persone. (Archivio di stato diFoggia, Atti di Polizia). Nello stesso giorno a San Giovanni Rotondouna ventina di persone, tra cui 16 soldati del disciolto esercitoborbonico capeggiati da D. Francesco Cascavilla, (voglio citare inomi degli altri soldati: Vincevzo Cascavilla, Leonardo Cocomazzi,Francesco Baldinetti, Michele Martino, Nicola Russo, Matteo Canistro,Leonardo Pompilio, Giuseppe Savino, Michele Mangiacotti, TommasoLecce di Leonardo, Giuseppe Bevilacqua, Michele Grifa, DanteCappucci, Felice Longo, Giovanni Canistro) «…si riunivano nelvertice della montagna denominato Crocicchia che domina questoabitato, da un punto che questa popolazione tutti avea sott’occhio,innalzarono d’apprima la bandiera bianca, indi la rossa e di poi lanera esternando sediziose grida di acclamazione al caduto Governo egridando di tratto in tratto “Viva Francesco II”. Vidiancora accorrere colà diverse, in non poche persone del paese –racconta un testimone – e tra queste ragazzi e donne. Dicono checircolasse anche voce nel paese che questi disertori tendessero diriunirsi a quelli simili del vicino comune di San Marco in Lamis».(Archivio di Stato, Sez. di Lucera, Procura del Re).
A Biccari nelgiorni dal 14 al 16 ottobre 1860, cioè una settimana prima dal votoplebiscitario, ci fu un’autentica insurrezione popolare. Tra inumerosi fautori della rivolta poi arrestati figurano i fratelliMichele e Vincenzo D’Addario accusati di «…sollevazione popolaread oggetto di cambiare l’attuale forma di Governo ed a spargere ilmalcontento contro lo stesso, ed eccitare la guerra civile tra gliabitanti, disarmando la Guardia Nazionale ed altri eccessi». Nelprocesso svoltosi il 26 giugno del 1861 il Vincenzo fu assolto,mentre Michele venne «…condannato a tre mesi di confino».(Archivio di Stato, Sez. di Lucera)
Il 21 ottobre, il giornofatidico, a Poggio Imperiale con 202 NO e soli 72 SÌ, su 278 aventidiritto al voto, rigettarono il plebiscito. Appreso l’esitodefinitivo, il paese, unico – si fa per dire, visto i fatti comesono andati – del distretto di San Severo a non volerel’annessione, minacciava di insorgere ed innalzare la bandierabianca reazionaria (G. Saitto, i giorni del Plebiscito a PoggioImperiale). Dimostrazioni a favore dei Borbone con sventolio difazzoletti bianchi, accompagnati dagli «Evviva Francesco II», siebbe nei giorni immediatamente successivi il plebiscito, ma ladimostrazione veniva prontamente sciolta dalla Guardia Nazionale (G.Saitto, Fatti e briganti della nostra terra). Per sedare l’insorgeredi idee reazionarie, il paese alla porte del Gargano veniva occupatoda una compagnia di garibaldini, i «…Cacciatori del Gargano», cheponevano lo stato d’assedio. Lo stesso avvenne a Panni, dove lapopolazione rigettò il plebiscito.
A San Marco in Lamis, invece,la popolazione fu del tutto ostile, tanto che in occasione delplebiscito «…disertò le urne per non suffragare col suo votol’unificazione italiana e la conseguente annessione al regno deiSavoia». La consultazione si tenne sette giorni dopo e diede 3022“SÌ” e nessun “NO”!? (P. Soccio, Unità e brigantaggio inuna città della Puglia). Ogni commento è superfluo!!!
A Cagnano,sempre nella stessa occasione, si verificarono gravi disordinidurante i quali il posto di guardia Urbana fu devastato; nontrovandosi resistenza, i rivoltosi «…assalirono la casa di un talSalvatore Donatacci e, mettendo fuoco alla porta d’ingresso,tirarono nella casa un grandine di fucilate, nella quale rimasevittima il Donatacci». Dopo aver saccheggiato il magazzino dellavittima, «…salirono sull’abitazione, raccolsero il freddocadavere e, dopo averlo insultato e seviziato, lo portarono viatrascinandolo su quella pubblica piazza». (T. Nardella, Profili distoria dauna). A Vico «…i borbonici più ostinati manifestarono ildissenso con l’astensione: numerosi esponenti, fedeli al vecchiogoverno, sparirono dalla circolazione». (G. Scaramuzzo, Borbonici,Liberali e Briganti. Vico del Gargano all’alba dell’Unità).
Anchea San Nicandro, in un clima di fermenti reazionari, la popolazioneespresse, guarda caso, 485 voti favorevoli all’annessione e nessunocontrario!!! La domenica del 21 ottobre, «…verso le seiantimeridiane i campagnoli, uscendo fuori dalla chiesa, dove avevanoascoltato la messa dell’aurora, avevano gridato “Viva FrancescoII”! Appena erano giunte le guardie nazionali essi erano fuggiti.Uno di questi, Michele Centonza, era stato arrestato. Verso le cinquepomeridiane dello stesso giorno, però, mentre la votazione procedevain tutta tranquillità, una pattuglia della Guardia Nazionale siaccorgeva che alcuni pastori-campagnoli, riuniti in piccoli crocchi,tentavano di risollevare una sommossa reazionaria. Essi infatti,riunitisi a largo Colonna in vicinanza della chiesa madre, avevano dinuovo gridato “la detestabile parola” brandendo stili e scuri dicui erano armati e lanciando pietre ai cittadini inermi». I militiarrestavano i pastori Luigi Fortunato e Paquale Cristino, il qualeaveva ferito una guardia a colpi di scure, mentre gli altri rivoltosierano riusciti a fuggire in aperta campagna e a scampare all’arresto.(G. Saitto, La Capitanata fra briganti e piemontesi).
A San Severomolti contadini, «…col pretesto di bisogno di pane, di cui in quelmomento la città ne era sfornita, muniti di scure, di coltelli, dibidenti, inneggiando lungo le vie al Re Borbone, si diressero allecarceri; disarmarono i pochi militi che vi stavano a guardia; viabbatterono a colpi di scure le porte, e liberarono i detenuti, cheunitisi a loro si diressero al municipio, percorrendo la strada SanBenedetto. Quivi incontrarono il tarchiato e liberalissimo DomenicoSparavilla, il quale conduceva seco un pugno di seguaci per impedirequel tafferuglio, per farne poi a tempo debito aspra vendetta: ma pertutta risposta si ebbe un gran colpo di cure sulla grossa testa dadividerla in due parti, rimanendo estinto sulla via pubblica. Iltenente colonnello D. Giovanni Viglione, e diversi altri che liseguivano, presi da spavento, si diedero alla fuga. Fu in quelmomento di confusione che per pochi istanti si vide comparire unabandiera borbonica, riccamente ornata e bordata di oro». (N.Casiglio, Unità e brigantaggio a San Severo nella testimonianza diStefano La Marca).
Anche Vieste non fu estranea alla reazione; il6 gennaio 1861 i borbonici «…assaltarono il corpo di guardianazionale, abbassarono i quadri di Vittorio Emanuele, di Garibaldi,lo stemma dei Savoia, calpestando e gettando via tutto. Da unafinestra, l’arcidiacono Matteo Nobile eccitava i dimostranti,agitando concitatamente un fazzoletto. Da corpo di guardia portaronovia un cannone da barca e si giunse al punto di voler cacciare ilgiudice regio. L’anarchia divenne impressionante. Tutti iborbonici, preti e gentiluomini, gongolavano dalla gioia. Durante lanotte, i dimostranti, scorazzando per le vie del paese, facevanorintronare il silenzio notturno di altissime grida inneggianti aFrancesco II». (M. Della Malva, Vieste e la Daunia nelRisorgimento).
«A Roseto Valfortore solo il dieci per cento andòalle urne e sette ebbero l’ardire di introdurre nella cassolina deiNO una vistosa scheda negativa, sotto gli occhi della GuardiaNazionale che stava lì, ritta, con baionetta innestata e palla incanna. Sì, perché il voto non era segreto e si prendeva nota diquelli che votavano contro i Savoia. Quasi non fosse bastatol’espediente delle due cassoline, le schede erano di colorediverso, bianche per il sì e rosa per il no, disposte in due pile.Chi andava a votare ne prendeva una e la introduceva nell’urna delno o del sì, alla presenza del seggio e del pubblico. Lo squittinosi faceva a Foggia; tutta una farsa dunque. Molti disertaronoconvinti della inutilità di certe consultazioni popolari». (M.Marcantonio, Abbasso la guerra ossia tre passi a ponente).
Il 14febbraio 1861 Francesco II di Borbone, o’ Rre nuosto,nell’abbandonare Gaeta, scrisse «…non vi dico addio, ma arivederci. Serbatemi intatta la lealtà, come eternamente vi serberàgratitudine e amore il vostro re Francesco». È l’inizio dellaresistenza armata nel Sud, meglio nota come “brigantaggio”, maquesto è un altro capitolo. (Prossimamente, Speciale 150°. I“briganti”? «Uomini con gli coglioni neri e tuosto», parola diCarmine Crocco Donatello, il Generalissimo).
«Comeha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credereche noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione.? Quelloche noi vogliamo e che faremo è impadronirci dei suoi Stati».(Cavour all’ambasciatore Ruggero Gabaleone).
«I Borboni noncommisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commessogli agenti di Sua Maestà in un anno». (Napoleone III – Lettera aVittorio Emanuele II, 1861)
«La restituzione del mio non miadesca; quando si perde un trono, poco importa il patrimonio. Sel’abbia l’usurpatore o il restituisca, né quello mi strappa unlamento, né questo un sorriso. Povero sono, come oggi tanti altrimigliori di me; stimo più la dignità che la ricchezza». (FrancescoII di Borbone).

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