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La Vandea, un massacro in nome della Rivoluzione

Posted by on Feb 19, 2018

La Vandea, un massacro in nome della Rivoluzione

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È nota la reazione smarrita del generale Antoine Girardon di fronte alla massiccia sollevazione popolare antifrancese nel Dipartimento del Circeo nel 1798: impressionato dalla furia e determinazione dimostrata dagli insorgenti, e dovendo informare il Direttorio di quanto stava succedendo in quella remota regione del basso Lazio, Girardon non trovò altre parole che ricorrere al paragone con quanto accaduto, tra 1793 e 1794 in una provincia della Francia atlantica sconvolta dalla rivolta filo-cattolica e filo-monarchia poi soffocata letteralmente nel sangue: la Vandea. La sua testimonianza è importante poiché a differenza delle blande reazioni che fino a quel momento l’armata francese si era trovata ad affrontare, l’insurrezione del Circeo aveva assunto un carattere molto serio, come ammetteva lo stesso Girardon: «C’est absolument la Vendée», scriveva dunque a Parigi.
E a guardar bene, tutto davvero sembrava rimandare alla rivolta francese: il quadro geografico e politico, il fanatismo religioso che alimentava gli insorti, i nobili che se ne erano messi a capo, fino allo stupore che sembra assalire i francesi di fronte a quella reazione tanto inattesa quanto veemente. «Nous ne comprenons pas», riconosceva sconsolato il generale, prima di passare all’inevitabile, dura repressione per riportare l’ordine nella regione. E in questa spontanea ammissione di disorientamento e nella durezza della risposta militare sembra trovare perfetta coerenza il riferimento alla storia patria.

Raramente evocare un nome è servito a materializzare un universo di storie, simboli, gesti, dolore. La Vandea è un passato comune che va esplorato attentamente: è un mito per coloro che nel tempo hanno conservato la memoria degli insorti e intorno a cui hanno consolidato la propria identità; ed è un simbolo potente per i rivoluzionari, il nome collettivo capace di raccontare tutte le minacce che pesavano sulla Repubblica. Tutto induce a fare della Vandea – la guerra, la repressione, l’abisso che si scavò fra due popoli ognuno con una propria memoria – un complesso caso politico nei confronti del quale occorre prendere posizione. Il simbolico che da allora ha trasformato il significato della Vandea non ne occulta la concretezza dirompente del fatto storico, al contrario ne rende necessaria la comprensione, come ci ricorda Jean-Clément Martin nella riedizione arricchita e riveduta di un libro che ha trasformato quel mito, quella coralità di fatti e suggestioni in un oggetto di studio: La guerre de Vendée 1793-1800. Nouvelle édition, Paris, Seuil, 2014, pp. 354
Pubblicato nel 1987, il volume è ora riproposto all’attenzione del pubblico e degli studiosi, «loin de la controverse» nella quale uscì originariamente. Mancavano allora solo due anni all’anniversario del bicentenario della Rivoluzione francese e la Vandea, e più in generale l’intero fenomeno controrivoluzionario, erano ai margini dell’interesse storiografico pur non del tutto trascurato, come spesso si è lamentato. Aveva cominciato, tuttavia, a trovare sempre maggiore spazio una minuscola ma agguerritissima pattuglia di cultori della storia, più o meno eruditi, più o meno coscienziosi che, in Francia come in Italia, avevano in animo non tanto di rileggere i fatti quanto di dimostrare che la guerra “franco-francese” era stata un genocidio e la Rivoluzione un evento da condannare e rimuovere in blocco. Opportunamente, Martin ricorda come questa corrente di quasi-storici aveva trovato il varco aperto alla revisione da quegli specialisti che, nell’eccezionale simultaneità delle celebrazioni e del collasso del mondo sovietico avevano preso a identificare la Rivoluzione francese con la Russia sovietica o il nazismo, trovando nella repressione in Vandea il loro paradigma.
Il libro di Martin fu una replica storiografica forte a questo abuso pubblico della storia, capace di indagare le ragioni della singolarità vandeana che risiedono tutte dentro il processo rivoluzionario e non in un carattere ontologico della regione. Cercare di trovare una tradizione di antico regime alla Vandea controrivoluzionaria porterebbe del tutto fuori bersaglio; fu la resistenza al reclutamento eccezionale di 300 mila uomini decisa dalla Convenzione nel febbraio del 1793 per fronteggiare il nemico alle frontiere che causò, in Vandea come in altre regioni la sollevazione. Le ragioni per cui la rivolta divenne mito stanno invece nei suoi successi militari e nell’impreparazione politica e militare dei rivoluzionari, nelle contraddizioni della politica giacobina incapace di dare risposte concrete al popolo francese che non fosse la riproposizione dei vecchi atteggiamenti dispotici di antico regime o di assumersi la responsabilità e provare a riparare gli errori compiuti per non rappresentarsi deboli nel gioco delle fazioni. E quando la rivolta aveva già infiammato la regione si saldarono altri elementi quali la difesa dell’identità cattolica, il rifiuto della modernità che spezza i tradizionali equilibri sociali comunitari, l’adesione stretta con la monarchia. Solo ora i vandeani si trasformano in campioni della controrivoluzione
A distanza di 20 anni, Martin conferma e rafforza la sua volontà di vedere la Vandea come un episodio del processo rivoluzionario, a suo modo un luogo di formazione dello spirito nazionale. È un doppio movimento chiarisce l’Autore – in cui l’iniziale sconfitta delle truppe repubblicane aveva reso i rivoluzionari bisognosi di trovare nella Vandea un complotto ordito dal nemico di turno; mentre la vittoria finale della Rivoluzione produceva il mito della Vandea negli sconfitti. Lontano dalla sacralizzazione degli insorti, Martin è altrettanto fermo nel denunciare i limiti della Rivoluzione che, a suo giudizio, a partire dalla gestione politica della Vandea deraglia dal suo corso. La brutalità della repressione non fu il risultato di un eccesso tirannico del potere centrale, di Robespierre o del Comitato di Salute Pubblica; al contrario, l’enorme carico di violenza fu più il frutto di un vuoto di potere, dell’assenza dello Stato.
A tal fine, a differenza della prima edizione, pur senza variare di molto il quadro fornito in precedenza, Martin si sofferma a lungo sui due decreti del 18 e 19 marzo 1793, voluti dalla Montagna, perché a suo giudizio ridefiniscono la Rivoluzione come Stato d’eccezione, azzerando ogni possibile soluzione democratica del suo corso. Il 18 marzo all’interno di una discussione sui mezzi da adottare per frenare la propagazione della controrivoluzione, i convenzionali chiedono l’adozione unanime di misure severamente repressive al fine di stroncare il complotto ordito da emigrati, preti e stranieri con la complicità di quanti promuovevano lo spirito fazionario. È Bertrand Barère, membro del Comitato di salute pubblica, che nomina il Dipartimento della Vandea come esempio clamoroso dell’alleanza fra i ribelli e i traditori della rivoluzione, dando vita di fatto al suo mito. Convinti così della necessità di una risposta ferma per «salvare la patria», i deputati il giorno successivo votarono un decreto che prevedeva la fucilazioe senza processo di quanti si armavano contro la Repubblica, o indossavano la coccarda bianca. E giustamente Martin evidenzia il carattere politico di questa misura, in particolare se messa in relazione con l’altro decreto, sempre del 18, che puniva con la morte coloro che inneggiavano alla legge agraria. Letti insieme, i due decreti segnavano la vittoria momentanea dei montagnardi capaci di controllare la Convenzione e il paese nel gioco con la Palude e con l’alleanza tattica dei sanculotti e così sgombrare il campo tanto alla destra che alla loro sinistra.
Quello che veniva approntato in questi giorni era un dispositivo accusatorio che legando l’opposizione politica alle mene controrivoluzionarie avrebbe segnato il processo rivoluzionario, come sperimentò di li a qualche mese la Gironda, e l’anno successivo lo stesso Robespierre. La repressione che si abbatté sulla Vandea segnala dunque non una specificità ‘locale’, ma una pratica del terrore diffusa in tutto il paese o, in scala, nei paesi poi soggetti alla sua avanzata, come Girardon dimostra. E questa violenza era un atto politico che rispondeva alla volontà precisa, ricorda Martin, «de terroriser les ennemies» propria della mentalità di vivere e difendere la rivoluzione dai suoi nemici reali o inventati che fossero. Se esiste, l’eccezionalità vandeana non è la sperimentazione inedita del terrore ma la curvatura infelice dei principi della Rivoluzione.
A segnare il carattere esemplare della Vandea è piuttosto la combinazione fra l’enorme numero di morti (stimati a duecentomila), prima. Poi la continua polemica fra i rivoluzionari sulla questione vandeana che provocò una progressiva radicalizzazione fra le posizioni in campo. Infine, ciò che Martin chiama il ruolo dei discorsi e delle posizioni politiche che prevalevano di volta in volta nello schieramento rivoluzionario fra il 1793 e il ’94 e che riguardavano dunque più la dialettica politica interna che alla consistenza del “nemico esterno” rappresentato in realtà da altri francesi. Le “colonne infernali” e tutte le diverse e brutali pratiche di annientamento messe in campo parlano di un delirio ideologico che Martin mostra nella sua progressione e che a un certo punto occupa completamente lo spazio della discussione negando ogni spazio ad una soluzione politica della crisi. A quel punto tutto diviene possibile e ogni crimine legittimo in un contesto da mobilitazione eccezionale in soccorso della Rivoluzione. La Vandea diviene così la cifra più appariscente dei nemici della Rivoluzione, e ognuno degli insorti, vecchi, donne e bambini inclusi, sembra incarnare il peggiore dei nemici e dietro ogni nemico un complotto. Ancora una volta è Barère che assume un ruolo paradigmatico perché nel febbraio del 1794, proprio mentre si preparava a rompere con il movimento sanculotto, ne chiamava a raccolta i capi per indicare nella Vandea la massa di manovra della congiura controrivoluzionaria. In questa prospettiva, la violenza in Vandea sembra non avere alternative, poiché calandosi nello spirito esasperato dell’epoca nessuna mediazione era possibile fra le parti in gioco se non lo sterminio.

Alessandro Guerra

fonte

lanostrastoria.corriere.it

 

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