Alta Terra di Lavoro

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La verità sulla repressione dei «briganti»

Posted by on Nov 24, 2019

La verità sulla repressione dei «briganti»

Seguo con molta attenzione la rubrica La parola ai lettori che lei dirige egregiamente e con imparzialità.


Le chiedo di voler cortesemente pubblicare la presente, anche per una sorta di par conditio, per replicare brevemente alla lettera a firma del signor Antonio Pagano di Torri di Quartesolo (Vicenza) pubblicata sul Giornale del 16 febbraio scorso il quale sostiene che i piemontesi avrebbero ammazzato centinaia di migliaia di persone tra il 1860 e il 1870.


Non conosco le fonti storiche da cui Il signor Pagano trae le sue convinzioni, ma devo dire che tali affermazioni sono completamente destituite di ogni fondamento, in quanto la lotta al brigantaggio provocò soltanto circa 7.000 (settemila) morti tra I poveri briganti finanziati e mandati allo sbaraglio da Re Ferdinando Il di Borbone dal suo esilio dorato di Roma che, con ciò, si era illuso di poter ritornare al potere.


E’ giusto commemorare tutti I morti di tutte le guerre ed è giusto ricordare I caduti della lotta al brigantaggio, specie quelli meridionali, ma è altrettanto giusto ricordare anche quei poveri e giovani soldati piemontesi ai quali i briganti al soldo di «Franceschiello» tagliarono la testa senza che avessero fatto nulla per meritare quell’orrenda fine. 


Il Risorgimento e l’Unità d’Italia portarono ai meridionali la libertà e il rispetto dei diritti dell’uomo, che erano stati conculcati sotto il poliziesco regime borbonico: questo è il motivo per cui il Mezzogiorno d’Italia non ha alcuna nostalgia per il Regno delle Due Sicilie, Indipendentemente da tutte le altre recriminazioni di carattere economico e politico che pure erano e sono fondate.[lettera firmata] Toritto (Bari)

Quali sarebbero le sue fonti, caro L_? Dagli atti parlamentari risulta che nel solo anno 1863 si ebbero 2mila 413 «briganti» uccisi in combattimento, mille e 38 fucilati dopo la cattura e 2milà 768 condannati all’ergastolo (i reclusi – oltre 70mila – crearono tanti di quei problemi al governo che il primo ministro Luigi Menabrea dispose di acquistare un lembo di terra in Patagonia per farne colonia penale e deportarvi i duosiciliani). E lasciamo perdere, per carità di patria, i diritti dell’uomo.


Le dice niente la Legge Pica? Essa autorizzava la fucilazione immediata a chi si opponeva ai piemontesi, i lavori forzati a chi dava ricetto ai ribelli, il domicilio coatto per i sospetti. Il Diritto, un giornale piemontese – ripeto: piemontese – scrisse che la Legge Pica «sotto il velo di mentite sembianze nasconde uno stato d’assedio».


L’8 maggio del 1863 (la Legge Pica era stata appena promulgata) sir Henry Lennox dichiarò alla Camera dei Lords che sebbene avesse attivamente contribuito all’Unità d’Italia, l’Inghilterra non poteva far finta di ignorare «i delitti che i Savoia stanno commettendo nell’ex Regno delle Due Sicilie».


Quando per protesta si dimise (assieme a Guerrazzi, Saffi, Cairoli) da deputato, Giovanni Nicotera tuonò, in Parlamento: «il governo borbonico aveva per lo meno il gran merito di preservare le nostre vite e le nostre sostanze. È un merito che l’attuale governo non può certo vantare. Le gesta alle quali assistiamo possono essere paragonate a quelle di Tamerlano, Gengis Khan o Attila».


In quanto poi alle teste mozze, legga questo telegramma inviato da un ufficiale piemontese in servizio «antibrigantaggio» al suo diretto superiore: «Catanzaro 13 luglio 1869 – Ill.mo Generale Sacchi, la testa di Palma (nome di battaglia di Domenico Strafaci) mi giunse ieri al giorno verso le sei e mezzo. E una figura piuttosto distinta e somigliante a un fabbricante di birra inglese. La testa l’ho fatta mettere in un vaso di cristallo ripieno di spirito, e chieggio a Lei se vuole che la porti così per farla imbalsamare, non essendo capace nessuno di fare tale operazione. Nel caso affermativo me lo faccia prontamente sapere. Si sono fatte delle fotografie della testa e se riescono bene gliene spedirò un certo numero. Firmato: il Comandante della zona militare Colonnello Milon».


Come vede, questi valenti soldati inviati nel Meridione per riscattarlo dalla bestiale tirannia borbonica portandovi civiltà e cultura, non solo avevano il civile vezzo di decapitare la gente, ma addirittura quello di conservare sotto spirito il macabro trofeo.


L’Italia è stata fatta e noi ne siamo lieti e orgogliosi, caro Latrofa. Però è stata fatta anche coi modi e i metodi dei colonnello Milon e siccome siamo diventati grandicelli, è ora che se ne prenda atto.

Paolo GRANZOTTO

a cura di Antonio Nicoletta

Tratto da:
La parola ai lettori – il Giornale  4 gennaio 2002

fonte https://www.eleaml.org/sud/borbone/nicoletta10.html

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