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La virgiliana Gaeta, centro balneare di gran moda di Alfredo Saccoccio

Posted by on Mag 19, 2021

La virgiliana Gaeta, centro balneare di gran moda di Alfredo Saccoccio

    Non c’è veramente bisogno di essere saturi di memorie classiche o di aver letto Virgilio Marone per concedere lo spirito a Gaeta, né bisogno di sapere le centinaia e centinaia di stranieri (francesi, tedeschi, anglosassoni, belgi) che lungo la costa  dichinante al Tirreno, nel sole benigno di agosto, hanno fatto il loro turno di campeggio entro il recinto di una tendopoli, secondo i programmi, di mese in mese preordinati da un Club famoso.

Villaggio e verzieri, collina e mare, un porticciolo e fondali di erte montagne,  il luogo ha qui lo stesso fascino di tutto il margine costiero che dal Vesuvio accompagna il viaggiatore, per Sorrento, Positano, Amalfi,giù giù fino alla Calabria e anche, di là dalla Calabria, più giù ancora, fino a Siracusa.

   Se ci sediamo sopra uno dei verdi poggiuoli, che ci si presentano, quasi ad ogni passo,  con gli occhi affisi al mare, che è lo stesso mare di Napoli, di Capri, di Amalfi, di Salerno, questo mondo mitico, esaltato dai poeti ellenici, da Omero in poi, e di là ripreso da quelli di Roma, Virgilio in testa,  pare che si ridesti davanti a noi, stupefatto, perché già esso è nell’aria, ond’è oggi tutta ravvolta la nostra persona.

   Il nome del Mediterraneo, il classico mare, creatore di civiltà, è scritto su ogni lembo di questo spazio ed è uno degli spazi più denso di umanità in antico e più intenso nel contempo di semenza civile. Certo è che  in questa  meravigliosa costa, che dal Golfo partenopeo in giù dischiude i suoi scrigni di sempre nuovi gioielli, dopo l’avventuroso passaggio di Odisseo e di Enea, è stata la nostre invidiabile culla di uomini mediterranei, come dire di uomini civili anche in antico.

   Su un sito memorabile, dallo scenario incantevole, Virgilio collocò, nel libro settimo  dell’”Eneide”, la fine di Caieta, la nutrice di Enea, a cui si  dette onorata sepoltura e alla quale fu eretto  un  alto sepolcro. L’eroe troiano,  in cerca di rifugio per queste invitanti coste dell’Italia, che solo Dio sa come allora erano denominate,  aveva preso il porto da conquistatore gettando l’ancora per fermare la nave. Egli si fermò per il suo grande destino in terra  italica. Fu davvero la  fidata nutrice dell’eroe a dare il nome ed imperitura fama al paese  o non fu piuttosto il paese, con la sua denominazione preesistente, a dare origine  al leggendario episodio raccontato da Virgilio?  E in antico realmente c’era stata oppure non c’era stata, insomma, una città dal nome di Caieta?  Ci fu sulla penisoletta una vecchia città, che ebbe una sua vita? Se vi fu, ebbe vita breve. Non può dubitarsi che  si trattasse di una città ellenica, eretta da coloni  greci, alla medesima guisa di tante altre colonie fondate, per l’appunto, in quella parte d’Italia che, in omaggio ai coloni, fu chiamata (o essi medesimi chiamarono) la “Magna Grecia”. E doveva essere anche Caieta un centro non molto diverso dagli altri di origini eguali sparsi per la costa o un poco più addentro, come Paestum, già Poseidonia, che doveva il nome  al dio del mare, dove ancora si offrono al sole occiduo i templi arcaici rinomatissimi, o come il luogo che, alla foce del Sele, ha rivelato al Senatore  Zanotti Bianco ed alla sua compagna in archeologia, dottoressa Zancano i resti nientemeno che dell’Eraion, o santuario di Era Argiva, fruttificando l’esplorazione, inoltre, una messe di opere greche, arcaiche, di inestimabile pregio, segnatamente le già famose sculture delle métopi, accolte ora dal nuovo Museo di Paestum. 

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