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L’altro risorgimento, Il delitto Anviti e il primo sangue dei vinti

Posted by on Mag 3, 2022

L’altro risorgimento, Il delitto Anviti e il primo sangue dei vinti

Il linciaggio del colonnello Anviti e l’oltraggio al suo cadavere sono uno dei primi eventi inquietanti e misteriosi dell’Italia unita.

Il terribile delitto avvenne il 5 ottobre 1859 quando l’ufficiale che era stato a capo delle forze di sicurezza del Ducato tornò a Parma lasciando lo Stato della Chiesa dove s’era rifugiato dopo l’occupazione italiana, venne riconosciuto e linciato da una folla scatenata senza che i carabinieri preposti all’ordine pubblico fossero minimamente intervenuti a proteggerlo.

Impossessatasi dello sfortunato, una masnada inferocita, dopo averlo oltraggiato oltre ogni limite, gli tagliò la testa e con un corteo di scalmanati la collocò su una colonna di strada come un macabro trofeo mentre il resto del corpo venne orrendamente mutilato.

La “Gazzetta di Parma” governativa minimizzò l’omicidio riducendolo agli eccessi di “un popolo forsennato dalla passione” ma una drammatica corrispondenza spedita da Parma il 7 ottobre al “Cattolico” di Genova fece conoscere all’intera opinione pubblica i contorni sconcertanti e raccapriccianti dell’aggressione e dello scempio fatto sulle spoglie mortali di Anviti.

Più che riferirsi al passato, la terrificante cronaca sembra sinistramente anticipare quelle sui linciaggi dei fascisti dopo il 25 aprile 1945 e l’esposizione dei cadaveri dei gerarchi a piazzale Loreto, offerti al ludibrio d’una folla scatenata.

La vicenda mostrava che il nuovo governo non aveva affatto, almeno a Parma, il controllo dell’ordine pubblico e confermava che gli ardori ‘patriottici’ potevano volentieri trasformarsi in atti criminali.

In ogni caso, il delitto Anviti avrebbe fatto rimpiangere il passato regime, perciò “alla ‘Gazzetta di Piacenza’ fu vietato dall’autorità di narrare l’accaduto in Parma”.

Basandosi sulle controverse ed oscure memorie apparse con le iniziali “J.A.” scritte dall’agente provocatore cavourriano Curletti, Milo Julini sostiene, non senza ragione, che la violenza scellerata contro Anviti non fu “una manifestazione spontanea, perchè l’idea del linciaggio popolare, che toglieva di mezzo uno scomodo personaggio, era stata di Farini. J.A. l’aveva messa in atto e per questo era stato insignito della croce di S. Maurizio e Lazzaro; tutti coloro che avevano partecipato al linciaggio, a partire dall’uccisore, erano stati a vario titolo ricompensati con cariche nella Amministrazione pubblica”.

Già all’epoca uno scomodo ed incontrollabile giornalista come Bianchi Giovini che su certe cose la sapeva davvero lunga, notò che Farini si era allora “circondato d’individui che erano stati sempre durante la loro vita niente altro che cospiratori”, proprio come Curletti.

Il giorno dopo l’aggressione e l’oltraggio, l’intendente generale di Parma Cavallini fece affiggere un manifesto deplorando l’episodio che aveva scosso la città ma attribuì gran parte della responsabilità alla stessa vittima, bollando lo sfortunato colonnello Alviti come “[u]n miserabile [che] venne a mostrarsi a quel popolo che aveva crudelmente offeso. La febbre della vendetta invase alcuni sciagurati, li accecò, li rese furenti e li trasse a bruttar le mani nel sangue. Fosse stato il più perverso degli uomini, toccava alla legge il punirlo”.

Il comportamento del Cavallini era stato cauto ogni limite perché non voleva urtare la sensibilità ‘patrottica’ di coloro che odiavano Anviti perciò non aveva cercato i suoi assassini, atteggiamento singolarissimo per un funzionario, di null’altro preoccupato che di mostrarsi avverso all’antico Regime. In qualche modo era tenuto sotto ricatto almeno morale degli estremisti col tricolore.

L’impunità accordata agli assassini aveva mostrato l’incapacità delle nuove autorità italiane a garantire la legalità, permettendo libero sfogo ai peggiori istinti, purché politicamente motivati.

Scrivendo che era difficile identificare i colpevoli, l’Intendente lasciava credere che difficilmente gli aggressori fossero del posto; altrimenti non sarebbe stato difficile riconoscerli.

Non era così.

Egli stesso ne aveva indicato almeno uno e persino un foglio ‘patriottico’ a tutto tondo come la torinese “Gazzetta del Popolo” appena quattro giorni dopo il linciaggio aveva scritto che gli scalmanati erano più che riconoscibili, anche perché “i primi che si avventarono contro l’Anviti [erano] un tale che ricevette le bastonate, ed un altro che, sempre per ordine dell’Anviti, ebbe il suo fratello ucciso in prigione” aggiungendo però, quasi a loro discolpa, che “[r]isulta[va] dalle armi, dalle lettere e dai denari trovati all’Anviti, che egli sarebbe venuto nel Ducati per trovocarvi dei tumulti a favore dei Borboni” ma queste illazioni non trovano conferma perché quando i bagagli dell’Anviti vennero esaminati e spostati, non spuntò nessun aggeggio contundente.

Del resto, l’autodifesa di Cavallini nascondeva la verità, perché non ricordava che l’esiguità delle forze di polizia era ampiamente compensata dalla presenza in città della “Compagnia di Pinerolo” e quei soldati che nulla avevano a spartire con la città perché piemontesi sarebbero stati più che sufficienti a tener sotto controllo la situazione in attesa di rinforzi, purché qualcuno li avesse mobilitati. Ma l’Intendente e gli altri responsabili non lo fecero.

Eppure era bastata una pattuglia di scalcinati civili della “Guardia Nazionale” a far cessare lo scempio del cadavere dell’Anviti.

Eppure, se avesse voluto, l’Intendente poteva facilmente aver ragione di ogni eccesso ma mentre veniva fatto scempio della testa maciullata e lorda di sangue staccata al cadavere di Anviti “le truppe se ne stavano schierate aspettando l’ordine dell’autorità politica per marciare; ma questa, per non forse disturbare uno sfogo così subitaneo dell’ira popolare, aspettò alle 8 di sera a chiamar sotto le armi la Guardia Nazionale, la quale però arrivò ancora a tempo a dissipare quella schiuma del popolaccio, che, compiaciutasi di quella barbarie, non aveva ancor abbandonato il capo tronco dell’estinto ciambellano.

Vi fu un po’ di resistenza per parte del popolo, il quale ricusava di separarsi, e per questo piccolo combattimento furono a lamentarsi alcuni feriti”.

Come aveva fatto capire fra le righe lo stesso Cavallini, s’era lasciato campo libero agli assetati del ‘sangue d’un vinto’ per parere decisi a voltar davvero pagina.

Va notato che a Torino la base del già citato Curletti erano le bettole dove trafficava coi peggiori delinquenti; nella città emiliana i covi da dove si mossero i nullafacenti scatenati e pilotabili con qualche sovvenzione occulta erano nelle mescite vinarie dell’Oltretorrente.

Sarà un caso?

Comunque, alle autorità sabaude non mancò la forza, ma la volontà.

C’é da chiedersi perché.

L’Italia unita doveva mostrarsi implacabile coi ‘reazionari’ sconfitti ed i notabili piemontesi che pure si erano schierati a pancia bassa per l’annessione del Parmense chiesero la maniera forte e la “Gazzetta del Popolo” proclamò che se i legittimisti facevano una brutta fine era perché dovevano pagare antiche (tutte da dimostrare) colpe e li ammonì a non far scherzi, minacciandoli d’una tragica fine come quella dell’ufficiale linciato a Parma. Poi tuonò veementemente perché le terre annesse fossero subito militarizzate e sbrigativamente ‘piemontesizzate’ con la forza militare.

La reprimenda più dura partì da uomo politico piemontese di provata rettitudine come D’Azeglio che sulla “Gazzetta Piemontese” non solo considerò il delitto un episodio sufficiente ad offuscare il mito risorgimentale ma attribuì la responsabilità oggettiva degli eccessi, spontanei o no, alla mancanza di polso delle nuove autorità del Regno e alla sconsiderata irresponsabilità con cui avevano lasciato campo libero ai peggiori estremismi. Un atteggiamento inconcepibile agli occhi perbenisti dei subalpini, tutto ordine ed equilibrio.

Certamente preoccupato da reazioni negative come quelle del D’Azeglio, dopo aver ricevuto il rapporto, Farini ordinò al capo dei suoi collaboratori d’agire in tutta fretta per scoprire e punire i colpevoli.

Al di là della manifesta volontà di ricorrere al pugno di ferro, alla luce del memoriale citato da Julini, in questo messaggio assume una certa importanza la convinzione espressa da Farini che i responsabili non fossero popolani arrabbiati ma soltanto dei delinquenti; come effettivamente erano Curletti ed i suoi scherani. Individui che però non si erano voluti o saputi individuare, com’aveva dovuto ammettere l’Intendente di Parma.

L’11 ottobre Farini rivolse un proclama ai “Parmigiani” annunciando che i colpevoli sarebbero stati duramente colpiti e chiamava a raccolta cittadini e guardie nazionali “in compatta opinione intorno e sotto la bandiera della civiltà e dell’Italia”.

Tre giorni dopo, il governo “pres[e] gli accordi opportuni col signor Farini per l’occupazione militare di queste provincie”.

Appena un mese dopo, ancora “Il Campanile” ospitò una corrispondenza parmense del “Times” con un sincero rammarico perché “il processo degli assassini d’Anviti non [avrebbe avuto] alcun esito. Un gran numero di individui arrestati hanno stabilito l’alibi e si dovettero rimettere in libertà. Quelli sui quali cadono i sospetti, non possono essere scoperti; non si può aver prova contro alcuno ed i testimoni rigettano ogni torto sui contadini e sul popolaccio, composto di gente pressochè sconosciuta. Il delinquente che espierà i torti del popolo sarà la ‘colonna della piazza’…”.

Il monumento raffigurante simbolicamente l’amicizia, eretto nel 1769, era stata scelto dai violenti profanatori per issarvi le membra sanguinanti di Anviti e venne abbattuto proprio per far dimenticare quel delitto, quando, per responsabilità di pochi, la città “stava scrivendo una delle pagine più nere della sua storia”.

Nel 1875 quando pubblicò a Londra la sua disincantata “Storia della rivoluzione italiana” lo scrittore irlandese Patrick Keyes D’ Clery dovette registrare, perplesso e rammaricato, che per l’aggressione ad Anviti “[i] caporioni erano ben conosciuti, ma, quantunque vi fossero truppe piemontesi in città, nessuno fu arrestato, e gli assassini sono ancora oggi impuniti”.

Chiunque avesse commesso il criminale omicidio e fatto scempio del corpo dello sfortunato ufficiale, lo volesse o no, aveva fornito un buon pretesto al governo italiano per por fine agli entusiasmi della presunta liberazione e mettere tutti in riga.

Del resto, un foglio patriottico e unitario come la “Gazzetta del Popolo” era pur costretta a registrare che in Piemonte uno strato consistente d’opinione pubblica accusava Cavour ed il suo governo di “aver dato impiego nell’esercito o nelle carriere civili ad antiche creature dei governi cessati [e] persino qualche ex-ufficiale di quegli ex-duchi dopo essere stato a Solferino contro noi [sarebbe stato] accolto con buon grado nelle file del nostro esercito in seguito a raccomandazioni […]”.

Questa scomoda verità era ancor più evidente proprio nel Parmense dove fin da luglio il primo governatore Pallieri aveva deciso di arruolare nei ranghi della pubblica sicurezza italiana proprio gli antichi gendarmi estensi; lasciando così al loro posto gli stessi poliziotti del precedente regime.

Scrivendo riservatamente a Cavour egli aveva con chiarezza motivato la sua sconcertante decisione, presa anche rischiando l’ostilità degli ‘italianissimi’ più fanatici.

Come dimostrò l’aggressione di massa all’Anviti, le preoccupazioni manifestate da Pallieri su possibili rischi per la permanenza nel Parmese di gendarmi già il servizio col passato regime non erano infondate.

Ma, quando aveva voluto, il nuovo governo sabaudo era stato in grado d’impedire ogni eccesso.

Per una singolare coincidenza, poche ore dopo l’eccidio di Anviti a Parma nella non lontana cittadina di Borgo San Donnino venivano prese tutte le misure necessarie per garantire ogni sicurezza ad un altro poliziotto estense che, mutata casacca, era rimasto in servizio nei ranghi della pubblica sicurezza italiana.

Il responsabile dell’Intendenza locale poté infatti comunicare al capo della polizia parmense che in quel caso almeno due trasformisti politici erano stati protetti e messi al sicuro.

Tre giorni dopo l’eccidio di Anviti, tutti gli ex gendarmi parmensi stanziati nei paesi soggetti all’Intendenza di Borgo San Donnino vennero prudenzialmente spediti in Piemonte.

La sera del 10 ottobre, a Borgotaro due guardie della “Polizia Generale” del Ducato cessati dal servizio e malvisti dalla popolazione che aveva cercato di linciarli furono sottratti ad ogni violenza dall’intervento dell’Intendente del luogo che li ospitò in luogo sicuro, offrendo “vitto e letto” anche ai loro famigliari.

Anche un gruppo di guardie di Finanza del Ducato, subito pronti a mutar casacca giurando fedeltà al nuovo Re sabaudo, benché trattati dalla popolazione “con ingiurie e maltratti” e quindi obbligati a lasciare il servizio attivo furono comunque regolarmente retribuiti dal nuovo governo in attesa di giorni più tranquilli mentre un’altra “guardia della polizia generale” parmense venne prontamente arruolato nella “pubblica sicurezza” italiana a Torino”.

Tutto questo ‘gattopardismo’ potrebbe malignamente indurre a pensare che l’incauto rimpatrio di Anviti non fosse casuale né tanto meno per fomentare moti legittimisti.

Qualche alto funzionario italiano potrebbe averlo lusingato proponendogli un reintegro ben remunerato ai vertici della gendarmeria. Poteva essere una proposta maturata nel clima generale di ‘pacificazione’ e continuità ma avanzata senza tener conto che l’uomo era particolarmente detestato dai suoi avversari.

E questa sottovalutazione avrebbe provocato la tragedia.

Si potrebbe invece, non senza ragione (specie alla luce delle tresche denunciate dal Curletti) che Anviti fosse stato attirato in una trappola con un pretestuoso quanto allettante sollecito per poi farlo scoprire e agitare lo spettro della ‘reazione in agguato’, molto utile per imporre quel regime di stato d’assedio con cui da Torino il governo italiano pensava di normalizzare la situazione delle nuove provincie invase ed annesse.

L’individuo misterioso che identificò Anviti fra i viaggiatori poteva ben essere un provocatore che gli stava alla calcagna fingendo di scortarlo per poi lasciarlo in balìa d’una folla scatenata, abilmente manipolata da qualche occulto agitatore di professione della schiatta di Curletti ?

Non vi sono prove al riguardo.

E il mistero resta ben fitto.

Ma il delitto Anviti fu comunque un atto barbarico di fanatismo di massa contro un avversario ormai piegato.

Mentre i camaleonti di sempre tornavano in sella e con loro gli sbirri pronti a servire ogni padrone (magari solo cambiando aria per un po’), gli sconfitti la pagavano cara.

Con l’Italia unita scorreva il primo sangue dei vinti.

Roberto Gremmo

Centro studi Giuseppe Federici – Per una nuova insorgenza

Comunicato n. 42/22 del 2 maggio 2022, Sant’Atanasio

fonte

segnalato da caterina ossi

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