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L’amalgama e il fascino discreto della lingua nella Napoli post 1799 di Giuseppe Gangemi

Posted by on Mag 12, 2025

L’amalgama e il fascino discreto della lingua nella Napoli post 1799 di Giuseppe Gangemi

Il dizionario Treccani definisce amalgama, termine latino coniato dagli alchimisti, come “impasto”. I Borbone, ritornati al potere nel 1799, nemmeno provano a tentare questo impasto o re-impasto per recuperare consenso e superare le tragedie dell’invasione francese e della Repubblica Giacobina. Essi colpiscono duramente quanti hanno dato appoggio ai Giacobini, a parte quelli che si sono, per tempo, recati dal re a giustificarsi e chiedere perdono.

Pochi ricorrono a questa possibilità perché, mentre sono assediati dai Sanfedisti nei Castelli napoletani, quando i più moderati e ragionevoli propongono di inviare una delegazione a Palermo per implorare perdono, i componenti più estremisti della Sala Patriottica bocciano la proposta. Tranne il recupero di pochi, i Borbone non si sono mostrati interessati a riconquistare il consenso dei Giacobini disponibili a ricredersi o a mantenere il consenso dei Sanfedisti delusi dalle aspettative create dalle pratiche adottate da Fabrizio Ruffo: una tassazione di nobili e plebei proporzionale al reddito; semi di democrazia deliberativa nelle decisioni circa il modo di distribuire i gradi e raggiungere obiettivi militari. I Borbone puniscono con pene pesanti, dalla morte all’esilio alla pena detentiva, quanti si sono compromessi con la Repubblica. Inoltre, nemmeno provvedono a concedere una legge di eversione della feudalità o una riforma del fisco. Ci penseranno a promettere entrambe, i Napoleonidi (non avranno tempo di implementare le leggi) e coinvolgeranno nell’amalgama anche seguaci del Cardinale Ruffo.

Quando i Francesi decidono di riconquistare il Regno di Napoli, Napoleone sa già, per averlo intuito dalle delusioni che Ferdinando IV ha dato a Ruffo, che questi non si metterà alla guida di una eventuale sollevazione popolare e aver capito che, anche nel caso di numerose rivolte, si tratterà di spegnerle una per una perché, mancando Ruffo, sarà difficile unificare in un unico movimento e coordinare i rivoltosi. Nel 1804, in procinto di invadere di nuovo il Regno di Napoli, scrive al proprio ministro degli Esteri, Charles-Maurice de Talleyrand, per esternargli la sua speranza, nell’imminenza della seconda invasione: “ce qui est important c’est qu’à l’extremité de la Calabre non s’arme pas les paysans” (Placanica 1999, p. 267). Questa frase rivela preoccupazione, ma anche ottimismo circa la possibilità che tutto sia più facile, ipotizzando che Ruffo, deluso, non si rimetta in gioco, come infatti deciderà di fare. Il Cardinale, richiesto dai Borboni di ripetere l’impresa del 1799, si rifiuterà di farlo: “Certe follie”, risponderà, “si fanno una sola volta nella vita”. Il disimpegno di Ruffo è stata la prima conseguenza della decisione dei Borbone di nemmeno tentare una amalgama.

I Francesi, invece, analizzando i perché della loro sconfitta, capiscono che, per tenere Napoli, occorre il consenso o la neutralità di quanti più possibili ex sudditi dei Borbone: giovani del popolo da arruolare per svincolare il maggior numero di soldati francesi dal gravoso compito della sicurezza interna e, magari, costruire un’armata di soldati napoletani in condizione di collaborare a consolidare l’egemonia francese sull’Europa; esponenti della piccola borghesia da attrarre con la possibilità di carriera nell’esercito, cosa che ha sempre contraddistinto l’esercito repubblicano francese e quelli napoleonici; esponenti del vecchio regime da convincere a collaborare lealmente con la nuova monarchia in cambio del mantenimento della carica o dell’impiego.

Aiuta a ottenere questi risultati l’emarginazione delle frange rivoluzionarie intransigenti, quelle che non cedono sulla forma repubblicana, e il fatto che vengano tenute lontane da esercito e amministrazione. Tra gli intransigenti che vengono emarginati, troviamo Francesco Lomonaco, cui non viene offerto alcun posto di lavoro nel Regno di Napoli. Gli si permette soltanto di insegnare all’università di Pavia, dove ha meno possibilità di trovare consensi alla propria intransigenza. Non sarà l’unico, ma sarà quello che pagherà con la vita, il suicidio, l’amalgama napoletana.

Il motore dell’amalgama sociale, a Napoli e altrove, sono le società segrete al cui interno, al tempo dei vecchi regimi, si erano formati e confrontati i membri dei partiti politici e delle élite che hanno guidato le rivoluzioni repubblicane. I Napoleonidi (Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat) si procurano di mettersi al vertice delle nuove organizzazioni massoniche che nascono dalla fusione dei vari rami della massoneria (il Rito Scozzese si unisce al Grande Oriente). La massoneria diventa la struttura che più promuove la collaborazione tra moderati ex Giacobini e moderati ex Borbonici accogliendo al proprio interno persino ex capi massa delle truppe di Ruffo. Questi, entrando nella massoneria, accettano il dialogo con gli esponenti del vecchio regime. Solo la Carboneria mantiene posizioni critiche. Quando Murat ritorna, sconfitto, dalla Russia, trova una Carboneria molto cresciuta per numero di adepti e gioca la carta di concedere la Costituzione. Tuttavia, i Carbonari e gran parte dei Massoni non si accontentano di quanto Murat è disposto a concedere. Semplicemente, non lo vogliono più e lo lasciano solo.

Un secolo e mezzo dopo, vari intellettuali napoletani descrivono un altro, efficace, tipo di amalgama che, a loro dire, è durato circa 150 anni. Raffaele De Capria, ne L’armonia perduta, descrive questa strategia con l’espressione “il fascino suadente del dialetto”. Una nuova lingua napoletana, ingentilita, viene offerta dalla piccola borghesia, l’unica capace di esercitare egemonia, dopo le migliaia di condanne, a morte, all’esilio, al carcere del 1799-1800, sulla plebe napoletana, che aveva rifiutato la libertà offerta dalla grande borghesia illuminista. Si diffonde, per esorcizzare la grande paura del 1799, una lingua napoletana comune, costruita dalla piccola borghesia e accettata dalla plebe, veicolata con l’ausilio di musica e canzoni. La musica incanta e il testo, tutto incentrato su amore, “volemose bene”, bellezza del mare, del Vesuvio, della città, unicità di Napoli e dei Napoletani, etc., riaggrega le classi disaggregate inferocitesi l’una contro l’altra durante rivoluzione e controrivoluzione. Con questa cultura musicale e canora “la decapitata borghesia” digerisce e assorbe “tutti gli strati sociali della città, primo fra tutti il grossissimo rospo della plebe” (p. 28). La Capria non chiama amalgama questo processo, ma di amalgama si tratta, come mostra il fatto che il termine gli sfugge dalla penna almeno due volte: come verbo (p. 28) e come sostantivo (p. 48).

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