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L’anima e il cervello di Fiorentino Bevilacqua

Posted by on Mar 1, 2025

L’anima e il cervello di Fiorentino Bevilacqua

L’anima, considerata da sempre come la vera essenza di un essere umano, la parte più profonda ed immateriale che fa da guida al corpo (sant’Agostino riteneva che essa fosse il nocchiere del corpo), negli ultimi secoli è stata da molti ritenuta inesistente.

A riprova che essa non esiste e che il vero nocchiere è il cervello, alcuni riportano gli esempi di persone che avendo subito danni all’encefalo, vedono modificata la loro personalità. Se l’anima fosse il nocchiere del corpo, argomentano costoro, soggetti che hanno avuto un accidente cerebrale (o assumono droghe o altro) non dovrebbero presentare modifiche o limitazioni comportamentali.

Di più: siccome la modifica avviene come conseguenza del danno al cervello, è il cervello il vero nocchiere, l’anima di cui parla Agostino(1).

Questo ragionamento, però, parte dal presupposto, ha bisogno dell’assunto che l’anima di Agostino, l’anima immateriale proveniente da chissà dove e calata nel corpo, una volta scesa in questo si manifesti, si esprima senza ricevere da esso alcun freno, alcuna limitazione alla sua espressione e manifestazione(2): essa si mostrerebbe, quindi, tal quale è, sempre.

Vediamo se ciò è vero perché, se esistessero prove del contrario, il ragionamento negante, privato del suo necessario supporto, verrebbe a cadere. Quindi, a questo punto, la domanda centrale è… l’anima, lo spirito, qualcosa di immateriale dotato di esistenza propria indipendente dal corpo, calata nel corpo subisce o non subisce limitazioni alle sue potenzialità espressive?

Salimbene de Adam

Salimbene de Adam (meglio noto come Salimbene da Parma), è stato un monaco francescano del tredicesimo secolo autore di una ponderosa Cronica in cui riporta molti degli avvenimenti accaduti nella sua epoca(3). Uno di questi vede come protagonista un monaco che era stato chiamato ad esorcizzare un contadino ritenuto posseduto dal dimonio.

Prima di procedere con il rituale dell’esorcismo però, l’arguto frate volle prima sincerarsi che il contadino fosse veramente posseduto. Gli chiese, dunque, di parlare in latino ché, ragionava, se veramente in esso vi fosse stato il demonio, questi ben avrebbe saputo esprimersi nella lingua di Catullo, Cicerone e Plauto.

In risposta all’invito, il contadino cominciò effettivamente a parlare in latino (xenoglossia) ma nel farlo però, commetteva molti errori. Huuum…  – pensò il frate – se lì dentro ci fosse stato veramente il demonio, il contadino si sarebbe espresso in un latino perfetto… dunque, visti gli errori, il demonio non c’era ed egli non avrebbe proceduto con gli esorcismi. Comunicata agli astanti la sua decisione si sentì rispondere – dal demonio! –  che lui si trovava sì nel contadino, che il latino lo conosceva bene quanto il frate ma, siccome si trovava in un corpo rozzo e grossolano, un corpo con una lingua spessa così, non poteva pronunciare bene le parole ed ecco che il suo accusativo, nella pronuncia del villico, diventava un ablativo e, dunque, di qui l’errore che tale, in partenza, non era; fore ut vuole il congiuntivo, lui questo ben lo sapeva, ma che poteva farci se il suo congiuntivo diventava un indicativo sulla bocca del grossolano uomo dei campi!? 

Questo episodio, che mi sono permesso di romanzare un po’ pur rimanendo fedele alla sostanza della storia, sembrerebbe confermare la tesi secondo cui l’anima, lo spirito, qualunque esso sia e qualunque siano le sue potenzialità e finalità, calato in un corpo subisce e patisce tutte le limitazioni che da questo possono derivargli.

Potrebbe essere, perciò, che l’anima, discesa, calata, inserita nel corpo (come anche laicamente, sebbene ereticamente, molti “fatti” suggeriscono oggi), sia soggetta ai limiti di esso, ai limiti della materia da cui il corpo è costituito. Dunque potrebbe ben essere che il “nocchiero”, quel nocchiero di agostiniana memoria, esista, ci sia, anche se non fa quello che molti, con misconosciute o dichiarate inclinazioni materialistiche e/o atee, si aspettano che esso faccia(4) e perciò niente significano, nulla implicano le ulteriori limitazioni impostegli da un corpo che si ammala!

A sostegno di Salimbene

Una volta scesa nel dominio della materia, alle leggi di questa la stessa anima sembra, dunque, che sia sottoposta.

Non viene, infatti, condotta a “peccare”?

Non viene, essa, portata a fare ciò che non dovrebbe?

Essa è un frammento di quel divino che è solo amore, ma il corpo nel quale alberga può macchiarsi dei più efferati delitti contro l’uomo, le cose e la natura. Quindi essa “assiste” all’esecuzione di nefandezze che sono la negazione stessa dell’amore, quindi di se stessa.

Nocchiero sì, dunque, ma con dei limiti imposti dalla materia in cui si è (o è stata) calata.

Ma, se è soggetta alle deviazioni etiche dalla materia imposte, figuriamoci se non può esserlo a quelle di natura puramente fisica: un posseduto può fisicamente essere tenuto a bada da quindici persone; lo spirito che lo possiede, libero da quel corpo no, nemmeno da mille (…eccezion fatta per lo scomparso padre Amorth e altri come lui, sebbene l’azione, in questo caso, non sarebbe più di tipo fisico).

Logicamente, quindi, il discorso dei danni e delle conseguenti modifiche della personalità da cui discenderebbe la non esistenza dell’anima immateriale, non tiene.

La volontà del pilota di un jet, si esprime attraverso il jet stesso e, pur essendo la sua volontà ben superiore ai limiti del mezzo fisico che governa (in accordo con le leggi della meccanica e dell’aerodinamica), egli non può fare tutto ciò che vorrebbe: non può entrare in orbita, non può ridurre troppo la velocità pena lo stallo, non può fare la virata stretta che vorrebbe (specialmente se in coda ha un velivolo nemico che gli dà la caccia). E se il mezzo fisico cedesse, a poco varrebbe la sua volontà di riportarlo a terra integro… In questo caso il pilota, il “nocchiero”, c’è ed ha ben altra volontà che quella di far schiantare il suo velivolo, ma i limiti della “materia aereo” possono fargli perdere l’aereo stesso…

La mia auto fa ciò che io decido che faccia: curva a destra e a sinistra; prosegue dritta a velocità costante o accelerando se davanti a me si para un lungo rettilineo. Certo: io voglio il bene dell’auto e dei suoi occupanti, ma nel dominio della materia, sono sottoposto a forze che possono andare oltre il mio volere. La forza centrifuga è una di queste: ad essa io sono soggetto con la mia auto quando percorro una curva. La fisica mi dice che essa aumenta all’aumentare della velocità ed è tanto più intensa quanto più “pesa” l’auto e quanto più “stretta” è la curva che imposto. Quindi se affronto una curva troppo velocemente, la forza che mi spinge verso l’esterno, verso la cunetta o il guard-rail, può essere tale da superare la forza con cui l’attrito fra gomme e asfalto mi tiene, tiene la mia auto nella traiettoria da me, nocchiero, impostata… e quindi vado a sbattere. Io non avevo quella volontà: volevo tornare integro con la mia auto a casa… eppure, le leggi, le forze che regolano il mondo materiale (nel quale io, nocchiero, opero), nelle condizioni venutesi a creare, a causa della mia fretta, della mia distrazione o del mio errore di valutazione, mi hanno portato “a sbattere” contrariamente al mio volere.

Un anziano potrebbe avere il desiderio di fare ciò che anni prima faceva: ne ha la volontà (si può dire, allora, che questa è l’anima!?) ma non ci riesce perché – quante volte lo abbiamo sentito dire! – “il fisico non mi accompagna”. Questa è l’amara conclusione del vegliardo che vorrebbe tornare nei campi, in fabbrica, in ufficio, in somma in mezzo agli altri a fare quello che faceva prima ma la sua volontà è frustrata dai limiti imposti del soma, dal corpo che ora si ritrova.

Se la volontà è espressione dell’anima oppure è, in qualche modo, l’anima stessa, essa è soggetta ai limiti fisici del corpo; e se lo è in questo caso, ben può esserlo nel caso dei danni al cervello… pur non identificandosi con esso.

Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem

Il fatto che un soggetto con danno cerebrale non manifestando più la stessa personalità di prima dell’insulto, significa, implica che l’anima non esiste e che il vero nocchiere del corpo è il cervello, è una conclusione che

  1. è sconfessata da alcuni fatti;
  2. richiede un ulteriore assunto: l’anima si esprime senza limiti (mentre molto sembra indicare il contrario)(5);
  3. genera, proprio grazie a questo assunto, complicazioni che farebbero inorridire Occam e tanti altri.

Se, infatti, l’anima si esprimesse senza subire limiti, ciò imporrebbe che sono esistiti vari tipi di anima: rozze anime preadamitiche e più raffinate anime adamitiche o, per restare nell’ambito dell’antropologia scientifica, anime tipiche dell’Homo abilis, altre proprie dei neanderthal, altre che hanno caratterizzato gli erectus e infine quelle dei sapiens (con ciò presupponendo che australopitecine e paranthropus di anima non ne avessero neanche l’ombra!). Ma anche a voler arbitrariamente ipotizzare che solo Homo sapiens abbia un’anima, dovrebbero essere esistite anime di vari gradi di raffinatezza: rozzi spiriti calati nel corpo dei raccoglitoricacciatori, anime più elevate nei più evoluti coltivatori fino ad arrivare alle anime, per ora – e nonostante tutto! – considerabili al top, calate nei corpi dei sapiens dei nostri tempi…

Viceversa, l’altra ipotesi (l’anima c’è ma subisce le limitazioni del corpo) al di là di ogni altra considerazione religiosa, teologica o di fede, spiega gli stessi fatti, è in armonia con molto dell’osservato (anche quello al di fuori dai canoni della nostra attuale, negante scienza sperimentale) e non comporta la moltiplicazione di enti cosa che, invece, discende dall’altra.

Nel mondo scientifico, quando a carico di una teoria, vengono accumulate evidenze come quelle dei punti 1, 2 e 3, normalmente essa viene abbandonata… Dunque si dovrebbe abbandonare quella presunta dimostrazione e, quindi, la conclusione con essa raggiunta, che l’anima non esiste(6). Chi volesse dimostrare ciò, deve cercarsi un’altra via. Se c’è.

Fiorentino Bevilacqua, 26.02.25

  1. Il ragionamento vale anche se l’anima viene vista come qualcosa che emerge dall’attività del cervello.
  2. Questo ragionamento, oltretutto, ipotizza quanto meno per assurdo, che l’anima esista: non si può infatti negare l’esistenza di qualcosa che… non esiste.
  3. Salimbene de Adam, qui https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/fra-salimbene-de-adam-cronista-medioevale-del-sacro-e-del-profano/
  4. Se questo fosse un articolo destinato ad una prestigiosa rivista, alla fine di esso dovrei dichiarare gli eventuali conflitti di interesse (finanziatori ecc). A me questo non tocca, però, a differenza di quanto accade a chi scrive stando dalla parte della scienza come abitualmente la conosciamo, io sento il dovere di precisare che qualche bias io, anche io, come loro, potrei averlo. Sono infatti un cattolico.
  5. Entrambe le posizioni, anche quella negante, assumono che l’anima esista: non si può confutare una cosa che non esiste, qualcosa nemmeno mai pensata da alcuno… Quella che nega però, ha bisogno di un secondo assunto che implica, però, l’ingombrante e poco gestibile complicazione del punto 3. Normalmente, quando questo accade, la via “complicata” viene abbandonata.
  6. <<Il riduzionismo diventa molto spesso un modo per diminuire l’importanza di fenomeni ed esperienze che non si comprendono […] Che senso ha dire che certi fenomeni sono “solo” il frutto di una particolare attività del cervello quando, a pensarci bene, si può dire la stessa cosa di tutto ciò di cui possiamo avere esperienza e conoscenza?>> Che senso ha?… a mio parere ha il senso di una difesa dalla difficilmente gestibile complessità del reale, proteggendo così la fragile, inadatta psiche umana e passando, per fare ciò, attraverso la negazione di una profonda “biodiversità” umana anche nei processi percettivo-cognitivi (v. F. Bevilacqua, Elogio del Paranormale). Insomma, è come dire… un UFO, la Madre del Verbo, la Vergine della Rivelazione, un uomo che attraversa un muro li vediamo con gli occhi e il cervello, dunque possono anche essere delle false percezioni, mentre tutto il resto, un comò, una chiave inglese e una foglia di fico, per esempio, siccome li vediamo con l’alluce del piede destro (o altra parte del nostro corpo a scelta), sono reali.  Umano, troppo umano… ma non giusto e sommamente non scientifico. (La citazione è tratta da Neuroteologia: dall’estasi agli UFO. Persinger e le basi neurofisiologiche delle esperienze mistiche e visionarie. Qui https://www.carmillaonline.com/2005/09/10/neuroteologia-dallestasi-agli-ufo/Che

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