Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

L’ATTIVITA’ DI COSIMO GIORDANO CAP. VII

Posted by on Ago 7, 2022

L’ATTIVITA’ DI COSIMO GIORDANO CAP. VII

Cosimo Giordano fu indubbiamente uno degli attori più famosi e tristi del brigantaggio meridionale. Da ragazzo faceva il guardiano di armenti ed all’età giovanissima di 16 anni conquistò gli onori della cronaca, essendosi reso colpevole di omicidio per vendetta.

Ma non fu certamente questa la occasione che lo portò al brigantaggio. L’occasione fu offerta, invece, dalla crisi politica ed economico-sociale che, come abbiamo accennato, coinvolse il Mezzogiorno immediatamente dopo la battaglia del Volturno, a cui Cosimo Giordano partecipò, da caporale borbonico. Perciò, dopo il trionfo di Garibaldi, si rifugiò nel Matese ed ivi divenne prestissimo l’incontrastato padrone di quei monti. Fanatico e spaccone, più che ambizioso e sanguinano volle superare per tristissima fama il brigante Centrillo che operava nel versante opposto al Volturno. Fece di tutto per imporre il timore di sè in ogni contrada e si diede, quindi, ai misfatti più audaci, riuscendo sempre ad eludere gli appostamenti e le incessanti ricerche delle autorità civili e militari. Così la sua fama riuscì presto ad oscurare quella di ogni altro brigante. Nel Cerretese, dopo i tragici fatti di Casalduni e Pontelandolfo, di cui fu principale protagonista, si rese autore di una lunga serie di delitti, tra cui rapimenti, estorsioni ed omicidi. Il 29 maggio del 1861, solo per motivi di gratitudine nei confronti del brigante Pilucchiello (il quale divenne da allora il più prezioso e fedele collaboratore del Giordano) uccise Giuseppe Parente di Cerreto. Ben presto il suo nome divenne tristemente famoso in tutto il territorio e la sua banda si arricchì delle peggiori canaglie della zona. In brevissimo tempo, infatti, nella banda Giordano erano confluiti nuclei di briganti da Cusano, Pietraroia, Guardia, Morcone, Cerreto, i quali, tutti, riconobbero in Cosimo il più dotato e capace, eleggendolo, perciò, a capo in assoluto. Il Giordano ebbe, però, l’accortezza di non creare rancore e gelosie nei vecchi capi e, quindi, organizzò la banda in quattro gruppi, affidando il comando dei gruppi a Vincenzo Ludovico di Cerreto, detto “Pilucchiello”, a Giovanni Civitillo di Cusano, al brigante Errichiello e tenendo con sè il gruppo dei più fedeli, tra cui il famigerato Libero Albanese, suo luogotenente, tristemente noto, come accennato, per la sua eccezionale ferocia. Dal novembre del 1861 al maggio del 1862 il Giordano insieme al Pilucchiello, svernò a Roma, dove conobbe e strinse amicizia col brigante “Fuoco“, soprannome del brigante Basile (44). Riapparve nel cerretese, nel maggio del 1862, epoca in cui fu compiuto il più brutale dei delitti, e che, quasi certamente fu determinante ai fini della condanna, pronunciata nell’84, dalla Corte di Assise di Benevento, dove il Giordano venne difeso da Antonio Mellusi, il quale fu sospettato di essere stato sollecitato alla difesa dall’on. Michele Ungaro, di cui il Mellusi era anche parente. Il delitto commesso nel ’62 è ricordato, ancora oggi, col nome della valle dove ebbe luogo. Da allora, infatti, la valle chiamasi “Melchiorre” secondo il nome della vittima. Ed ecco la ricostruzione del triste episodio, attraverso il racconto dell’ex brigante Giovanni Sciarra, della banda “Giordano” Come avremo modo di esporre più avanti, lo Sciarra visse gli ultimi anni della sua vita di ex ergastolano graziato, in casa Mastrobuoni, dove aveva trascorso la fanciullezza e la prima giovinezza, apprendendovi il mestiere di “cardalana” (artigiano della lana) (45). Ebbene, lo Sciarra raccontava ai Mastrobuoni che in una sera del mese di maggio del 1862, Cosimo Giordano, accompagnato dal fido Albanese e da una quindicina di briganti, si portò in S. Lorenzo Maggiore e precisamente nel Circolo Sociale, dove i benestanti del paese erano soliti incontrarsi per giocare a carte. Il Giordano entrò da solo nel Circolo e si accostò al tavolo dove era seduto, con altri tre amici, Luigi Melchiorre, ricchissimo possidente laurentino. Con un cenno minaccioso e inequivocabile il brigante invitò Melchiorre ad uscire dal Circolo. Come furono fuori, si fece avanti Libero Albanese, il quale afferrata l’ignara vittima per il bavero della giacca la invitò ad allontanarsi in loro compagnia senza discutere. Sparirono presto dal paese, avviandosi al monte Taburno verso Vitulano. In una vallata i briganti fecero letteralmente scempio di Melchiorre, mutilandolo degli orecchi, del naso e dei genitali, che avrebbero inviato ai familiari a S. Lorenzo. Non paghi, accesero una catasta di legna e spinsero la vittima nel rogo, dove si compì l’atroce agonia. E sempre restata oscura la causa che spinse i briganti all’orrendo crimine, nè il racconto dello Sciarra ha mai offerto elementi sufficienti per intuirla. La notizia, per quanto ci viene riferito da testimoni viventi è confermata da un altro significativo particolare, accaduto presso la corte di Assise di Benevento e il cui protagonista fu l’illustre avv. Giovanni Porzio (46) L’avv. Porzio il 9 maggio 1953,nell’aula della Corte di Assise di Benevento, dove si celebrava il processo contro Marino Lepore, imputato di omicidio volontario, esordì dicendo che mentre si avvicinava alla città di Benevento aveva notato il “Taburno” e la visione della magnifica montagna gli aveva portato alla mente, tra i ricordi dell’infanzia trascorsa a Guardia, i racconti della nonna, intorno alle gesta del brigante Cosimo Giordano. E ricordò di questi il famoso delitto Melchiorre, consumato in maniera orrenda nella valle omonima presso Vitulano. Il particolare serviva ad introdurre in un certo senso l’arringa. Ma a noi non interessano i punti di collegamento dei due delitti, quanto il fatto che anche l’avv. Porzio ricordava, dai racconti della nonna, che Luigi Melchiorre fu seviziato ed ucciso da Cosimo Giordano. Nel giugno di quello stesso anno fu anche ammazzato Nunziante Cifarelli fervente liberale, fortemente legato anche da vincoli di profonda amicizia ai liberali Domenico Capuano (zì Mingo) e Salvatore Pacelli, rispettivamente di Cerreto e S. Salvatore Telesino. Il delitto Cifarelli assume senz’altro un carattere squisitamente politico. Il Cifarelli, infatti, non era un ricco possidente, nè il delitto, come fu accertato, venne motivato da tentativi di estorsione o rapina. Cifarelli era solo un liberale convinto e letterato di valore e, insieme al Pacelli e Capuano, fu un magnifico protagonista delle lotte contro i reazionari borbonici e contro l’annessione a Benevento di numerosi comuni della Provincia di Terra di Lavoro. Nunziante Cifarelli, come potremo precisare più avanti, fu, perciò, quanto il Pacelli, avversario inflessibile, tra l’altro, di quella parte della nuova classe dirigente, trasformista e spregiudicata, tra cui primeggiava l’ex giudice borbonico Michele Ungaro, e che conservò il potere anche dopo l’Unità d’Ttalia. Infatti, solo dopo la scomparsa dell’illustre uomo politico di Cusano, si verificò, in quel tenimento una clamorosa affermazione dell ‘Ungaro. Nunziante Cifarelli fu ammazzato dalla banda del Giordano sulla strada che da Civitella Licinia porta a Cusano. Subito dopo il delitto Cifarelli, si verificarono i ricatti al Mastrobuoni e al Giudice De Gennaro. Il ricatto al Mastrobuoni fu messo in atto quasi certamente a fine giugno, principio di luglio, perchè accadde durante la trebbiatura del grano in contrada Cesino, presso Cerreto. La vicenda si svolse nelle prime ore pomeridiane. Giovambattista Mastrobuoni, (fratello della nonna del Sign. Salvatore Biondi, al quale dobbiamo i particolari del racconto dell’episodio criminoso) riposava nella casa colonica del podere di Cesino, in una stanza del piano superiore. Ad un tratto la casa fu circondata dai briganti della banda Giordano e uno di essi, esattamente Giovanni Sciarra, si avvicinò agli operai e chiese dove fosse il padrone. (Come si ricorda lo Sciarra era vissuto, fin da fanciullo, in casa Mastrobuoni). Appreso che il Mastrobuoni riposava, il brigante, senza esitare, salì al piano superiore ed invitò il vecchio signore a seguirlo. Questi, intuito il pericolo, tentò di commuovere lo Sciarra, ricordandogli la sua infanzia, il bene che aveva ricevuto in quella casa il mestiere che aveva appreso e la fiducia, dì cui aveva goduto come un qualsiasi altro membro della famiglia. A questi ricordi il brigante, sicuramente a disagio, invitò il Mastrobuoni a seguirlo, promettendogli che non gli sarebbe stato torto un capello. Il Mastrobuoni allora, fiducioso, si allontanò con l’intera scorta dei briganti, mentre gli operai sull’aia, sbigottiti, ne seguivano inermi il rapimento. I briganti raggiunsero così la montagna con la loro vittima, alla quale senza preamboli minacciarono di tagliare le orecchie ed il naso qualora i familiari non avessero pagato un riscatto di diecimila ducati. Circa la somma del riscatto fu sempre lo Sciarra a sostenere che la somma era lieve in confronto al denaro, di cui disponeva la famiglia Mastrobuoni. Naturalmente l’affermazione dello Sciarra scaturiva dalla precisa conoscenza del patrimonio della famiglia Mastrobuoni e del suo parentado più prossimo. I Mastrobuoni, infatti, erano due fratelli ed una sorella. Quest’ultima, tra l’altro, aveva sposato Domenico Biondi, la cui famiglia era ricca e da epoca remota curava l’industria dei panni di lana. I Biondi possedevano, all’epoca, trenta telai e dodici “cardalana”. Se ne stavano buona parte dell’anno nelle Puglie, dove il loro prodotto era richiestissimo. Perciò, i familiari del Mastrobuoni potevano ben pagare il riscatto. Ricevuta la notizia si apprestarono infatti a preparare il prezzo del riscatto. Il Mastrobuoni venne liberato, ma dopo un mese dal rapimento. A nulla era valsa la protezione dello Sciarra. Non è stata esclusa, tra le cause della morte di Giovanni Battista Mastrobuoni, quella della paura che tormentò sicuramente il prigioniero durante le tremende ore trascorse in mano dei briganti di Cosimo Giordano. Nel 1866, però, lo Sciarra fu catturato nella grotta di S. Angelo alla montagna (Cerreto) e fu portato incatenato per le vie di Cerreto fino al carcere. Processato dalla Corte di Assise di Benevento fu condannato all’ergastolo. Dopo trentatrè anni di carcere inoltrò domanda di grazia, chiedendo l’intercessione della stessa famiglia Mastrobuoni, che non trovò difficoltà a concederla. Lo Sciarra fu graziato e trascorse gli ultimi anni della sua vita in casa Mastrobuoni, dove già era stato accolto fanciullo. Il brigante Sciarra, per quanto beneficiato, non volle svelare i nomi dei complici. Cosimo Giordano operò, quindi, seminando veramente il terrore fino alla fine del ’63. La sua audacia, la sua spregiudicatezza e spavalderia non avevano limiti. A volte i briganti scendevano nei paesi del circondano in pieno giorno, mescolandosi, nei giorni di mercato alla folla. “Io sono un buon cristiano, usava dire, sghignazzando, il Pilucchiello, e vado a messa tutte le domeniche“. Pilucchiello soleva così vantarsi di abbandonare i monti e scendere, quando voleva, sia a Cerreto, che a Cusano o a Guardia. Il fenomeno diventava sempre più grave e le autorità decisero finalmente di intensificare la lotta contro i briganti. Furono allora riorganizzate le guarnigioni delle forze di polizia, intensificati i pattugliamenti e le perlustrazioni con un considerevole impiego di forze; per la prima volta si dava inizio alla perlustrazione in montagna, abbandonando la tattica dell’appostamento a valle o in paese, dopo le solite segnalazioni di confidenti, così come era avvenuto fino a quel momento. Queste misure difensive e offensive fecero sperare nella imminente cattura di C. Giordano; non poche volte, infatti, in quel periodo (63 – 65),venne dato per catturato, o ucciso in uno scontro con le guardie. Ma Cosimo Giordano aveva, invece, abbandonato il cerretese, vagando sotto falso nome, di paese in paese ed esercitando ogni sorta di attività. Peregrinò, così, per due anni in varie regioni d’Italia e ricomparve a Cerreto nel 1865. Il suo ritorno coincise con la campagna elettorale di Michele Ungaro, candidato al Parlamento senza avversari. Infatti, a Cusano, come si ricorda, Nunziante Cifarelli, deciso ed implacabile avversario di Ungaro era stato assassinato dalla banda del Giordano, nè altri avevano potuto degnamente sostituirlo nelle battaglie politiche; a Guardia, S. Lorenzo e S. Lupo la situazione era sotto il controllo di Achille Iacobelli da S. Lupo (sostenitore di Ungaro) potente e ricco signore del circondano già protetto da Ferdinando II e altrettanto accreditato presso i nuovi governanti; a S. Lorenzello, l’avvocato Nicola Massone aveva inspiegabilmente rifiutata la candidatura, preferendo esercitare tranquillamente l’avvocatura nel foro di Napoli; resisteva solo il Pacelli, ma limitatamente a S. Salvatore Telesino, perchè, come riferiremo più avanti, dopo la sconfitta subita per la non annessione alla Provincia di Benevento dei Comuni di Terra di Lavoro, la delusione e l’amarezza lo portarono ad un certo disimpegno. Pacelli era stato letteralmente ridimensionato e costretto a vivere da grande isolato nella sua S. Salvatore. E poi… il ritorno di Cosimo Giordano, ritenuto sostenitore aperto di Michele Ungaro! Perciò, la strada per il successo politico di Michele Ungaro si presentava facile e sicura. L’attività dei briganti, in questo periodo, si risolse a ricatti ed estorsioni. Dopo la “elezione” di Ungaro, il Giordano si stabilì ancora a Roma. A Roma, come ricorda il Mazzacane (47) si diede a frequentare ambienti politici borbonici, riuscendo anche a conquistare l’amicizia “intima” di una “gentildonna” romana. Le sue apparizioni a Cerreto erano, comunque, frequenti. Egli veniva spinto soprattutto dal bisogno di danaro. Infatti, dal mese di luglio del ’66 al primo inverno dello stesso anno consumò nel cerretese, nuovi ricatti e nuove estorsioni. Rientrò a Roma e da Roma partì per Londra. Nella metropoli inglese si fermò pochissimo tempo. Quindi fu nuovamente a Roma, dove fu arrestato per omicidio. Evitò, però la condanna, perchè riuscì a dimostrare la sua innocenza. Col falso nome di Giuseppe Pollice passò nell’anno ’67 a Marsiglia, dove si fermò per circa due anni, probabilmente fino all’estate del ’69 data della sua ricomparsa in Cerreto. Intanto la lotta contro il brigantaggio era diventata sempre più impegnativa e non mancavano misure eccezionali contro i briganti. Artefice principale della lotta al banditismo fu Salvatore Pacelli, il quale elaborò un vero e proprio disegno strategico di concerto con le autorità. L’elezione di Ungaro a deputato sembrava avergli dato maggiore vigoria e determinazione per riprendere l’agone politico. Dopo questi anni di attività, intanto, i “gruppi” denunziarono forti sintomi di sbandamento. Per le continue fughe del Giordano poi, tutta la banda veniva spesso a mancare dell’uomo di maggiore prestigio, del vero capo, capace di stabilire una rigorosa disciplina ed una vera e propria armonia tra i gruppi medesimi. Cominciarono così i primi clamorosi casi di tradimento: aumentarono le spie e i confidenti tra gli stessi parenti dei briganti (48). Ma Cosimo Giordano, nel settembre dello stesso anno riuscì a riparare nello Stato Pontificio e sicuramente vi si sarebbe stabilito se non si fosse paventata la presa di Roma. Anche Roma, perciò, era una sede scomoda. Bisognava cercare una dimora più sicura e, quindi, secondo quanto viene riportato in una biografia di Ungaro, a firma apocrifa di “Cellomet” e comparsa durante le elezioni del 76 fu proprio in questa circostanza, che Cosimo Giordano ricorse ai favori dell’On.le Cerretese per lasciare 1′ Italia. Fu così che l’On.le Ungaro lo accompagnò, sempre da quanto è scritto sul citato opuscolo, in Egitto. Un fatto, comunque, è certo che nel Cerretese, anche secondo il Mazzacane, Cosimo Giordano ricomparve solo nel 1880 ed esattamente, in Cerreto, il 24 giugno. Il Giordano vi fu spinto, probabilmente, da una sua disperata condizione finanziaria. D’altra parte, tra i suoi fidi e manutengoli aveva sicuramente lasciato considerevoli somme di danaro e preziosi. La fantasia popolare non fece fatica ad immaginare un tesoro nascosto, che il brigante sarebbe venuto a riprendere nel 1880. E’ da escluderlo decisamente, perchè il 24 agosto di quello stesso anno Cosimo Giordano ideò e portò a compimento un’altra rapina e, perciò, non si può pensare che, disponendo di un tesoro, avrebbe corso il rischio di una cattura. La vittima della rapina fu Libero La Penna di Morcone. Nel giorno della festa di S. Bartolomeo (24 agosto) il La Penna era intento alla costruzione di una “meta” di paglia ed era aiutato in questa fatica da una nipote di nome Filomena. Aveva quasi completato il suo lavoro quando i briganti, vestiti da cacciatori, si avvicinarono e chiesero dell’acqua, Libero La Penna ordinò alla nipote di procurare un “cecine” (49) d’acqua ai cacciatori. Non appena la nipote si allontanò, uno dei cacciatori (Cosimo Giordano), invitò il La Penna a scendere dalla méta, perchè doveva parlargli. Solo allora il La Penna si rese conto che era in presenza di Cosimo Giordano. Appena mise piede a terra il La Penna fu afferrato dal solito Albanese che lo invitò a seguirlo. Mentre i briganti si allontanavano con la vittima la nipote Filomena, tornando con l’acqua e non trovando lo zio e i presunti cacciatori, diede l’allarme. Non si seppe mai con esattezza quanto il La Penna sia stato costretto a pagare per il riscatto, ma sicuramente la somma doveva essere considerevole. Subito dopo la rapina ai danni di La Penna, Cosimo Giordano fuggì da Cerreto nuovamente per la Francia. Si fermò infatti a Lione, dove aprì un negozio di frutta e liquori. Ma ormai la lotta contro la sua banda era diventata inesorabile. Parecchi furono i briganti e i loro collaboratori, catturati dalle forze di polizia. Comunque doveva essere necessariamente scoperto e catturato il Giordano, per evitargli di riorganizzare i gruppi, sui quali esercitava sempre un sicuro ascendente. E, perciò, si preparò tutta un’azione di sorveglianza, pedinamenti e fermi, nei confronti dei parenti del brigante, verso i quali il brigante stesso aveva sempre mostrata una sensibilità affettuosissima. I frutti di tanto paziente lavoro non mancarono a spuntare e, a distanza di un anno, la sorella Margherita Giordano, spontaneamente si costituì, come avverte un telegramma del Prefetto dell’epoca, Calmoger, inoltrato all’On.le Salvatore Pacelli (50)Ufficio Telegrafo S. Salvatore Telesino1881 Ore 11-40 n. 82Ricevente PacelliProvenienza Benevento – Deputato Pacelli – S. Salvatore T.Avverto V.S. essersi oggi qui spontaneamente costituita Margherita Giordano, sorella brigante. Ministero ha consentito che ispettore Di Donato resti 20 giorni questa provincia.

Il Prefetto Càlmoger (51)

Ormai anche Cosimo Giordano aveva il tempo contato. Le autorità conoscevano il suo nuovo rifugio e ne preparavano accuratamente la cattura. Venne, infatti, studiato un piano sicuro. Fu inviato a Lione un ispettore di Polizia, il quale, fingendosi grossista di frutta, riuscì a stringere, dopo un certo tempo, rapporti di affari e d’amicizia con il Giordano. Fu semplice per l’ispettore combinare un presunto affare commerciale in Italia tramite il Giordano e, quindi, convincerlo ad accettare un incontro a Genova. Il brigante cadde nella trappola. Il 25 agosto del 1882 sbarcò, infatti, a Genova, dove lo attendevano i poliziotti. Esattamente due anni dopo, il 25 agosto 1884, dalla Corte di Assise di Benevento veniva condannato ai lavori forzati a vita.

di: G. SPADA

(44) – Risale anche a questo stesso periodo il collegamento che il Giordano riuscì a stabilire col brigante Vicini, che operava nelle zone a confine tra lo stato borbonico ed il Pontificio.

(45) – Giovanni Sciarra, dopo la grazia ottenuta per intercessione della famiglia Mastrobuoni, svelò ad alcuni abitanti di Cerreto ed in particolare alla Signora Mastrobuoni, nonna materna del sig. Biondi, molti particolari dell’attività criminosa della banda della quale faceva parte, tra cui il selvaggio assassinio di Luigi Meichiorre.

(46) – Testimonianza di Salvatore Biondi.

(47) – MAZZACANE V., op. cit., pp. 31 e 55

(48) – Nel capitolo successivo riporteremo infatti, una lettera medita del Pacelli, da cui si può riscontrare il tradimento di Nicoletta Maturo, moglie del brigante Felice Raccio.

(49) – Recipiente di terracotta a forma di anfora e dal collo strettissimo, ancora in uso nella zona e specialmente presso i contadini.

(50) – Salvatore Pacelli era stato eletto deputato con l’avvento della sinistra nel novembre 1876.

(51) – Documento inedito – Carteggio Biondi.

fonte

http://www.brigantaggio.net/Brigantaggio/Storia/Local/Cerreto/Capitolo_07.htm

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