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Le celebrazioni per la nascita della real prole nella Napoli Borbonica (III)

Posted by on Set 7, 2022

Le celebrazioni per la nascita della real prole nella Napoli Borbonica (III)

Battesimo solenne e feste profane

35    Le celebrazioni conclusive segnavano l’apogeo del ciclo festivo in onore del neonato in     quanto, rispetto a quelle svoltesi alla nascita, potevano essere organizzate con maggior cura   in una data stabilita con precisione, prevedendo il tempo necessario perché i delegati dei padrini e gli ospiti provenienti da lontano raggiungessero Napoli e le maestranze potessero allestire la cornice effimera per le grandi feste di corte e di popolo108.

La durata e il fasto  dei festeggiamenti dipendevano da fattori contingenti e, principalmente, dalla disponibilità economica dell’erario regio e della Città chiamati a sostenere le spese109. In talune circostanze le cerimonie programmate non ebbero luogo, come accadde nel 1742, quando la morte in aprile della secondogenita Maria Giuseppa, nata a gennaio, impose di annullare le celebrazioni fissate per la prima settimana di giugno110, senza dire che pubbliche manifestazioni di giubilo si resero inopportune per le infante Maria Elisabetta e Maria Giuseppa, nate l’una a Napoli nel 1743 e l’altra a Gaeta nel 1744, mentre la peste e la guerra funestavano il paese111.

36 I festeggiamenti iniziavano di solito in una giornata di particolare significato per la corte napoletana e non includevano necessariamente la liturgia battesimale. Per la primogenita si aprirono il 19 novembre, quando si celebrò il sacramento in concomitanza con l’onomastico della regina madre di Spagna, « à fin que con los duplicados motivos del festejo, fuese  mas plausible aquel dia »112, e continuò nei giorni successivi. Per il principe ereditario si tennero, sotto la sovrintendenza del parmense Raffaello Tarasconi Esmeraldi, commendatore dell’Ordine costantiniano di S. Giorgio, maggiordomo di settimana e gentiluomo del re113, a partire dalla festività di San Carlo, nel novembre del 1747, e si protrassero per due settimane, rinviando l’amministrazione del battesimo al febbraio successivo, in attesa dell’arrivo del duca di Medinaceli, procuratore di Ferdinando VI114.

37 Il battesimo ufficiale si svolgeva secondo il rito pro supplendis omissis super infantem

baptizatum115 che perfezionava il sacramento, talvolta molti mesi dopo la nascita del bambino, come avvenne, oltre che per il principe ereditario, per la quintogenita Maria Luisa, presentata in chiesa nel giorno del suo primo compleanno dall’ambasciatore Paul François Gallucci de Chateauneuf, marchese dell’Hôpital, procuratore del padrino Luigi XV116. La celebrazione della liturgia competeva all’arcivescovo di Napoli e si svolgeva nella Cappella reale117. Per l’occasione lo spazio interno alla chiesa era suddiviso in tre sezioni longitudinali di cui quella centrale, in corrispondenza della porta d’ingresso, era lasciata libera, perché fosse possibile transitare verso il presbiterio e l’altare maggiore al clero officiante, ai procuratori dei padrini e alla governante che portava l’infante, accompagnata dalla balia. Affinché la disposizione dei posti rendesse evidenti le gerarchie di ceto e di genere degli astanti, le navate destra e sinistra erano rispettivamente riservate ai gentiluomini e alle dame di corte nella parte anteriore e nella posteriore ai signori e alle signore della nobiltà regnicola.

38     Il mattino fissato per il rito, un gentiluomo del re prelevava, con i dovuti onori118, il sostituto    del padrino dalla sua dimora. Alla carrozza reale si univa il « treno » di vetture del prestigioso ospite con paggi, servitori e volanti al seguito, formando un corteo che, non fosse altro per il lusso delle livree e delle carrozze trainate da superbi cavalli adorni di preziosi finimenti,  non poteva passare inosservato lungo il percorso che conduceva a palazzo reale, ove erano schierate le Guardie svizzera e italiana. Il delegato, accolto dal capitano della Guardia del corpo, era accompagnato nelle stanze della regina, nelle quali tutti gli invitati, a seconda del rango, si andavano radunando in diverse anticamere119. Anche la Cameriera maggiore, che ad ogni battesimo rappresentava la madrina assente, era accompagnata da un gentiluomo e da una dama d’onore lungo il percorso che collegava il suo appartamento a palazzo con quello della sovrana e nella circostanza fruiva di un trattamento protocollare fuori dall’ordinario per una signora, poiché « le furono impugnate le armi della forma che si costuma coll’Imbasciatori, incontrandola, e ricevendola il Capitano della Guardia del Corpo »120. Alla cerimonia erano  invitati « tutti coloro che si chiamarono ad assistere al parto (fuorchè la Città) »121, esclusa dal rito battesimale, riservato unicamente alle élites nobiliari e agli alti ufficiali civili e militari.

39 I convenuti raggiungevano la Cappella in processione, al centro della quale incedeva il principino tra le braccia dell’Aia, affiancato dai padrini. Il corteo, rispetto a quelli che si svolgevano all’esterno del palazzo, assumeva caratteristiche più informali e, aperto dai Portieri di Camera e dal Re dell’Armi122   al cui seguito andavano tutti gli uomini « senz’ordine di ceto »123, si chiudeva, come era prassi, con le donne, anch’esse senza distinzione di rango o funzione. Carlo e Maria Amalia non vi prendevano parte, sostituiti nel ruolo genitoriale dai parenti spirituali del piccolo o, per meglio dire, dai loro procuratori, ma presenziavano al     rito sacro, accontentandosi di occupare un luogo defilato, il « Coretto sopra la Cappella del Crocifisso »124.

40 Nel resoconto dell’evento il cerimoniere non si dilungava sullo svolgimento della liturgia che si atteneva ad un rituale codificato, valido per tutti i credenti. In occasione del primo battesimo amministrato a Napoli, egli si limitò ad annotare che l’officiante, in quella circostanza il  nunzio pontificio in sostituzione dell’arcivescovo assente, « calò alla porta della Chiesa, per ivi incominciare la funzione »125 ; qualche anno dopo ritenne opportuno rimarcare la particolare cura posta nel formalizzare il battesimo dell’erede al trono « assistendovi il Marchese d’Arienzo come Protonotario, vestito con l’abiti corrispondenti, e con il principe d’Aragona e Principe di Stigliano per Testimonj »126.

Le profane « dimostrazioni di allegrezza »

41      La festa dinastica esibiva la casa regnante e i suoi simboli attraverso forme artistiche realizzate da figure professionali legate al regio entourage. Le celebrazioni promosse da Carlo non miravano all’esaltazione delle virtù  guerriere,  attraverso  tornei  e  giochi  cavallereschi  che si erano affermati in età vicereale127, ma, in linea con nuove modalità di rappresentazione dell’identità regia, puntavano a sviluppare valori diversi e consistevano in spettacoli teatrali, ricevimenti, balli e giochi a palazzo, senza dire dei festeggiamenti di piazza – musiche, luminarie, fuochi d’artificio, fiere, cuccagne, carri allegorici – schermo riflettente la maestà regia, organizzato per sedurre le masse popolari.

42 I luoghi deputati all’incontro tra il potere sovrano, le élites e la città tutta, perché potessero degnamente accogliere le manifestazioni, erano opportunamente allestiti con strutture effimere su cui esiste una letteratura consolidata, avviata dai contributi di osservatori contemporanei e successivamente arricchita specie da lavori di taglio storico-artistico. Esula dalle finalità del presente studio un’analisi puntuale di apparati e apparatori della festa barocca napoletana e pertanto, sulla scorta di pochi esempi tratti dai registri cerimoniali e dalle relazioni ufficiali delle feste organizzate per i primogeniti, ci limiteremo a rilevare come i linguaggi artistici utilizzati rappresentassero il potere reale e veicolassero il messaggio politico della monarchia e il suo modello di società gerarchizzata e coesa intorno al re, supremo regolatore dell’ordine sociale.

43    Per le celebrazioni in onore della prima infanta128, uno dei più abili progettisti di apparati     festivi, Ferdinando Sanfelice, nobile del Seggio di Montagna129, trasformò il Largo di palazzo in un grande anfiteatro costituito da  una  successione  di  arcate  raccordate  al  prospetto  della reggia e destinato ad accogliere una serie di eventi tra cui una fiera. A  tal  fine  Sanfelice, riprendendo il motivo architettonico presente sulla facciata dell’edificio, ripartì orizzontalmente gli archi della sua costruzione e adoperò i vani inferiori come botteghe e quelli superiori come palchetti che furono riservati ad una determinata categoria di spettatori. Nel rispetto delle differenze sociali, i palchi furono infatti assegnati alle « persone del Ceto Civile, attesoché tutte le Dame, e i Cavalieri stavano sù ‘l Palazzo »130, mentre i gradini d’accesso    alle botteghe restarono a disposizione dalla gente comune, « per poterci comodamente star sedut[a …], si per vedere i lumi delle serate, come per godere la Musica, e tutte le altre dimostrazioni di allegrezza »131.

44 Senza soffermarsi sull’apparato decorativo della struttura effimera ove ogni elemento aveva un ruolo, basti accennare all’apoteosi della monarchia realizzata attraverso la torre piramidale eretta al centro della piazza, sormontata dal giglio araldico dei Borbone contornato da una serie di piccoli gigli per augurare ai sovrani una numerosa discendenza (fig. 2). Il Regno e       la capitale in festa per la nascita dell’infanta costituivano il tema dell’allegoria sviluppata sul basamento della piramide, su un lato del quale il fiume Sebeto, simbolo di Napoli, giaceva circondato da ninfe danzanti in onore della neonata, su un altro « teneva la R.l Infanta nelle  sue braccia e la dava ad allattare alle Ninfe »132, pregnante metafora del legame tra corona e paese (fig. 3). Ai lati della torre si ergevano quattro fontane sormontate da « statue indorate,  le quali rappresentavano le quattro parti del Mondo »133, con riferimento all’universalità della monarchia spagnola da cui Carlo traeva origine.

45 Erano parte integrante del programma festivo offerto alla popolazione, oltre la musica e i giochi di luci, le suntuose sfilate di carri allegorici accompagnati da suonatori e figuranti in maschera, che furono allestiti dalle corporazioni napoletane, tenacemente radicate nel contesto urbano134. Meritano un cenno, se pur breve, i temi dell’allegoria tramandati dalla   cura compilativa del cerimoniere. In onore dell’infanta, alcuni carri celebrarono in chiave mitologica le virtù femminili, raffigurando uno le Grazie, divinità della bellezza, del fascino e della letizia, un altro la « Dea Giunone, con Ercole e Pallade »135, simboli della fecondità, della forza e dell’intelligenza. Narravano lo stupor mundi di fronte ad una circostanza straordinaria, qual era la nascita della principessina di Napoli, i carri degli artigiani del legno e del cuoio,    il primo dei quali, indulgendo al gusto orientaleggiante del momento, rappresentava una delegazione giunta a Napoli da un luogo reale ma remoto, la Cina, il secondo un’allegra brigata mitologica, composta dal « Dio delle selve accompagnato da Ninfe, Satiri e Pastori »136, venuti tutti a partecipare ai festeggiamenti. Nasceva dall’esigenza di rendere direttamente omaggio alla grandezza sovrana un altro gruppo di carri tra cui quello raffigurante Vulcano alacremente all’opera nella sua fucina insieme a ciclopi e soldati, trasposizione mitologica   del re, impegnato a conseguire il benessere del paese. Alludevano alla prosperità garantita      al Regno dal sovrano borbonico i quattro carri delle stagioni adorni di beneauguranti trionfi d’alimenti, mentre il carro che « rappresentava la Gloria de Principi »137 concludeva le sfilate con esplicito riferimento alla magnificenza della casa regnante.

46 L’ultimo giorno di festa una gran folla affluì a Largo di palazzo per ammirare la fiera che era stata rifornita d’ogni sorta di mercanzie e che, ad un segnale del re, si trasformò essa  stessa in cuccagna, efficace espressione dell’evergetismo regio, come ha sostenuto Mélanie Traversier, adattando al contesto napoletano le riflessioni di Paul Veyne138. Le manifestazioni si conclusero al Largo di castello, la piazza prospiciente il Castel Nuovo che si apriva sul retro del palazzo reale, ove fu offerto alla popolazione accorsa in massa un imponente spettacolo serale di fuochi artificiali « che fu veduto dalle MM. LL. dalle finestre del Giardino »139.

Fig. 2 – F. Sanfelice, A. Baldi, Disegno in prospettiva della Gran Macchina fatta davanti il Real Palazzo fornita di varie sorti di merci e saccheggiata dalla Plebe nell’anno 1740 per celebrare le magnifiche Feste della nascita della Sereniss.ma Infanta, inventato e diretto dal Sig.r D. Ferdinando Sanfelice Patrizio Napoletano (Napoli, Società Napoletana di Storia Patria, foto Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Napoli).

Fig. 3 – F. Sanfelice A. Baldi, Veduta laterale del Piedistallo della Torre dalla parte d’Oriente disegnata dal Sig. D. Ferdinando Sanfelice Patrizio Napoletano (Napoli, Museo di San Martino, foto Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Napoli).

47 Negli stessi Larghi di palazzo e di castello si tenne  parte  delle  celebrazioni  ancor  più  strabilianti, per fasto e durata, organizzate allorché i regnanti furono allietati dalla nascita del principe ereditario Filippo. « Perché ogni ordine di persone gustar potesse il frutto della Reale munificenza, ebbe la plebe […] i suoi proprj spettacoli »140  che ancora una volta consistettero in « una ben ideata Macchina, che con propria denominazione chiamasi Cuccagna »141, nonché in una stupefacente illuminazione serale di Castel Nuovo, « da imo a sommo cinto di più ordini di globi e vasi trasparenti »142. Perché la festa si imprimesse nel ricordo degli spettatori, fu inoltre allestita « una sublime Macchina del fuoco d’artifizio »143 raffigurante un tempio maestoso e riccamente decorato, sul quale si stagliavano alcune iscrizioni latine, simbolo della continuità nel tempo, che comunicavano l’esultanza del momento, amplificando il messaggio, allusivo   al benessere garantito ai sudditi dalla sapiente azione di governo del sovrano, espresso dalle statue della Felicità, posta al centro dell’edificio, e di Pallade, collocata all’apice, a dominare  la piazza e il pubblico convenuto.

48    Le  «  Macchine  »  erano  state  architettate  dal  parmense  Vincenzo  Re,  lo  scenografo  reale144

che progettò pure gli allestimenti degli spazi interni del palazzo e del San Carlo, il teatro tenacemente voluto dal Borbone, luogo simbolo della monarchia e contenitore dell’auto- rappresentazione regia ai ceti dirigenti, alla città, alle delegazioni diplomatiche straniere145. Poiché nella circostanza furono organizzate con particolare cura le cerimonie riservate agli uomini di corte e alle élites del paese, a palazzo fu sfarzosamente addobbata la « Gran sala » che, « di per sé assai vasta e di grandiosa struttura »146, fu resa ancor più suggestiva  e spettacolare per accogliere degnamente balli, giochi, rappresentazioni teatrali e ogni altra manifestazione prevista dal calendario festivo (fig. 4). Il salone fu inondato di luce che, segno efficace della pompa sovrana, rifrangeva i suoi bagliori nei cristalli, negli specchi, nei preziosi tessuti d’arredo e fin anche nelle lussuose vesti di dame e cavalieri che affollavano la sala. I convenuti disposero di posti assegnati in base al rango e al genere147 e, dopo aver sostenuto gravose spese per comparire degnamente, costituirono essi stessi « parte della pompa dello  spettacolo, tutti essendo di tali abbigliamenti coverti, che per la ricchezza dell’oro, e per la preziosità delle gemme, parea che più oltre giungere non potesse il lustro e la magnificenza »148. Nelle stanze adiacenti la « Gran sala » furono lautamente distribuiti cibi e bevande, espressione della splendida ospitalità offerta dai regnanti, poiché il fasto alimentare non serviva soltanto a soddisfare le esigenze materiali degli invitati, ma anche, e soprattutto, ad esaudire il bisogno di rappresentazione simbolica della maestà regia che, attraverso una mensa opulenta e raffinata, rifletteva un’immagine di ricchezza, potere e prestigio149.

Fig. 4 – V. Re, G. Vasi, Prospetto dell’Apparato nella Real Sala per la prima Festa del Ballo di Parata. (Narrazione 1749, tav. II, foto Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per il Comune e la Provincia di Napoli).

Quanto al San Carlo, il programma festivo stabilì che vi si tenessero alcuni spettacoli teatrali. Per la prima, in cui si rappresentò il Siroe di Pietro Metastasio, nobili e civili furono accolti nel teatro che si poteva considerare un’« appendice » del palazzo, « una specie di zona franca dalla natura anfibia : luogo frequentato dalla corte […], ma contemporaneamente aperto al pubblico, ammesso a partecipare, seppure in subordine »150. Bramoso di « appagare non meno la sua natìa magnificenza, che l’altrui desiderio »151, il Borbone dispose che in alcune serate successive     si replicasse al San Carlo Il sogno di Olimpia152, la serenata encomiastica che, composta per l’occasione e rappresentata per la prima volta a palazzo, inscenava, secondo le regole del genere, una circostanza analoga a quella da celebrare, paragonando le aspettative suscitate dal « Nascimento del Real Principe delle Due Sicilie »153 con i fausti presagi avuti alla nascita di Alessandro Magno dalla madre.

50 La volontà del sovrano, regolatore e garante delle gerarchie sociali, di raccogliere intorno a sé le diverse componenti del paese, contribuì inoltre alla scelta dei grandi spazi del San Carlo,  adattati dall’estro creativo di Vincenzo Re, per un gran ballo in costume. In teatro, infatti, furono allestite due sale riservate l’una a dame e cavalieri « con mascher[e] di carattere »154, ispirate ai costumi di paesi diversi « di modo che pareva che […] le genti tutte dell’universo […] adunate si fossero a festeggiare »155, l’altra a « persone civili mascherate a lor piacere », in grado di condividere i valori culturali e le pratiche comportamentali delle élites156. La festa fu aperta anche ad una terza categoria di invitati « ai quali il Re […] aveva fatto distribuire gratuitamente le chiavi »157 di logge e posti più defilati, affinché potessero fruire dello spettacolo offerto da maschere, luci e musica e ristorarsi con cibi e bevande. Nell’impossibilità di soffermarsi sugli ingegnosi adattamenti strutturali e sul fastoso apparato decorativo del San Carlo, concludiamo tornando a rimarcare lo sforzo compiuto per distinguere e armonizzare i gruppi sociali intorno al re e sottolineando in questa ottica la collocazione strategica dei suonatori su gradinate che, sistemate lateralmente tra le sale da ballo, con efficace artificio scenografico giuntavano i   due ambienti situati su livelli diversi e, oltre a risolvere un problema pratico, separavano due ambiti sociali, insieme alla balaustra che le collegava, barriera architettonica con funzione sia di protezione sia di divisione.

Elena Papagna

fonte

Mélanges de l’École française de Rome – Italie et Méditerranée modernes et contemporaines

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