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LE CONDIZIONI ECONOMICHE DEGLI STATI PRIMA DELL’UNITA’ e DOPO?

Posted by on Nov 23, 2020

LE CONDIZIONI ECONOMICHE DEGLI STATI PRIMA DELL’UNITA’ e DOPO?

Da “Scienze delle Finanze” di Francesco Saverio Nitti (Pierro, 1903) scopriamo che le monete degli antichi Stati Italiani al momento dell’annessione ammontavano a circa 669 milioni, di cui ben 443 milioni appartenevano al Regno delle Due Sicilie (il Banco di Napoli poteva vantare la più grande raccolta di denaro pubblico) e i restanti 226 milioni erano ripartiti fra: il regno di Sardegna, Lombardia, Ducato di Modena, Parma e Piacenza, Roma, Romagna – Marche e Umbria, Toscana, Venezia.

Come dire che nel Regno dei Borbone c’erano il doppio dei soldi che nel resto d’Italia. Persino la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la Rendita dello Stato napoletano al 120 per cento, ossia la più alta di tutta l’Europa.Il Regno prima dell’avvento dei Borbone non se la passava bene, ma con il loro avvento le cose cambiarono radicalmente, a cominciare dal numero degli abitanti. Nel 1815 quando essi rientrano di nuovo la popolazione era di 5.060.000 e nel 1836 di 6.081.993, nel 1846 la popolazione arrivò a 8.423.316 e dieci anni dopo a 9.117.050. Questo vorticoso aumento della popolazione ha nome e cognome: benessere e progresso civile e sociale.
Nella conferenza internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle Due Sicilie il premio del terzo paese del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia, per sviluppo industriale. Nel Meridione ad opera dei Borbone si ebbe la prima repubblica socialista del mondo: nacque, infatti, a San Leucio, ove, oltre ad 80 ettari di terreno adibito ad agricoltura, sorse la più famosa seteria di tutti i tempi.

Secondo alcune fonti storiche e da quanto abbiamo potuto appurare dallo lo storico meridionale Gigi Di Fiore, i piemontesi non si fecero scrupolo di usare mafiosi e camorristi per favorire l’avanzata di Garibaldi, o di usare leggi speciali e fucilazioni per sedare le rivolte che ci furono nel Sud quando arrivò quel nuovo stato imposto con violenza. “Non c’era consenso da parte dei meridionali, né legittimazione, le masse furono estranee a quel processo di unificazione – ha spiegato Di Fiore citando il suo libro “Controstoria dell’Unità d’Italia” – La rivoluzione risorgimentale fu una rivoluzione elitaria, che servì ad ampliare il Regno del Piemonte anche al Sud”.
I guai peggiori per il Meridione, secondo lo scrittore, vennero dopo l’impresa di Garibaldi, perché prima del suo arrivo, la ricchezza prodotta al Nord e al Sud erano uguali. Dopo l’unificazione, invece, al Sud chiusero cantieri navali, stabilimenti ferroviari, aumentò all’improvviso la disoccupazione, furono venduti beni demaniali e gran parte delle risorse trasferite al Nord; furono sequestrati depositi bancari e il Banco delle Due Sicilie perse le riserve auree a favore del Banco di Torino. L’economia del Meridione in poco tempo crollò.

“Gli investimenti dopo l’Unità vennero fatti soprattutto al Nord, le tasse invece le pagò soprattutto il Sud, e molte persone furono costrette a emigrare – ha continuato Di Fiore – La situazione peggiorò sia in campagna che in città. I contadini meridionali rimasero solo braccianti, non ottennero le terre demaniali, nonostante Garibaldi gliele avesse promesse. E poi Napoli all’improvviso non era più capitale, quindi chiusero gli uffici di governo e sparì anche il terziario”. Insomma quel Sud florido almeno quanto il Nord, secondo l’autore, subì proprio un colpo durissimo da cui non si è più potuto riprendere.

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