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LE DONNE PROTAGONISTE DEL BRIGANTAGGIO

Posted by on Apr 8, 2026

LE DONNE PROTAGONISTE DEL BRIGANTAGGIO

Alle rivolte legittimiste, che si svilupparono in tutto il Mezzogiorno verso la seconda metà del 1860 partecipò un numero relativamente alto di donne, oltre che contadini, braccianti, pastori e artigiani del Centro e del Sud. “Tante donne che trovarono il coraggio di alzare il pugno contro un esercito che avrebbe dovuto presentarsi come garante di una rivoluzione sociale e che invece si mostrò garante di una rivoluzione borghese”.

La prima fase del fenomeno è definito come “grande brigantaggio”, le donne erano tutte popolane che partecipavano direttamente agli assalti e alle depredazioni, pagando in prima persona; nella seconda fase, dopo il 1861, il loro ruolo diviene per lo più di subalterne, che spesso avevano rotto ogni vincolo familiare e affrontavano il loro viaggio verso la libertà.

Alla sollevazione di Bovino del 19-20 agosto 1860, con la quale si rivendicavano le terre di proprietà pubblica, parteciparono numerose donne, due di esse, Maddalena Bucci e Carolina Trivisani, furono incriminate e condannate a sei anni. Per i fatti di Accadia del 21 ottobre 1860 furono condannate Concetta Russo, moglie di Giovanni Conversano, fratello di un esponente borbonico implicato nell’omicidio di due esponenti liberali, e Maria Botticella. A Cagnano Varano alla sommossa del 21 ottobre 1860 che impedì lo svolgimento del plebiscito, presero parte numerose donne. Tra i rivoltosi che furono sottoposti a processo e condannati alla Gran Corte Criminale di Lucera, risultano tra gli altri Giovanna di Maggio fu Michele, che subì una condanna pesantissima, trenta anni di reclusione, e Anna Maria Petracca fu Nunzio, condannata insieme ad altri venti elementi «per reati di incitamento a mano armata alla guerra civile fra gli abitanti della popolazione, armandoli e inducendoli ad armarsi gli uni contro gli altri nel fine di abbattere il governo, di devastazione, di incendio di casa abitata, di strage di saccheggio, di omicidio consumato, accompagnato da violenza politica». Nel corso di tale processo furono assolte altre cinque donne per insufficienza di prove, tra le quali Rosa Crosta fu Leonardo, Maria Donataccio fu Leonardo e Rosa Polignone di Cataldo. Nella stessa giornata della rivolta di Cagnano Varano, anche a San Giovanni Rotondo si verificarono acutissimi scontri che portarono ad una vera e propria strage con la morte di ventiquattro ‘galantuomini’. Tra gli arrestati e condannati figuravano Rosa Intorcia, moglie del custode del carcere, e Maria Giovanna Longo: «anziché donne in quelle nefande giornate come furie infernali comparvero ad eccitare al sangue, alle stragi, alle rapine e a godersi ferocemente di quel tremendo spettacolo (cioè l’assassinio dei galantuomini)». Nei moti di San Severo del 2 e 3 gennaio 1861 si segnalono due donne che assolsero a ruoli e funzioni diverse e furono, ancorché schierate su sponde opposte, protagoniste di quella convulsa fase. La prima, Angela Maria Berardi, inserviente del carcere, sebbene picchiata dagli insorti, trovò il coraggio di fermare uno sconsiderato che, insieme al resto dei ribelli, era penetrato all’interno del carcere pronto per ammazzare una guardia carceraria. La seconda, Anna Lufino, fu Felice, soprannominata Mancino, contadina di anni 42, concorse ad uccidere il sergente della Guardia Nazionale Domenico Sparavilla, ma fu poi assolta per non aver commesso il fatto dopo un processo forse ‘aggiustato’.

A Vieste tra i rivoltosi del 5 gennaio 1861 figurava l’ostetrica Marianna Novelli, e fra gli arrestati, Cesarea D’Onofrio, di 70 anni, un’età molto avanzata per l’epoca.

Nella rivolta di San Marco in Lamis del 2 giugno 1861, scoppiata durante la prima festa dello Statuto, furono tante le donne, soprattutto parenti dei briganti, a lottare in prima fila e a rendersi protagoniste di vicende delittuose. Donne che furono anche arrestate ma poi liberate sotto la pressione popolare dopo alcune settimane. Partecipazione di donne alle manifestazioni antiunitarie anche a Casalnuovo Monterotaro il 12 luglio 1861 quando numerosi briganti invasero il comune alla testa di una grande folla compiendo saccheggi e atti di violenza a danno di chiunque fosse segnalato come profittatore del nuovo regime contro i contadini. 89 persone arrestate e processate tra cui numerose donne. Non diversamente si svolsero gli avvenimenti di Vieste del 27 luglio, dove Michelina Mafrolla, fù accusata di devastazione e involamento di cose mobili, denaro e granaglie; Maria Giuseppa Mandriola e Antonia Travasi, detta Torsetta, per delitti di complicità in alcuni omicidi, Rosa Medina e altre per complicità varie, Maria Michela Vescera per complicità e piccole razzie einsieme a Leonarda Armiento. Si segnalano la partecipazione di donne semplici a iniziative antiunitarie di tipo individuale, anche se non strettamente brigantesche. A Motta Montecorvino il 9 novembre 1860 Beatrice Ciaburri, moglie di Matteo Petitti, al passaggio dei militi fece partire da un archibugio dei colpi, ferendo il cavallo su cui si trovava il comandante della Guardia Nazionale, capitano

Gaetano de Peppo di Lucera. Sempre a San Marco in Lamis il 26 marzo 1861 verso le ore 21 fu fermata, arrestata e consegnata al giudice regio Angela Maria Guerrieri che, che alla testa di circa cinquanta ragazzi di ambo i sessi, pubblicamente nella piazza tentava una rivolta con delle grida sediziose di «viva Francesco II”, con l’idea di saccheggiare come si era estrinsecata nei giorni precedenti, soggiungendo a diversi popolani che vedeva aggruppati per propri affari di massacrare i galantuomini e spogliandoli come venne praticato a San Giovanni Rotondo…. Da più mesi la stessa pubblicamente insinuava il basso popolo alla rivoluzione e ieri sera si sarebbe dato effetto se una forte partita di guardie nazionali non fosse accorso e dissipato il popolaccio. Si è passata l’arrestata al potere giudiziario con i lumi necessari per istruirsi un regolare processo». Non si sa quale condanna abbia subìto la Guerrieri per mancanza del fascicolo processuale.

L’opposizione politica al nuovo regime si manifestò non soltanto con le armi o con la rivolta, ma anche in modo pacifico. A Roseto Valfortore una maestra, Teodora Lanza, si rifiutò di prestare giuramento di fedeltà al nuovo regime di Vittorio Emanuele II.

Maria Teresa Sfirro, madre del brigante Polignone, saliva per le case a fare bottino; Emanuela Del Sambro, sorella del brigante che cercava di scovare dove erano le guardie mobili; Teresa Pignatelli, voleva ad ogni costo far fucilare la guardia mobile Selvaggi; Vittoria Cappelli, di Rignano, la quale seguì i briganti somministrando le munizioni e strepitando per avere un fucile, onde combattere anch’essa contro la truppa. Verso la fine del 1861 la repressione delle autorità governative si fece feroce e spietata costringendo le bande di briganti ad abbandonare i comuni e a mettere da parte la tattica dell’invasione dei paesi, così mutò anche il comportamento delle donne. Le bande dei briganti si andarono strutturando su un terreno eminentemente militare, con un’organizzazione agile, pronta a sfidare le truppe piemontesi attraverso la tecnica della guerriglia e non dello scontro frontale. In questo mutamento all’interno delle bande ci fu sempre meno posto per le donne.

Il brigantaggio, si presentava come un’organizzazione tipicamente maschile, e le donne avevano un ruolo di supporto, certe volte di sostegno, ma più subalterno, in pochi casi giunsero a responsabilità di livello all’interno delle diverse bande organizzate. La connotazione maschile delle bande armate era del tutto prevalente dal momento ma bisogna ricordare che nel 1860 nel mondo intero la presenza delle donne era incompatibile con il codice culturale del tempo, un codice fondato sul primato della forza, della violenza fisica e morale, sulla salvaguardia dell’onore, non poteva tollerare che a livelli di responsabilità potessero accedere le donne. Nella società contadina meridionale, nella quale l’uomo nasceva in profonda miseria e abiezione senza diritti e senza proprietà, l’unico diritto che poteva esercitare e l’unica proprietà che poteva rivendicare erano quelli ricadenti sulle proprie donne. Ma tutto ciò non escluse che vi siano state manutengole o drude attive. In Capitanata il numero delle donne schedate come attrici del brigantaggio risulta essere di 35 su un totale di 1459 briganti. Nell’elenco dei briganti stilato dal prefetto Guicciardi nella provincia di Cosenza figuravano Serafina Zappa di Falconara Albanese, Anna Maria Madeo e Filomena Gagliardi, entrambe di Longobucco. Nell’elenco della prefettura di Foggia nel 1863, su 509 nominativi otto erano donne, provenienti dall’area del Subappennino Dauno, mentre, tale Maria Vaira, aveva origini garganiche, risiedendo a Monte Sant’ Angelo. Nel Tarantino erano parte organica di bande Filomena Cianciarulo, druda di Nicola Masini e Maria Rosa Marinelli, druda del brigante Casalnuovo. Prefettura di Foggia 1863, elenco delle donne dedite al brigantaggio: Ciccone Maria Giuseppa, di Biccari, Cornelia Anna Maria, lavoratrice di Larino, Di Chiella Maria Vincenza, contadina di Serracapriola, Giuliani Rosa, meretrice di Candela, Montella Michaella, detta Faccenda, di Candela, Panivisci Teresa, la Porcara, di Bovino, Recchia Anna, domestica di Tufara. A San Marco in Lamis, definita dalle autorità provinciali di Capitanata, “culla e fucina” di briganti, nell’Archivio comunale, all’aprile 1863 risultava un numero complessivo di 109 briganti, di cui cinque donne. All’interno della banda di Giuseppe Schiavone, noto brigante nativo di Sant’Agata di Puglia, che operò nelle zone del Subappennino Dauno confinanti con la Basilicata, vi erano cinque donne, che possono essere considerate brigantesse, combattenti a tutti gli effetti. A ben vedere la presenza delle donne nelle bande armate è antesignano di un femminismo contadino, dove le combattenti si sottraggono alla loro dura condizione subalterna che si viveva in quell’epoca. Certamente qualche ragazza insofferente e coraggiosa vide nella vita con le bande un’occasione per sfuggire ad un destino segnato dalla miseria e subordinazione, ma molte di esse spariva nei boschi per sfuggire all’arresto e sottrarsi alle rappresaglie delle autorità militari. Infatti tra le misure che tendevano a fare il vuoto attorno ai briganti era previsto l’arresto dei familiari, e le donne , le madri, le mogli, le figlie, le sorelle e le amanti non sfuggivano a questa regola. Anzi, la parentela con i briganti costituiva di per sé, in un sistema parentale fitto, cementato da solidi legami materiali e morali, un indizio di reato. Il generale Pallavicini nelle sue Istruzioni invitava i subalterni a “far pesare su di loro (i parenti dei briganti) tutto il rigore dell’autorità militare, arrestandoli tutti sollecitamente senza distinzione di sesso”.

In questo modo molte madri furono condannate perché colpevoli di avere portato un po’ di cibo ai figli latitanti in campagna e quasi tutte le donne componenti della famiglia dei briganti conobbero il carcere soltanto perché considerate naturali alleati dei briganti in quanto dividevano con loro il frutto delle rapine. Così le donne sotto l’incalzare della brutale e cieca repressione finivano per ingrossare le file del brigantaggio, preferendo alla reclusione in un umido e puzzolente carcere, la vita libera e rischiosa delle bande, accanto ai propri uomini, e se c’era da fare a schioppettate, non si tiravano indietro.

Queste donne passionali e fedeli non erano semplici mogli di briganti, ma delle vere e proprie brigantesse, in grado di sparare, accoltellare, uccidere. Donne impegnate in rapine, sequestri di persone, furti di animali e in scontri a fuoco con l’esercito piemontese e con la Guardia Nazionale. Avevano armi e spesso vestivano abiti maschili. «Non erano inferiori all’uomo neanche nella violenza e nella brutalità. Non volevano essere considerate soltanto ‘concubine’ e mantenute dei briganti, ovvero ‘drude’, perché condividevano gli stessi disagi e le stesse difficoltà dei maschi, vivevano anch’esse da disperate i trapazzi di una vita disperata e offrivano il loro contributo e il loro sostegno nelle scorrerie delle bande».

Poche donne divennero eroine o combattenti famose o capibanda, il caso più noto e conosciuto è quello di Marianna Olivierio, detta Ciccilla o Maria, forse la più celebre fuorilegge di tutto il Mezzogiorno, della quale scrisse anche Alessandro Dumas. Ciccilla era la moglie del famoso brigante della Sila Pietro Monaco. Ben fatta, con i capelli chiari che annodava in lunghe trecce sulla nuca, aveva lineamenti gentili. Quando Pietro diventò un fuorilegge non lo seguì, rimase a casa dove di tanto in tanto l’uomo tornava per pochi giorni o soltanto ore. Talvolta invece era la moglie che andava a raggiungerlo in qualche pagliaio tra i boschi. Datasi al brigantaggio per necessità in quanto ricercata per avere ucciso la sorella che pare avesse avuto una relazione amorosa con il marito, Ciccilla cominciò a battere le campagne, divenendo capobanda a seguito della morte del marito avvenuta in un conflitto a fuoco. In qualità di capobanda scorazzò per diversi mesi la parte centrosettentrionale della Calabria, fino a quando l’11 febbraio 1864 non fu arrestata nei pressi di Caccuri, nel Crotonese. Non ci sono notizie certe sulla sua sorte: secondo alcuni fu condannata a morte, per altri all’ergastolo. Un’altra donna che si distinse per ardimento e coraggio fu Filomena Pennacchio, nata a San Sossio Baronia, circondario di Sant’Angelo dei Lombardi. «Donna di carnagione olivastra, occhi scintillanti, chioma nera e crespata, ciglia folte, naso aquilino, labbra prominenti, il profilo greco» (De Witt), sposata a un cancelliere di Foggia, oltremodo geloso, dopo un ennesimo litigio col marito estrasse dai capelli un lungo spillone e lo conficcò in gola, uccidendolo. Dopo l’omicidio si diede alla macchia e incontrò il brigante Michele Caruso del quale si innamorò. La sua vicenda è emblematica del percorso tortuoso, fù protagonista sia di rocambolesche vicende brigantesche che di intense passioni amorose, fu amante dei due famosi banditi Carmine Crocco e Giuseppe Caruso, tanto da guastare i rapporti tra i due e da inserire elementi di rivalità e di contrasto nella vita delle bande. Di lei si invaghì successivamente Giuseppe Schiavone, che l’associò nelle sue numerosissime azioni criminali e che per lei lasciò Rosa Giuliani.

Lo stesso Schiavone, prima di morire fucilato, per vedere per l’ultima volta la sua bella Filomena, fu costretto a svelarne il nascondiglio, rendendo così possibile l’arresto.

Interessanti sono i casi di altre tre donne, Michelina Di Cesare, nata a Caspoli, frazione di Mignano, in provincia di Caserta, il 28 ottobre 1841, sposata con Rocco Tanga, a venti anni restò vedova. Diventata l’amante del brigante Francesco Guerra si aggregò alla sua banda combattendo insieme alle altre bande di Giacomo Ciccone, Alessandro Pace e Michele Marino che imperversavano tra i due Principati Citra (Salerno) e Ultra (Avellino e gran parte della provincia di Benevento). Di Cesare fu una brigantessa a tutti gli effetti, in quanto vestita di abiti maschili girava armata come gli altri briganti. Fu uccisa nel mese di agosto del 1868 dalle truppe del generale Pallavicini grazie ad una delazione del fratello. Il suo corpo, dopo la morte, fu denudato e oltraggiato. Generosa Cardamone, calabrese, nata nel 1845, fu amante del brigante Pietro Bianchi, che agiva nel catanzarese e sulla Sila. Partecipò direttamente ad azioni brigantesche “vestita da uomo e armata di fucile”. Catturata insieme al suo uomo nel marzo 1867, fu condannata a quattro anni di reclusione e tre di sorveglianza speciale. Serafina Ciminelli, di Francavilla in Sinni (Potenza), fu compagna d’amore, di ideali e di avventure del capo-brigante Antonio Franco, che seminò terrore nel territorio lagonegrese. Quest’ultimo fu arrestato e fucilato in seguito ad una delazione nel dicembre 1865, mentre Serafina, condannata a quindici anni di carcere, morì per setticemia nel carcere di Potenza.

Il fenomeno delle brigantesse combattenti fu quindi più diffuso e sviluppato in Calabria ed in Campania, mentre in Puglia e in Capitanata si ebbe una partecipazione minore. Le uniche due donne che parteciparono a pieno titolo ad azioni brigantesche furono Filomena Pennacchio, che agiva con la banda di Agostino Sacchitiello e di Giuseppe Schiavone nel Subappennino meridionale, e di Anna Felicia Recchia, nativa di Tufara (Av), impegnata in attività delittuose (sequestri di persona, uccisioni di animali, incendi e furti, estorsioni, saccheggi) con la banda di Pasquale Recchia, detto Pasqualillo, nella zona di Volturara Appula – San Bartolomeo in Galdo – San Marco La Catola – Celenza Valfortore . Sempre in Puglia vi furono altre ragazze che si distinsero per le loro gesta brigantesche, Rosa Martinelli, nativa di Ceglie Messapica, che ebbe una breve esperienza come brigantessa e amante al seguito del brigante Francesco Monaco, ma che ben presto si consegnò ai carabinieri. I responsabili dell’ordine pubblico e della lotta al brigantaggio, oltre che la pubblicistica, hanno fornito uno stereotipo delle donne coinvolte nel fenomeno, dipinte quasi sempre come donne sanguinarie, spietate, audaci, capaci di atti di estrema efferatezza, senza cuore e senza femminilità, assetate di sangue e di sesso, sfrenate e libidinose. Insieme alla ferocia, al disprezzo e al terrore convivevano, però, anche sentimenti teneri e nella loro scelta agivano anche seri motivi affettivi.

Anzi, si poteva essere arrestate per favoreggiamento del brigantaggio semplicemente per amore, per un intenso legame affettivo, come capitò ad Addolorata Fumarola, una bella massaia di Martina Franca, che nutriva una predilezione per il brigante Cosimo Mazzeo, detto Pizzichicchio. Un’altra storia di sincero amore fu quella di Maria Capitanio, figlia di un ricco proprietario di San Vittore, in provincia di Frosinone, che, appena quindicenne si innamorò del brigante Agostino Luongo, unendosi successivamente alla sua banda. Dopo la morte del suo uomo, fu catturata, ma preferì morire, ingoiando frammenti di vetro, che sopravvivere all’amante.

Le brigantesse partecipavano a pieno titolo alle azioni, agli assalti che le bande compivano, dai più semplici ai più audaci. Al furto di una valigia postale contenente documenti processuali avvenuto in territorio di San Paolo Civitate da parte di un gruppo di briganti, presero parte anche Maria De Biase, Maria Vincenza Di Chiello e Antonia Maria Ruberti. Caterina Turco con componenti della banda di Gravina rubò pecore e capre nel territorio di Serracapriola a danno di alcuni pastori abruzzesi.

Maria Capitanio partecipò direttamente ad una azione spinosa come la gestione di un sequestro di persona come vivandiera e carceriera di un ricco possidente preso in ostaggio.

Il ruolo delle donne era molto importante sotto il profilo logistico, giacché molte di loro concorrevano ad assicurare i collegamenti con i briganti, a rifornire di viveri i loro uomini, oppure venivano utilizzate, intente ai lavori campestri, come vedette e come informatrici negli incroci strategici o nei punti obbligati di passaggio per segnalare l’arrivo delle truppe e deviare le colonne mobili dai loro itinerari. Diverse donne agivano da spie in servizio permanente effettivo, pronte ad indicare i luoghi occupati dalle truppe e i loro movimenti. Nei momenti di più feroce repressione le donne portavano aiuto ai briganti, oppure prestavano ricovero o nascondevano in luoghi più o meno sicuri i loro uomini. In tal modo esse si facevano complici o manutengole, vale a dire fiancheggiatrici. Il manutengolismo, era un atto di amore continuo verso i propri parenti datisi alla campagna da parte di madri, mogli, sorelle che si mettevano per strade di montagna e di collina con una notizia dentro la testa e con pane e vino sulle spalle. Persone che trovavano il coraggio di uscire di casa, sfidare i rigori della legge, affrontare il buio, vincere la paura e sfidare la sorte. Donne che sapevano che i loro uomini prima o poi sarebbero incappati in una pallottola o nel tradimento di qualcuno. Ci furono donne che amarono i loro uomini al punto da imbracciare un fucile, cavalcare un cavallo e difenderli sulle montagne fino alla morte. Le ‘drude’ erano per lo più sempre fedeli ai loro uomini e pativano la loro stessa sorte e le loro stesse sofferenze. Così Filomena Devito, di Grassano, druda del fratello di Ninco Nanco, fu arrestata nel corso di un’operazione militare contro quella banda il 3 marzo 1863, mentre negli stessi giorni la Guardia Nazionale feriva e faceva prigioniera la druda di Ninco Nanco, Maria Lucia Di Nella, che poi subì una condanna a dieci anni di carcere.

Limitandoci al territorio della Capitanata, tra le donne di briganti diventate esse stesse famose, ci furono oltre a Filomena Pennacchio, Giuseppina Vitale, druda del Sacchitiello e Maria Giovanna Tito, moglie di Carmine Crocco, Filomena Ciccaglione, Mariannina Aligieri, Maria Luisa Ruscitti furono amanti di Michele Caruso, detto Occhioscarsciato, famoso cavallaro di Torremaggiore. Vittoria Cursio, detta Sempliciotti, druda del famoso Angelo Maria Del Sambro, detto lu Zambre, capo indiscusso della banda garganica, fu arrestata lo stesso giorno in cui trovò la morte il capo. Angela Maria Cusmai, fu per qualche tempo amante del brigante di Monte Sant’Angelo Luigi Palumbo, detto il Principe.

I briganti avevano con loro più donne, poiché era un vanto e un pregio diventare la druda di un brigante, la vita avventurosa, le gesta dei briganti, la profusione di danaro e la mostra dei gioielli, oro, anelli e altri oggetti preziosi che i briganti saccheggiavano, passandoli alle drude, che potevano così farne sfoggio. Rosa Martinelli soggiacque alle avances del brigante Francesco Monaco non soltanto per le minacce ricevute, ma anche per la generosa offerta di 114 piastre e di diversi monili d’oro. Il brigante irpino Vincenzo Barone ricambiava l’amore della sua donna, Luisa Mollo, facendole dono in ogni occasione dei preziosi che depredava alle vittime delle sue scorrerie. Ma le donne pagarono un doppio, pesante tributo nei tremendi mesi della lotta al brigantaggio. Lo pagarono allo Stato subendo la mannaia della repressione degli apparati militari o della Guardia Nazionale, sovente senza riguardo alcuno per la loro dignità di persone, per i princìpi di legalità e di garanzia della libertà personale. La rabbia dell’apparato repressivo del nuovo Stato dei Savoia si scaricava con insulti e offese sulle donne, colpevoli unicamente di simpatizzare per i manifestanti borbonici o ritenute l’anello debole della catena brigantesca, e perciò facilmente ricattabili. Così il maggiore Viglione, comandate dei “Cacciatori del Gargano”, oltraggiò con frasi ingiuriose, oltre i manifestanti, anche le loro mogli e le loro figlie, accusandole di essere delle meretrici borboniche, per essere scese in piazza a Poggio Imperiale in provincia di Foggia.

La repressione statale si abbatteva facilmente anche sulle donne, senza tanti scrupoli per lo stato di diritto. Le sorelle Eleonora e Teresa Pelosi, proprietarie di una trattoria a Torremaggiore, furono denunciate per aver svelato con ritardo fatti di loro conoscenza. Rosa De Cera e Teresa Resta, anch’esse di Torremaggiore, furono accusate senza alcuna prova di associazionismo alle bande del brigante Cerito, Matteo Bartoletta,

alias Ponza, e altri. Arcangela Poppa di Biccari venne accusata di connivenza con i briganti, così come Angela Falcone, Leonarda Ionata, Angela Maria Falcone, ree di connivenza con i briganti di Monte Sant’ Angelo. E spesso alla denuncia seguiva anche la carcerazione.

Le donne pagarono un prezzo salatissimo anche nei conflitti armati, pur essendo esse sostanzialmente estranee ai teatri di guerra. Secondo Carlo Alianello furono quaranta le donne che caddero in battaglia sotto il fuoco della repressione, che nel quinquennio 1860-1865 fu particolarmente brutale, facendo inorridire molti sostenitori della causa unitaria. L’operato dei tribunali militari non conosceva pietà, e per le donne delle bande non c’era riguardo. Se in generale le pene erano più miti per le donne, tuttavia anche per loro scattava la pena di morte. In Capitanata Maria Antonia Altini, originaria di Castelbaronia, fu fucilata a Sant’Agata di Puglia il 7 agosto 1862. Giovanna Carozza fu uccisa nel carcere di Lucera nell’ottobre 1861. Andrea Cilla, di San Paolo Civitate, fu fucilata a Torremaggiore il 20 maggio 1862.

Maria Maraffino, di San Fele di Lucania, fu fucilata quando aveva venti anni nel 1862, mentre Filomena Gabbamonte cadde all’età di ventuno anni. Maria Giuseppa Santoro di Peschici fu prima condannata a morte per attività antigovernativa e successivamente graziata per l’intercessione di influenti personalità

del centro garganico. A Vieste, nei già ricordati moti del luglio 1861, la popolana Leonida Azzarone fu uccisa sul terrazzo dalla Guardia Nazionale durante uno scontro a fuoco. Stessa sorte toccò a Lucia Taronna di Mattinata e Mattea Prencipe di Monte Sant’Angelo, che erano state attive protagoniste della rivolta. Come in tutte le guerre, e ancor più in quelle civili, le violenze e gli stupri non venivano risparmiati dai rappresentanti dello Stato. A Pontelandolfo numerose donne furono violentate dai soldati piemontesi. Una ragazza di sedici anni, legata a un palo in una stalla, venne oltraggiata da dieci bersaglieri davanti agli occhi del padre e poi uccisa. Quindi le brigantesse non furono femmine da bordello degne della più feroce esecrazione e da additare al pubblico ludibrio, come molti storici di regime hanno voluto far credere, molte furono costrette a salire la montagna per non morire di fame e di stenti, per sfuggire alla disperazione, per allontanarsi da quel paese dove il giudizio della gente era più tagliente della lama di un coltello e dove insopportabili e oltraggiose erano le angherie dei piemontesi e dei loro galantuomini locali. A quel tempo non era facile la vita per mogli, madri, sorelle o amanti dei briganti. Per loro non c’era scelta: o ci si dava alla macchia o si collaborava, in tutti i sensi, talamo compreso, con gli sbirri venuti da lassù a dettar legge.

Non esisteva via d’uscita. E se molte si piegarono, in tante decisero di resistere impugnando lo schioppo e il pugnale. Così come fuorviante è imputare quel fuoco inarrestabile che infiammò il meridione d’Italia dal 1860 al 1870 unicamente alla voglia di rivalsa dello straccione, del poveraccio che da sempre coltivava “nell’animo suo spontaneo l’istinto della ribellione e della vendetta”.

Se fosse stato veramente così, quella rivolta sanguinosa ed estenuante non sarebbe durata tanto a lungo né il governo sabaudo avrebbe impiegato nella repressione le sue migliori energie. Sarebbe stata spazzata via al primo impercettibile soffio di vento. E invece così non fu perché alla base della ‘guerra cafona’ vi erano motivazioni ben più profonde. Quelle stesse che, ancora oggi, impongono di parlare della ‘questione meridionale’, drammaticamente irrisolta.

Post di UN Popolo Distrutto

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