Alta Terra di Lavoro

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LE NEFANDEZZE ITALICHE

Posted by on Mag 13, 2022

LE NEFANDEZZE ITALICHE

Agli italiani fanno studiare a scuola di essere fieri dei nostri antenati piemontesi e della casta savoiarda, fanno credere loro che sono stati i fautori dell’unità della nazione e che a farla siano stati eroi intrepidi, idealisti, probi, intellettuali di rango. Nelle scuole italiane, ancora oggi si studia di un Risorgimento da incorniciare, si studia delle guerre coloniali come un fatto maestoso a gloria del nostro esercito e della nostra Patria.



Sia il Risorgimento che le guerre coloniali sono stati la vergogna della nazione, i politici lo sanno ed anche i nostri storici aulici di regime. Quando si verrà a sapere di quanti scheletri abbiamo negli armadi della storia le loro fortune politiche e cattedratiche finiranno, come finirà il sistema liberal-massonico che ci hanno imposto nel 1861. Un’era nuova si prepara, il sistema imposto da Cavour è alla frutta, l’ultimo di quegli eroi è al governo della cosa pubblica. Dopo aver malversato con le sue aziende si è impadronito del potere mentre una sinistra non gramsciana è allo sbando totale.

Tocca al Sud far ritornare le lancette dell’orologio della storia al loro posto.
A scuola il Risorgimento viene edulcorato, niente eccidi, niente frodi, niente ruberie, i Savoia incensati come padri della patria, Cavour come grande genio della politica e della diplomazia e Garibaldi eroe dei due mondi.
Le guerre coloniali vengono quasi censurate e viste come conquiste dell’Italia e mai come guerre di aggressione verso popoli fino a quel momento liberi.

Centomila impiccagioni

Lo storico Angelo Del Boca a proposito dice che: <Esse illustrano il calvario di un popolo che è stato, senza alcuna ragione plausibile, aggredito, soggiogato, umiliato, in alcune regioni decimato>>.
Vorremmo sapere se nelle scuole italiane fanno leggere il libro di Angelo Del Boca; non ci risulta, né fanno studiare il De Sivo e di Gramsci ci dicono solo che era tra i fondatori del Pci.

La questione coloniale, la questione meridionale, la questione romana son cose da non dibattere nemmeno.
L’Unità, il giornale fondato da Antonio Gramsci, rinnovato sia nella forma che nei contenuti, il cui direttore Furio Colombo conoscendo a menadito la vera storia d’Italia, da qualche tempo si sta adoperando nel ricordare agli italiani cosa fu l’epopea fascista e savoiarda.
Noi ringraziamo perché il male dell’Italia sta tutto scritto in quelle pagine.

In un articolo di Gianni Lannes troviamo conferma a ciò che andiamo dicendo da anni: <È un capitolo sulla banalità del male ( dell’Italia postrisorgimentale) che precede quello nazista e segue l’istituzione dei campi di concentramento sabaudi in Piemonte e in Lombardia per i soldati borbonici che non si erano sottomessi ai Savoia…>>.
Migliaia di esecuzioni sommarie

Gianni Lanes, impietosamente così continua il suo magistrale articolo:

<<…In Libia, alla rivoluzione di Sciara Sciat, il governo Giolitti e il generale Caneva reagirono con una durissima rappresaglia: migliaia di esecuzioni sommarie e deportazioni di massa. Ufficialmente furono oltre 3 mila i libici segregati nel Belpaese e nessuno ne ha fatto ritorno a casa ( in realtà, la cifra è almeno 10 volte superiore).

Quanti furono i morti? Quanti annientamenti per sempre nello spirito e nel corpo? Quanti lasciati impazzire dal dolore e dalla nostalgia? Le vittime non vennero mai registrate: morti di nessuno.

Anche ad Ustica giunsero gli echi di quella carneficina coloniale apparentemente lontana.
Il 29 ottobre del 1911 un piroscafo proveniente dalla Libia gettava l’ancora nella minuscola isola mediterranea.

A bordo 920 uomini laceri e malandati- il primo carico umano a perdere- , gli occhi saturi d’orrore, con i corpi piagati dalle ferite inferte a base di torture e sevizie, scarniti dalla fame, vittime spesso senza colpa.


Angelina Natale ha 101 anni ed è la persona più anziana di Ustica, l’unica a ricordare quel macabro giorno autunnale di 90 anni fa, quando sulla spiaggia sbarcarono i primi deportati libici con le catene ai piedi. L’anziana parla lentamente, a fatica, centellinando le parole:” Li accatastarono nei cameroni. Non c’erano letti e neppure materassi. Non avevano niente. Buttati per terra come immondizia. Alla mattina passava l’ispezione e trovavano i morti”.

Alle Tremiti, prima I nemici borbonici, poi…

Morivano come mosche i prigionieri africani nel giardino d’Europa, lontano dalla loro terra, falcidiati dagli stenti e dalle epidemie.

Il più delle volte di loro non si conosceva neanche il nome. 130 morirono tra la fine del 1911 e i primi mesi del 1912. Altri 142 tra il 1915 e il 1916, quando sbarcarono altri connazionali. Alle Tremiti con decreto reale del 13 dicembre del 1863 furono dapprima relegati gli irriducibili nemici borbonici ( ma come erano bravi questi fratelli d’Italia! nda ).

Nell’ottobre del 1911 arrivarono circa 500 libici dell’isola di San Nicola. Morirono tutti nel giro di pochi mesi. L’unico parlamentare che ebbe il coraggio di protestare- presentò pure un’interrogazione – fu un autentico socialista, l’avvocato Leone Meucci di San Severo delle Puglie ( uno dei più combattivi legali di Sacco e Vanzetti che Mussolini premiò con il confino).
( Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre 2001, pag. 29)

Queste atrocità sono ricordate da Gaetano Carducci, di 86 anni che ricorda all’autore di questo articolo di storia patria che:” I libici morivano 10-12 al giorno..”.

A Gaeta, Vincenzo Riccio, classe 1909, suocero dello scrivente ricordava lucidamente che i libici:” Venivano trattati peggio dei nostri compatrioti dopo l’unità d’Italia, come briganti.

A volte li facevano uscire dalle celle del carcere e li mandavano, scarniti, a spalare il carbone che veniva sbarcato dalle navi”.
Abbiamo sempre criticato i tedeschi, abbiamo sempre saputo delle atrocità dei nazisti, dei lager di Aushwitz o di Buchenvald, delle Foibe slave, dei morti di Porzus, di Katin, di stragi ed eccidi riguardanti altri eserciti, degli italiani quasi niente.

Italiani brava gente, italiani che portano la civiltà nel mondo arabo dove c’erano solo datteri e banane, il regime fascista ricordato come tutore della romanità, come chi portò strade e quant’altro in Libia, in Eritrea e in Etiopia.

Perché? Lo chiediamo ai nostri politici di destra e di sinistra, perché? Perché si continua a far studiare ai nostri figli la leggenda risorgimentale? Perché non si dice la verità sul fascismo? Perché non si dice la verità sui crimini e le stragi dei Savoia nel Sud del Belpaese, nei Balcani, in Grecia e in Africa? Oggi ci ritroviamo al potere sindaci imbecilli che ricordano quegli assassini intitolando loro strade e piazze, rimangiandosi ciò che la Costituzione antifascista e repubblicana aborrisce.

A Palmanova, il sindaco Alcide Muradore di Alleanza Nazionale, il partito di Fini, ha fatto restaurare sulla facciata delle scuole elementari la scritta <<>>.

Il sindaco di AN di Muggia Lorenzo Gasperini ha annotato di suo pugno, ai bordi di un documento la scritta<>.

Il nuovo sindaco di Trieste, Roberto Di Piazza, sempre di AN, ha fatto collocare nella galleria comunale il ritratto del podestà fascista Cesare Pagnini, deportatore di ebrei.

All’Aquila il sindaco di centro-destra Biagio Tempesta ha dedicato la nuova piscina comunale ad Adelchi Serena, ex podestà e segretario del Partito fascista.

A Bari, il sindaco Simeone Di Cagno Abbrescia e l’attuale vicepresidente del Consiglio dei ministri Gianfranco Fini hanno inaugurato il busto di Araldo di Crollalanza, podestà di Bari e commissario della Camera durante Salò.

In Sicilia il sindaco di Tremestieri Etneo, Guido Costa ha dedicato una strada a Benito Mussolini. Un altro campione, servo delle ideologie nordiste, cioè il sindaco di Ragusa, Domenico Arezzo, di AN vuole erigere un monumento a Filippo Pennavaria, fascista locale, ritenuto liberatore di Ragusa, che negli anni ’20 era a stragrande maggioranza di sinistra;
dice l’Unità del 27 ottobre del 2001 che “ tra i fatti salienti della sua vita, c’è l’uccisione di una sessantina di antifascisti”.

Il sindaco di Latina Aimone Finestra di AN ha fatto ripristinare la scritta di una frase del Duce, l’avevano sradicata gli abitanti della provincia appena caduto il fascismo.

Il Duce aveva dato quelle terre fertilissime ai nordici del Friuli, del Veneto e dell’Emila Romagna mentre loro, gente del luogo, erano costretti a emigrare.

Sempre il sindaco di Latina, sempre quell’Aimone Finestra ha voluto magnificare suo Fratello bersagliere con un monumento.

Il fascismo è ideologia che viene dalle nebbie padane, voluto dagli industriali e dai latifondisti di quelle lande da sempre serve di qualcuno, voluto da Casa Savoia per inaridire il progresso della classe lavoratrice tutta e finchè a ricordare quella piaga e quel cancro sono i sindaci padani e sia, ma quando a farlo sono i sindaci del Sud, allora c’è da riflettere.

I servi e i lacchè sono sempre esistiti.

Un giorno quei monumenti inneggianti al fascismo e ai padri della patria padana saranno cancellati per sempre dalle strade del Sud.

Al loro posto saranno ricordati i nostri eroi del passato, i nostri contadini morti e trattati da briganti da quei miserabili dei fratelli d’Italia, la storia vera sarà insegnata nelle nostre scuole, quei sindaci immortalati come traditori, servi e lacchè del Nord fascista, liberale e massonico che ha distrutto la nostra identità di popolo.
I libri di storia riscritti.

Ma torniamo alle faccende “italiane” in Africa. Molti dovevano essere gli obblighi dei governi italiani verso i paesi africani assoggettati. C’è un altro obbligo che è stato eluso, ed è quello morale – scrive Angelo Del Boca – L’obbligo di riconoscere, nella maniera più netta, inequivocabile, che l’Italia giolittiana e fascista si è macchiata in Libia di crimini gravissimi. Gianni Lanes continua il suo articolo dicendo che:

”…nessun criminale di guerra del Belpaese, da Ravalli a Badoglio, da De Bono a Graziani, da Roatta a Robotti ( per citare solo i più noti), è mai stato punito per le atrocità commesse”.
( l’Unità, 14 novembre 2001, pag.29)

Gli italiani non devono sapere

In Italia spesso abbiamo assistito a censure di films, tagli di parti essenziali, tagli di scene d’amore ritenute non consone alla maturità degli italiani, ricordiamo il film “Rocco e i suoi fratelli” di Luchino Visconti; “ Il Gattopardo >>, sempre di Luchino Visconti, censurato nelle scene politiche dalla parte dei Borbone.
Tantissimi sono stati i films censurati.

La gente ignara però non sa che molti films sono censurati dalle case distributrici “per ordine superiore” o censurati direttamente dallo Stato in quanto gli italiani, semplicemente, non devono sapere. Abbiamo assistito a film come “Platoon”, come “ Apocalisse Now “ sulla guerra imperialista americana, abbiamo assistito a film come “ Soldato blu” e “ Piccolo grande uomo” contro l’esercito americano e le stragi perpetrate dai suoi generali.

Gli italiani però non possono vedere o quasi film contro i garibaldini sul massacro di Bronte come quello di Florestano Vancini “ Bronte >>, oppure l’ultimo di Pasquale Squitieri “ E li chiamarono Briganti” un carme contro il Risorgimento, contro l’esercito del generale Cialdini ritenuto assassino nel Sud per le porcherie commesse dalla sua truppa.
In questi casi le case di distribuzione, forse per far piacere ai politici di turno li boicottano.

In Germania, che pure non è tanto critica col suo passato nazista vedono nelle sale “ Scindler’s list”, a noi italiani ci è stato negato di vedere un film crudo e veritiero nei minimi dettagli, trattasi di “ Omar Mukhtar” il leone del deserto” con Anthony Quin, Gastone Moschin, Raf Vallone che racconta la storia dei partigiani libici scannati dall’esercito savoiardo.

Il liberale Raffaele Costa rispose ad una interpellanza parlamentare dicendo che “Il film non poteva essere proiettato sugli schermi italiani perché offendeva il nostro esercito”.

Costa, di formazione piemontese, liberale e colonialista, non sa che quello non era un esercito italiano, quello era un esercito fascista e savoiardo e gli italiani veri si sentono offesi dalle gesta di quegli assassini difesi ancora oggi dalla casta militare e politica del nostro Paese.

Raffaele Costa e altri come lui non sanno di sedere in un parlamento repubblicano, nato in libertà, sulle ceneri del fascismo e di Casa Savoia.

Continuate pure e non far conoscere le sconcezze di quegli assassini e di quell’esercito che non ci appartengono, ci stiamo pensando noi, ormai siamo in molti a farlo, la vostra fine politica è segnata, un nuovo Stato sorgerà sulle ceneri di questo, una vera repubblica antifascista e anti savoiarda sarà consegnata agli italiani.
Una nuova classe politica si sta delineando, vi è un Sud vivo, vi è un Sud che conosce il suo male, da dove è venuto, da chi è stato massacrato.

Il riscatto del Sud e quello della vera Italia è alle porte.
È solo questione di tempo.

Il film in questione racconta:“ … come il generale Graziani interpretò – campi di concentramento, sterminio chimico – gli ordini di Mussolini. Nel dicembre del 1928 viene nominato governatore unico delle colonie il generale Pietro Badoglio che mette in chiaro le sue intenzioni:< Distruggerò tutto, uomini e cose “
(Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre, 2001, pag 29)

Omar Muhktar


Amici libici, fratelli del Mediterraneo, Omar Muhktar, il leone del deserto è anche il nostro eroe, dovete sapere che quegli assassini dell’esercito piemontese che l’on. Raffaele Costa, e quelli come lui si sono affannati a chiamare italiano, erano i nostri nemici: scannarono oltre un milione di meridionali nel 1860 e dintorni.
Le parole di Badoglio ricalcano pari pari quelle del massacratore della mia città Enrico Cialdini e di altri come lui, tutti assassini, tutti criminali di guerra.

Noi, veri italiani, vi chiediamo scusa a nome loro visto che non hanno nemmeno il coraggio di chiederle ai loro fratelli meridionali.

In Libia come nel 1860 contro i meridionali

Nel 1860 i generali piemontesi scannarono i nostri partigiani, i loro familiari, donne e bambini, senza pietà alcuna in quella che fu la prima guerra coloniale piemontese.

Nel 1928 l’esercito fascista e savoiardo riprese a spese dei libici ciò che aveva sperimentato sui nostri avi chiamati briganti perchè combattevano per la loro patria e per la chiesa cattolica. “…con tremila uomini , a volte ridotti a mille, con 2600 fucili antiquati, Omar affronta 20 mila nemici dotati di mezzi più moderni: aerei, autoblindo, mitragliatrici, cannoni, radio, ordigni chimici.

Il Leone del deserto colpisce, poi si ritira, svanisce nel nulla da buon partigiano…fedele alla propria fama, Graziani introduce la pena di morte mediante impiccagione per il reato di semplice connivenza con i ribelli ( proprio come con i manutengoli dei partigiani del Sud chiamati briganti, nda.).

Cinquantamila impiccati

Ma non basta, ed ecco l’atroce soluzione per spezzare i legami tra la popolazione civile ed i guerriglieri: tutti gli abitanti del Gebel, 100 mila persone, un ottavo dell’intera popolazione libica. Vecchi, bambini e donne vengono deportati ed internati in 15 campi di concentramento – famigerati lager col vessillo tricolore di Soluch, Sidi Ahmed, El Magrun – i loro beni espropriati, i villaggi distrutti.

Nelle lunghe, terribili marce a cui vengono costretti gli arabi a partire dal giugno 1930, chi non ce la fa o semplicemente si attarda viene immediatamente ucciso.

Tutti quelli che cadono a terra sfiniti o che arrancano a fatica vengono abbattuti dai “valorosi” soldati italiani ( ma che noi ci rifiutiamo di chiamarli tali, erano fascisti e savoiardi, nda).

È la marcia di 110 chilometri per i Marmarici e gli Abeidat.
Le deportazioni in ristrette aree desertiche della Sistica, durano tre anni, nei quali i libici vengono decimati dalla fame, dalla fatica del lavoro forzato, dalle malattie.

Nei campi di concentramento circondati da filo spinato e mantenuti sotto il tiro delle armi da fuoco, chi è sospettato di connivenza viene impiccato, spesso insieme alla propria famiglia, bambini compresi. Alla fine saranno 50 mila a non sopravvivere…
Non si esita ad usare gas micidiali

…le forze del ribelle Omarsi assottigliano sempre più. L’esercito a guida fascista pur di aver ragione della resistenza libica non esita ad usare i micidiali gas ( proibiti dalla Convenzione di Ginevra del 1925 ). Un dispaccio del governatore Badoglio al vice governatore Sicciliani del 10 gennaio 1930 ordina senza mezzi termini: <<>>. Ordigni all’iprite e al fosgene – aggressivi chimici fabbricati a Bussi sul Tirino (Abruzzi), Rho ( Lombardia) e Foggia ( Puglia )…”
( Gianni Lanes, l’Unità, mercoledì 14 novembre, 2001, pag. 29)

Eccidio di Debre Libanos in Etiopia

Il 19 febbraio del 1937, il Vicerè d’Etiopia Rodolfo Graziani volle essere magnanimo con le popolazioni abissine. Per ingraziarsele e per compiere un gesto di grande generosità decise di far distribuire ai poveri della città la somma di 5 mila talleri.

Graziani – dice lo storico Angelo Del Boca- voleva festeggiare la nascita di Umberto, principe ereditario di casa Savoia, la cerimonia si svolse sui gradini del piccolo Ghebì, la vecchia residenza di Hailè Selassiè, oggi sede dell’Università di Addis Abeba.

Due giovani eritrei, ma forse erano più di due, mischiati tra la folla dei mendicanti, lanciarono diverse bombe a mano contro Graziani.
Le vittime furono sette, ma il vicerè fu solo ferito.

La vendetta fascista fu immediata. Mussolini ordinò “un radicale ripulisti” ed il federale di Addis Abeba, Dice Del Boca che:”Per tre giorni soldati italiani ( scusaci Angelo, non erano italiani quei soldati, erano fascisti e savoiardi), bande armate di fascisti, ascari eritrei ebbero mano libera. Rastrellarono i quartieri poveri della città: bruciarono i tucul con la benzina, usarono bombe a mano contro chi cercava di sfuggire ai roghi”.
Tutto ciò che era dei poveri veniva eliminato: capanne, casupole, bestiame, beni.
Perfino la chiesa di San Giorgio venne incendiata alla presenza del Cortese.

Del Boca indica in seimila i morti ma gli etiopi ci fanno sapere che furono almeno 30 mila. Leggiamo sul sito internet del comune di Filettino, paese di nascita di Graziani che il massacro fu senza fine, il vicerè decise di eliminare tutta l’intellighentia etiopica e che”…i tribunali militari diventarono macchine di morte.
Tra febbraio e giugno furono fucilati alti funzionari governativi, notabili del Negus, intellettuali, giovani etiopici che avevano studiato all’estero.

A marzo Graziani ordinò lo sterminio degli indovini e dei cantastorie che stavano annunciando, nelle loro profezie, la fine dell’occupazione italiana.
Il comandante dei carabinieri in Etiopia, Azolino Hazon, tenne una tragica contabilità:annotò nella sua contabilità che i soli carabinieri avevano passato per le armi 2509 indigeni.
Non è finita.
Gaziani- rivela Del Boca – vuole catturare i due attentatori.
Avendo avuto notizie dai servizi segreti che i due terroristi si sarebbero addestrati nella città sacra di Debre Libanos, Graziani non ebbe esitazione alcuna, ordinò al generale Maletti di occupare il monastero più importante d’Etiopia. Debre Libanos, città conventuale, due chiese in muratura, tremila tucul, centro della religione copta, nel centro della regione dello Shoa è destinata al martirio dal vicerè fascista. Graziani ordina una feroce repressione- osserva Del Boca – un’autentica razzia.
Vuol far sparire la città sacra dei copti, vuole distruggere il vaticano degli etiopi.
Il generale Maletti è un esecutore zelante: nella sua marcia verso Debre Libanos brucia 115.422 tucul, 3 chiese, 1 convento e uccide 2.523 etiopici. Una contabilità da macabro ragioniere.

Maletti occupò Debre Libanos il 19 maggio del 1937 e subito dopo ricevette un messaggio da Graziani” Abbiamo le prove della colpevolezza dei monaci, li passi per le armi tutti, compreso il vicepriore”
Chi ci ha fatto conoscere nei minimi particolari quello che accadde a Debre Libanos sono gli storici Campbell e Sadik: hanno studiato i fatti, raccolto testimonianze, hanno ascoltato i racconti dei superstiti, hanno soggiornato a lungo nel convento in questione. Leggiamo sul sito internet del comune di Filettino che:<<..I giovani, i monaci, i diaconi di Debre Libanos furono portati dagli uomini di Maletti in uno stretto vallone a venti chilometri dalla città. E’ la gola di Zega Weden.

I monaci vennero spinti sull’orlo del crepaccio, schierati su una fila con alle spalle i precipizi. Vennero uccisi a colpi di mitragliatrice. Erano troppi per i fucili delle truppe italiane ( no, cari Sadik e Campbell, quelle truppe non erano italiane, l’Italia è nata il 2 giugno del 1946, quelle truppe erano fasciste e savoiarde).
Via via che cadevano, gli ascari al servizio dell’esercito cosiddetto italiano gettavano i corpi nel crepaccio. Un ragazzo di 14 anni scampò a quel genocidio fingendosi morto: ha raccontato i fatti ai due storici che scesi tra la rocce del crepaccio di Zega Weden han trovato le ossa e le prove di detto eccidio.

I generali dovrebbero essere adusi a fare le guerre e a vincerle, quelli dell’esercito cosiddetto “italiano”, lo dimostra la storia, erano capaci solo ad uccidere vecchi, bambini, monaci, preti, donne e uomini inermi. Per vincere in Etiopia l’esercito fascista usò i gas nervini.
Graziani disse che quello di Debre Libanos fu “…un romano esempio di pronto e inflessibile rigore” e da buon criminale di guerra si è addossato tutte le responsabilità di quel massacro.
I monaci e i ragazzi morti in quel massacro furono circa 1600.
I due terroristi sono ancora liberi, ne siamo sicuri.

8 settembre 1943

E venne il giorno del giudizio!
Dopo 83 anni di regno abusivo, dopo 83 anni di terrore, di sangue, di guerre che causarono milioni di morti, fame, emigrazione, genocidi, vessazioni, dittature, ruberie, sopraffazioni, spoliazioni; dopo 83 anni precisi dall’entrata in Napoli di Peppino Garibaldi, il re travicello, chiamato dai suoi detrattori re pippetto e sciaboletta e re soldato dai suoi seguaci più fedeli dimostrò tutta la sua codardìa fuggendo da Roma in direzione Pescara.
La nemesi della storia è stupenda!

Francesco II di Borbone resistette da eroe sugli spalti di Gaeta durante l’assedio del 1860-61.

Gli storici di regime si accanirono contro quel re giovane, contro la sua compagna e contro i soldati borbonici caduti da eroi pur di non essere comandati da un re di lingua francese e barbaro.

Nessuna strada è intitolata agli eroi della resistenza borbonica chiamati briganti.

Fuggendo, Vittorio Emanuele III, e lasciando oltre un milione di soldati nelle mani delle divisioni tedesche in Italia e all’estero, è diventato il più grande traditore italiano della storia.

A causa di quella fuga i tedeschi ed i fascisti repubblichini si macchiarono di delitti terribili e soprattutto vi fu guerra civile tra i seguaci di Mussolini e i partigiani che hanno costruito questa repubblica.
I briganti del Sud stavano per vendicarsi, i banditi del Sud stavano vincendo contro i Savoia.

C’erano voluti 83 anni per cacciare dall’Italia i barbari venuti dalle Alpi savoiarde.
E le strade si riempirono di cadaveri, ed i villaggi distrutti, e i rastrellamenti continui come nel 1860, e gli eccidi non avevano soluzione di continuità, come nei dieci anni di guerra civile del 1860 e dintorni: a Cefalonia si immolarono 9.000 soldati italiani, e oltre centomila furono ammazzati dai tedeschi o fatti prigionieri e portati in Germania nei campi di concentramento.
La rabbia degli sconfitti si abbattè con orrore sulle popolazioni inermi.

Franco Giustolisi, in un articolo sull’Unità ci fa sapere che:”…le storie che si raccontano di Matera, di Barletta, di Conca della Campania, di Capistrello, della palude di Fucecchio, di Noccioleta, del Turchino, di Fossoli, di Bolzano, di San Polo D’Enza, di Fivizzano, di Ronchidosso, di Castiglion Fibocchi e di Cavriglia finirono tutti nell’ Armadio della Vergogna, in un antico palazzo di Roma dove aveva sede la procura generale militare.

Lì erano elencate con scrupolo burocratico, fascicolo per fascicolo, crimine per crimine, nome per nome, quelli delle vittime e quelli degli assassini, le vicende che insanguinarono l’Italia dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile del 1945 ( dal giorno della fuga di Vittorio Emanuele di Savoia al giorno della liberazione dal regime fascista voluto dal re pippetto, detto pure sciaboletta).

Fecero qualcosa come più di 15 mila morti.
Pochissimi pagarono con pochi anni di carcere passati anche in ambienti signorili:”…e tutto rimase lì, in quell’armadio nascosto, inchiavardato, protetto.
C’era la guerra fredda, il nemico non era più Hitler, bensì Stalin. E allora si nascose il passato. ( L’Unità, lunedì 12 agosto 2002, pag 6).

L’Armadio della Storia sta per essere aperto, non verranno più condannati i caporioni che trucidarono innocenti e soldati ma verrà condannata definitivamente il Risorgimento piemontese che generò quei crimini.
A Sant’Anna di Stazzema i morti furono 560 ed i loro nomi sono oggi evidenziati da piccole lettere dorate su un monumento marmoreo.
A Marzabotto i morti furono 930.
Il nazista Reder scontò l’ergastolo nel carcere della mia città, assieme all’altro criminale tedesco Kapler, li scontarono nel castello angioino oggi completamente abbandonato.

Ho visto l’appartamento del carnefice delle Fosse ardeatine in questi giorni, vi è ancora il telefono color avorio su una colonnetta, aveva la televisione, la radio e tutti i conforti del mondo e così il criminale di guerra Reder che viveva in una stanza accanto a quella del suo generale.

Le foibe

Ad Arbe i morti internati furono 1.430; a Melada 700 morti; a Gonars, 440 morti; a Monigo 230 morti; Renici, 160 morti e potremmo continuare all’infinito.
Gente strappata alla loro terra, alle loro famiglie, all’umanità.
I campi di concentramento slavi erano “…gestiti quasi completamente dal Regio Esercito ( in particolare dalla II Armata), questo tipo di internamento costituì l’anello terminale delle frequenti campagne di rastrellamento di civili realizzate nei territori del Regno di Jugoslavia, occupati o annessi all’Italia in seguito all’invasione nazifascista del 6 aprile del 1941.

Nel quadro di una occupazione violenta e razzista, l’Italia fece ricorso non di rado a metodi ritenuti tipicamente nazisti, quali l’incendio di villaggi, la fucilazione di ostaggi civili, la deportazione in massa della popolazione in speciali campi di concentramento…i campi per “slavi” allestiti in Jugoslavia, Albania e Italia costringevano gli internati a un sistema di detenzione rigoroso e dalle infime condizioni di vita: la morte per fame e per le terribili condizioni sanitarie, fece parte dello scenario quotidiano…”
( Mimmo Franzinelli, l’Unità, 25 aprile 2001, Dossier, pag.VII ).

autore sconosciuto

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