Le orazioni inaugurali tenute da Giambattista Vico
Giuseppe Gangemi
Nel 1699, Giambattista Vico ottiene a Napoli il ruolo di docente di retorica, un incarico di insegnamento di secondaria importanza e con piccolo stipendio. La funzione principale legata a questo ruolo è la stesura e la lettura, all’apertura dell’anno accademico, dell’orazione inaugurale. Questa funzione è importante per Vico perché gli permette di avere visibilità negli ambienti che contano a Napoli.
Le prime tre orazioni, del 1699, 1700 e 1701 trattano “de’ fini degli studj”, in particolare “de’ fini convenevoli alla natura umana” (1836, I, 398). Dopo un’interruzione di due anni, nel 1704 e nel 1705, Vico scrive e recita due orazioni che trattano “de’ fini degli studj … principalmente de’ fini politici” (1836, I, 398). La quarta, rivolta contro i “falsi Dotti”, ha il seguente titolo: “Se qualcuno desidera trarre i massimi benefici dallo studio della letteratura e conciliarli con l’onestà, si istruisca per la gloria o per il bene comune” (1836, I, 400). La quinta, è tesa a mostrare che, negli Stati, potenza militare, ricchezza e grandezza letteraria procedono di pari passo (1836, I, 401).
Dopo una seconda interruzione nel 1706, il 18 ottobre 1707, con gli Austriaci da appena due settimane padroni di Napoli, Vico legge la sua sesta orazione, sempre sui “fini degli studj”, e parla in particolare “del fine cristiano” (1836, I, 398). Propone, la liberazione delle arti creative e un nuovo ordine per gli studi. Nella mente di Vico, queste sei orazioni formano un unico “argomento e nuovo e grande nell’animo, che in un Principio unisse egli tutto il sapere umano e divino” (1836, I, 404).
All’apertura dell’anno accademico del 1708, “avendo la Regia Università determinato fare un’apertura di studi pubblica solenne, e dedicarla al re con una Orazione da dirsi alla presenza del Cardinal viceré di Napoli [Vincenzo Grimani che Vico sa, per averlo nominato nella sua relazione, essere stato uno dei protagonisti della congiura del 1701], e che perciò si doveva dare alle stampe; venne felicemente fatto al Vico di meditare un argomento che portasse alcuna nuova scoperta” (1836, I, 405). L’orazione, De nostri temporis studiorum Ratione (sinteticamente De Ratione), ha tutte le caratteristiche richieste, molto più dell’atteso, dal momento che è considerata come la prima grande opera filosofica di Vico. Il De Ratione “è un abbozzo dell’opera, che poi lavorò, De Universi Juris uno Principio, di cui é appendice l’altra de Constantia Jurisprudentis (1836, I, 405).
Il De Ratione introduce anche un concetto nuovo, quello della dottrina civile, il giusto modo di comunicare tra governanti e governati, da insegnare e apprendere nell’Università. Questo concetto è implicitamente critico nei confronti della classe intellettuale napoletana. Prima di Vico, infatti, si riteneva di poter ottenere la soluzione dei problemi del napoletano soltanto realizzando una semplice sostituzione degli Spagnoli con gli Austriaci, ma senza modificare la sostanza dei rapporti tra governanti e governati.
Giuseppe Galasso, nel suo bel libro La filosofia in soccorso dei governi. La cultura napoletana del Settecento, sottolinea che ha certamente costituito problema la data di lettura del De Ratione, che ha dato alla tesi una chiara caratterizzazione politica: nel 1707 è appena avvenuto lo sganciamento dinastico dalla Spagna e l’arrivo degli Austriaci nel viceregno che ha suscitato speranze e timori. L’arrivo degli Austriaci ha rappresentato un quasi immediato cambiamento di tono nello stile del governo (da quello burocratico spagnolo a quello militaresco e autoritario degli Austriaci) basato sull’assunto che, qualsiasi governo delle leggi, se riesce a realizzare il monopolio della forza, realizza anche una buona società e un buon governo. Vico, al contrario, nega che buone leggi e buon governo, che non siano confacenti alla mente dei governati, possano essere adatte a favorirne progresso e sviluppo politico.
Vediamo le date del passaggio del Regno dagli Spagnoli agli Austriaci. La conquista finisce il 30 settembre, quando il generale Wirich Philipp von Daun espugna Gaeta. Un mese dopo, il 31 ottobre, von Daun viene nominato Governatore del Regno. Appena insediato, si muove subito per costruire una moderna marina da guerra da concentrare nel porto militare di Gaeta. Non riesce, tuttavia, ad andare oltre questo parziale inizio. Una nuova guerra lo porta ad abbandonare l’incarico dopo appena otto mesi (il 30 giugno 1708). Lo sostituisce come Viceré il cardinale Grimani. Vico legge davanti a lui la settima orazione (il De Ratione). Finita la cerimonia, lo sommergono una quantità enorme di critiche: rischia di perdere il posto e persino un’accusa di eresia. Con fatica, schiva entrambi i pericoli e mantiene il proprio posto come docente di retorica. Perde, tuttavia, il ruolo di estensore e lettore dell’orazione inaugurale, per 10 anni. Nel 1719, in occasione della conclusione del secondo mandato, a Von Daun, di Viceré del Regno di Napoli, gli viene richiesto di scrivere e leggere l’orazione inaugurale. Forse, qualcuno spera che ne faccia una potente come quella che ha letto alla conclusione del primo mandato di Viceré per Von Daun. Egli, invece, ne tiene una molto debole, talmente irrilevante che non conserva nemmeno il manoscritto completo. Di questa orazione, rimangono soltanto poche decine di righe.
Per dodici anni ancora, non gli sarà chiesto di tenere un’orazione inaugurale, finché il 13 novembre 1732 non ne tiene una nona, dal titolo De mente heroica, che viene considerata una delle opere fondamentali per comprendere lo sviluppo del pensiero filosofico di Vico.
La cosa certa, accettata da tutti i commentatori di Vico, è che sicuramente l’interruzione, dal 1709 al 1718 compresi, dell’affidamento dell’incarico a Vico di stendere e leggere le orazioni inaugurali dell’anno accademico è dovuta alle polemiche che sono seguite alla lettura, davanti al Cardinale Grimani, viceré di Napoli, del De Ratione. È probabile che l’interruzione dell’affidamento della lettura delle orazioni inaugurali del 1702 e del 1703 non sia dovuta a una vera e propria punizione di Vico quando a una questione di opportunità. È successo, infatti, che il duca di Popoli e il principe di Cellamare hanno letto l’opera di Vico sulla Congiura dei nobili napoletani e l’hanno giudicata offensiva “della lealtà del Sovrano e dell’onore di alcune nobili famiglie” (Galasso, Napoli spagnola dopo Masaniello, 1982, 658).


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