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Le poesie “borboniche” di Ferdinando Russo

Posted by on Giu 20, 2022

Le poesie “borboniche” di Ferdinando Russo

Ferdinando Russo (Napoli, 1866-1927) è considerato, assieme a Salvatore Di Giacomo, uno dei più poeti più attenti alla realtà popolare napoletana. Leggendo le sue poesie (ora la Newton Compton ha ripubblicato una raccolta completa in una edizione economica), l’anima popolare traspira ad ogni verso: dai sonetti “scugnizzeschi” alle volgarissime “poesie infernali” (da enfer, nel senso di settore di bibliotecario in cui sono alloggiati i libri sconci) l’autore sembra quasi farsi da parte e lasciar parlare direttamente le umili persone provenienti dagli strati più bassi della popolazione.

In opposizione a Di Giacomo (“Petrarca napoletano”, secondo Benedetto Croce), Russo è stato definito da Mario Stefanile «poeta tutto nutrito di secenteschi, corruschi e sanguigni succhi»: egli non cerca di sublimare, come l’altro grande poeta vernacolare, la vita della plebe, ma lascia che questa si sfoghi, raccogliendo le sue lamentele, i suoi sogni, le sue illusioni. Pare più un cronista che rediga i suoi articoli in rima, anziché un poeta che si avvicini alla vita quotidiana per trarne una elevata ispiratione. Un esempio classico viene dalla raccolta ‘N Paraviso, in cui Russo immagina di fare un viaggio nel Regno dei Cieli e di trovarvi i vari santi, in attrito l’uno contro l’altro, pronti a raccontare i fattarelli di un Paradiso che somiglia più al Pallonetto che all’Empireo descritto da Dante.

Ma dicevamo che nella raccolta delle poesie di Russo affiorano i sentimenti di una Napoli “reale”: leggendo le liriche si scoprono i pensieri del popolino partenopeo di fine secolo e si ha la conferma, quando sono i più vecchi a parlare, che anche agli inizi del secolo “si stava meglio quando si stava peggio”.

In particolare si possono estrapolare tre poesie che potremmo definire “borboniche”. In tutte si ha un personaggio, che di volta in volta Russo conobbe veramente, come egli stesso afferma, che intrattiene l’occasionale ascoltatore con la narrazione delle vicende legate ad un passato felice, ormai troppo lontano, prima della caduta del Regno.

La prima ad essere pubblicata fu ‘O pezzente ‘e San Gennaro, inserita nella raccolta ‘Ncoppa’‘o marciapiede, del 1898. Sono tre sonetti in cui un ospite dell’ospizio di San Gennaro dei Poveri racconta di come venne cacciato dall’avito palazzo per non aver pagato alcune tasse. Lui, discendente da una buona famiglia del casertano, con uno zio sacerdote che fu confessore del Re ed un altro Capitano dell’esercito! La colpa della sua miseria è il Sessanta ed il «governo degli Italiani», la feroce burocrazia che lo ha cacciato di casa riducendolo al manicomio prima ed all’ospizio poi.

Già, il Sessanta, vale a dire il 1860, l’infausto anno dell’invasione garibaldina e piemontese. Erano passati quarant’anni ed a Napoli il ricordo ancora bruciava. E non solo a chi ne aveva sofferto, dato che il poeta-giornalista ebbe notevoli traversie per quella poesia: non appena venne aveva appena pubblicata su “Il Mattino”, lo stesso Edoardo Scarfoglio, direttore del quotidiano, firmò un duro articolo di ripudio nei suoi confronti, definendolo “terribile anarchico” e Russo fu costretto di lì a poco a scusarsi di fronte ad un giudice istruttore (che però lo assolse – in ogni caso in quegli anni essere anarchici era, per chi finiva nelle mani della giustizia era più salutare che essere definito borbonico, come aveva dimostrato il processo di Benevento del 1878, che assolse dei briganti rivoluzionari, per di più assassini di un carabiniere, perché il loro tentativo mirava a costituire una repubblica socialista e non a restaurare la monarchia borbonica). Più sfortunato fu Nicola Maldacea, un canzonettista che si era ispirato al Pezzente per una macchietta teatrale, il quale vide la forza pubblica fare irruzione nel teatrino dove si stava esibendo, a Napoli prima, a Roma poi.

Russo dimostrò quindi una certa dose di coraggio, quando dette alle stampe altre due raccolte di stampo “nostalgico”: ‘O luciano d’‘o Rre (1910) e ‘O surdato ‘e Gaeta (1918), in cui venivano dipinte due figure, realmente conosciute dal poeta, di combattenti reduci dell’esercito napoletano.

Nella prima, un “luciano”, ossia un abitante del quartiere di S. Lucia, che è stato marinaio a bordo del Fulminante, la nave ammiraglia della flotta borbonica, racconta in 65 ottave la drammatica storia del viaggio intrapreso nel 1859 da Ferdinando II per recarsi a Bari a ricevere la principessa Maria Sofia Wittelsbach, la sposa del pretendente al trono, Francesco. In quel viaggio, che il Re affronta nonostante forti malori, vi è un brusco aggravamento delle condizioni fisiche di Ferdinando: qualcuno è certo che il vescovo di Ariano Irpino, presso cui alloggia per una notte, lo abbia avvelenato. Il fatto non è storicamente accertato: è vero che lo stesso monsignor Caputo si vantò di un simile gesto di carità cristiana, ma molti sono i sospetti di una millanteria, dato che la sosta ad Ariano fu decisa all’ultimo momento, solo per le avverse condizioni atmosferiche che impedivano di attraversare gli Appennini. Intanto il viaggio prosegue, il male peggiora, mentre il Re fa di tutto per apparire sorridente alla giovane coppia di sposi, per non far pesare su di essi la coscienza della fine ormai vicina. Solo i più fidi che gli sono intorno soffrono con lui, sapendo quali dolori stia sopportando. Il semplice marinaio, che rispetta il proprio Re con una venerazione pari a quella che si riserva ad un santo, commosso dalla familiarità con cui il sovrano lo tratta, ma non per questo ritenendolo “uguale” a lui (Ferdinando chiama ciascun marinaio col proprio nome, anzi soprannome, e ciò è causa di maggior rispetto: in lui vedono l’onnisciente, non certo il fratello), è scosso fino alle lacrime nel descrivere gli ultimi giorni del Re morente: è perfettamente conscio che se Ferdinando fosse rimasto in vita, Garibaldi non avrebbe certo portato a termine la “sua” impresa.

Da Ferdinando II a Francesco II. Il soldato di Gaeta della omonima poesia è ormai vicino alla morte. Chiuso in un ospedale, mutilato di un braccio (perso a causa di una granata durante l’assedio), ripete incessantemente, a chi gli si avvicina, magari con l’intento di prenderlo in giro, la storia delle proprie sfortunate avventure militari. La difesa strenua della fortezza, la figura del Re che combatteva a fianco dei soldati, la visione della bellissima Regina, per un sorriso della quale ogni militare avrebbe voluto affrontare la morte vengono tutte rievocate in cinquanta struggenti ottave: Francesco II è paragonato addirittura a Cristo e la difesa del regno ad una Via Crucis costellata di bombardamenti, il cui più doloroso, perché compiuto in spregio alle regole della guerra cavalleresca, è quello ordinato dal generale Cialdini mentre una delegazione di ufficiali napoletani si trova nel campo nemico per trattare la resa. E la resa stessa viene vissuta dal soldato come un atto di amore del re verso i suoi sudditi: il Sovrano, salvato almeno l’onore, preferisce risparmiare le vite dei suoi figli, anziché immolarle alla gloria dell’altare. Infine il soldato, per fugare i sorrisi ironici degli astanti, mostra la medaglia che ha ricevuto per la partecipazione all’assedio: la tiene nascosta sotto la veste, non se la appunta al petto, ma non per paura, bensì per non umiliare quella reliquia mettendola sul suo vestito stracciato, «E ‘a putesse portà, sta gloria mia, ‘ncoppaa livrea d’‘a pezzanteria?».

L’epica di queste poesie è quella dell’umile che assiste ai grandi eventi della storia, forse senza comprenderli appieno, ma sentendo fortemente, intuendo la loro importanza. Per usare le parole di Adriano Tilgher, che curò una edizione del Soldato per i tipi della Bideri, «è Sancio Panza che narra le gesta di Don Chisciotte, è Pulcinella che suona sulla lira di Pindaro». La frase non deve essere intesa in senso riduttivo. Un altro critico, Max Vairo, ha affermato che «il luciano è il poeta stesso»: sua è la nostalgia, suo il rimpianto di quel bel tempo andata, in cui da S. Lucia si vedeva il mare, in cui il giorno dell’Assunta il popolino poteva divertirsi a buttare in acqua i borghesi che passeggiavano sul lungomare, sotto gli occhi divertiti del Re.

Tempi irrimediabilmente passati, cancellati dal Sessanta e dal governo degli Italiani.

Gianandrea  de  Antonellis

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