Alta Terra di Lavoro

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LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

Posted by on Giu 18, 2021

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

In ricordo di quanti morirono per la propria libertà e del proprio popolo, a coloro che hanno perso madre, padre, fratello, sorella, figli, casa e la vita stessa per aver lottato contro la forza della prepotenza umana, a voi và la nostra stima e il nostro orgoglioso ricordo e saluto. GRAZIE.

Con le  Quattro giornate di Napoli (2730 settembre1943) si indica l’ insurrezione popolare che riuscì a liberare la città di Napoli dall’occupazione nazista.Alla città di Napoli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare, e la sua azione consentì alle forze alleate anglo-americane di trovare al loro arrivo, il 1 ottobre1943, una città già libera dall’occupazione tedesca, grazie al coraggio e all’eroismo dei suoi abitanti, ormai esasperati ed allo stremo per i lunghi anni di guerra. Napoli fu la prima, tra le grandi città italiane, ad insorgere contro l’occupazione nazista.

L’antefatto

Per tutto il primo quadriennio di guerra 194043, Napoli fu sottoposta a durissimi bombardamenti da parte delle forze alleate che causarono ingenti perdite in termini di vite umane anche per la popolazione civile. Si calcola che oltre 20.000 furono le vittime di questi attacchi indiscriminati alla città, per non menzionare i danni ingentissimi al patrimonio artistico e culturale (il 4 dicembre 1942 fu semi-distrutta la Basilica di Santa Chiara, mentre solo nel bombardamento del 4 agosto 1943 perirono oltre tremila persone; circa seicento morti e tremila feriti si ebbero invece per lo scoppio della nave Caterina Costa nel porto, il 28 marzo). Con l’avanzata degli anglo-americani nell’Italia meridionale, gli esponenti dell’antifascismo partenopeo (tra cui Fausto NicoliniClaudio Ferri e Adolfo Omodeo), iniziarono a stabilire più stretti contatti con i comandi alleati richiedendo la liberazione della città.

A partire dall’8 settembre 1943, giorno fatidico dell’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile con la lettura alla radio da parte del maresciallo Pietro Badoglio del suo famoso proclama, le forze armate italiane, come in tutto il paese, a causa della mancanza di ordini dei comandi militari si trovarono allo sbando anche a Napoli.

In città la situazione, già difficile per i bombardamenti subiti e per lo squilibrio delle forze in campo (oltre 20.000 tedeschi a fronte di soli 5.000 italiani, in tutta la Campania), ben presto divenne caotica per la diserzione di molti alti ufficiali, incapaci di assumere iniziative se non addirittura conniventi con i nazisti, cui seguì lo sbando delle truppe, incapaci a loro volta di difendere la popolazione civile dalle angherie dei Tedeschi.

In particolare ci fu la fuga, in abiti borghesi, dei generali Riccardo Pentimalli e Ettore Del Tetto, cui era affidata la responsabilità militare della provincia di Napoli. Gli ultimi atti di Del Tetto furono proprio la consegna della città all’esercito tedesco e la stesura di un manifesto che, vietando gli assembramenti, autorizzava i militi a sparare sulla folla in caso di inadempienza.

Sporadici ma cruenti tentativi di resistenza si ebbero tuttavia alla caserma Zanzur, alla caserma dei Carabinieri Pastrengo ed al 21° centro di avvistamento di Castel dell’Ovo.Sin dai giorni immediatamente seguenti l’armistizio, in città si andarono intensificando gli episodi di intolleranza e di resistenza verso l’occupante nazista e le azioni armate, più o meno organizzate, fecero seguito alle manifestazioni studentesche del 1 settembre in Piazza del Plebiscito ed alle prime assemblee nel Liceo Sannazaro al Vomero.

Il 9 settembre alcuni cittadini si scontrarono con le truppe tedesche al Palazzo dei Telefoni, mettendole in fuga, e in Via Santa Brigida. Quest’ultimo episodio vide coinvolto un carabiniere che fu costretto a sparare per difendere un negozio dal tentato saccheggio da parte di alcuni soldati. Il 10 settembre, tra Piazza Plebiscito e i giardini sottostanti, avvenne il primo scontro cruento, con i Napoletani che riuscirono ad impedire il transito di alcuni automezzi tedeschi; nei combattimenti morirono tre marinai e tre soldati tedeschi. Gli occupanti ottennero la liberazione di alcuni uomini fatti prigionieri dagli insorti anche grazie all’ingiunzione di un ufficiale italiano che intimò ai suoi compatrioti la riconsegna degli ostaggi e di tutte le armi. La rappresaglia per gli scontri di Piazza Plebiscito non tardò ad arrivare: i nazisti infatti appiccarono un incendio alla Biblioteca Nazionale ed aprirono il fuoco sulla folla intervenuta.

Il 12 settembre furono uccisi decine di militari per le strade della città, mentre circa 4.000 persone tra militari e civili furono deportate per il “lavoro obbligatorio”.

Stato d’assedio

Lo stesso giorno, il colonnello Hans Scholl, assunto il comando delle forze armate occupanti in città, proclamò il coprifuoco e dichiarò lo stato d’assedio con l’ordine di passare per le armi tutti coloro che si fossero resi responsabili di azioni ostili alle truppe tedesche, in ragione di cento napoletani per ogni tedesco eventualmente ucciso.Così la mattina di lunedì 13 settembre, un proclama apparve sui muri della città. Dopo la fucilazione di otto prigionieri di guerra avvenuta in via Cesario Console e gli spari di un carro armato contro gli studenti (che stavano iniziando a riunirsi nella vicina Università[1]) e contro alcuni marinai italiani davanti al palazzo della Borsa [2], vi fu un episodio che scosse particolarmente il sentimento popolare.

Sulle scale della sede centrale dell’Università avvenne l’esecuzione di un giovane marinaio, cui migliaia di cittadini furono costretti ad assistere dalle truppe tedesche che a forza li condussero sul Rettifilo, la strada antistante il luogo della fucilazione. Cinquecento persone, lo stesso giorno furono parimenti condotte con la forza a Teverola, nel Casertano, e costrette ad assistere alla fucilazione di 14 carabinieri, “rei” di aver resistito con le armi prima di arrendersi all’occupante nazista.

Ormai la rabbia e l’esasperazione dei napoletani, in seguito alle esecuzioni indiscriminate, ai saccheggi, ai rastrellamenti della popolazione civile, alla miseria e alle distruzioni della guerra che mettevano in ginocchio la città intera, stava montando spontanea, priva di un fattore esterno organizzativo che non fosse altro che il desiderio di liberarsi dell’invasore tedesco. Si cominciò a pensare all’approvvigionamento delle armi: il 22 settembre gli abitanti del Vomero riuscirono ad impadronirsi di quelle che erano appartenute alla 107° batteria; il 25 settembre 250 moschetti furono prelevati da una scuola; il 27 settembre caddero nelle mani degli insorti alcuni depositi di armi e munizioni.

Il 23 settembre intanto, una nuova misura repressiva adottata dal colonnello Scholl prevedeva lo sgombero (entro le ore 20 dello stesso giorno) di tutta la fascia costiera cittadina sino ad una distanza di 300 metri dal mare; in pratica circa 240.000 cittadini furono costretti ad abbandonare in poche ore le proprie case per consentire la creazione di una “zona militare di sicurezza” che sembrava preludere alla distruzione del porto. Quasi contemporaneamente, un manifesto del prefetto intimava la chiamata al servizio di lavoro obbligatorio per tutti i maschi di età compresa fra i diciotto e i trentatré anni, in pratica una deportazione forzata nei campi di lavoro in Germania. Il risultato sperato dai nazisti non fu però ottenuto e alla chiamata risposero soltanto 150 napoletani sui previsti 30.000, il che determinò Scholl a decidere di inviare ronde militari per la città per i rastrellamenti e la fucilazione immediata degli inadempienti. Fu affisso in città un nuovo proclama del Comando Militare Germanico.

L’insurrezione popolare fu allora inevitabile, i cittadini furono chiamati a scegliere tra la sopravvivenza e la morte o la deportazione forzata in Germania ed ormai, spontaneamente in ogni punto della città, persone di ogni ceto sociale e di ogni occupazione, andavano riversandosi nelle strade per organizzarsi ed imbracciare le armi. Si unirono a loro anche molti dei soldati italiani che solo pochi giorni prima si erano dovuti dare alla macchia. Già dal 26 settembre una folla disarmata e urlante si scatenò contro i rastrellamenti nazisti, liberando i giovani destinati alla deportazione.

27 settembre

Il 27 settembre, dopo un’ampia retata dei tedeschi che catturarono in vari punti della città circa 8.000 uomini, 400, forse 500 uomini armati aprirono i combattimenti. Una delle prime scintille della lotta scoppiò al quartiere Vomero dove, in località Pagliarone, un gruppo di persone armate fermò un’automobile tedesca uccidendo il maresciallo che era alla guida. Durante l’intera giornata, aspri combattimenti si susseguirono in diverse zone della città tra gli insorti e i soldati tedeschi che ormai stavano per iniziare le operazioni di sgombero, anche per le notizie (poi rivelatesi false) riguardo un imminente sbarco alleato a Bagnoli.

Un tenente dell’esercito italiano, Enzo Stimolo, dopo essersi posto a capo di un gruppo di 200 insorti, si distinse particolarmente nell’operazione di assalto all’armeria del Castel Sant’Elmo che cadde soltanto in serata, non senza spargimento di sangue; i tedeschi infatti, asserragliati, tra l’altro sia all’interno della Villa Floridiana sia al Campo Sportivo Collana (nel cuore del Vomero), intervennero in forze a dar battaglia. Un gruppo di cittadini si diresse nelle stesse ore verso il Bosco di Capodimonte dove, secondo alcune voci che giravano in città, i tedeschi stavano conducendo a morte alcuni prigionieri; fu messo a punto così un piano per impedire ad un gruppo di guastatori tedeschi di minare il Ponte della Sanità per l’interruzione dei collegamenti con il centro della città, cosa che fu realizzata con successo il giorno successivo ad opera di un drappello di marinai. In serata, venivano assaltati e depredati i depositi d’armi delle caserme di via Foria e di via San Giovanni a Carbonara.

28 settembre

Il 28 settembre, andando ad aumentare con il passare delle ore il numero dei cittadini napoletani che si univano ai primi combattenti, gli scontri si intensificarono; nel quartiere Materdei una pattuglia tedesca, rifugiatasi in un’abitazione civile, venne circondata e tenuta sotto assedio per ore, sino all’arrivo dei rinforzi: alla fine tre Napoletani persero la vita. A Porta Capuana un gruppo di quaranta uomini si insediò, con fucili e mitragliatori, in una sorta di posto di blocco, uccidendo 6 soldati nemici e catturandone altri quattro, mentre combattimenti si avviarono in altri punti della città come al Maschio Angioino, al Vasto e a Monteoliveto.

I tedeschi procedettero ad altre retate, questa volta al Vomero, ammassando numerosi prigionieri all’interno dello Stadio Collana, cosa che scatenò la reazione degli uomini di Stimolo che diedero l’assalto al campo sportivo, determinando, dopo aver dovuto fronteggiare un’iniziale reazione armata, la liberazione dei prigionieri, il giorno successivo.

29 settembre

Al terzo giorno di feroci scontri per le vie di Napoli, l’organizzazione dell’insurrezione rimaneva ancora lasciata ai singoli capi-popolo di quartiere, mancando del tutto i contatti con le forze strutturate dell’antifascismo come il Fronte Nazionale (diretta emanazione del CLN). Andavano intanto emergendo figure locali che assunsero il comando delle operazioni nei vari quartieri della città, come il professore Antonino Tarsia In Curia al Vomero, il tenente colonnello Bonomi a Salvator Rosa, il capitano Francesco Cibarelli al Duomo, il capitano Mario Orbitello a Montecalvario, il capitano medico Stefano Fadda a Chiaia, l’impiegato Tito Murolo al Vasto, mentre tra i giovani si distinse Adolfo Pansini[3], studente del liceo vomerese Sannazaro. Nel quartiere “Cuoco” i tedeschi attaccarono in forze con i carri armati (i Panzer “Tigre”) e non più di cinquanta ribelli tentarono strenuamente di opporsi ma dovettero subire il pesante bilancio di 12 morti e più di 15 feriti.

Anche il quartiere operaio di Ponticelli subì un pesante cannoneggiamento, in seguito al quale le truppe tedesche procedettero ad eccidi indiscriminati della popolazione penetrando sin dentro le abitazioni civili. Altri combattimenti si ebbero nei pressi dell’aeroporto di Capodichino e di Piazza Ottocalli, dove morirono tre avieri italiani. Nelle stesse ore, presso il quartier generale tedesco al corso Vittorio Emanuele (tra l’altro ripetutamente attaccato dagli insorti) avvenne la trattativa tra il colonnello Scholl e il tenente Stimolo per la riconsegna dei prigionieri del Collana; Scholl ottenne di aver libero il passaggio per uscire da Napoli, in cambio del rilascio degli ostaggi che ancora erano prigionieri al campo sportivo. Per la prima volta in Europa i Tedeschi trattavano una resa di fronte a degli insorti.

30 settembre

Mentre le truppe tedesche avevano già iniziato lo sgombero della città per il sopraggiungere delle forze anglo-americane provenienti da Nocera Inferiore, in città il professor Tarsia si autoproclamò, presso il Liceo Sannazaro, capo dei ribelli assumendo pieni poteri civili e militari ed impartendo, tra l’altro, precise disposizioni circa l’orario di apertura degli esercizi commerciali e la disciplina. Tuttavia i combattimenti non cessarono e i cannoni tedeschi che presidiavano le alture di Capodimonte colpirono per tutta la giornata la zona tra Port’Alba e Piazza Mazzini. Altri combattimenti si ebbero ancora nella zona di Porta Capuana. Gli invasori in rotta lasciarono dietro di loro incendi e stragi; clamoroso fu il caso dell’Archivio Storico di Napoli che fu dato alle fiamme a San Paolo Belsito, causando incalcolabili danni al patrimonio storico e artistico.

Napoli liberata

Il 1 ottobre alle 9.30 i primi carri armati alleati entrarono in città, mentre alla fine della stessa giornata, il comando tedesco in Italia, per bocca del maresciallo Albert Kesselring, considerò conclusa la ritirata con successo. Il bilancio dei tremendi scontri delle Quattro giornate di Napoli non è concorde nelle cifre; secondo alcuni autori, nelle settantasei ore di combattimenti, morirono 170 partigiani e 150 inermi cittadini; secondo la Commissione ministeriale per il riconoscimento partigiano le vittime furono 155 ma dai registri del Cimitero di Poggioreale risulterebbero 562 morti.

È da notare che la gran parte dei combattimenti si ebbero esclusivamente tra italiani e tedeschi. A differenza di altri episodi della Resistenza furono infatti relativamente rari gli scontri con fascisti italiani, che probabilmente non avevano avuto il tempo di riorganizzarsi efficacemente dopo l’8 settembre (ricordiamo infatti che la Repubblica Sociale fu proclamata il 23 settembre, ovvero solo quattro giorni prima dello scoppio della rivolta). Facendo un bilancio, oltre l’importantissimo risultato morale e politico dell’insurrezione, le Quattro giornate di Napoli ebbero senz’altro il merito di impedire che i tedeschi potessero organizzare una resistenza in città o che, come Hitler aveva chiesto, Napoli fosse ridotta “in cenere e fango” prima della ritirata. Parimenti fu evitato che il piano di deportazione di massa organizzato da Scholl avesse successo. A ciò si giunse non soltanto grazie ai 1.500 combattenti ufficialmente riconosciuti, ma anche per la resistenza civile e non violenta di tanti napoletani, fra cui preti e giovani operaie, ‘scugnizzi’ e professori, medici e vigili del fuoco, ‘goliardi’ e disoccupati.

Pochi mesi dopo, il 22 dicembre, i generali Pentimalli e Del Tetto, che avevano abbandonato la città nelle mani dei Tedeschi all’indomani dell’8 settembre, furono condannati dall’Alta Corte di Giustizia a 20 anni di reclusione militare, condanna in seguito ridotta per condoni e provvedimenti di grazia. [4] Anche Domenico Tilena, che aveva retto la federazione fascista cittadina durante gli scontri fu condannato a 6 anni e 8 mesi. 

Delle Quattro giornate di Napoli è stata data anche un’interpretazione alternativa a quella corrente, che intende sottolinearne la natura di “resistenza civile e popolare” e di concreto e nobile esempio di “difesa sociale e non violenta” (essendo state utilizzate largamente tecniche non violente come: la non-collaborazione, il boicottaggio, il sabotaggio, il rifiuto della militarizzazione della vita civile e la creazione di organismi paralleli), grazie alle quali un’intera città seppe liberarsi, da sola, dal giogo nazista.

Alla memoria delle Quattro giornate di Napoli, è stata dedicata l’omonima Piazza Quattro Giornate, nel quartiere Vomero, in prossimità dello Stadio Collana, oggi sede della Stazione Cilea – Quattro giornate della Linea 1 della Metropolitana di Napoli, già teatro della maggior parte degli scontri dell’insurrezione. Lapidi commemorative si trovano in Via Belvedere, sempre al Vomero, e all’ingresso del Palazzo della Borsa, in Piazza Bovio.

Un monumento “allo scugnizzo“, figura simbolo dell’insurrezione, sorge invece alla Riviera di Chiaia, in Piazza della Repubblica. Il monumento fu progettato dallo scultore Marino Mazzacurati nel 1963, e consiste in una statua di pietra che ritrae gli scugnizzi su ognuno dei quattro lati della scultura.

Medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Napoli

Alla città venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare, con la seguente motivazione:

« Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata in un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria.
Napoli, 27 – 30 settembre 1943
Conferimento della Medaglia d’Oro al Valor Militare alla città di Napoli (10 settembre 1944) »

Medaglie d’Oro (alla memoria)

Gennaro Capuozzo (12 anni) [5]

Filippo Illuminati (13 anni)

Pasquale Formisano (17 anni)

Mario Menechini (18 anni)

Medaglie d’Argento

Giuseppe Maenza (alla memoria)

Giacomo Lettieri (alla memoria)

Antonino Tarsia in Curia

Stefano Fadda

Ezio Murolo

Giuseppe Sances

Francesco Pintore

 Medaglie di Bronzo

Maddalena Cerasuolo

Domenico Scognamiglio

Ciro Vasaturo

Note

^ Il rettore Adolfo Omodeo, pochi giorni prima, nell’inaugurazione dell’anno accademico, incitava gli studenti dicendo: “Studenti, in questo momento amaro, l’Università vi apre le braccia, i vostri maestri sono della generazione del Carso e del Piave.”

^ Una lapide all’ingresso del palazzo ancora oggi ricorda l’evento.

^ Adolfo Pansini non aveva ancora diciassette anni quando iniziò la pubblicazione di un giornaletto antifascista, a cui collaborarono pochi coraggiosi amici. Scoperti dopo circa un anno, i ragazzi pagarono con otto mesi di carcere. Il 30 settembre Adolfo Pansini, arruolatosi al seguito del tenente Enzo Stimolo, partecipò all’assalto allo stadio Vomerese (oggi Collana). Adolfo e un altro partigiano tagliarono i cavi telefonici che correvano lungo la masseria Pezzalonga per rimpedire alle truppe naziste di ricevere rinforzi. In seguito, insieme ad altri partigiani, riuscì a liberare i prigionieri nello stadio, sacrificando la propria vita.

^ La motivazione della sentenza di condanna di Pentimalli e Del Tetto: Per aver collaborato con i Tedeschi, prestando ad essi aiuto e assistenza, omettendo ogni preparazione difensiva, diramando ordini diretti ad impedire ogni azione delle truppe italiane e reprimendo la reazione delle truppe stesse e della popolazione agli attacchi del nemico.

^ La motivazione della medaglia d’Oro alla memoria di Gennaro Capuozzo: Appena dodicenne, durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i Tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco.

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Bibliografia

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con l’aiuto di wikipedia da cui sono state tratte ache le foto

fonte

https://napoilitania.myblog.it/2008/09/27/le-quattro-giornate-di-napoli/

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