Alta Terra di Lavoro

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Le scomode verità sul Brigantaggio: ciò che l’Italia nega

Posted by on Gen 30, 2026

Le scomode verità sul Brigantaggio: ciò che l’Italia nega

Con l’occupazione militare da parte del Nord e la distruzione dello stato sociale imposta dal regime unitario, i lavoratori delle industrie, gli agricoltori, i braccianti, gli impiegati nel commercio e larga parte della società civile di una vasta area del Meridione si opposero fermamente all’occupazione e alle violenze perpetrate dal governo sabaudo.

Dalla Sicilia alla Terra di Lavoro, fino all’Abruzzo Ultra, nel 1861 l’opposizione delle popolazioni contro i plotoni di esecuzione dell’esercito italiano fu veemente e si tradusse in lotta armata. I militari, dai comandanti ai graduati sottoposti, fucilavano e trucidavano senza distinzione uomini, donne e bambini. La particolare efferatezza, iniziata con i volontari garibaldini della Legione Ungherese, fu poi esibita dall’esercito regolare; tra i reparti si distinsero in tal senso i bersaglieri.

A meno di un anno dalla spedizione di Garibaldi, l’insorgenza contro i militari piemontesi era più viva che mai. Furono dieci lunghi anni di lotta aspra, senza quartiere, terribile, con il sangue che colò a fiotti. Una vera e propria carneficina che fece inorridire l’intero continente europeo, il quale tuttavia rimase immobile a guardare, mentre i nuovi governanti “unitari” discutevano se i civili in rivolta dovessero essere fucilati al termine degli scontri armati oppure rastrellati, imprigionati ed esecutati in un secondo momento.

Negli atti parlamentari dei primi tre anni furono più volte denunciati orrori e massacri di inaudita ferocia.

Sull’atroce guerra civile che insanguinò il Meridione d’Italia calò, fitto e impenetrabile, il velo dell’oblio manipolatorio. Nel secondo dopoguerra, alcuni ricercatori trovarono negli archivi — tra le carte che non erano state occultate o distrutte — le prove della “Vandea” del regime politico-militare del Nord contro le popolazioni del Mezzogiorno. Attraverso i documenti ufficiali emerge la storia negata: una controversa vicenda di ferocia inaudita e di atrocità diffusa, sotterrata, sottaciuta e nascosta, ma drammaticamente reale, che troppi ancora oggi negano.

Uno dei tanti esempi di rappresaglia sui civili si verificò a Pontelandolfo e Casalduni, a sud del Matese. In quei luoghi la popolazione, unitasi ai briganti nella guerra partigiana, aveva causato ai sabaudi, durante gli scontri armati, quaranta vittime tra i soldati e la perdita di due ufficiali del 36º reggimento di linea, comandati dal generale De Sonnaz (detto «Requiescant» per la facilità con cui ordinava di fucilare i preti).

La risposta fu una rappresaglia militare caratterizzata dagli eccidi più efferati sulla popolazione inerme e, alla fine delle stragi, dalla deportazione per cancellarne le tracce.

Fu il generale Enrico Cialdini a ordinare la rappresaglia sui civili di Pontelandolfo e Casalduni, incaricando dell’operazione il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari. La testimonianza di quanto accadde si trova nel diario di Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione:

Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava (1).

L’Onorevole Francesco Marzio Proto, duca di Maddaloni, fu tra i primi a tentare di denunciare i misfatti del governo subalpino alla Camera dei Deputati. Il presidente di turno gli impedì di intervenire in aula e di pronunciare il discorso, che egli pubblicò in seguito in un libro con lo pseudonimo di Ausonio Vero (Il conte Durante racconto, Italia 1864).

A pagina 119 si legge:

Fumel (L’ENERGICO, come il cognominarono le livree della stampa!) quelli del Fantoni, del Galateri ecc. che ingiugne sia passato per le armi qualunque si rinvenga portante un rustolo di pane, quello del Prefetto di Foggia che irroga morte a chi ferra cavalli senza il permesso della prefettura; ed aveva letto non meno la mozione d’inchiesta del deputato Proto, il Duca di Maddaloni.

Nelle pagine successive (p.120/121), l’autore descrive lo stravolgimento del senso pubblico che era ormai fondato sulla menzogna: il governo piemontese utilizzava ogni mezzo possibile. Narra la deportazione di centinaia di uomini, donne, fanciulli e anziani che, legati tra loro e minacciati dai soldati, venivano imbarcati sui piroscafi per essere deportati al Nord, in Sardegna o in Toscana. Questa parte di popolazione meridionale fu vittima dell’art. 5 della legge Pica:

…questa nuova infamia d’Italia, che danna al più feroce ostracismo i sospetti di favorire la guerra d’indipendenza, quelli con nuove parole diconsi manutengoli del brigantaggio. Ed essi erano parte di altri meglio che ventimila [ndr. il numero 20 mila è riferito solo all’anno 1864 ], tutti cosi deportati. E quale piangeva il povero campo abbandonato e però il pane della vita sua, quale la famigliuola innocente e i dolci amori e la terra che covre l’ossa dei parenti e il tiepido clima e il purissimo acre di sue contrade, mutati per le maremme pestifere di Oristano o le perpetue nevi di Fenestrelle. Ahi miseria! E fra essi erano venerandi sacerdoti, costretti a lasciare il gregge innocente fra le più ferocissime belve e le più dissolute […]. Erano povere madri che strappavansi alla cura dei figliuoli.

L’applicazione dell’art. 2 della legge Pica aveva di fatto legalizzato la mattanza attuata dall’esercito nei confronti dei civili a partire dal 1861. Tra le decine di stragi più efferate compiute dai bersaglieri va annoverata quella di Cervinara e Montesarchio, avvenuta il 10 dicembre 1861 durante l’inseguimento della banda Cipriani. La 2ª compagnia del 18° Battaglione Bersaglieri, comandata dal Generale Franzini, trucidò 31 civili inermi utilizzando le sole baionette.

Prosegue ancora il verbale militare:

non si contò il numero degli uccisi. Altri otto furono fucilati dalla Guardia Nazionale.

L’uso della sola baionetta durante gli scontri corpo a corpo con i civili insorgenti è un dettaglio ricorrente nei numerosi rapporti militari.

L’applicazione dell’art. 5 della legge Pica legalizzò inoltre la deportazione. Uomini, donne e bambini furono deportati con le accuse di essere oziosi e vagabondi, manutengoli (o sospetti tali) dei briganti, ladri, camorristi o sospetti camorristi. La deportazione dai luoghi di nascita o residenza fu massiccia: i coatti vennero confinati ovunque, persino a Finalmarina (nell’ex convento e carcere di Finale Ligure), alla Palmaria, a Porto Maurizio, ad Andora, nelle paludi di Oristano, a Tortolì e nell’isola di San Pietro.

Le popolazioni del Sud iniziarono da subito la lotta armata a difesa dei propri territori.

La resistenza di chi non si era assoggettato all’esercito piemontese non si arrestò di fronte alle fucilazioni, agli arresti, agli incendi, ai saccheggi e agli stupri. Il governo sabaudo ricorse allora all’espediente, ideato da Silvio Spaventa (zio di Benedetto Croce), del domicilio coatto imposto per regio decreto, che consegnava nelle mani del Ministero dell’Interno (Divisione 1, Sezione 1) la repressione politica

Attraverso i documenti continua ad emergere la storia nascosta o, nella migliore delle ipotesi, accantonata nell’oblio, priva di riconoscimento storico e di etica civile. È la storia della conquista manu militari del Sud, ampiamente manipolata, su cui fu steso un velo d’omertà che alimenta la trama e la deviazione dei governi al potere e delle istituzioni da ben 165 anni.

Documenti e prove trovano sempre più ampia e drammatica conferma nei manoscritti degli archivi storici, gettando luce sull’oscuro baratro del Risorgimento e sul concetto di patria e nazione costruite sul sangue.

Tragicamente scompare, nell’omertà degli “storici salariati” e nelle opacità delle istituzioni, qualsiasi principio di diritto; scompaiono la morale e il senso etico della storia, soffocati dal trionfo della violenza di regime e dall’ingiustizia di una “Vandea” subita attraverso la riduzione allo stato di colonizzati.

Loreto Giovannone

fonte

https://comedonchisciotte.org/le-scomode-verita-sul-brigantaggio-cio-che-litalia-nega

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