LE VITI IN TERRA DI LAVORO
estratto da
Il cibo prodotto, il cibo lavorato.
Terra, agricoltura e sussistenza a Roccasecca dal XVIII al XX secolo
In Roccasecca. Storia, memoria, identità
di Alessandro Marcuccilli
Vite
In Campania felix la vite ha una storia millenaria.
Etruschi, Greci e poi Romani avevano trovato in queste terre grandi capacità di produzione di vitis vinifera.
La diffusione della vite in Campania felix, risale all’epoca pre-romana. Esistono testimonianze che le viti Aminee, introdotte dai colonizzatori tessali, furono per la prima volta coltivate nel salernitano e poi sui colli vesuviani. Se da una parte i nomi dei vitigni attuali sono di provenienza greca (greco di Tufo, aglianico – proveniente, probabilmente da ellenico), dall’altra i luoghi, dove ancora oggi si producono vini importanti, sono ricordati e celebrati dai romani.
L’Ager Falernus, dove si produceva quello che i romani chiamavano falerno, era una terra raccontata da Plinio e celebrata dalla poetica di Virgilio, Orazio e Marziale. Anche il famoso trebulanum, uno dei vini più decantati dai romani, è figlio di questa terra (vitigni di casavecchia, ceppo ritrovato al principio del XX secolo presso un rudere romano).
Tra la seconda metà del secolo scorso e la prima metà di quello attuale la viticoltura, nonostante la comparsa della fillossera e il verificarsi di crisi ricorrenti, andò gradualmente aumentando tanto da far raggiungere la Campania ai primissimi posti nella graduatoria delle regioni produttrici.
La nascita di una viticoltura, possiamo dire, moderna la riscontriamo già alla fine del XVIII secolo quando, nella loro faticosissima opera di ammodernamento delle pratiche agricole, i Borbone introdussero ottimi sistemi di allevamento della vite e, di conseguenza, l’inizio di una maggiore attenzione verso le procedure di vinificazione.
Oltre la Statistica, i documenti che ci aiutano a capire le dinamiche ampelografiche di Terra di Lavoro sono diversi.
Nel 1825 veniva pubblicato il lavoro dell’eclettico Giuseppe Acerbi – esploratore, scrittore, archeologo, naturalista e musicista – Delle viti Italiane o sia materiali per servite alla classificazione monografia e sinonimia preceduti dal tentativo di una classificazione geoponica delle viti, un’opera che cercava di far luce sull’enorme varietà di vitigni dell’intera Penisola. Uno dei primi che cercò di capire la situazione e la complessità dei vitigni in Campania felix era il noto botanico Guglielmo Gasparrini che nel suo articolo Osservazioni su le viti e le vigne del distretto di Napoli, pubblicato nel 1844 su gli Annali Civili, faceva emergere una mole impressionante di vitigni e, soprattutto, prova a restituire a ciascuno di essi un’attribuzione scientifica. Ogni singolo vitigno veniva chiamato in modo diverso, soprattutto in dialetto, secondo la zona di coltivazione.
Un altro tra gli studi ampelografici più significativi era senza dubbio quello di Giuseppe Frojo, componente del Comitato Centrale Ampelografico per conto del Ministero Agricoltura e Foreste, che nel 1875 pubblicava la sua Relazione intorno agli studi ampelografici del Principato Citeriore e del Principato Ulteriore, corrispondenti alle attuali province di Salerno ed Avellino, nella quale descriveva tutte le varietà di vite che aveva individuato nei vari sopralluoghi effettuati.
Lo studio di Frojo ci forniva una serie di indicazioni valide anche per la situazione ampelografica di Terra di Lavoro visto che molti vitigni cambiavano solo il nome nella lingua dialettale. Ma l’anno successivo, 1876, Giuseppe Frojo pubblicava, negli Atti del Reale Istituto d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali, Economiche e Tecnologiche di Napoli, il suo lavoro Il presente e l’avvenire dei vini d’Italia, in cui esaminava tutte le zone viticole ed enologiche italiane e per ognuna di esse ne illustrava pregi e difetti. In questo suo lavoro troviamo Terra di Lavoro e tutta l’area circostante la città di Napoli. Nel 1896 il Ministero dell’Agricoltura, dell’Industria e del Commercio (MAIC) pubblicava le Notizie e studi intorno ai vini e alle uve d’Italia, un lavoro certosino che si avvaleva dei precedenti studi.
Da non dimenticare, infine, i dati raccolti dalla Giunta per l’inchiesta agraria (inchiesta Jacini), dove troviamo notizie e l’elenco dei vitigni, sia nella relazione del senatore Fedele De Siervo, commissario della III circoscrizione (Relazione del senatore comm. Fedele De Siervo, commissario per la III circoscrizione. Provincie di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno), che nella monografia de Il circondario di Sora dell’avvocato Mario Mancini.
Nella Statistica troviamo i sistemi colturali della vitis vinifera: alboreti o arbusti e vigne.
Questi due metodi di allevamento venivano utilizzati a seconda dell’esposizione dei terreni e a seconda dell’altitudine d’impianto.
Il primo – gli arbusti – si riferivano alla vite maritata, sistema tipico di Campania felix, che si utilizzava prevalentemente in pianura: “Sotto nome di alboreti noi intendiamo le viti arbustive sostenute dai cappellacci. Sotto nome di vigne o vigneti intendiamo le vite disposte a broncuni, pancate ed anquillari” (Statistica). Della vite maritata parleremo successivamente. Delle vigne la Statistica ci diceva che ce n’erano tre tipi riportando un elenco delle zone per ogni tipologia: “Le vigne sono di tre sorte.
O i vitigni si sostengono da loro medesimi reggendosi sul proprio fusto senza verun appoggio o rincontro alla maniera provenzale: o si appoggiano alle canne: o attaccano a bronconi per lo più di castagne. Le vigne della prima sorte sono usate ne’ circondarj di Castellone di Colli, e Venafro. Quelle della seconda in Cerreto, Guardia Sanframondi, Piedimonte e Caiazzo, nelle poche vigne di Monte Longano, e del Tifata di Caserta, sul Massico, e nella parte collinosa meridionale del suolo al di là del Liri. Quelle finalmente della terza specie sono le vigne di tutta la parte montuosa, o colliforme del Campo Nolano al nostro sud-est, e del circondario di Atina, ed Alvito al nord”.
La vite maritata
Al museo San Martino di Napoli possiamo ammirare diverse opere di Phillip de Hackert, artista tedesco diventato, nel 1786, pittore di corte della famiglia Borbone.
Tra queste – buona parte rappresentazione di paesaggi e vita domestica e di corte – si può ammirare una tela dal titolo I principi reali alla vendemmia di Carditello dipinta nel 1791 e che rappresenta il bozzetto dell’affresco che troviamo nel Real sito di Carditello, attualmente in pessimo stato di conservazione. In questa immagine viene narrata la vita di campagna dei reali in un momento di riposo dalle fatiche della vendemmia. Ciò che risalta, quasi ad ornamento della scena, è la vite maritata che vediamo rappresentata in alto, un festone appeso tra due alberi di olmo.
Il pittore austriaco riproduceva questa vite in molti dipinti, scene di vita e paesaggi, specialmente della zona flegrea.
La vite maritata, eredità della cultura etrusca, veniva identificata come il simbolo del paesaggio agrario di Terra di Lavoro, almeno fino alla metà del ‘900. Maria Antonietta Aceto nel suo articolo La rappresentazione della vite maritata: alcune recenti identificazioni in Rivista di Terra di Lavoro srcive: “La ricorrenza della vite maritata in questo ricco apparato iconografico sette-ottocentesco fa pensare ad una precisa volontà di creare un’identità territoriale del paesaggio connessa a produzioni protette dai
Borbone, destinata a rimanere nell’immaginario dei viaggiatori del Grand Tour come souvenir di viaggio […] Pier Paolo Pasolini ha colto questa identità territoriale e l’ha evidenziata nel componimento intitolato Terra di Lavoro” (Ormai è vicina la Terra di Lavoro, / qualche branco di bufale, qualche / mucchio di case tra piante di pomodoro, / èdere e povere palanche. / Ogni tanto un fiumicello, a pelo / del terreno, appare tra le branche / degli olmi carichi di viti, nero / come uno scolo).
La vite maritata, come sistema colturale, veniva da lontano. Venne introdotta dagli Etruschi, in special modo nell’area dell’agro capuano.
La tecnica prevedeva l’utilizzo di alberi vivi come tutori delle piante di vite, un metodo che concretizzava la definizione di vite maritata, una sorta di matrimonio tra due esseri viventi, pronti ad assistersi nel tempo e legati da un vincolo indissolubile. L’eredità etrusca aveva lasciato un’impronta in tutta la Penisola tanto da trovare questa pratica disseminata un po’ ovunque. Troviamo la vite maritata in Veneto (spiantata), nella pianura padana (piantata), in Toscana, in Umbria e nelle Marche (alberata).
In Terra di Lavoro la vite maritata era di tipo arbustato.
Una tipologia di vite maritata la troviamo ancora oggi nell’Agro aversano ed è la cosiddetta alberata aversana o casertana. Il tutore tipico di questo sistema di allevamento è il pioppo e, ancora oggi, questa tipologia di coltivazione della vite suscita interesse e sorpresa considerando che, nel caso dell’alberata aversana, le piante possono arrivare ad una altezza di quindici metri.
La vite maritata era una coltura che non rientrava nei canoni della coltura specializzata.
Dalla vite si ricavava uva da tavola o uva da vino, mentre dagli alberi tutori, frutta e legna da ardere dopo le potature.
Di solito la vite maritata veniva utilizzata come coltura perimetrale, che tratteggiava i confini degli appezzamenti coltivati il più delle volte a foraggio o cereali.
Il 25 febbraio del 1787 Goethe scrive nel suo diario: “Finalmente entrammo nella pianura di Capua, e più tardi in Capua stessa, dove sostammo verso il mezzodì. Nel pomeriggio attraversammo una bella pianura. La strada correva fra campi di grani di un verde stupendo, e le piante di quello raggiugevano l’altezza di un palmo. I campi erano circondati da piante di pioppi, e da queste pendevano ad una certa altezza i tralci della vite. Si arriva per tal guisa a Napoli, traversando una contrada di terreno fertile, leggiero, diligentemente coltivato, dove i tralci delle viti, rigogliosi quanto mai si possa dire, si stendono da una pianta di pioppo all’altra, formando quasi una specie di rete”.
La pratica della vite maritata a Roccasecca era diffusa specialmente nelle aree a valle. Era solita trovarsi lungo le strade come a tracciare un confine tra la carreggiata e i campi. Si preferiva lasciare libere le aree per altre colture posizionando gli alberi da supporto sui perimetri di confine. A questi venivano appunto legate le piante della vite ottenendo un effetto che riusciva ad affascinare i viaggiatori e tutti coloro che attraversavano il territorio. Scriveva nel 1835 Aubert de Linsolas nel suo libro Souvenirs de l’Italie: “I rami della vite intrecciati ai grandi alberi all’orlo della carreggiata, danno l’idea di tanti archi trionfali di verzura, preparati per il passaggio di un potente monarca”.
A Roccasecca si utilizzavano diversi alberi come il corniolo, il tiglio, il carpino, la quercia, il ciliegio, l’olivo, il noce e il fico. Ciò testimonia come la pratica della vite maritata sia stata sempre in voga nelle procedure colturali dei nostri contadini tanto da utilizzare diverse tipologie di alberi.
All’inizio del Novecento questa pratica millenaria iniziava la sua inesorabile eclisse. Un primo elemento di criticità si registrò nel 1920 con la decimazione degli olmi a causa di una malattia provocata dalla grafiosi, un fungo arrivato dall’Asia.
Tuttavia, la scomparsa, se pur graduale, avvenne anche per le mutate condizioni tecniche ed economiche. Gli svantaggi, elencati dagli agronomi di inizio Novecento, di questa pratica di utilizzare un albero rispetto al tutore morto (palo) erano relativi ad un maggior tempo per raggiungere la normale produzione, perché gli alberi ombreggiavano la vite e, quindi, le uve maturavano più tardi. Senza contare le maggiori esigenze di
concime (sia della vite che del tutore) e, di conseguenza, le maggior difficoltà e spesa nella potatura e dei trattamenti.
I vitigni
Le contaminazioni culturali, economiche e sociali avvenute durante i secoli scorsi in Terra di Lavoro ci aiutano a comprendere la grande ricchezza di varietà colturali in questa terra.
I vitigni erano colture che risalivano, almeno alcune, ai popoli italici. Poi, greci, fenici, etruschi e romani portarono il loro contributo sia in termini di competenze colturali che di diffusione di nuove varietà.
Oggi, tra i vitigni ancora coltivati e quelli che indichiamo come varietà autoctone antiche, se ne contano più di un centinaio, diffuse in modo capillare in tutta l’area.
Un numero impressionante se paragonato a qualsiasi altra regione italiana o territorio europeo.
È proprio la consapevolezza di confrontarci con un patrimonio considerevole, con profonde radici storiche, che ci racconta la complessità di poter sintetizzare la questione o riuscire a dare risposte certe. L’elenco riportato nella Statistica ci dà un quadro riferimento abbastanza preciso dove i vitigni venivano corredati della zona di produzione. Intendo mantenerlo perché se da una parte molti vitigni sono espressione di una zona o di un territorio, dall’altra non è possibile escludere a priori una sorta di simbiosi tra le colture e le produzioni almeno all’interno di Terra di Lavoro.
Abbuoto
Vitigno a bacca rossa. Chiamato anche cecubo. Il nome deriva dalla zona di coltivazione, l’Ager
Cecubum, situata nella valle di Fondi fino ad arrivare alle pendici di Itri. Ce n’è traccia nei testi di Orazio, che racconta come, il vino prodotto da questo vitigno, fu utilizzato nelle libagioni avvenute per festeggiare la morte di Cleopatra che scongiurava la fine dei pericoli per l’Impero Romano. Orazio ci
raccontava che durante i festeggiamenti si diceva: adesso si deve bere e con il piede battere la terra in libertà.
Aglianico
Vitigno a bacca rossa. Diffuso in tutte le regioni del meridione e in particolare in Terra di Lavoro. È uno dei vitigni più conosciuti e apprezzati al mondo tanto che Sante Lancerio, bottigliere di Paolo III Farnese, nella descrizione del vino prodotto con l’aglianico, che si trova nella famosa lettera Della qualità dei vini (1559), indirizzata al Cardinale Ascanio Sforza, nipote del Pontefice, scriveva: “Il vino Aglianico. Viene dal regno di Napoli dalla montagna di Somma, dove si fa il buon Greco. Tale vino è rosso, e non è manco grande e fumoso del Greco, massime quando si fa la vendemmia asciutta. Tali vini sono anco carichi di colore, e ne sono delli discarichi molto migliori e più pastosi. A volere conoscere la loro perfezione, vuole essere odorifero, di poco colore e pastoso. Di tali vini S.S. beveva molto volentieri, e dicevali bevanda delli vecchi, rispetto alla pienezza”.
Il nome del vitigno proviene dal termine ellenico (ellanico). Ciò lascia supporre che fu introdotto dai greci di Tessaglia. Per questo i romani lo chiamavano hellenica.
I primi documenti che parlano di questa varietà risalgono al XVI secolo e ci descrivono, già allora, un vitigno presente abbondantemente in tutta l’area campana e la molteplicità dei nomi dati al vitigno sono la naturale conseguenza di questa capillare diffusione.
In Terra di Lavoro il vitigno prende il nome di: aglianico, uva aglianica, gnanico, gnanica, aglianicone. Il vitigno veniva declinato nei due generi: aglianico femminile (aglianichella, agostina, olivella di San Cosmo, aglianicuccia, tintora di Carinola, zuccherina, aglianichello, olivella, tintora, cascavoglia, cescaveglia), scarsa vigoria, tralci molto sottili e vini dai profumi delicati; aglianico mascolino (aglianico di San Severino, spriema, fresella, cerasole, aglianichello) forte vigoria, tralci grandi e vini decisi e marcati.
Barbarossa
Vitigno a bacca rossa. Fu introdotto, probabilmente, da Carlo d’Angio’. Si trovava in diverse aree: Toscana, Liguria e Corsica, trasportato sicuramente dai Fenici.
Carosella
Vitigno a bacca bianca. Geneticamente vicino al verdicchio. Introdotto in tutta la Campania Felix dagli Etruschi.
Casavecchia
Vitigno a bacca nera. Di questo vitigno non ne parla nessun ampelografo. Questo fa aumentare una sorta di mistero. Secondo alcuni anziani, un ceppo di oltre cento anni di età, sfuggito ai parassiti arrivati dall’America (oidio e fillossera), fu rinvenuto alla fine dell’800 presso una casa diroccata nel comune di Pontelatone. All’alone di mistero contribuisce il fatto che questo vitigno potrebbe essere quello con cui si produceva il famoso vino dei Romani il trebulanum.
Cerasola
Vitigno a bacca nera. Possiamo considerarlo come il medesimo biotipo dell’attuale aglianico del vulture, chiamato ghiannara, ghiandara a Venafro, Pozzilli e Sesto Campano.
Cerreto
Vitigno a bacca bianca. Diffuso in tutta la Campania Felix, da considerarsi geneticamente alla stregue dell’attuale Malvasia di Candia.
Coda di pecora
Vitigno a bacca bianca. Veniva confuso con la coda di volpe, ma ne differisce per motivi ampelografici. Geneticamente vicino al verdicchio di Caiazzo e al verdone di Puglia, lo troviamo diffuso nella zona pedemontana di Roccamonfina, in particolare nel territorio di Galluccio, e nella media Valle del Liri.
Dai contadini veniva chiamato anche cap’ de pechera.
Coda di volpe
Vitigno a bacca bianca. Diffuso in modo capillare, era conosciuto, dagli ampelografi del XIX secolo, anche la versione a bacca rossa in quanto veniva assimilato al pallagrello a cui, però, differisce geneticamente. Vitigno antichissimo, celebrato da Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia che ne racconta anche la modalità di coltivazione con il famoso sistema a pergola, tipico di tutta l’area campana.
Fu introdotto dai greci e prende il nome dalla forma lunga della pigna matura, oltre che dal colore del vino, simile a quella della coda della volpe.
Crovina
Vitigno a bacca nera. Identificato come olivella, tintora e croetto.
Duraca
Vitigno a bacca bianca. Non si hanno molte notizie su questo vitigno. Geneticamente è accostabile allo
zibibbo. Molto probabilmente veniva utilizzato come uva da taglio per moderare le acidità.
Forcinola
Vitigno a bacca nera. Chiamata anche porcinola. Geneticamente vicino al sangioveto.
Greco nero
Vitigno a bacca nera. Era diffuso in tutto il sud della Penisola, Basilicata, Calabria, Campania. Lazio, Puglia, Sardegna.
Venne introdotto in Italia dal popolo ellenico nel VII secolo a.C. Il vitigno, oltre ad essere capillarmente diffuso, raccoglieva un numero di vitigni, molte volte diversi tra loro, conosciuti dai nomi dei luoghi di provenienza: greco di Maddaloni, greco di Torre, greco del Vesuvio.
Olivella
Vitigno a bacca nera. Il nome deriva dalla forma e dal colore dell’acino che ricordano un’oliva. Per molto tempo, per motivi morfologici, è stato assimilato allo sciascinoso accorgendosi successivamente che i due vitigni non hanno, se pur l’aspetto, nulla in comune. È uno dei vitigni più antichi. Da sempre viene utilizzato, insieme all’aglianico e al piedirosso, per vinificare uno dei vini più famosi dell’area campana, il Lacrima.
Il vitigno in alcune zone veniva chiamato serpentara, tingitora, tingitore e tentiglia.
Pallagrello
Vitigno a bacca nera e bianca. Ritenuto quasi una variante del Coda di volpe a bacca nera anche se con questo non condivide niente.
Vitigno di origine greca. Molto amato da Ferdinando IV che lo introdusse nella Vigna del ventaglio. Grappoli piccoli e cilindrici, con un rendimento produttivo ridottissimo si trovava – anche oggi ci sono produttori che hanno riscoperto la grandezza di questo vitigno lavorato in purezza – nei comuni di Alife, Alvignano, Caiazzo, Castel Campagnano e buona parte della media Valle del Liri. Gli acini hanno una buccia spessa che favorisce la difesa di muffe e funghi. L’origine del nome deriva dal pagliarello, il graticcio di paglia dove l’uva veniva lasciata appassire.
Sanginella
Uva a bacca nera. Antichissimo vitigno che si coltivava a bacca bianca nelle colline del salernitano. A bacca nera lo troviamo ai confini dell’alta Terra di Lavoro, nell’attuale sud pontino. Fu introdotto dai Saraceni, che nel XIV secolo dalla Sicilia arrivarono a Gaeta e contribuirono a svilupparne la coltivazione. Ha un grappolo piccolo, con acini altrettanto piccoli e tondi.
Saracina
Vitigno a bacca nera. Coltivata soprattutto in Irpinia ma presente anche nell’alto casertano e nella Valle del Liri. Di solito veniva utilizzato come uva da taglio. Chiamato anche sarracina.
Tintilia
Vitigno a bacca nera. La coltivazione ha origini antichissime, testimonianze della sua presenza le cominciamo ad avere dalla fine del XVIII secolo. Fu introdotto dagli Spagnoli. Oggi è il vitigno del Molise grazie ad un grandissimo lavoro di studio e tutela. Lo troviamo coltivato in Terra di Lavoro nella zona di Pozzilli, Venafro, fino a San Germano. Chiamato anche tintiglia
Tintora
Vitigno a bacca nera. Introdotto dagli spagnoli e diffusosi in tutta la Campania Felix. Chiamato tintore sulla costa amalfitana lo troviamo in Terra di Lavoro con la denominazione tintora di Carinola, vitigno assimilabile all’aglianichello. Il tintore possiamo definirlo, dopo una lunga indagine genetica che ha permesso di identificarlo, frutto di un incrocio spontaneo tra i due vitigni, aglianico (padre) e tintora (madre). La tintora è un rarissimo vitigno che ha la particolarità di far germogliare soli fiori femminili.
Vitigni minori
In un recente lavoro sinottico dei vitigni elencati dagli ampelografi del XIX e XX secolo ci si accorgeva che la Campania, compresa Terra di Lavoro, aveva quasi trecento vitigni, senza contare quelli che purtroppo abbiamo perso dopo il passaggio della filossera.
In Terra di Lavoro, come abbiamo detto, ne contiamo almeno un centinaio. Di seguito un elenco alfabetico dei vitigni minori e di quelli che, tranne alcuni casi, non sono stati ufficialmente messi inevidenza:
Agrestone, anzolica, apricchia, ariglione, arigliottola.
Campanella bastarda, capotuosto, capolongo, castagnara, colorina, cornetta, curnicella. Dolciolella.
Ferrogno.
Glianica bastarda, guarnaccione. Lecinaro, luglisella.
Massiera, maturano, menna di vacca, monaco. Nocella.
Odorosella.
Pagadebito, pignolata, pampanaro, pizzutello, porcinola, priore. Roja, rosciola, rossolella, rotte è nufrio, ruviciello.
San michele, santa sfia, schiavottella, sorecillo, soricella, spollicarella. Tostola.
Vipera.
Zenzola.
È chiaro che Roccasecca, come del resto in tutto le questioni di colture e produzioni agricole, ricade in questo contesto composito e strutturato.
L’identità di Roccasecca è tale perché è espressione di circostanze complesse, di un mondo articolato nonostante le molte criticità.
Nella sua Monografia sul circondario di Sora, Mario Mancini a riguardo, citando anche la pratica della vite maritata, scriveva: “Prima, per importanza fra tutte le altre piante arboree, è nel nostro circondario la vite; la quale per la natura di una estesissima zona del nostro territorio e per le generali condizioni climatologiche che vi predominano, è attissima per una larga coltura prospera è produttiva. Infatti ciò han mostrato d’intendere i nostri agricoltori, che hanno esteso grandemente la coltivazione di questa pianta, introducendola anche qualche volta là dove essa non trova neppure una sola delle condizioni necessarie alla sua prospera vegetazione. Le piantagioni per ordinario son fatte a filari più o meno ordinati per tutta la lunghezza del fondo, e ciascuna pianta di vite è addossata ad un olmo, che la sorregge: tali olmi sono generalmente distanti gli uni dagli altri da otto a dodici metri, e si piantano scavando un fosso profondo e largo un metro, nel quale con la pianticina di olmo si collocano anche due o tre magliuoli di vite ricavati da un tralcio dell’anno precedente, poco più lunghi di un metro, e che sono attaccati con l’estremità ad un piccolo mozzicone di legno vecchio. Questi tralci vengono su per lo più stentatamente; del che i nostri coltivatori non si danno alcun pensiero, perché durante questa lenta vegetazione della vite, l’olmo ha modo di prender vigore e di apparecchiare in tre o quattro anni un poderoso sostegno a quella o a quelle fra le piante di viti, che saran giunte alla sua impalcatura, alta già per ordinario circa tre metri dal suolo. Questi olmi hanno generalmente tre o quattro braccia, troncate a circa un metro dalla loro inserzione; ed alla loro estremità si lascia ogni anno un virgulto, che diviene poi man mano una frasca folta e resistente, che per la brevità e per la poca estensione del suo fogliame poca ombra getta sulle colture che d’ordinario si fanno nel campo”.
Non sono solo le pratiche e i saperi che coinvolgevano Roccasecca all’interno di una regione, ma la sostenibilità identitaria di tali produzioni. Senza dimenticare che Roccasecca, per la sua felice posizione geografica, era sia un punto di incontro che uno snodo commerciale in cui da una parte maturavano pratiche e produzioni agricole, dall’altra viaggiavano prodotti e tipicità territoriali.
Sui vitigni allevati a Roccasecca abbiamo la testimonianza dei signori Visocchi (in particolare Pasquale Visocchi, agronomo, viticoltore e industriale cartario di Atina) – come li definiva l’avvocato Mancini – “[…] i quali ebbero, or sono alcuni anni, la felicissima idea di raccogliere da tutti i paesi del circondario le qualità di uva più usitate, classificandole secondo i nomi svariati con i quali eran note nei diversi paesi, e saggiandone col pesa-mosto le differenti qualità” e aggiungeva “Lavoro più completo ed accurato di questo io certo non avrei saputo e potuto presentare all’onorevole Commissione per l’Inchiesta agraria”.
Dunque, nell’elenco del Visocchi, diviso in uve bianche e uve nere, venivano riportati i seguenti vitigni allevati a Roccasecca:
Uve bianche Capolongo Matulano Maturano Pampanaro Uva tenera
Cocolone da mosto Uva molle
Uve rosse Olivella Lagrima nera Calamaro Pallagrello Aleatico Lecinaro Verdisco nero Rosciola
Moscadellone nero Cicinese
Cicinese Palombino
Questi elenchi, riportati nell’Inchiesta agraria di Stefano Jacini (Inchiesta Jacini), hanno permesso, in questi anni, una riscoperta a tutela dei vitigni autoctoni a discapito di quelli alloctoni, cioè quelli internazionali, che il più delle volte venivano allevati in sistemi misti dove, appunto, all’interno delle vigne si trovavano i vitigni più disparati.
Con l’aiuto della Statistica possiamo arricchire l’elenco dei vitigni roccaseccani redatto dal Visocchi. Ne evidenzio alcuni che, probabilmente, per l’agronomo non trovano riscontro sul campo oppure, a causa dell’assenza dell’indagine genetica, non ne riconosce l’unicità: anzolica, capotuosto, curnicella, rossolella, vipera e zenzola.
Territori
Gli studi ampelografici del XIX secolo, in sostanza, hanno chiarito diversi aspetti delle questioni enografiche in Terra di Lavoro, o almeno hanno provato a farlo.
Quello che viene fuori da queste ricerche non sono solo una serie di asettici dati, ma un insieme di esperienze e conoscenze dei territori.
La vite, del resto, era da sempre presente in tutto il meridione, specialmente in Terra di Lavoro, e ciò ha reso possibile, quando la storia ha decretato la nascita di un’idea positiva e razionale del mondo, la conservazione dei vitigni tramite una seria e riconosciuta indagine sul campo.
Gli ampelografi giravano in lungo e in largo, parlavano con i contadini e cercavano di indagare nelle storie popolari e sugli usi e i costumi della viticultura e dell’enologia.
Nella Statistica abbiamo visto anche come dalle prime indagini risultavano manifesti almeno due elementi: da una parte una coltivazione capillare di una straordinaria capacità varietale, con margini di crescita evidenti, dall’altra un palese arretramento di tutto il sistema agricolo che si rifletteva inevitabilmente sulla qualità della produzione enologica, fonte indispensabile, ricordiamolo, di apporto calorico.
Il vino veniva considerato come un vero e proprio alimento che in molti casi aiutava, se non addirittura sosteneva, la dieta alimentare dei contadini.
Nonostante l’evidente ritardo registrato nei sistemi vitivinicoli, il XIX secolo segnava l’inizio di un nuovo corso. Si ha la sensazione che gli studi sui territori vadano di pari passo con una maggiore sensibilità e competenza.
Una sintesi descrittiva dei territori vocati alla coltivazione della vite ce la fornisce Oreste Bordiga nella sua Inchiesta parlamentare: “Ricordiamo tra i migliori centri di produzione di vino e di uve: nel circondario di Gaeta il capoluogo, Elena, Formia, Maranola, Castellonorato, Pico; il quello di Sora, qualche tratto sopra Cassino e nel mandamento di Cervaro. Nel Casertano la formazione di Roccamonfina e del Monte Massico. Nel Nolano i comuni sovrastanti il capoluogo e Palma Campania. Nella provincia di Napoli, l’Agro di Pozzuoli, il Comune testé creato di Monte di Procida, le isole di Procida, Ischia e Capri, le pendici vesuviane, soprattutto per le uve mangerecce lugliese di Torre del Greco e limitrofi e catalanesca di Somma ed Ottajano, e poi i comuni di Gragnano, Lettere, Casola e diversi tratti della penisola Sorrentina, fra cui in ispecie il Comune di Massalubrense”.
La Statistica, invece, parlava dei territori per tipologie di sistemi di coltivazione, per colore delle bacche, per la distinzione tra le viti maritate o le vigne e, infine, per la diversificazione tra uve da tavola e uve per la produzione del vino: “Le vigne sono di tre sorte. O i vitigni si sostengono da loro medesimi reggendosi sul proprio fusto senza verun appoggio o riscontro alla maniera provenzale: o si appoggiano alle canne; o attaccano a bronconi per lo più di castagne. Le vigne della prima sorte son o usate nei
circondarj di Castellone di Colli, e Venafro. Quelle della seconda in Cerreto, Guardia Sanfraimondi, Piedimonte, Caiazzo, nelle poche vigne di Monte Longano, e del Tifata di Caserta, sul Massico, e nella parte collinosa meridionale de suolo al di là del Liri. Quelle finalmente della terza specie sono le vigne di tutta la parte montuosa, o colliforme del Campo Nolano al nostro sud-est, e del circondario di Atina, ed Alvito al nord […] I vitigni a bacca bianca si trovavano a nel circondario di Capua, Marcianise, Acerra, Caserta, maddaloni, Aversa, Succivo, Trentola, Marigliano, e nelle Valli di Airola, Arienzo, Ducenta, Roccamonfina, Carinola, Tifati da Maddaloni e Santo Iorio. Quelli a bacca rossa si trovavano a Nola, Palma, Saviano, Lauro, Baiano, Traetto, Fondi. Sia a bacca bianca che a bacca nera si trovavano a Gaeta, Sora, Atina, Alvito, Arpino, Cervaro, Castellone di Colli e Venafro”. (Statistica)
Vino
Il vino prodotto, come l’olio, sia nella Statistica che nelle varie inchieste parlamentari aveva un giudizio unanime del tutto negativo rispetto ai processi vitivinicoli. Il prodotto era conseguenza di queste problematiche.
Nella Statistica il canonico Perrino scriveva: “I vizj nascono dalla formazione e dalla conservazione, quelli della formazione deriva dall’ignoranza assoluta di tutti i mezzi da fare il buon vino: l’abbondanza del ricolto fa trascurare ogni arte per renderli migliori. Non vi è l’accortezza di separare gli acini guasti dai buoni, niuna diligenza nel pigiar le uve, niuna regola nel proporzionare la fermentazione alla qualità delle uve, delle temperie, al momento della vendemmia, nessuna o poca vigilanza nel preparare i vasi ne’ quali devesi riporre il mosto”.
Mario Mancini addirittura affermava che le pratiche non si discostavano più di tanto da quelle utilizzate da Noè: “Non è per servirci di una frase fatta che ripetiamo anche noi qui, che la fabbricazione del vino come si fa in generale nei paesi del nostro
circondario, nulla ha da vantare sui metodi adoperati per la prima volta da Noè: ben vero però che come ogni regola ha la sua eccezione, così anche a questa nostra affermazione vuolsi con trapporre qualche lodevolissima eccezione, la quale peraltro non fa che confermare la regola generale. Anzi, a voler essere esatti, ci conviene aggiungere, che se in genere per la fabbricazione dei vini ne siamo ancora ai metodi di Noè, in alcuni paesi quei metodi sono stati per fino peggiorati: chè veramente non possiamo non considerare come un peggioramento la pratica seguita da molti di cuocere in tutto o in parte il mosto prima di metterlo nelle botti, a fine di procurare una possibile conservazione nella stagione estiva di quei vini, che per soverchia fiacchezza o per troppa abbondanza di principî fermentativi correrebbero grandissimo pericolo di diventare molli e filanti. Questa pratica della cottura del mosto si segue quasi dappertutto nel nostro circondario; solo variano le proporzioni fra la parte cotta e la parte cruda, e dai paesi nei quali si mette solo di mosto cotto un decimo od un dodicesimo della quantità che contiene una botte, si arriva fino a Sora ove si pratica una cottura intera di tutto il mosto, e se ne cava cosi una certa decozione poderosa, che par roba più da cavalli che da uomini!”.
Di solito pensiamo che tutto quello che oggi sappiamo sul vino, per via di una lunga tradizione che ci racconta dell’uso sociale e culturale che se ne faceva nelle antiche civiltà, sia sempre stato cristallizzato nel tempo.
In Italia il valore culturale che attualmente decretiamo è successivo al 1986, anno dello scandalo del vino al metanolo che causò diciannove decessi. Sostanzialmente, almeno nel nostro Paese, fu l’anno che decretò il passaggio da un uso del vino come alimento corroborante impiegato per integrare calorie ad uno edonistico, legato ad un bere consapevole e piacevole.
La qualità a scapito della quantità. Il significato di questa locuzione si traduceva sia nelle pratiche agricole con basse rese e alta densità d’impianto che in cantina con l’utilizzo della tecnologia a tutto campo.
Le pratiche enologiche che ci raccontava Mario Mancini erano relative a preservare la quantità ma in un certo senso già viaggiavano verso la modernità. Ne è testimonianza il suo elogio verso le pratiche vitivinicole dei signori Visocchi.
Alle pratiche encomiabili dei Visocchi ci arriverà dopo aver sostenuto: “Da questa pratica, che io sappia, non si discostano che pochi proprietari ed in generale tutti i fabbricanti di vino di Pontecorvo, che alla cottura sostituiscono la fermentazione più o meno lunga in contatto con una maggiore o minor quantità di vinacce. E questo metodo ci par certamente preferibile al primo, perché mentre il gusto del vino non
viene ad essere stranamente alterato dal sapore fortemente sgradevole che ad esso comunica la parte cotta, si guadagna anche moltissimo per le qualità igieniche che deve avere sempre il vino; con la cottura invece le sue eccellenti qualità che ristorano le forze ed allietano la vita, si convertono in una minaccia continua per la sanità dei malcapitati che bevono quei vini, i quali hanno chiesto al fuoco quella virtù, che in gran parte almeno avrebbero potuto loro dare i raggi del sole, se l’agricoltore non avesse avuto fretta di cogliere i grappoli non ancora giunti a perfetta maturità” Il tema della macerazione sulle bucce e delle fermentazioni guidate erano elementi fondamentali per produrre un buon vino, elementi che nella media Valle del Liri cominciavano ad essere seriamente considerati.
L’altro tema caro all’avvocato Mancini era il concetto di salubrità dei prodotti conservati. Nei secoli XVIII e XIX, mangiare e bere alimenti non completamente salubri comportava patologie molto gravi che potevano portare al decesso.
L’aspetto che veniva segnalato, inoltre, era la produzione dei vini nel nostro circondario: “Il vino che predomina nel nostro circondario è il vino bianco, ché di vino rosso in botti non se ne fabbrica che nel solo comune di Pontecorvo e nei dintorni; e l’intera quantità che se ne produce si consuma quasi tutta nell’anno stesso della produzione e pel consumo locale”.
Se nel raccontare le pratiche vitivinicole in Terra di Lavoro Mario Mancini ripercorreva le stesse sensazioni ed esperienze del Perrino, sui vini, invece, rivelava nette differenze.
“Nella parte settentrionale precisamente i circondarj di Alvito, Sora ed Arpino beono vini bianchi, questi però non si manterrebbero fino ai mesi estivi, se non si sottoponessero alla callura per conservarli […] I vini de’ circondarj di Atina, Cervaro, Castellone di Colli so leggieri ed alquanto acidetti, né bastano al consumo ordinario delle popolazioni che sono costrette a provvedersi in altri siti più feraci. Quelli di Arce più rossi […] I vini di Fondi e Monticelli sono rossi, ed i più generosi del circondario”.
Le differenze enografiche tra la Statistica del Perrino e la monografia del Circondario di Sora del Mancini erano evidenti. Venivano trattati i medesimi territori evidenziando situazioni enologiche diverse tra loro. Bisogna tener presente che i due documenti sono stati scritti a distanza di sessant’anni l’uno dall’altro. In questo lasso di tempo accadranno eventi che cambieranno per sempre non solo le pratiche agricole ma il contesto sociale ed economico di un’intera regione.


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