Lebano, lo Stregone di Torre Annunziata: dalla lotta Antiborbonica al patto con la camorra
Giustiniano Lebano, conosciuto con il nome massonico di Jeronimo Sairitis Hus (Napoli, 14 maggio1832 – Torre Annunziata, 1910), è stato un avvocato, stregone, esoterista, alchimista, antiborbonico, anticlericale, massone e martinista.
Figlio dell’avvocato Filippo (1802-1852), un aderente antiborbonico alla Carboneria cilentana e di Maria Acampora, studiò al liceo San Carlo alle Mortelle di Napoli conseguendo la maturità classica nel 1847. Divenne un profondo conoscitore di lingue morte come il latino, il greco e l’ebraico, insegnategli rispettivamente da Nicola Lucignano, Giuseppe Maria Parascandolo e Andrea Ferrigni.
Si laureò con lode, a soli 17 anni, in Lettere e filosofia il 21 settembre 1849..
Proseguì gli studi dedicandosi al diritto civile, penale, canonico, delle genti e giusnaturalismo, quindi abilitato agli esami dal canonico conseguì la laurea in giurisprudenza nel 1852.
Iniziò l’avvocatura nello studio di Enrico Castellano e contemporaneamente iniziò a dedicarsi alle prime opere ed all’insegnamento privato di diritto civile e canonico. Nel luglio del 1854 fu iscritto all’albo dei procuratori della Corte d’Appello.
Lebano fu “Apprendista” e poi “Compagno” Massone nella loggia francese diretta da Dumas a Parigi nel 1858, quindi divenne “Maestro” della massoneria Egiziana del Memphis di Palermo con Giuseppe Garibaldi sotto presentazione del Dumas nel 1860. Aderì poi alla Loggia muratoria di Rito Scozzese “Fede Italica” dell’Oriente d’Italia fondata a Napoli il 16 agosto 1861 e diretta dal “Venerabile” Giovanni Pantaleo, il famoso cappellano dei Mille di Garibaldi, il “Primo Sorvegliante” era Luigi Zappetta, mentre il Dumas rivestiva il “18° Grado” ovvero quello di “Principe di Rosa Croce”, Il 6 Luglio 1862 il Lebano passa come “Primo Sorvegliante” della loggia napoletana “Osiride” alla Riviera di Chiaia, fondata il 17 gennaio 1862 e diretta dall’amico Giuseppe Ricciardi conte di Camaldoli, sotto l’obbedienza del Grande Oriente Massonico Scozzese rappresentato dalla loggia “Ausonia” di Torino fondata nel 1859.Lebano versò al tesoriere la tassa d’ingresso di tre ducati.
Il diciotto gennaio 1863 Lebano è ricevuto come “8° Grado” ovvero “Maestro Segreto Egizio” nella loggia “Sebezia” su presentazione del Ricciardi, loggia fondata il 1 agosto 1861 dal calabrese Domenico Angherà prima fedele al Grand’Oriente Scozzese poi passata all’Ordine Egizio del Misraim “Scala di Napoli”.
La “Scala di Napoli” risaliva all’Ordine Egizio di cagliostro fondato a Napoli nel 1792 con la Loggia “I Figli della Libertà” presso la Riviera di Chiaia. Il sistema massonico egizio di Misraim Napoletano era pieno di fervore liberale e repubblicano, era frequentato assiduamente da filo mazziniani e garibaldini, già appartenenti al Comitato d’Azione del Mazzini sorto in Napoli nel 1857 e risorto nel 1860 divenuto poi Associazione Italia nel 1861, erano patrioti che ancora respiravano gli ideali della Carboneria e della Giovane Italia, nonché dei cultori dello spiritismo medianico divenuto al tempo una moda da salotto.
La lotta Antiborbonica e il patto con la camorra
Il 9 luglio 1861 che la banda Pilone effettuò l’assalto a Boscotrecase, il paese natale del capobanda. Il capitano della resistenza borbonica Cozzolino, una volta respinta la guardia nazionale diretta dal cugino, ferì due militari e ne uccise altri due. Nacque così la leggenda Pilone: dieci guardie nazionali si unirono a lui mentre centinaia di persone gridavano festosamente “Viva Francesco! Viva Pio IX! Viva Pilone!”. Gli scontri continuarono per i briganti del Vesuvio ai danni del posto di Guardia di Boscoreale e dei Nazionali di Terzigno, per proseguire con un terzo colpo compiuto alla stazione ferroviaria di Castel Cisterna e per concludere il 22 luglio con lo svaligiamento del Casino di caccia di Vomero.
Da quel momento Cozzolino si ritrovò da solo a capo della banda del Vesuvio, che, ciononostante, dall’autunno del 1861 si riempì di decine di giovani che chiedevano di combattere per l’armata del Regno delle Due Sicilie. Dopo l’assalto a Villa delle Ginestre di Torre del Greco, l’ex scalpellino tentò di spaventare l’avvocato Lebano facendo irruzione a cavallo per le vie di Trecase, tanto che l’avvocato tornò a Napoli e mandò contro la banda Pilone un intero battaglione con l’ordine di annientarla.
Il Vesuvio venne presto circondato da uomini in divisa, tutti allertati per dare la caccia all’inafferabile “bandito”, d’altra parte, con il dispiegamento delle forze dell’ordine, contrabbando e traffici divennero un’impresa impossibile e fu per questo che per i camorristi la presenza di Pilone si tramutò in un fatto ingombrante e sconveniente: per quanto rispettato fosse quell’uomo che si era spesso rivelato utile alla “comune battaglia” non si poté più consentire che, a causa della sua ostinazione, il territorio fosse presidiato, casa per casa, dalle forze dell’ordine.
L’unico modo per porre fine allo stadio d’assedio che rovinava i negozi, era eliminare Pilone: la sua semplice cattura avrebbe dato il via ad un processo che avrebbe trascinato nel baratro confidenti e sospetti. Frattanto Il brigante riuscì a sottrarsi per quasi un anno alla caccia di soldati e carabinieri, fino al momento in cui il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono a Roma, decretando la fine dello Stato pontificio: la città eterna era caduta. Allora non solo lo status di compromesso politico che aveva Pilone divenne inutilizzabile, ma improvvisamente vennero a mancare gli aiuti finanziari ricevuti in tutti quegli anni da Francesco II.
Pertanto, in seguito ad un accordo tra massoni e camorristi della “Bella Società” successe che a Napoli, il 14 ottobre del 1870, Salvatore Giordano, vecchio compagno di scorribande di Cozzolino scelto dai suddetti per trascinare il brigante in trappola, tradì quest’ultimo accompagnandolo in Via Forìa, dove lo aspettavano quindici poliziotti, precisamente lungo il tratto di strada compreso tra il Real Albergo dei Poveri e l’Orto Botanico. Pilone fu ucciso dall’appuntato Generoso Zicchelli che gli affondò una lama nel petto, e fu poi pugnalato e preso a calci dalle forze dell’ordine restanti.
Il matrimonio e la morte dei figli
Giustiniano Lebano il 7 settembre 1862 sposò Virginia Bocchini, conosciuta nel 1859. Virginia era la nipote di Domenico Bocchini. Suo nonno l’aveva allevata quando lei rimase orfana. Nel 1870 gli sposi si trasferirono presso Villa Lebano. È in questa villa, che morirono due dei suoi quattro figli, un maschio e una femmina. Ma nel 1883, il figlio quindicenne della coppia, Filippo, si ammalò gravemente. Lebano pur di salvargli la vita, si affidò a medici, guaritori, astrologhi e santoni. Ricoverato all’ospedale di Torre Annunziata, venne esclusa qualsiasi forma di malattia infettiva, ma non si riuscì ad identificare il tipo di enterite di cui soffriva il ragazzo. Riportato il figlio a casa, Lebano, completamente scoraggiato, sottopose Filippo ad un rito magico di cui rimase vittima, il 30 settembre 1883, la moglie Virginia rimase gravemente ustionata.
Lo sconforto di Virginia fu profondo e insanabile, l’accaduto la scosse fortemente mettendo il suo equilibrio psicologico in crisi; ma dovette farsi forza per la nuova vita che portava in grembo così i coniugi Lebano. Virginia partorì all’ospedale di Torre del Greco il 23 giugno del 1866 la piccola Anna Lebano e presto la fece battezzare nella chiesa di San Michele di Torre del Greco vestendo ancora di nero per il lutto del figlio Filippo. Inoltre divenne estremamente religiosa: pregava continuamente il Santo Rosario. Ma probabilmente il suo stato fu dovuto anche alla frequentazione col parroco Don Aniello de Paola, noto filoborbonico. Virginia arrivò a pensare che la morte di Filippo fu un castigo divino per i peccati del marito che era sia antiborbonico che anticlericale, nonché ateo e massone.
Lebano denunciò il sacerdote, difatti Don Aniello fu arrestato come cospiratore filo borbonico in quanto sorpreso a predicare a favore del ritorno della monarchia delle due Sicilie. L’accaduto non ripristinò di certo la pace tra i coniugi. Nel 1884 la figlia superstite Silvia fu mandata per precauzione a Sorrento mentre lo stato di salute della madre migliorò verso il 1885. Dopo circa tre anni Virginia peggiorò notevolmente, soffrendo di crisi epilettiche, di Alzheimer, personalità bipolare e morbo di Parkinson. Seguita nelle cure dal marito, si spense nell’estate del 1904. Giustiniano Lebano invece morì nel 1910.
Cav. Domenico Giuseppe Costabile
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