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“Libera Chiesa in libero Stato”? tratto da: Nova Historica

Posted by on Lug 7, 2021

“Libera Chiesa in libero Stato”? tratto da: Nova Historica

«L’Italia è l’unico Paese d’Europa la cui unità nazionale e la cui liberazione dal dominio straniero siano avvenuti in aperto, feroce contrasto con la propria Chiesa nazionale». Queste parole di Ernesto Galli della Loggia, poste in epigrafe al volume, introducono al concetto che è alla base del saggio di Viglione (Massimo Viglione, “Libera Chiesa in libero Stato”? Il Risorgimento e i cattolici: uno scontro epocale, Città Nuova, Roma 2005, p. 266, € 18), il quale analizza il Risorgimento italiano dalle lontane origini giacobine settecentesche alle sue propaggini nazionaliste novecentesche e chiarisce ancor più i motivi che avevano indotto a intitolare il saggio collettaneo da lui curato su questo stesso periodo La rivoluzione italiana (Minotauro, Roma 2001).

Spesso si tende a considerare predominante l’elemento dell’imborghesimento della spinta rivoluzionaria che, costantemente respinta dalla popolazione (l’unico caso di reale partecipazione popolare attiva avvenne durante le Cinque Giornate di Milano) avrebbe trionfato nel 1860-61 perché spogliatasi di quei caratteri di estremismo che la rendevano invisa alla maggioranza degli Italiani. Così, dal giacobinismo del 1796-1799, contro cui in tutta Italia si levò la più violenta reazione spontanea che la storia del nostro Paese ricordi, l’Insorgenza, si passò alla cospirazione carbonararo-massonica del 1820-21, al repubblicanesimo mazziniano del 1848, al garibaldinismo del 1860, suscitato e quindi represso dallo stesso Piemonte, che intervenne contro l’avventuriero nizzardo contrapponendogli il più rassicurante “ordine” cavourriano. In questa prospettiva (che oserei definire “militare”) la spinta rivoluzionaria giacobina sembrerebbe cedere progressivamente ad una “rivoluzione borghese”, fatta dai grandi industriali piemontesi che avrebbero trovato un fido alleato nei latifondisti meridionali, escludendo rivolgimenti sociali epocali e limitandosi a sostituire il Trono e l’Altare con la poltrona e la scrivania della nuova classe dirigente. Da tale punto di vista il Risorgimento appare assai meno eroico e popolare di quanto sia stato usualmente descritto in passato: l’esaltazione si è avuta grazie alla storiografia trasformata – soprattutto per servire alla retorica nazionalista novecentesca – in vera e propria “mitografia”.

Viglione però non si limita all’aspetto dei grandi tentativi (falliti) di rovesciamento a mano armata dei legittimi sovrani: al “rosario di sangue” che snocciola le date preparative della conquista piemontese – come dicevamo ’96, ’99, ’20, ’48, a cui andrebbero aggiunti almeno i tentativi dei fratelli Bandiera (1844) e di Carlo Pisacane (1857) che confermano l’indifferenza (se non l’insofferenza) della popolazione italiana nei confronti dei sedicenti “liberatori” – lo studioso contrappone un altro percorso di carattere intellettuale. Poiché la rivoluzione si prepara – e si vince – soprattutto nel mondo culturale e nei salotti, Viglione analizza quello che fu il dibattito ideologico risorgimentale, individuando nel 1848 sì un momento di crisi, ma non il fallimento dell’ideologia più estremista (soprattutto mazziniana) e quindi la necessità di trovare un’alternativa monarchica alla rivolta repubblicana, bensì nel crollo dell’ipotesi federale giobertiana, ancora rispettosa dei sovrani legittimi e, soprattutto, della Chiesa.

E’ in questo momento che il “nemico principale” non è più lo “straniero” (del resto appare sempre più evidente che l’intento del Regno di Sardegna, da Carlo Albero in poi, non sia l’Italia unita – o “libera” – ma, più semplicemente, il Grande Piemonte), bensì la Chiesa. E non lo Stato Pontificio in quanto regno temporale, bensì il Papato in quanto espressione universale.

Secondario – e fittizio – il problema austriaco: «L’unico evento della Rivoluzione Italiana che in realtà ha visto una certa partecipazione popolare è senz’altro la Prima Guerra d’Indipendenza. […] Ma non si può dimenticare che tale limitata (e assolutamente unica) partecipazione popolare è dovuta a due fattori fondamentali: il successo della diffusione del mito neoguelfo anche nei ceti conservatori e l’effettivo consenso del papa e dei sovrani alla Guerra d’Indipendenza. Tolti questi due elementi unificatori, il pur limitato consenso popolare degli italiani alla Rivoluzione sparisce, come la storia precedente e susseguente sta a dimostrare» (p. 45).

Ma la Prima Guerra d’Indipendenza fallì per due motivi: da un lato l’evidente atteggiamento espansionistico del Piemonte, dall’altro il contemporaneo attacco delle sette rivoluzionarie, che con gli sconvolgimenti di Roma, Napoli e Firenze fecero venire meno l’appoggio dei rispettivi sovrani alla causa comune, isolando Carlo Alberto. «È lecito pensare che la ragione per cui si volle mandare a monte il progetto neoguelfo facendo fallire miseramente l’unico vero momento unificante della storia degli italiani fosse il fatto che in quella primavera del 1848 si decise la “scelta di campo”: se avesse vinto il progetto neoguelfo, sarebbe nata un’Italia confederativa cattolica e monarchica, decentrata e tradizionale, che avrebbe senz’altro riscosso il consenso massiccio delle popolazioni italiane (proprio ciò che mancava a Mazzini e settari vari), legate ai loro legittimi sovrani: insomma, la “vera Italia”, “universale” in quanto cattolica, decentrata in quanto confederativa, monarchica e sacrale, opposta alla “Nuova Italia”, voluta dalle élites rivoluzionarie. Occorreva assolutamente mandare a monte il progetto neoguelfo, a costo di far vincere l’Austria. E così fu fatto» (p. 47).

E’ questo il momento in cui la storia italiana subisce la svolta più radicale, mai abbastanza approfondita dagli storici, con la definitiva trasformazione del “Risorgimento” in “Rivoluzione”: la Rivoluzione Italiana, appunto, figlia della Francese. Che il progetto sia nato al di sopra – e al di fuori – del cuore della popolazione lo si evince dalla famosa frase «L’Italia è fatta, restano a fare gli italiani» di Massimo d’Azeglio: un pensiero che rivela quanto l’Unità fosse stata voluta da una ristretta élite politica e sociale ed imposta ad una maggioranza che la sentiva come estranea. E ciò ancor più se si tiene conto di come tale Unità abbia avuto a base comune e collante per élites di diversa posizione (carbonari, massoni, mazziniani, garibaldini, cavourriani, etc.) non semplicemente l’anticlericalismo, ma l’odio alla Chiesa come istituzione universale.

Poiché, citando Helmuth von Moltke, «Non vi è critica più tagliente che la meticolosa narrazione dei fatti», Viglione dedica numerose pagine alla mera elencazione dei tentativi di sradicare la religione dall’animo degli Italiani: al di là della martellante propaganda con opere letterarie, teatrali, saggistiche, della campagna diffamatoria nei confronti del Papa e soprattutto dei Gesuiti, che con la rivista La Civiltà Cattolica (nata nel 1850) costituirono il più forte riferimento del fronte conservatore, l’autore riporta le leggi e le proposte che indicano chiaramente il disegno ateistico di cancellare la religione, anticipando di una ventina d’anni il Kulturkampf di Bismark. Dichiarazioni esplicite rese durante dibattiti parlamentari come «alla base della politica italiana deve esserci la guerra alla Chiesa cattolica» (on. Petruccelli della Gattina, 1862, cit. a p. 152) sono perfettamente integrate ad una legislazione che tendeva a stabilire quali dovessero essere gli orari e le modalità delle celebrazioni religiose e addirittura ad imporre il matrimonio agli ecclesiastici o a sostituire il Papa con un’assemblea di vescovi – naturalmente democraticamente eletti. Come si può comprendere, in presenza di una simile legislazione il motto cavourriano «Libera Chiesa in libero Stato» suona esclusivamente come una beffa.

Di fronte alla palese difficoltà di realizzare tale disegno, si cercò anche una protestantizzazione della Penisola, favorendo i culti non cattolici: il primo non militare che fece ingresso in Roma attraverso Porta Pia il 20 settembre 1870 (data scelta non a caso, ma di alta rilevanza massonica) fu un pastore valdese che portava un carretto di Bibbie protestanti (trascinato da un cane elegantemente chiamato «Pionòno»). Fu uno dei tentativi di risolvere il problema della Questione Romana. Già tre anni prima il deputato Andreotti aveva sentenziato: «Noi abbiamo bisogno di una rivoluzione fatta a nome di tutti i culti contro il culto cattolico» (Atti Ufficiali della Camera, 3 luglio 1867, cit. a p. 169). Una posizione di alleanza con gli ambienti massonici internazionali, in particolare inglesi, presente fin dal 1848 (già allora Lord Palmerston si sarebbe detto convinto che alla caduta di Roma sarebbe seguita quella del Papato), che sostituirono l’odio alla religione in generale con l’odio verso il cattolicesimo in particolare, riprendendo il tema biblico del parallelo Roma-Babilonia.

Una volta conquistata la Città Eterna, il problema non fu soltanto quello dei rapporti diplomatici con il Vaticano, ma anche quello di giustificare la presenza di uno Stato di modeste ambizioni in quello che poteva ancora essere considerato il centro del mondo. Nacque così il culto della nazione, giustificativo del Risorgimento (o della Rivoluzione) che ebbe il suo punto di riferimento nel tempio laico del Vittoriano, l’Altare della Patria.

«E quale “patria” viene rappresentata? – scrive Viglione – Una “patria” che non conosce né Chiesa né cristianesimo; eppure, l’Altare in sé è un mastodontico monumento di carattere chiaramente religioso. Quale religione? E – visto che siamo in Italia, l’Altare della Patria – privato della religione cristiana – quale patria rappresenta? Come Augusto Del Noce rileva, il Risorgimento ha lanciato “la seconda religione della patria, nel senso della sua adorazione, della sua indebita elevazione a fine ultimo, in riferimento al quale ogni norma di condotta trovasse il suo significato e la sua giustificazione. […] La borghesia liberale, che non credeva più nel paradiso in Cielo e non condivideva (ancora) la speranza socialista del paradiso in terra, cercava nella religione della patria il surrogato della perduta fede nella religione rivelata [Rivoluzione, Risorgimento, Tradizione. Scritti sull’Europa, Giuffrè, Milano 1993, p. 335]» (p. 207-8).

Quindi uno degli elementi ideologici fondamentali della Rivoluzione Italiana fu l’anticlericalismo; talvolta violento come quello di chi, come il garibaldino Alberto Mario, uno dei Mille, plaudiva all’indegno attacco di alcuni facinorosi al corteo funebre di Pio IX (13 luglio 1881): «Applaudiamo a quei fischi, ma noi avremmo applaudito ancor più se le reliquie del grande sciocco [sic!] fossero state gettate dal Ponte Sant’Angelo nel Tevere»; talvolta mascherato dal desiderio di dare uguale spazio agli altri credi, ben sapendo come la Chiesa protestante sia per propria natura “nazionalizzabile” e, quindi, “addomesticabile”; talvolta ancora nascosto da Religione della Patria, che ebbe il suo naturale sbocco nei nazionalismi europei e in quello italiano in particolare, avendo con Benito Mussolini il più compiuto statista risorgimentale, capace di «congiungere in unico progetto politico eredità risorgimentale, istanze socialiste, mazziniane e garibaldine, e nazionalismo imperialista» (p. 221). Ad onta di quanto sostenuto dalla scuola crociana, Viglione dimostra la logica filiazione del movimento nazionalista dagli ideali risorgimentali, che hanno nella rivoluzione fascista il compimento di quella italiana; il tutto confermato da una frase dello stesso Mussolini: «il fascismo è il massimo esperimento della nostra storia nel fare gli italiani».

Gianandrea De Antonellis

Docente di Letteratura Italiana presso l’Università Europea di Roma

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