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L’idea di nazione al tempo di Vico

Posted by on Ago 31, 2026

L’idea di nazione al tempo di Vico

Giuseppe Gangemi

Secondo Silvio Trentin, che ne scrive negli anni Trenta del XX secolo, Vico è stato uno dei più grandi studiosi dell’idea di nazione. Egli ne avrebbe studiato il lento e storico formarsi dell’identità nazionale e i corsi e ricorsi attraverso i quali questa coscienza nazionale nasce, cresce e, qualche volta, muore. Ovviamente, Vico, quando pensa alla nazione a cui si sente di appartenere, pensava alla nazione napolitana, al solo Regno di Napoli o solo Regnum Siciliae citra Pharum, e non alla nazione italiana, un’idea affermatesi con le vicende successive al 1860.

Ho volutamente usato una doppia denominazione, Regno di Napoli o Regno di Sicilia di qua dal faro, perché la prima è un’espressione approssimativa usata dagli storici in sostituzione della seconda, più formalmente vera. Infatti, la separazione in due dell’unico Regno di Sicilia (Regnum Siciliae ultra Pharum e Regnum Siciliae citra Pharum, con riferimento al Faro di Messina) si realizza, di fatto, con la rivolta dei Vespri Siciliani, cominciata a Palermo il 30 marzo 1282 ed esauritesi con la liberazione dell’intera isola e l’affidamento della corona a Pietro il Grande della dinastia di Barcellona-Aragona in quanto marito di Costanza di Svevia legittima erede del Regno dei Normanni. La separazione formale, che porta alle diverse denominazioni dei due regni, viene definitivamente sancita con la pace di Caltabellotta nel 1302.

Quando Vico scrive i suoi saggi politici, i due regni sono ancora separati: dal 1700 al 1713, re di Sicilia è Filippo IV di Spagna che ha sposato, in prime nozze, una Savoia. Filippo V di Spagna perde la guerra di successione spagnola e, con la pace di Utrecht, del 1713, cede la Sicilia a Vittorio Amedeo, duca di Savoia. Con l’acquisto della Sicilia, che è regno, Vittorio Amedeo acquista il titolo di re di Sicilia (di là del faro). Sette anni dopo, durante la guerra combattuta dalla Spagna contro la Quadruplice Alleanza (Inghilterra, Francia, Austria e Paesi Bassi) per il predominio sul Mar Mediterraneo, fu chiesto a Vittorio Amedeo di aderire all’alleanza per contribuire alla guerra navale contro la Spagna. Per aderire, Vittorio Amedeo chiede di poter ottenere la Sardegna, al posto della Sicilia, pur continuando a mantenere il titolo di re (Re di Sardegna). Il cambio non viene considerato vantaggioso per lui (la Sardegna era sì più vicina al Piemonte e alla Savoia, mentre la Sicilia era più ricca e più popolata) e gli viene facilmente concesso. Il regno di Sicilia (di là del faro) viene affidato all’Austria che lo governa fino al 1734. Fino al 1738, il regno rimane sotto il controllo spagnolo e, con il Trattato di Vienna, viene consegnato a Carlo di Borbone che già governa il Regno di Sicilia di là dal faro. Vico muore a gennaio del 1744. Di fatto, nel corso della sua vita, ha pochissima esperienza di un governo che tenga uniti i due Regni di Sicilia sotto un’unica corona.

Il vero motivo per cui Vittorio Amedeo scambia la Sicilia con la Sardegna è il fatto che pensa che la seconda sia più facile da governare. Non tanto perché difficile controllare il popolo siciliano e facile quello sardo, quando per l’irrequietezza di nobili e clero siciliani. Vittorio Amedeo ha in animo, in quegli anni, di realizzare una riforma del fisco per renderlo più equo (egli inizia una profonda riforma che porta all’Editto tributario del 1713 e alle successive riforme del 1717) e si rende subito conto che questo lo avrebbe potuto fare solo nel Piemonte e nella Savoia.

Nella Savoia, nella Valle d’Aosta e nell’Italia toscopadana la battaglia della borghesia contro la nobiltà si era svolta vari secoli prima ed era stata ampiamente vinta. È per questo che, parlando de La città considerata come principio ideale delle istorie italiane, Carlo Cattaneo, di fatto, parla della borghesia come classe dominante dei Comuni. Non altrettanto era successo nell’Italia meridionale, dove i nobili e il clero avevano consegnato i regni di Napoli e di Sicilia ai francesi e agli spagnoli. Qui il feudalesimo entra in crisi solo dopo l’Unità d’Italia per cause interne, per esempio l’impoverimento della nobiltà assenteista nella gestione dei feudi e delle terre usurpate alle città e l’arricchimento dei loro faccendieri rimasti in campagna a gestire le terre a loro nome.

Prevedendo che questa situazione, venendo a contatto con le sue aspirazioni riformiste,

avrebbe comportato scontri durissimi con i nobili siciliani i quali ritenevano che il loro titolo derivasse direttamente da Dio e si consideravano alla pari con ciascun re. In aggiunta a ciò, Vittorio Amedeo teme soprattutto il clero che si è appena dimostrato capace di usare la scomunica, che implica la rottura di fedeltà e lealtà al re, per ogni tassa, anche di minimo importo, considerata ingiusta.

Vittorio Amedeo si trova a doversi confrontare con la controversia liparitana, iniziata nel 1711, chiusa per l’episodio iniziale dell’errore di avere esatto una tabella su alcuni sacchi di cereali e continuamente riaperta per altri episodi, fino al 1870, quando la questione viene definitivamente chiusa. La mattina del 22 gennaio 1711, due esattori delle tasse, all’epoca chiamati “catapani”,
girano tra i banchi del mercato per riscuotere il “diritto di mostra”. Quel 22 gennaio, però, tra i banchi c’è una partita di ceci che proviene dalla mensa vescovile di Lipari, ed è ricavata dalle decime riscosse dalla Chiesa. I due “catapani” in servizio, Battista Tesoriero, fabbro ferraio, e Jacopo Cristò, argentiere, ne esigono la tassa di esposizione, circa 800 grammi, in definitiva un pugno di ceci.
Gli emissari del Vescovo protestano, si oppongono, sostengono l’esenzione da ogni tassa, o diritto di mostra che sia, per la merce della Curia. Il vescovo chiama i catapani e li obbliga alla restituzione. I due obbediscono. Ciononostante, il vescovo li scomunica, a futuro monito per tutti. I due ricorrono al Giudice del re e vengono assolti. Il Papa annulla l’assoluzione e così via con scomuniche e arresti di vescovi. Non c’è da stupirsi se Vittorio Amedeo, alla prima occasione offertagli, preferisca disfarsi della Sicilia e scambiarla con la Sardegna.

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