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L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (quarta parte)

Posted by on Gen 30, 2018

L’IMBROGLIO NAZIONALE di Aldo Servidio (quarta parte)

La “smedievalizzazione” del Sud

Era diffusa largamente tra gli unitari la convinzione che alle genti meridionali mancasse solo l’anelito alla libertà per essere le più ricche e le più felici, e che gli elementi identificativi di quella carenza erano quelli tipicamente espressivi della natura medievale della società meridionale.

Secondo le fonti unitarie, i connotati che denunciavano la “medievalità” della società meridionale erano: l’esistenza di una “struttura feudale” e la presenza del sistema patrimoniale della “manomorta ecclesiastica”. La loro eliminazione, quindi, sarebbe stata il miglior viatico perché, con la libertà, la società dei sud divenisse ricca e felice.

In proposito, è appena il caso di ricordare che, nella concezione della borghesia del XIX secolo, la rilevanza di ambedue quei connotati era accentuata molto dalla loro stretta correlazione con la “distribuzione” della “proprietà” della terra coltivabile, e, per riflesso, con la libertà di scambio delle produzioni.

E’ chiaro, perciò, che per comprendere il significato reale del concetto di libertà che guidava l’opera di smedievalizzazione del sud da parte degli unitari, sia necessario cominciare dalla verifica di “come” si armonizzasse il concetto di 1ibertà proprietaria” -che era indiscutibilmente una delle loro stelle polari ­con l’obiettivo dichiarato di smedievalizzazione del Mezzogiorno. E perché questa verifica possa portare a risultati chiari ed inequivoci sia consentito un breve, ma indispensabile, passo indietro riguardante il periodo della Storia delle Due Sicilie prima del 1860.

La proprietà della terra

Anzitutto, occorre ricordare che il regime feudale era stato abolito, nel sud, già -e rispettivamente -per la parte continentale, al tempo di Giuseppe Bonaparte (1806), e, per la Sicilia (1812), da Ferdinando in di Sicilia (che poi si sarebbe chiamato i delle Due Sicilie).

La riforma del Bonaparte non era stata revocata da Ferdinando dopo il definitivo ritorno a Napoli, né da alcuno dei suoi successori: dunque, il regime feudale non esisteva più -al tempo dell’Unità -da oltre mezzo secolo.

A che cosa, quindi, si riferivano gli unitari quando denunciavano il persistere nel Mezzogiorno della “struttura feudale”?

La prima risposta che, oggi, potrebbe venire naturale (e che, in verità, connota tutta la “libellistica” minore sull’argomento) sarebbe che la denuncia potesse riferirsi al persistere, nelle Due Sicilie, di una generica mentalità e caratterizzazione sociale di tipo feudalmedievale. Ma tale risposta, evidentemente superficiale dal punto di vista contenutistico, ha il fondamentale difetto di essere infondata documentalmente: le fonti storiche registrano altro.

Gli unitari, che non producevano 1ibelli” ma libri di Storia ed interventi parlamentari, indicavano come precise e decisive “prove” della persistenza del regime feudale nel sud la circostanza che nell’ordinamento giuridico meridionale fossero pienamente vitali ed operanti i due istituti giuridici che avevano caratterizzato il sistema feudale: il maggiorascato ed il fedecommesso.

Era un po’, cioè, come se gli unitari avessero detto: i Borbone hanno ‘Tatto finta di accettare” l’eversione della feudalità, hanno accettato di cancellarne il “nome”, ma ne hanno lasciata integra la sostanza.

Ragionando con un metro conoscitivo lontano dalle passioni e, soprattutto, dal livello culturale medio del tempo della prima Unità, questa tesi risulterebbe subito infondata e gracile, e, dunque, assolutamente non idonea a supportare un caposaldo che gli stessi unitari non esitavano a ritenere, apertamente, essenziale per la strategia di sostegno dei disegno di consolidamento di quell’Unità.

Basterebbero, infatti, due elementari osservazioni:

-se non fosse bastato abolire il “sistema feudale in sé”, ma fosse stato necessario abolire anche maggiorascato e fedecommesso, perché mai un ‘Tiglio della Rivoluzione/Madre (ovviamente, quella francese)” come Giuseppe Bonaparte si sarebbe “scapicollato” a fare le leggi eversive della feudalità lasciando intatti fedecommessi e maggiorascato? E perché mai il suo successore -il buon Murat, che era figlio della stessa Rivoluzione/Madre non meno di Bonaparte -non avrebbe avvertito, e fino al 1814, la necessità di “completare” l’opera, eventualmente lasciata “interrotta” dal fratello di Napoleone a causa del suo trasferimento repentino sul trono di Spagna?

-Se maggiorascato e fedecommesso, in sé e per sé. rappresentavano il “segno inequivoco” della esistenza del regime feudale, e, quindi, il segnale certo di un sistema illiberale, perché mai le coscienze di duri e puri liberali ­come si professavano, senza eccezioni, gli unitari -non erano minimamente turbate dal fatto che quei due istituti giuridici erano pienamente operanti ed efficaci nell’ordinamento giuridico sabaudo che, nel 1860, da dodici anni ormai era fondato su quello Statuto albertino in cui -a loro dire -era la fonte della 1ibertà” come loro la intendevano?

Ma queste due elementari osservazioni avrebbero il torto di non tenere in alcun conto il clima dei tempi ed il contesto territoriale in cui venne gestita l’operazione.

La capacità di convinzione di una tesi (la necessità di smedievalizzare il sud, e di farlo eliminando maggiorascato e fedecommesso), tanto palesemente inconsistente quanto determinante per il risultato cui mirava, doveva essere affidata a “simboli” che, per l’intera società meridionale, fossero immediatamente recepiti come “sacri” (e, perciò, nemmeno discutibili) e, in qualche modo, coinvolgenti anche gli interessi concreti di potenziali diretti interessati.

Il simbolo sacro venne facilmente identificato in Gaetano Filangieri; gli interessi degli “scontenti” da sensibilizzare furono identificati nelle condizioni dei contadini delle terre ex feudali che erano peggiorate proprio nell’ultimo mezzo secolo (cioè, a far data dal tempo in cui erano state varate le leggi eversive della feudalità): il problema era solo quello di connettere tale peggioramento al Borbone.

Una operazione, in conclusione, tutt’altro che da sprovveduti; che, però, consente -analizzata in dettaglio -di acquisire il metro su cui misurare lo spessore dei particolare concetto di libertà che guidava l’opera degli unitari.

Il nome di Gaetano Filangieri ed il riferimento alla sua opera erano sicuramente garanzia di “sacralità”, e giustamente: si trattava, infatti, del più lucido riformatore (che non è azzardato qualificare come genio) prodotto dal sud in epoca moderna.

Nella sua ‘Scienza della legislazione (risalente agli anni ’80 del XVIII secolo), infatti, Filangieri, sottolineando la necessità di eliminare gli effetti nefasti del sistema feudale (ed incurante -si sottolinea la dirittura morale dell’uomo -di parlare contro gli interessi della sua stessa casata, quella dei principi Filangieri), indicava proprio nell’abolizione di maggiorascato e federcommesi lo strumento migliore per ottenere quel risultato.

Questa circostanza era ampiamente nota a tutta la cultura meridionale, cosi come tutti sapevano (la posizione su maggiorascato e fedecommessi godeva di una notorietà assoluta, che andava ben oltre la stessa cerchia strettamente culturale, proprio perché coraggiosamente in contrasto con gli stessi interessi della famiglia dell’autore) che questa opinione di Filangieri coglieva pienamente nel segno.

Quale occasione migliore per sfruttare la permanenza dei due istituti giuridici (indicati da Filangieri come “essenza” di quel regime) nell’ordinamento meridionale come la “prova” del sussistere del regime e del clima feudale? Filangieri non aveva forse parlato “per” il regno di Napoli? E se Filangieri aveva ragione, chi avrebbe mai dubitato che la sussistenza “nel” regno di Napoli di quei due istituti fosse la palmare dimostrazione della sopravvivenza di un sistema e di un clima da eliminare? Ed il reclamarne l’eliminazione non sarebbe stato proprio la realizzazione -finalmente -degli auspici di un “mostro sacro” del pensiero riformatore europeo?

Gli unitari non esitarono neppure un momento a servirsi dell’opportunità. Lo fecero in modo tanto netto quanto spregiudicato. Infatti, chi per possibile ignoranza (non è infrequente ancora oggi scoprire “discepoli” che conoscono il maestro solo de relato), chi a ragion veduta, omisero di evidenziare che fra il tempo in cui Filangieri aveva scritto e quello in cui loro parlavano erano accaduti alcuni fatti che avevano cambiato completamente la situazione, presa in esame da Filangieri, come condizione “effettiva” dei regime feudale del regno di Napoli nel secolo xviii.

Capire il significato profondo di tale omissione deliberata, dà la misura dell’uso strumentale del principio di libertà da parte degli unitari, più e prima che del loro spessore morale nell’attività politica.

Quello vigente nel regno di Napoli del XVIII secolo era, infatti, un sistema feudale “puro”, unico in Europa ad aver conservato, sostanzialmente, intatte le caratteristiche originarie, che -nel caso particolare del sud -erano quelle conferite, diversi secoli prima, da Ruggero il Normanno. In larga sintesi, il feudatario agiva come fiduciario del potere regio per il governo di un territorio, aveva il potere di imporre tributi, balzelli, utilizzo dei terreni coltivabili o comunque utilizzabili per i bisogni degli abitanti, amministrare giustizia. Per questa attività, traeva i mezzi di sostentamento (per la struttura di gestione dei feudo e suoi personali) dalla gestione fiscale e di concessione di sfruttamento dei terreni oltre che dalla “disponibilità di utilizzo” di una porzione, limitata e particolare, del territorio feudale che costituiva l’omonimo demanio.

In una parola, non aveva la “proprietà” delle terre infeudate, ma compensava questa carenza con il diritto di trasmettere, ereditariamente, le “prerogative” feudali utilizzando, a questo scopo, lo strumento del fedecommesso e secondo il principio del maggiorascato (una sorta di forma testamentaria con cui si legava ‘Tasse feudale” al principio che fosse indivisibile e che chi lo riceveva “doveva” ritrasmetterlo, alle stesse condizioni, al “maggiore” per discendenza; colui che, comunque, lo riceveva “doveva” esserne l’unico ed esclusivo titolare).

L’uso combinato ed esclusivo di questi due istituti caratterizzava, in genere, il regime feudale. Ma l’unica cosa trasmissibile, in regime puro, erano le “prerogative” feudali, e, dunque, solo le “funzioni fiduciarie” formavano un “asse” non divisibile per natura (l’indivisibilità era, infatti, l’elemento che caratterizzava sia maggiorascato che fedecommesso) perché derivante “unitariamente” dal potere regio. Giustamente, quindi, Filangieri riteneva che abolendo i due istituti sarebbe finito il sistema feudale, giacché eliminati dall’ordinamento gli unici due istituti che consentivano trasmissibilità delle prerogative di governo, i feudatari si sarebbero trasformati in semplici funzionari, esercitanti, magari a vita, un’attività che era, comunque, “a termine”, e strutturalmente legata, almeno, a periodiche nomine regie.

In conclusione, era evidente che tutto il significato della presenza o dell’abolizione dei due istituti rispetto al destino del regime feudale in sé, era connesso alla situazione determinatasi, nel luogo e nel tempo considerati, circa la proprietà delle terre dei feudi.

Dove questa “non” fosse entrata nell’asse feudale, il feudalesimo per esistere “doveva” poter trasmettere 1e proprie funzioni” ereditariamente giacché consisteva di “sole prerogative”, e, per far questo, poteva utilizzare solo fedecommessi e maggiorascato, perché solo tali istituti contemplavano la trasmissibilità, unitaria ed indivisibile, anche delle “prerogative” (o funzioni, che dir si voglia): in questi casi, dunque, quegli istituti erano tanto vitali per il regime feudale che la loro eliminazione ne avrebbe sancito )a morte.

Proprio come aveva limpidamente pensato Filangieri.

Dove, invece, la proprietà delle terre dei feudi ‘Tosse entrata” nell’asse feudale, l’eliminazione di quel regime in tutte le sue “conseguenze”, comportava la necessità sia di eliminare le “prerogative-funzioni” sia di disciplinarne diversamente “i diritti assoluti” che da esse fossero derivati, ed, in particolare, la “proprietà delle terre”.

Dove, quindi, i feudatari avessero acquisito il diritto di proprietà sulle terre infeudate (un diritto è cosa profondamente diversa, come è ovvio, da una prerogativa/funzione) si poteva tranquillamente lasciare in piedi, negli ordinamenti giuridici postfeudali, i due istituti (nulla, in sé, si opponeva a che un privato cittadino disponesse delle sue proprietà come meglio gli piacesse) come forme particolari di unitarietà ed indivisibilità nelle disposizioni testamentarie. Ma se si fosse voluto eliminare il regime in sé, quel che andava assolutamente eliminato erano “solo” le funzioni feudali. Il destino della proprietà delle terre dei feudo costituiva un capitolo a parte, variamente trattabile (come, di fatto, venne variamente trattato, in Europa, dovunque se ne presentò la necessità) in relazione alle conseguenze che venivano tratte dalla fondamentale operazione di eliminazione delle “prerogative”.

Che quello del regno di Napoli nel XVIII secolo fosse un sistema feudale “puro” (cioè, con assi feudali “non” comprensivi della proprietà delle terre dei feudo, e quindi eliminabile con la semplice soppressione -come genialmente aveva compreso Filangieri -dei soli istituti giuridici che consentivano la trasmissione “ereditaria” di “prerogative”, senza coinvolgere necessariamente e subito il “sistema” delle “prerogative/funzioni”) lo avrebbe potuto rendere evidente proprio la posizione assunta da Filangieri, se non fosse stato improprio scomodare un pensiero tanto raffinato per validare quanto sette secoli di congiure e lotte feroci dei Baroni contro il potere regio (quale che fosse stato in sette secoli) stavano li a testimoniare.

Non era necessaria una particolare cultura storica per sapere che i Baroni avevano sempre e prevalentemente lamentato l’ostinazione di tutti i re di Napoli nel contrastare qualunque, anche minima, evoluzione dei loro poteri feudali proprio verso l’acquisizione della proprietà delle terre dei feudi.

Tra i tempi in cui Filangieri aveva scritto e quelli della prima Unità, però, si era verificata l’eversione delle feudalità, e, con la cancellazione diretta delle prerogative, Giuseppe e Gioacchino ebbero due problemi: il primo e fondamentale fu quello di come organizzare la funzione di governo del territorio prima spettante alle “prerogative feudali” (e vi provvidero con la riforma messa a punto da Murat), ed il secondo fu quello dei destino delle terre feudali. Un destino che, in apparenza, si mostrava di più semplice gestione rispetto al problema che avrebbero costituito quelle terre se la loro proprietà fosse stata incorporata negli assi feudali.

Le terre dei feudi restate “non” di proprietà dei feudatari, infatti, finivano col rientrare nella “disponibilità di governo” del potere regio, ed i napoleonidi pensarono di sistemarne la titolarità attraverso la forma delle assegnazioni, scegliendo come criteri guida di tale attività quello dell’utile possesso” ed, in sua mancanza, quello del1-assegnazione regia” (due criteri -che oggi si potrebbero definire soft -perfettamente in linea con il clima “imperiale” in cui si era evoluto l’originario “spirito rivoluzionario francese”).

Non è difficile immaginare quanto potette essere semplice ai Baroni esibire tutti i titoli giusti riguardo al 1oro” utile possesso delle terre -soprattutto le migliori -dei feudi. La conseguenza fu che ottennero -attraverso le leggi eversive della feudalità -quella proprietà su gran parte delle terre feudali che non avevano ottenuto con sette secoli di lotte e congiure cruente.

Ma la conseguenza maggiore fu la loro trasformazione da funzionari, in qualche modo toccati dal potere regio, in veri e propri latifondisti forniti di titoli nobiliari. Questa “variazione” venne pesantemente avvertita dalla popolazione che viveva sul feudo. Con l’abolizione della feudalità era scomparso, anche ed ovviamente, 1`istituto della servitù della gleba”, ma questo fatto, nell’immediato, si trasformò, per la popolazione infeudata in un danno, proprio per gli effetti della disciplina di ripartizione proprietaria del territorio feudale.

Infatti, in regime feudale puro, se era vero che il contadino era una “pertinenza” del feudo era anche vero che, in nome di questo principio, il contadino aveva almeno il “diritto” di coltivare “per sé” le terre affidate al l’amministrazione del feudatario. Un diritto che se non gli dava accesso al “possesso” (per l’ovvio motivo, che la possibilità di coltivare e insediarsi anche stabilmente sulle terre aveva un preciso titolo di pubblica concessione che ne escludeva, di regola, i requisiti generativi del possesso) non gli negava almeno la possibilità di procacciarsi tutto quel che fosse capace di produrre per le sue necessità.

Quando, invece, le stesse terre divennero “proprietà” dei latifondista (cioè, dello stesso feudatario trasformatosi in “padrone” il contadino si trovò trasformato in bracciante privo di ogni altra possibilità diversa da quella di lavorare “per” il padrone e solo “quando” e “dove” il padrone 1 o desiderasse (aveva perso, cioè, persino i “diritti” -non sembri assurdo, perché purtroppo è vero -dei servo della gleba!).

Il degrado delle condizioni di vita e della stessa economia agricola delle terre feudali fu pesante ma -fortunatamente per quel regno -contenuto sia dal fatto che i feudi baronali occupavano solo il 26127% delle consistenze agrarie del Mezzogiorno sia dalla crescita produttiva della restante agricoltura, cui ­dal 1840 in poi -si aggiunse la particolare effervescenza della crescita delle manifatture. Ed a questo punto, si può comprende meglio quanto la denuncia unitaria della permanenza nel sud di elementi feudalmedievali fosse “mirata” ad acquisire consensi al nuovo ordine facendo leva anche sul peggioramento delle condizioni di vita di significative fasce di popolazione.

Non era stato Ferdinando 1 a ratificare (o, il che è lo stesso, a non revocare) la legislazione dei napoleonidi? Dunque la cosa gli era stata bene, come era stata bene a tutti i suoi successori. Per sostenere questo ragionamento bastava agli unitari glissare sul rispetto della “proprietà” che aveva vietato ai Borbone ogni intervento.

Quindi, chi aveva qualcosa da recriminare sapeva bene di chi fosse la responsabilità!

I Baroni avevano fatto i loro interessi: ormai erano proprietari e la proprietà era sacra. Se la situazione non andava bene, la responsabilità era di chi la aveva ritenuta soddisfacente. Insomma, il Medioevo era comunque retaggio dei passato regime.

Toccava, ora, al nuovo “sistema di libertà” eliminare gli ultimi testimoni (maggiorascato e fedecommesso) di un medioevo feudale t’sostanzialmente” conservato dal Borbone.

In conclusione, è fondata la speranza che questa digressione non priva di aridi tecnicismi possa essere perdonata, perché senza di essa non sarebbe avvertibile tutta la carica di pura strumentalizzazione nell’osare chiamare anelito di libertà una concezione della stessa libertà che non ha esitato ad “usare” impropriamente persino il pensiero limpido (intellettualmente e moralmente) di Gaetano Filangieri solo per legittimare una stravolgente qualificazione come “sintomi di feudalesimo” di istituti giuridici che nella “nuova situazione del 186T (totalmente e, per molti di loro, consapevolmente estranea al pensiero di Filangieri perché determinatasi a più di vent’anni dalla morte del pensatore napoletano) significavano tutt’altro.

E che il significato dei due istituti al momento dell’Unità avesse, per gli autori di quella operazione, un senso consapevolmente diverso, trova la più evidente conferma nel fatto che -esaurite le prime e più immediate finalità limpidamente strumentali della teoria sulla missione smedievalizzatrice dei protagonisti dell’Unità -fedecommesso e maggiorascato potettero tranquillamente restare altri cinque anni in “tutta” l’Italia finché furono eliminati dal Codice Civile italiano (in cui erano rivenuti attraverso l’ordinamento sardo e non certo attraverso il soppresso ordinamento del sud) solo nel 1865; cioè, quando e perché se ne ravvisò, come meri strumenti di trasmissione ereditaria dei patrimoni, la natura d’ostacolo ad un maggiore dinamismo della struttura economica “proprietaria”.

Una concezione della libertà che si era persino servita della cosciente confusione degli effetti dell’istituto della servitù della gleba (che era stato abolito mezzo secolo prima) sia con i danni derivati agli ex servi della gleba per effetto indiretto della sua abolizione sia con la pesantezza delle condizioni, certamente non prospere, dei contadini dell’osso meridionale” (purtroppo, assolutamente identiche a quelle di tutti i contadini -anche di pianura ­dell’intera penisola), al solo scopo di scaricare sul passato regime le naturali conseguenze di un approccio al concetto proprietario di cui gli unitari daranno ulteriore e definitiva prova negli atti “operativi” dell’intera loro gestione.

Una libertà che -come proclamò Garibaldi a Marsala -intendeva dare la terra (poderi da 1,3 a 3 ettari) ai contadini, ma che non impedì attraverso La Masa -di stringere il patto di ferro con i baroni latifondisti siciliani per tutelare le ‘1oro” proprietà.

Le contraddizioni fra proclama di Marsala e “patto di ferro” con i Baroni siciliani costituiscono, forse, l’aspetto più illuminante di quello strano modo di concepire il progresso attraverso la libertà, perché vanno ben oltre la contraddizione fra contenuto “apparente” del proclama, nella forma immediatamente percepibile dai naturali destinatari (i contadini), e quello del patto “La Masa/Baroni”, ed investono il contenuto “in sé” del proclama di Marsala. Stando, infatti, a quel testo del proclama di Garibaldi la terra promessa” era solo quella di proprietà ecclesiastica e non quella demaniale e/o promiscua e/o latifondista.

Non andava toccato, cioè, il potere baronale (che controllava quasi la metà ­ma solo in Sicilia -della terra coltivabile, essendone divenuto proprietario effettivo solo da circa mezzo secolo), ma esclusivamente la “mano morta”, e per incrementare “anche e solo” -come di fatto avvenne -il potere latifondista.

1 poveri contadini siciliani non avevano gli strumenti per comprendere tanta sottigliezza: sentirono parlare di terra ai contadini, e ci credettero. La loro buona fede venne uccisa cosi; prima ancora che dalla disillusione sul l’introduzione della leva obbligatoria e dai brogli elettorali che azzerarono ­fino al desiderato -anche quei pochi No al plebiscito di annessione al Piemonte che qualche temerario snob era riuscito a depositare nelle urne presidiate dalle camicie rosse in armi.

Il patto di ferro tra vecchio potere agrario ed unitari non è né un’invenzione postuma né la trasposizione fantasiosa in fatto storico della realtà “letteraria” (tutto deve cambiare, perché tutto resti come prima) icasticamente fotografata dal principe di Salina nel romanzo che Tomasi di Lampedusa scrisse un secolo dopo.

Infatti, fu lo stesso La Masa a sostenere di aver arruolato “da solo” (il buon Rosolino Pilo fece altrettanto, ma non ebbe il tempo di vantarsene) oltre 6mila picciotti, per la sola prima fase dell’operazione dei Mille, attraverso i contatti presi nell’aprile 1860 con i baroni siciliani che non avevano altro interesse che quello di tutelare i loro feudi-latifondi; fu lo stesso La Masa ad ammettere, quando la situazione italiana s’era un po’ stabilizzata, che noti “galantuomini” come i capibanda Scordato e Miceli (prima e dopo i Mille, conosciuti da tutti per la loro ferocia) furono determinanti per il successo dei Mille in Sicilia, e ­come è ovvio -i capibanda non si muovevano senza l’impulso dei Baroni. Ed ancora: i picciotti che combattevano con Garibaldi, al momento del passaggio in Calabria del generale furono sostituiti totalmente dai “disertori ufficiali” dell’esercito sardo sbarcati lungo le coste settentrionali della Sicilia e poterono cosi tornare -secondo il patto con La Masa -alla cura degli affari ordinari, la difesa, cioè, sia dei feudi/latifondi sia degli “affari cittadini” che si erano aggiunti alle precedenti “cure” proprio grazie all’Unità.

Fu cosi che il colonnello Bixio poté limitarsi solo ad una breve digressione militare dalla spedizione dei Mille per riportare l’ordine a Bronte con un pò di fucilazioni indiscriminate, lasciando ai picciotti dei Baroni il compito di riportare l’ordine anche a Cesarò, Castiglione, Ragalbuto, Collesano, Nicosia dove c’erano stati tumulti contadini non meno gravi di Bronte e, come quelli, motivati dalla mancata assegnazione delle terre promesse da Garibaldi col proclama di Marsala.

Vero è, però, che se la richiesta popolare del rispetto della promessa distribuzione di terra ai contadini unificava i fatti di Bronte con quelli degli altri territori siciliani, c’era una significativa differenza fra il caso di Bronte e tutti gli altri. Solo a Bronte, infatti, i contadini avevano rivolto le loro attenzioni non alla proprietà di un barone qualunque, ma ad una vasta proprietà che godeva di una “sacralità” di cui, in nessun modo, Garibaldi stesso poteva permettere l’oltraggio.

Il feudo della signora Bridport a Bronte era -niente meno -che la proprietà donata da Ferdinando di Borbone (in quel momento re solo di Sicilia) all’ammiraglio Nelson in segno di gratitudine per l’aiuto fornito dalla flotta inglese per la fuga da Napoli nel 1799 e l’assistenza militare successiva per il mantenimento dell’isola: un feudo, quindi, considerato “possesso” di quella corona britannica che -tra l’altro e da ultimo -aveva gestito la fornitura anche della somma trasformata da Cavour in un milione di piastre oro turche per la spedizione dei Mille.

Si comprende bene perché non fosse ignorabile -anzi, fosse sostanzialmente un ordine -l’intervento su Garibaldi da parte del console inglese di Palermo perché fosse immediatamente punito un oltraggio a S.M. britannica che si era spinto fino all’omicidio del contabile dei feudo, tal Rosario Leotta. Il contabile, infatti, per quanto siciliano, era pur sempre un dipendente operante su di una “proprietà inglese”; agli altri contadini, tumultuanti su terra “solo” siciliana, potevano pensare direttamente (come ci pensarono) i picciotti dei Baroni, in nome e con le modalità del patto d’assistenza stretto con La Masa.

Se in Sicilia la tutela delle proprietà non ecclesiali fu disciplinata e gestita ­fatto salvo, naturalmente, il caso di Bronte -attraverso il patto Baroni/La Masa, nella parte continentale delle Due Sicilie Garibaldi vi provvide con un atto preciso della Dittatura, non appena la concitazione delle fasi più acute della spedizione ne consenti l’adozione.

Infatti, con il decreto 18 ottobre 1860 il Dittatore conferi ai sindaci i poteri di polizia che fino a quel punto spettavano ai giudici di circondario. Con quei poteri la Guardia Civica, che era stata già costituita sotto il comando dei sindaci, provvide immediatamente a tranquillizzare i latifondisti e proprietari continentali contro le strane pre­tese in particolare, in Calabria, Basilicata e Cilento -che mostravano di avere quelle masse di contadini “galantuomini” (come il capobanda C. Crocco, che poi diventerà, da garibaldino che era, uno dei più feroci “briganti” della guerra civile 1860/1870) che l’esercito garibaldino non aveva esitato ad arruolare (sull’esempio di quanto aveva fatto 60anni prima il cardinale Ruffo) proprio con la prospettiva di un pezzo di terra in proprietà. Una prospettiva che, fra il tempo della promessa di Marsala e quello delle sommosse continentali, era divenuta anche ed in qualche modo formalmente legale, perché Garibaldi con il decreto 2 giugno 1860 si era autoproclamato Dittatore, legalizzando, cosi anche formalmente, il proclama “programmatico” di Marsala.

Come i contadini siciliani, anche i poveri contadini analfabeti del continente non potevano capire la sottile differenza fra le grandi proprietà terriere dei latifondista e quelle della “manomorta” ecclesiastica, soprattutto per una ragione pratica e concreta che non sarebbe dovuta sfuggire a chi tanta attenzione aveva dedicato ai fatti di Ruffo del 1799. In quell’epoca, infatti, le bande del cardinale andavano cantando in tutto il regno una filastrocca vernacola che in buon italiano recita: “chi tiene pane e vino è giacobino”.

Tradotta nel significato dei tempo quell’espressione significava che, per il contadino di fine ‘700, c’era assoluta coincidenza tra proprietari e giacobini, tra repubblica -che al tempo era sinonimo di governo giacobino -e privata appropriazione dei bene assoluto -la terra -espressivo del benessere (che per quella povera gente significava il possesso contemporaneo di pane ed, addirittura, Ano).

Quelle bande, cosi come i contadini dei 1860, quando pensavano alla possibilità di divenire proprietari di terra, non pensavano minimamente alla proprietà della mano morta ecclesiastica come cosa ostativa della loro aspirazione a lavorare “per sé” un pezzo di terra con cui vivere, sia perché sapevano bene che le terre della mano morta (di proprietà ecclesiastica) erano già “occupate” da loro simili “più fortunati” perché tenuti a corrispondere affitti notoriamente lievi, sia perché le terre ottenibili da chi non ne aveva erano proprio i residui demani, i promiscui, ed i latifondi, che al 1860 erano quelli ex feudali divenuti bracciantili.

1 contadini potevano essere analfabeti, ma non ci voleva certamente una laurea alla Sorbona per capire la presa in giro di cui erano fatti oggetto anche episodicamente, come quando il buon generale, con decreto 26 agosto 1860, arrivò a proibire ai contadini calabresi il dissodamento delle terre “comunali” (solitamente coltivabili), mentre concesse, con decreto dell’8 settembre successivo, ai contadini della Sila il diritto di semina e pascolo: una concessione che, comunque, rimase inattuata, forse perché largamente inattuabile (come si semina un bosco è cosa che solo Garibaldi poteva concepire), e, per la minima parte eseguibile -cioè, il diritto di pascolo -contrastante con gli interessi proprietari che ormai controllavano quei sindaci che il Generale aveva costituito come le autorità che avrebbero dovuto attuare il provvedimento.

Questi brevi ma emblematici ricordi di fatti, tutti ben noti da tempo, rappresentano un campionario che si spera sufficiente ad evitare sovrabbondanze fattuali (pur bene esistenti e note) nel rendere conto del “come e perché” l’atteggiamento unitario per la “smedievalizzazione” debba essere considerato quanto meno “strabico” dal punto di vista concettuale.

1 ‘Tatti” compiuti -e fin dall’inizio -dagli unitari per smedievalizzare il Mezzogiorno rinforzarono e conclusero -in forme che non è possibile ritenere altro che coscienti -proprio quella struttura sociale -il feudo/latifondo -che fin dal 1808 si era progressivamente trasferita dal medioevo “formale” (quello dell’istituto giuridico in sé) a quello “sostanziale” (dei contenuti dei diritto di proprietà).

Gli unitari operarono con provvedimenti che, in capo a 10 anni dalle quotizzazioni effettive dei demanio (di contenuto concreto molto scarso, come già sperimentato anni prima dai Borbone) e, da subito, per la vendita dell’asse ecclesiastico (come appresso si documenterà), ottennero l’effetto contrario non solo a quello di conferire la terra ai contadini ma anche a quello di favorire la riallocazione in mani di imprenditori borghesi sia delle terre della mano morta che -ed a maggior ragione -degli ex feudi diventati latifondi.

Dando poi attraverso il sistema fiscale (di cui pure si dirà documentatamente appresso) il colpo definitivo e”finale per impedire il passaggio dell’agricoltura meridionale al sistema di conduzione imprenditivo-capitalistico, che avrebbe decretato la vera e sostanziale fine degli effetti del sistema feudale.

Un passaggio -giova ribadirlo -che B. Tanucci, alla fine del ‘700, e Ferdinando ii, fino al 1859, si erano sforzati di realizzare, pur con i limiti tipici del riformismo illuminato di stampo settecentesco, attraverso un gradualistico, ma inequivoco, insieme di misure che trovarono i loro capisaldi più che nelle quotizzazioni demaniali (che, come per gli unitari, non ottennero significativi risultati): nella bonifica e ripopolamento colturale di zone malsane (basti pensare alla Capitanata ed all’intera piana di Rosarno e Gioia Tauro); nella equa gestione dei demani regi (tanto consistenti in quantità -anche se rappresentativi solo di un terzo scarso del valore complessivo -che ancora oggi, per effetto di trascinamento, i terreni demaniali del Mezzogiorno si avvicinano alla metà della sua superficie territoriale); nella politica di favore all’esportazione delle eccedenze dell’autoconsumo.

Ma l’elemento determinante dell’azione preunitaria per il superamento “in concreto” nella struttura agricola meridionale degli effetti derivanti dall’infelice uso che i napoleonidi avevano fatto dei provvedimenti di eversione della feudalità fu rappresentato dall’approntamento -nella seconda metà degli anni ’50 dell’Ottocento -di un complesso di progetti infrastrutturali che furono saccheggiati, oltre che sul piano delle finanze già disponibili per la loro realizzazione anche al livello di concetti ingegneristici da tutti i tecnici dell’Italia unita fino al 1933 (a vanto del loro ideatore -Afan de Rivera -ed a vergogna di chi “oggi” -leggasi, per la precisione, metà giugno 1999 -scopre la necessità dei sistemi di protezione dei monti sovrastanti Samo solo per “scoprire” che basterebbe riattivare i 1agni di Sarno” fatti costruire da de Rivera ed abbandonati all’uso di discariche di materiali vari dalla nostra Repubblica).

Quel passaggio conclusivo e determinante per la struttura agraria dei sud trovò -al tempo di Ferdinando II -l’unico grande ostacolo nel “regalo” -fatto dai napoleonidi -di aver rinforzato i poteri dei feudatari “non padroni” facendoli diventare poteri di “padroni latifondisti”.

Padroni che, da un lato, certamente non erano indirizzati spontaneamente all’agricoltura capitalistica (salvo qualche rara eccezione, che tale restava, come i Barracco in Calabria ed il barone Ernesto Fortunato -fratello del più noto meridionalista -a Gaudianello in Basilicata) e che, dall’altro lato e conclusivamente, furono anche disincentivati ad orientarvisi dal successivo regime fiscale unitario.

La libertà di scambio ed il nuovo fisco.

Sarà banale, ma non per questo meno utile, ricordare che perché si possa apprezzare il beneficio della libertà di scambio è innanzitutto necessario che ci sia qualcosa da scambiare e che questo qualcosa sia stato prodotto.

Le scelte politiche ed i fatti concreti con cui gli unitari realizzarono nel sud la conclamata libertà di scambio determinarono, invece, l’inaridimento delle stesse “possibilità” di produzione sia per l’agricoltura che per le manifatture.

Quest’inaridi mento venne però “spiegato” (come si fa ancora oggi frequentemente) come la conseguenza delle inadeguatezze della struttura produttiva meridionale, sclerotizzata ed inaridita dalla gestione assistenziale e paternalistica preunitaria.

Quella spiegazione, ovviamente, poteva essere convincente o meno, cosi come. le misure adottate potevano essere ritenute più o meno adeguate alla realtà cui si applicavano; ma, in ogni caso, il criterio logico per valutarle avrebbe dovuto (come dovrebbe) rispettare almeno il principio di non contraddizione. Invece, i fatti concreti in cui si sostanziò la politica unitaria verso la struttura produttiva del sud sono in contraddizione logica con qualunque possibilità addirittura di mantenimento delle “possibilità” di produrre eccedenti quelle indispensabili ad una funzione di mero supporto all’apparato traente dell’economia del Paese. Una contraddizione che risulta insanabile perché frutto di un sistema tanto organico e sistematico di scrematura di risorse ed opportunità che non consente di ritenerlo né necessitato dalle condizioni oggettive ereditate né, tanto meno, involontario.

Verifichiamo, quindi. i fatti, con riferimento alle manifatture ed all’agricoltura.

La manovra unitaria riguardo alle attività manifatturiere ha il suo perno nella politica che apertamente venne perseguita per favorire la concentrazione in mani sicuramente nazionali delle principali attività industriali. La prosa originale del tempo (atti parlamentari, provvedimenti amministrativi, dichiarazioni di uomini di governo) è piena di riferimenti alla necessità di chiudere opifici definiti delicati e suscettibili di inquinamenti borbonici per la produzione nazionale.

Emblematico, a questo riguardo, il caso dell’Oropea di Palermo: una fabbrica che produceva meccanica di precisione ed occupava 600 operai, la cui chiusura -lo si disse apertamente -favori lo sviluppo della quasi neonata Ansaldo di Genova che ne occupava solo 300 ma aveva il vantaggio di essere allocata in territori e mani sicuramente “nazionali”. Non era facile da capire che cosa potesse inquinare l’Oropea, perché era in mani sicuramente private, marciava a gonfie vele ed aveva un target produttivo, da sempre, di “puro mercato” estero: la sua chiusura, quindi, venne decisa per motivi di ordine pubblico” letteralmente incomprensibili.

Dove non arrivavano gli effetti di tali provvedimenti di “ordine pubblico” per una cosi singolare forma di tutela della produzione “nazionale” dagli inquinamenti borbonici, la politica di riallocazione geopolitica della complessiva produzione manifatturiera del Mezzogiorno venne perseguita con tre ulteriori leve:

l’eliminazione sistemica e pressocché istantanea dalle commesse pubbliche per le manifatture del sud;

opportuni interventi sul mercato del credito per drenare risorse li dove si assicurava apertamente protezione governativa e, perciò, rendite migliori;

l’inaridimento dell’intero mercato interno meridionale.

Quest’insieme di misure venivano spiegate dalla lezione unitaria come le uniche possibili ed utili per lo stato delle cose. La tesi corrente (all’epoca come ancora diffusamente oggi) era che le manifatture meridionali riuscivano a vivere in regime borbonico perché erano protette da dazi protezionistici che consentivano di produrre a costi fuori mercato. Quando Garibaldi, con il decreto 19 ottobre 1860, aboli i dazi protezionistici, quelle manifatture ­sempre secondo la versione storica ufficiale -dovettero impattare con le più moderne ed efficienti manifatture dei nord e con le produzioni industriali straniere, soccombendo progressivamente. Dunque, concludeva (e conclude) la lezione risorgi­mentale, la concezione arretrata e chiusa del governo di quel Paese aveva determinato una produzione “fuori mercato” ed il già ricordato accumulo di mezzi monetari generato dalla mancanza di occasioni di investimenti produttivi: per conseguenza, meglio che quel che non era in condizione di stare sul mercato sparisse; meglio che i capitali accumulati in mezzi monetari di pronta conversione fossero, finalmente, incanalati verso impieghi produttivi.

La lezione non faceva, come non fa, una grinza: era tanto semplice e lineare che neppure un secolo intero di studi l’avrebbero potuta mettere neppure in discussione. Gli stessi dati prima ricordati sull’occupazione manifatturiera nel sud al 1861 venivano considerati come la prova evidente di una sorta di assistenzialismo autarchico e protezionistico a tutto vantaggio dei regime borbonico ed a detrimento di un solido sviluppo economico delle Due Sicilie (l’eco delle “riservatissime” fantasticherie di Villari a Cavour è vivissima).

Tutto il quadro valutativo della lezione unitaria appariva, in questo modo, coerente e credibile.

Naturalmente, a non tener conto di una montagna di falsità oggettive, evidenti fin quasi all’offesa del buon senso comune.

Come era possibile (se non con censure accettate di buon grado fino ai massimi livelli della ricerca e della stessa istruzione pubblica) far passare per industrie protette da alti dazi protezionistici, e operanti fuori mercato, il più grande complesso d’Italia (Pietrarsa) per la produzione di macchine motrici, materiali ferroviari, macchine agricole e meccanica di precisione, quando, poi, callidamente -su altri versanti della leggenda -si sottolineava lo scarso sviluppo della rete ferroviaria del sud?

Anche a voler sorvolare sul fatto (che è incontestabile perché pubblico ed ufficiale) che i dazi delle Due Sicilie erano assolutamente in linea con i dazi europei e di quegli Stati italiani che avessero qualche produzione manifatturiera, nessuno studio, e, quel che è peggio, neppure uno studio meridionalistico s’è chiesto dove finissero le locomotive, le rotaie, i vagoni ferroviari e le macchine agricole prodotti a Pietrarsa e dintorni, dove per dintorni si intende tutto i’indotto generato lungo le falde del Vesuvio fino alle porte di Napoli?

Nessuno s’è chiesto dove finisse la meccanica di precisione della Oropea di Palermo, cosi come nessuno s’è chiesto dove finissero le armi ­larghissimamente eccedenti le necessità dell’esercito di Napoli -prodotte a Castelnuovo e Torre Annunziata (città quest’ultima che, all’epoca, non produceva ancora la “pasta” come prodotto tipico, ma la metalmeccanica)?

Nessuno s’è chiesto dove finissero i prodotti del più grande cantiere navale del Mediterraneo, che produceva in larghissima eccedenza anche dei larghissimi bisogni della marineria mercantile delle Due Sicilie? 0 perché i cugini Savoia -a metà degli anni ’50 dell’Ottocento -richiedessero ed ottenessero dai parenti Borbone di poter copiare, senza pagarne i diritti, la struttura e la configurazione produttiva di Pietrarsa per riprodurla, ma alla scala di I a 10, nella costruzione del primo (non nel senso evidentemente qualitativo, ma nel senso che non ve ne era un altro) stabilimento metalmeccanico del regno di Sardegna a Genova: il primo nucleo di quello che ancora oggi è conosciuto come l’Ansaldo?

Nessuno si è chiesto perché in quelle realtà industriali avanzate (lo si ripete: non protoindustriali ma industriali e -per il tempo -avanzate) che detenevano addirittura primati oscillanti dalla dimensione mediterranea (cantieristica ed armamento navale) a quella sudeuropea (siderurgia) fossero stati attratti ingenti capitali stranieri (Pattison per le locomotive e le macchine agricole a Pietrarsa, Mayer e Zollinger a Scafati, per limitarsi alle industrie avanzate ed ai nomi di maggior peso). Forse per produrre fuori mercato o per un mercato interno che si avviava ad assorbire -ma certamente non assorbiva ancora gran che -una parte delle produzioni di scala chiaramente destinate solo al mercato europeo in grado di assorbirle? Forse le concorrenti industrie del nord (sostanzialmente inesistenti) non potevano competere già prima del 1860 con quelle delle Due Sicilie sui mercati esteri?

Tutte domande chiaramente retoriche, almeno quanto di retorica patriottarda sono rivestite le stesse giustificazioni di quelle tesi. Una retorica patriottarda che è dura a morire, se è vero, come è vero, che ancora alla fine degli anni ’90 del XX secolo in ambienti di studio meridionalistici (che passano per essere fra i più acuti e spregiudicati) non era infrequente che si continuasse a comparare la struttura manifatturiera del sud nel 1860 a quella di Francia ed Inghilterra, per derivarne -è tanto vero quanto assurdo! -il ritardo del Mezzogiorno preunitario non rispetto a Francia ed Inghilterra ma al nord italiano di quel tempo. Queste illogicità circolano libere e sole ancora oggi e fanno opinione “culturale”!

Eppure sarebbe bastato (come basterebbe ancora) che questi studi avessero posto attenzione non ai casi di industrie avanzate (metalmeccanica e siderurgia) tali considerate al tempo, ma alla situazione del più ordinario dei settori industriali di quel momento: il tessile. Si sarebbero subito accorti che il più grande stabilimento industriale (lo si ribadisce: non proto industriale) d’Italia al 1860 era l’azienda del signor Egg (di nazionalità svizzera) che a Piedimonte d’Alife ( ‘ Caserta) utilizzava il quadruplo degli operai dell’azienda Conti che era, a sua volta, il più grande stabilimento di filatura non solo della Lombardia ma dell’intero nord unito: e, naturalmente, aveva un fatturato quadruplo della Conti e la stessa proporzionale quota d’esportazione.

Sarebbe bastato che gli stessi studi avessero fatto lo sforzo di ricordare che non solo in Puglia (da sempre indicata -ed a ragione -come regione industre e produttiva) ma nella Lucania, nella Calabria e nella Sicilia la gran parte dei prodotti industriali era destinato all’estero e, grazie alla capacità di trasporto della prima flotta mercantile del Mediterraneo (quella delle Due Sicilie), anche oltre Atlantico.

E si potrebbe continuare per un pezzo, con settori di sicuro interesse manifatturiero come le pelletterie, la vetraria, la ceramica, le paste alimentari (già dal primo Ottocento dominate dalla Sicilia), le seterie di gran pregio (cioè, il comparto setiero con il più alto valore aggiunto di quei tempi), se non si ritenesse opportuno escludere questi settori anche dagli interrogativi retorici fin qui sviluppati per smorzare sul nascere ogni possibile sorriso di supponenza intellettualistico rispetto a produzioni -normalmente, quanto impropriamente ­liquidate come appartenenti agli aspetti “coloristici” del Mezzogiorno produttivo. Non è frutto di assistenza protezionistica un comparto che produce talmente fuori mercato da destinare all’esportazione (e senza particolari protezioni doganali) quasi l’intera produzione “avanzata”, poco meno di quella “pregiata”, riservando all’uso interno l’80% delle manifatture “ordinarie”, con l’obiettivo pressoché raggiunto dell’autosufficienza interna per prodotti ordinari essenziali come il tessile.

L’apparato manifatturiero meridionale non era certamente “assistito” né operava “fuori mercato” ma aveva una caratteristica specifica che lo rendeva sensibile alla gestione politica del Paese ben oltre quello che tale gestione poteva significare per qualunque altro apparato produttivo della Penisola.

Quella caratteristica derivava -dalla stessa genesi formativa dell’apparato del sud, determinato e cresciuto in perfetta simbiosi con un disegno politico tipico e caratterizzante. Un disegno che sia per il tasso di assorbimento “pubblico” della produzione (le commesse. di Stato) sia per il livello dei dazi doganali si muoveva sullo stesso metro di quanto avveniva in tutta Europa, superpotenze d’epoca comprese, ma che affidava la formazione dei capitali necessari allo sviluppo delle manifatture all’accumulo degli utili da esportazione in mezzi di pronta conversione (oro e argento) ed a criteri utili per indirizzarne, con equilibrio, l’investimento in iniziative manifatturiere a target sempre più interno. evitando l’innesco di meccanismi inflattivi nelle more del loro impiego gradualistico. Nel sud, cioè, si erano sviluppate “prima” le manifatture di pregio destinate prevalentemente all’esportazione, proprio per trasformare i risultati del lavoro in mezzi di pronta conversione. Mezzi che, secondo il metodo gradualistico di scuola tanucciana, venivano, poi, investiti in produzioni “coerenti e di massa” per soddisfare la domanda interna.

L’esempio tipico della prima fase di sviluppo può essere costituito dalla metalmeccanica di Pietrarsa, come dalla règia colonia di S. Leucio o dalla ceramica di Capodimonte. Quest’ultima, ad esempio, produceva, utilizzando i caolini calabresi, per l’esportazione e non solo ninnoli e tazzine da caffé, ma, soprattutto, vasi igienici e bidet che, all’epoca, erano beni di lusso richiesti dai mercati francese, inglese e russo.

Ma l’esempio migliore di funzionamento complessivo di quel particolare meccanismo di sviluppo manifatturiero lo si rinveniva nel settore tessile. Napoli esportava in tutto il mondo (da Parigi a Londra a Washington a Pietroburgo e Madrid) i tessuti di S. Leucio. Fu da quelle esportazioni che derivarono i capitali per l’avvio delle Manifatture Cotoniere Meridionali che dovevano, invece, provvedere ai bisogni del mercato interno. Bisogni che al 1861 -sono dati censuari unitari -erano totalmente soddisfatti in modo autosufficiente dalla produzione interna.

Questo sistema aveva bisogno di un controllo centrale per governare, soprattutto, i pericoli inflattivi, ma questa funzione di controllo non confondeva quei risultati economici con il patrimonio della dinastia regnante ed il Tesoro dello Stato interveniva, quando interveniva per rispondere all’esigenza di bisogni strategici, solo in funzione di accompagnamento dell’avvio di produzioni affidate all’iniziativa rigorosamente privata, interna ed estera, che intendesse operare sul territorio del regno.

Questo sistema riguardava tutti gli investimenti produttivi: basti pensare che i danari che Garibaldi trovò pronti accanto ai progetti della nuova grande rete ferroviaria (dorsale. adriatica e dorsale tirrenica, sospese solo dalla morte di Ferdinando ii e dal quasi immediato inizio dei problemi generati dai Mille) e che tanto male usò in altre direzioni, non erano altro, nella loro gran parte, che gli utili delle lavorazioni di rotaie, locomotive e carrozze ferroviarie che la règia fabbrica di Pietrarsa produceva su licenza inglese. Per dirla con uno slogan più adatto ai nostri tempi, un bell’esempio di la ferrovia “per” la ferrovia.

Quale che sia il parere che chiunque può legittimamente maturare su questo “sistema”, è un dato di fatto che esso -con la breve parentesi della linea di governo tenuta da Francesco i durante l’esigua durata del suo regno -abbia funzionato egregiamente, con l’unico limite di necessitare di una azione di governo coerente con il “disegno” (non certamente dirigista) di secondare la prosecuzione dell’ordinato sviluppo fino al decollo definitivo dell’attività mani­fatturiera di quelle terre.

Nel 1860 quel disegno aveva prodotto una fase di crescita consolidata che può essere definita. con termine moderno, come di predecollo industriale, molto simile qualitativamente -in termini meramente inventariali -a quella della Lombardia austroungarica, ma, rispetto a quella, con teorici potenziali di espansione maggiorati dalle condizioni di indipendenza del sud cui si era contrapposta, almeno fino al 1859, la soggezione a Vienna dell’altra.

La necessità di governo coerente in quel senso (che, indubbiamente, era il limite del sistema produttivo dei sud) non solo venne a mancare proprio con il 1860, ma a quella mancanza si aggiunse l’ulteriore danno dell’esplicito privilegio assicurato alle attività produttive in mani ed in territori sicuramente “nazionali” e non infettati di borbonismo (che, come è noto, è un parametro econometrico internazionalmente riconosciuto -fin da quei tempi -per misurare l’efficienza e la produttività delle aziende!). Esplicito privilegio che azzerò -ma solo nel sud -anche l’incidenza positiva delle commesse pubbliche per la vita delle aziende, cominciando a determinare sia il drenaggio delle risorse verso lidi dove si assicurava protezione governativa, sia la prima forma di inaridimento dello stesso mercato interno meridionale.

Ma oltre gli effetti di questo cambiamento di registro -che da soli già sarebbero stati sufficienti a generare un vulnus quasi mortale -il colpo finale al sistema manifatturiero venne dato dal tipo di regime fiscale e, soprattutto, dal modo in cui venne applicato a sud; con il conseguente definitivo inaridimento del mercato interno che portò con sé l’ovvia e conclusiva conseguenza della fuga di tutti i capitali verso quegli utilizzi che fossero redditizi e che -lo si rese chiaro ed evidente, ufficialmente, in tutti i modi -potevano e “dovevano” realizzarsi ,,solo” in luoghi ed in mani di sicura fede nazionale.

Riassumendo, quel che determinò la fine delle manifatture dei sud non fu la cessazione del protezionismo doganale (inesistente) o l’impatto con la logica di mercato di un sistema assistito, ma puramente e semplicemente l’effetto che avrebbe avuto qualunque comparto produttivo, geneticamente fondato sull’accumulazione capitalistica realizzata mediante l’oculata gestione degli utili da trasformazione del lavoro in mezzi di pronta conversione, che avesse dovuto subire le conseguenze congiunte di:

-un salasso immediato direttamente sui forzieri delle banche. Come non ricordare qui le ricevute esistenti, a firma Garibaldi, per il prelievo, in unica soluzione, di circa un milione di ducati -pari a circa 450 rniliardi di oggi -dal Banco di Sicilia e di più del doppio -circa 1.000 miliardi di oggi -presso il Banco di Napoli “per la causa”, ovvero per le spese della spedizione dei Mille; e senza dimenticare i prelievi dei luogotenenti di Garibaldi in Sicilia “per le necessità di governo della Dittatura”: ma, in quei casi, senza altra ricevuta che le annotazioni informali, documentatamente imbarcatesi con I. Nievo su di un vapore diretto a Napoli, e che giacciono a 3mila metri di profondità nel mare delle ‘bocche di Capri’ (dove, quasi cent’anni dopo, un batiscafo ne fotografò le cause dell’affondamento come riferibili ad un’esplosione interna, credibilmente dolosa);

-un inaridimento, per motivi rivoluzionari, per oltre un anno dell’intero mercato interno;

-un salasso fiscale (di cui meglio si dirà appresso) di proporzioni notevolissime;

-la fine delle commesse pubbliche;

-la quasi impossibilità, prima per cause rivoluzionarie e poi per situazione di stato d’assedio per cinque anni, di garantire produzione, consegne e qualità.

E se, inoltre, le nuove regole drenano denaro verso le casse pubbliche e verso intermediari creditizi che lo impiegano dove le condizioni di investimento non conoscono impedimenti rivoluzionari ma solo “attenzioni patriottiche”, non c’è da meravigliarsi se il capitale scarseggi (nel senso che se ne va, stranieri in testa) innescando quel simpatico fenomeno che è ampiamente noto come la “spirale del sottosviluppo”.

Fin qui gli effetti della manovra unitaria sulla struttura produttiva manifatturiera del sud.

Ma anche a Mezzogiorno, come in tutta la penisola, il settore di maggiore “peso” nell’economia del tempo era l’agricoltura: dunque, gli effetti determinati dalla gestione unitaria sulla complessiva struttura produttiva delle ex Due Sicilie comportano la verifica delle linee unitarie su struttura e capacità produttiva di quel settore.

Al 1860, nel sud, la situazione strutturale della proprietà agraria 11coltivabile” era abbastanza semplice: oltre il 40% apparteneva alla mano morta ecclesiastica, poco più del 25% era latifondo/non capitalistico, poco meno del 25% era di proprietà pubblica o promiscua, il resto (10% circa) era diviso nelle piccole e medie proprietà spesso condotte direttamente dal proprietario.

Quello che determinò il “nuovo” assetto strutturale dell’agricoltura meridionale fu l’effetto combinato di due linee di governo: l’alienazione, previa confisca, di tutti i beni ecclesiastici; il sistema di tassazione fondiario, di ricchezza mobile e successorio.

Solo fra gli anni 1867 e 1868 furono alienati 33mila lotti ex ecclesiastici per un totale (parola del Parlamento nazionale) di 219 milioni di lire di incasso da parte dello Stato.

Senza indulgere, in questo caso, in teoriche rivalutazioni monetarie, per capire bene il significato di tale cifra basti considerare che essa corrisponde a quasi la metà dell’intera massa monetaria circolante al 1860 nelle Due Sicilie (cioè 443 milioni) ed a più dei 30% dell’intero circolante dell’Italla unita alla stessa data (cioè poco più di 620 milioni di lire).

Una cifra questa che venne prelevata quasi per intero dalle Due Sicilie per ripartire terra delle Due Sicilie quasi esclusivamente ad ex cittadini delle Due Sicilie rastrellando, in una sola volta, quasi la metà degli interi capitali liquidi e disponibili formatisi in 126 anni in quelle terre e senza restituire in servizi dello Stato neppure un centesimo: un fatto per il quale il concetto di “cura da cavallo” è solo un blando e pudico eufemismo!

Questa cifra, peraltro, rende veramente insignificanti in assoluto quei circa 13 milioni di ducati (58,5 milioni di lire oro, pari a 5.850 miliardi di lire di oggi) che vennero dilapidati dal buon Garibaldi “in forma diretta” (come prima si è documentato) durante l’impresa dei Mille (prelievi nei Banchi meridionali per complessivi 1,45 milioni di ducati) e durante i 50 giorni di Dittatura (distri­buzione di oltre 11 milioni di ducati del patrimonio familiare della famiglia Borbone).

A fronte di questo incasso statale di 219 milioni di lire-oro, che non è azzardato definire astronomico, occorre, però, verificare come l’alienazione delle ex proprietà della mano morta incise sulla struttura proprietaria del sud e sulle sue capacità produttive. Per esprimere bene quest’effetto, sarà scusabile una piccola simulazione “tecnica” capace di evidenziare al meglio quelle conseguenze.

Secondo quanto affermò Q. Sella in Parlamento le vendite, nel sud, dei beni ecclesiastici del ’67/’68 e quelle dei beni demaniali meridionali effettuate nello stesso periodo avevano prodotto la bella cifra di 100mila nuovi proprietari.

Giacché Q. Sella non specificò né allora né poi la quota dei beni demaniali alienati, proviamo a comprendere quanto successe adoperando solo i dati da lui stesso forniti, cioè solo dati pubblici ed ufficiali, di origine esclusivamente “unitaria”.

Dunque, se i lotti alienati erano stati 33mila (e questo è certo e certamente riferibile ai soli lotti ecclesiastici) e l’incasso era stato di 219 milioni (ed anche questo è certo e tutto di origine ex ecclesiastica), è chiaro che ogni lotto fruttò, mediamente, allo Stato lire 6.670 (valore stimabile oggi, circa 667 milioni).

Per sommare un numero di 100mila nuovi proprietari prodotti da 33mila lotti (volendo, cioè, dimenticare che nei 100mila sarebbero compresi anche gli acquirenti di lotti demaniali), è solo elementare ipotizzare -per stare ai numeri di Q. Sella -una media di almeno tre acquirenti diversi per ciascun lotto, con un esborso teorico medio di 2.223 lire (circa 220 milioni di oggi) ciascuno (ovviamente calcolato solo” sull’incasso da manomorta).

Se, dunque, quei 33mila lotti rappresentavano l’intero asse ex ecclesiastico, questo significa che corrispondevano più o meno a circa il 40% del territorio meridionale sfruttabile in qualche modo.

Sommando a quella percentuale la quota della piccola e media proprietà (10% prima ricordato) e la parte di proprietà rivenuta, attraverso le leggi dei napoleonidi, nella “proprietà” dei Baroni/latifondisti (stimabile al 25% circa dei terreni coltivabili), è chiaro che si venne a formare una base imponibile per l’imposta fondiaria che, anche a voler essere eccessivamente prudenti, non poteva essere minore del 70% del territorio coltivabile dei sud e che circa il 60% di quella base imponibile (cioè il 60% del 70% del territorio costituente l’intera base imponibile fondiaria) potesse essere rappresentato dai lotti ex ecclesiastici.

Vediamo ora in che modo la leva fiscale incise sulla “definitiva” configurazione della struttura proprietaria conseguente l’alienazione dell’ex mano morta ecclesiastica.

Perché il dato simulativo sia credibile bisogna scegliere un tempo adeguato alla natura immobiliare della proprietà terriera per verificarne gli effetti fiscali: cioè, almeno 20 anni.

Quindi la situazione fiscale più significativa può essere ragguagliata ragionevolmente al 1890 (vent’anni dopo l’alienazione più un congruo tempo ­2 anni -di minimo avviamento delle “nuove” aziende).

Considerando che l’imposta fondiaria dell’Italia unita crebbe di almeno 3 volte in 30 anni (era già a più 40% nel 1866) arrivando, nel 1890, ad un gettito di circa 38 milioni annui cui si aggiungeva una imposta supplementare comunale che -solo per il sud, poi vedremo meglio perché -superava, nelle medie annue, il 100% di quella statale (per difetto, ulteriori 38 milioni annui), si può desumere che il gettito complessivo (Stato più Comuni) della fondiaria potesse essere arrivato in 30anni a circa 76 milioni annui nel sud.

Di questa cifra, sulla base della simulazione appena effettuata, il 60% circa non poteva che venire dai totti ex ecclesiastici (in cifra: circa 45 milioni su 76 complessivi).

Dunque, se i “nuovi” proprietari prodotti dalle alienazioni della mano morta erano stati i 100mila di Q. Sella, ciascuno sarebbe stato gravato progressivamente di una cifra di fondiaria che al 1890 avrebbe raggiunto l’importo di 450 lire, vale a dire il 20% circa dell’intero capitale versato (teoricamente ed in media) per comprare la sua terza parte di lotto (come se oggi -si passi il paragone atecnico -si dovesse pagare ogni anno un’ici pari al 20% del valore di acquisto di un appartamento).

Non occorre una grande fantasia per capire che, in capo a pochissimi anni, o si trovava un modo per eludere o evadere le tasse, o non c’era altra alternativa alla vendita della terra per pagare le tasse. Oppure -il che è lo stesso che l’insieme delle due precedenti alternative -si doveva cedere progressivamente la proprietà a chi quel modo di elusione e/o evasione fosse in grado di realizzare.

E’ esattamente quanto capitò nel sud.

Basti considerare che i pignoramenti fiscali (che notoriamente recuperano i crediti del fisco) nel 1885/1887 fecero registrare questa allegra situazione: mentre in Lombardia c’era 1 pignoramento fiscale ogni 27.416 abitanti e nel Veneto 1 ogni 14.757, nel Mezzogiorno la situazione andava da un minimo di 1 pignoramento ogni 900 abitanti in Puglia (che è come dire, 30 volte la Lombardia e 16 volte il Veneto) ad un massimo di 1 pignoramento ogni 114 abitanti in Calabria (240 volte la Lombardia e 129 volte il Veneto). E, fra questi, i pignoramenti da fondiaria erano la stragrande maggioranza.

Fu cosi che le lottizzazioni dei beni ecclesiastici (partite con 100mila nuovi proprietari) finirono con lo spopolare i fondi rustici della mano morta dai contadini conduttori e consegnarono progressivamente le proprietà -attraverso vendite dirette ed acquisti alle aste pubbliche indette dal fisco -in mano ai latifondisti.

Quei latifondisti, specialmente dopo i provvedimenti di “pareggio dei bilancio” di Q. Sella, approfittando del potere di condizionamento economico che avevano sui Comuni, si servirono per i loro interessi particolari e non certo per gli interessi dell’agricoltura meridionale delle deleghe di funzioni pubbliche statali a quegli enti; funzioni che l’ineffabile Sella -ancora oggi portato ad esempio di acume amministrativo -irrobusti con un decreto che conteneva la “geniale” idea di non trasferire una sola lira erariale ai Comuni ma di trasferirgli oneri operativi ed il potere di “piena” gestione della sovrimposta fondiaria, che -come è ovvio -venne geometricamente aumentata fino a gravare più di quella statale per assolvere funzioni ex statali.

Infatti, i latifondisti, potenti nei confronti di comuni del cui territorio erano divenuti “proprietari” in larga parte, “disciplinarono” -si fa per dire -la ripartizione della sovrimposta comunale in modo da gravare loro stessi nel modo più leggero possibile e tutti gli altri abitanti in modo compensativamente più pesante.

In questo modo fu completata l’opera di 1atifondizzazione integrale” e si determinò la caratterizzazione dell’agricoltura meridionale come latifondistico/non capitalistica.

Perché -solo per fare un esempio semplice semplice -anche un medio proprietario che fosse stato conduttore della sua proprietà, di fronte alla decisione comunale di realizzare un’opera pubblica del costo di una modesta strada, rischiava di veder dimezzato -per virtù della sola sovrimposta -il proprio reddito d’impresa attraverso un piano di riparto della stessa sovrimposta che -solo per restare negli esempi semplici semplici -tassava gli animali da lavoro perché produttivi e ne esonerava quelli di lusso perché improduttivi.

Basti per tutti il dato rilevato da S. Sonnino per la Sicilia nel 1874, dove l’imposta sui bestiame da lavoro (in quell’epoca, in rapporto quasi paritario con quello “non da lavoro”) procurò un gettito di 589mila lire e quella su tutto il bestiame di pertinenza diretta del latifondista -compresi i cavalli da monta (attività notoriamente 1udica” e non remunerativa anche per gli animali) e da carrozza -generò un gettito di sole 143mila lire.

Naturalmente, anche i latifondisti dovettero subire gli effetti della 1ogica” dell’Unità. Quando, ad esempio, in aggiunta all’immediato e progressivo aggravio della fondiaria, nel 1886 si decise di unificare in un unico catasto i 22 catasti degli ex Stati indipendenti, lo si fece solo per camuffare quel che veramente interessava, vale a dire il criterio che avrebbe dovuto governare la “provvisorietà”; tant’è che si fece di tutto -cioè, ci si guardò bene dal fare alcunché -per far durare il più a lungo possibile il regime provvisorio (basti pensare che quando si decise che il catasto unificato dove-va essere veramente fatto, bastò un anno -dal 1923 al 1924 -per confezionare lo strumento).

Anche questa non è una illazione, è, infatti, pubblica e ufficiale la dichiarazione del tempo circa il fatto che, in attesa di completare la definitiva situazione dei valori catastali, “provvisoriamente” (come si vede, la provvisorietà riguardava “solo” la quantità definitiva dei nuovi valori non i criteri per orientarne la definizione) si sarebbe proceduto nella “presunzione” che il nord fosse fiscalmente più gravato del sud e quindi, provvisoriamente (una provvisorietà che durerà 40 anni), si l’aggiornarono” i ruoli della fondiaria, con automatico aggiornamento anche di quelli di sovrimposta comunale.

L’aggiornamento produsse “nuove” equità che sono ben documentate da amenità del genere: Lombardia e Veneto pagavano un’aliquota dell’8,8% (dicesi otto virgola otto) mentre l’opulenta Calabria (che notoriamente è tutta una pianura irrigua, come sanno anche i bambini fin dalle elementari) era tassata al 15% (dicesi quindici virgola zero) e la straricca Sicilia -giustamente -al 20%.

Con una torchiata fiscale tanto massiva, anche chi -come i latifondisti ­riusciva a far pagare agli altri la gran parte dei supplementi comunali, doveva pur sempre pagare l’Erario: oggettivamente non è che rimanessero margini significativi per investimenti. Ed, infatti, i latifondisti si guardavano bene dall’investire nelle produzioni e facevano colture da rapina delle risorse della terra, con quale effetto strutturale sul comparto è facile immaginare.

Gli effetti di questo regime fiscale, poi, furono addirittura devastanti per la piccola e media proprietà agricola.

Al progressivo azzeramento del reddito d’impresa (frutto immediato soprattutto della supplementare comunale) segui l’erosione dello stesso capitale, come dimostrano due dati concordanti: quello già ricordato dei pignoramenti fiscali, e quello, ancor più significativo, del carico di interessi sul debito fondiario (dato che esprime anche l’effetto della particolarissima tassazione sugli immobili “urbani”, di cui si dirà meglio appresso).

Quest’ultimo, infatti, evidenzia la circostanza che, a fronte di un ammontare complessivo del debito fondiario meridionale pari ad un terzo di quello nazionale, il carico di interessi gravante su quei debiti nel sud ammontava a più della metà del carico d’interessi di quel tipo in tutto il Paese.

Quindi, non solo vennero azzerate tutte le possibili propensioni al l’investimento, ma -per questa via -si ridusse lo stesso spazio della piccola e media proprietà a tutto vantaggio del latifondo orientato a colture estensive da rapina delle capacità dei terreni.

Come già anticipato, l’effetto della torchiata fiscale non risparmiò gli immobili “urbani” (le virgolette riguardanti l’aggettivo esprimono tutta la particolarità della “cura” per il sud da parte dell’Italla unita),

Infatti, nei primi quarant’anni di Unità il rapporto nazionale di valore fra proprietà edilizia e proprietà fondiaria era di 23 a 100. Con questo parametro ­che, si badi bene, deriva da un rapporto nazionale, che, di per sé, già esprime una “media” del Paese -nel Mezzogiorno il gettito garantito dalla proprietà edilizia avrebbe dovuto essere al massimo pari al 23% del gettito fornito dalla proprietà fondiaria nell’intero Paese.

Ed, invece, no: l’imposta pagata a sud dalla proprietà edilizia era complessivamente pari al 70% (più di tre volte superiore al rapporto “medio” nazionale) del gettito complessivo fornito dalla proprietà fondiaria; a sua volta espressione -come si è prima constatato -di aliquote gravemente sperequate (se l’aggettivo non fosse inadeguato in sé) in danno del sud.

Questa “chicca” venne realizzata senza dover ricorrere neppure ad una norma “speciale” (provvisoria o stabile) ma solo usufruendo della circostanza che la popolazione nel nord risiedeva in campagna (e, dunque, la casa diveniva pertinenza dei fondi rustici e rientrava nell’imposta fondiaria) mentre a sud i contadini vivevano nei borghi rurali (e, dunque, pagavano l’imposta sui fabbricati come se si trattasse di case di città).

Sorvolando anche sul non trascurabile dettaglio che in questo modo a sud si colpivano più facilmente i conduttori diretti che erano più numerosi, e a nord e nel centro i molto meno numerosi proprietari agrari, questo meccanismo di imposta sui fabbricati produceva l’assurdo che, ancora nel 1901, 418mila foggiani (prevalentemente rurali) pagavano di imposta sui fabbricati, in cifra secca, 80 mila lire annue in più di quanto pagassero 576mila comaschi (zona che -specie dopo 40 anni dall’azzeramento delle seterie meridionali -aveva fatto registrare un notevolissimo sviluppo industriale).

Furono necessarie ben due leggi speciali -nel 1906 per il Mezzogiorno continentale e nel 1908 per la Sicilia -per “prendere atto” che un borgo rurale era un borgo rurale né più né meno di tre case in campagna, e che, dunque, a sud andava trattato “come” a nord: ma, ormai, nel primo decennio del ‘900 l’operazione di drenaggio fiscale durata mezzo secolo nel sud era pressoché conclusa, nulla più c’era da prelevare e si poteva -sia pure in forma “speciale” ­fare ritorno alla logica elementare.

Un ritorno alla logica elementare che non manca di una tragica comicità, sol che si rifletta sul fatto che quelle due leggi passano ancora oggi -nella letteratura corrente -come leggi speciali “in favore del sud”!

Dovrebbe, a questo punto, essere solare la drammaticità dell’impatto prodotto da una tale logica di gestione dell’Unità sulla struttura produttiva del sud.

Ed è da sottolineare che -fin qui -s’è voluto deliberatamente limitare ogni riferimento agli effetti del regime fiscale per forme di imposta esistenti nel Mezzogiorno anche in regime borbonico, al solo fine di sfatare un’altra leggenda risorgimentale che purtroppo è stata robustamente -non meno che illogicamente -avallata anche da chi, come i meridionalisti, dichiarava di voler “studiare, per comprendere, la realtà del sud”.

Questa 1ezione” risorgimentale sosteneva, infatti, che l’impatto negativo del Mezzogiorno con il “moderno” regime fiscale dell’Italia unita fosse dovuto essenzialmente alla diversità fra il passato sistema fiscale (quello borbonico) che colpiva le “cose” e quello da “società aperta e libera” che colpiva il “reddito delle persone”, dunque la capacità di produrre.

Ma, se i danneggiamenti terribili del sistema produttivo meridionale sono cosi macroscopici ed evidenti anche limitandosi ai tipi di imposte esistenti in periodo borbonico e riguardanti le “cose”; se quei danni sono tanto chiaramente sufficienti ed idonei ad inaridire -da soli -in mezzo secolo qualunque economia d’area soggetta ad una compressione fiscale di quella portata, dovrebbe proprio risultare solare la falsità strumentale della lezione risorgimentale, e dovrebbe essere dissipato ogni dubbio sul significato “antiunificante” della gestione “unitaria” dello Stato.

Un effetto antiunificante che trova, ovviamente, puntuale conferma se si passa ad analizzare l’altra parte (quella formalmente “innovativa” rispetto al passato) del “moderno-regime fiscale unitario. Un’analisi che fa veramente ritenere farisaica la conclamata volontà unitaria di “promuovere” il libero scambio; giacché è assurdo pretendere di voler promuovere qualche cosa che si rende impossibile (lo scambio) attraverso l’inaridimento delle stesse possibilità economiche di un’area.

Si allude alla triade impositiva sulla ricchezza mobile, sugli affari e sulle successioni: imposte che costituirono, per il sud, assolute novità. La solita leggenda risorgimentale fa notare che l’imposta di ricchezza mobile -introdotta a sud a partire dal 1867 -valeva per tutti i cittadini italiani e, dunque, nessun trattamento di particolare penalizzazione sarebbe stato imposto al sud. Affermazione, in teoria, assolutamente incontestabile, se non fosse stata contraddetta -come chi diceva di studiare la realtà del sud avrebbe dovuto subito rilevare -dalla realtà fattuale.

Infatti, che un contadino del nord avesse un reddito gravato dalla stessa aliquota che si applicava ad un contadino del sud sembrerebbe ovvio, se non fosse sostanzialmente non vero, perché il contadino del sud pagava due volte: una prima volta in modo diretto ed uguale al contadino del nord, una seconda volta in modo indiretto, ma non meno pesante e soprattutto riguardante solo lui.

L’effetto indiretto si produceva per due vie:

-con la contrazione del reddito dell’agricoltore causata dal fatto che il proprietario, strozzato (in modo fortemente sperequato a sud rispetto al nord) da fondiaria e imposta sui fabbricati, si rivaleva proporzionalmente sul reddito dello stesso contadino; con e su quel reddito sottratto all’agricoltore si pagava l’imposta (fin qui, il bilancio complessivo dell’imposizione sui redditi -per quanto iniquo e sperequato -si manteneva in pareggio almeno al livello di area: era il proprietario a pagare sulla quota di reddito su cui avrebbe pagato il contadino);

-con l’ulteriore contrazione di quel reddito dovuta alla circostanza che i proprietari erano costretti a far ricorso al credito (per gli effetti inaridenti prima ricordati della tassazione immobiliare) mediante strumenti -ipoteche e mutui ­a base immobiliare che non potevano sfuggire all’imposta di ricchezza mobile sugli interessi. Giacché gli intermediari creditizi finivano per far pagare tale imposta al debitore, quest’ultimo tendeva, fin dove possibile, a rifarsi sui contadino fonte del suo reddito. Questa seconda riduzione di reddito andava, in tal modo, puramente e semplicemente ad “incrementare” l’importo complessivo del prelievo derivante dall’imposta per quell’area.

La leggenda risorgimentale di fronte a queste obiezioni faceva rilevare che ­in ogni caso -la “proporzionale secca” operava sempre sui redditi, e che, dunque, se questi si riducevano per certe categorie di contribuenti, tale riduzione -in sé -non poteva ritenersi prodotta da quell’imposta.

E questa obiezione veniva sostenuta anche da quella parte del pensiero unitario che apertamente contestava I”‘equità” assurda di una imposta che riteneva che togliere 10 a chi aveva un reddito di 100 fosse la stessa cosa che togliere 100 a chi aveva un reddito di 1.000.

Quanto però fosse strumentale questo modo di leggere la gestione del mezzo fiscale Io si potrebbe già sufficientemente dedurre dal meccanismo -incrementale” innescato dagli effetti della ricchezza mobile sugli interessi riguardanti ipoteche e mutui. Per toccare con mano la pesantezza degli effetti per il sud di questa “indiretta7 sperequazione -che apparentemente sembrerebbe un’affermazione fondata su elucubrazioni tecniche in sé vere ma di scarsissimo peso effettuale -è sufficiente un semplice ma espressivo dato (manco a dirlo: pubblico e ufficiale).

Ancora nel 1901, e nonostante quarant’anni di Unità avessero ridotto l’incidenza del reddito meridionale ai 22123% di quello nazionale ­dimezzandone quasi il peso relativo rispetto al 1860 -il fisco italiano riusciva a prelevare a sud una quantità di imposta di ricchezza mobile (quel tipo di imposta che la leggenda voleva modernamente rivolta a colpire il reddito prodotto e non le cose) esattamente corrispondente al peso demografico del Mezzogiorno (35/37%).

Come dire che il Mezzogiorno al 1901 produceva un reddito pari al 22/23% di quello complessivo italiano, ma pagava imposte sul reddito pari al 35137% di tutte le imposte sul reddito percette in Italia. Un differenziale d’imposta, quindi, pari ad oltre il 60% (come se -oggi -a parità di reddito, si pagasse a Nord 100 ed a Sud 160!).

La causa di questo fatto non è né alchemica né ignota.

Essiccata la liquidità disponibile del sud (per via fiscale, attraverso la vendita dei beni ex ecclesiastici e per inaridimento delle possibilità di produrre) tutta la residua capacità reddituale del Mezzogiorno non poteva avere altro sbocco che quello avente rapporto -diretto o indiretto -con strumenti di produzione a base immobiliare; strumenti che non avevano più la possibilità di autofinanziare i propri bisogni ed erano costretti a ricorrere ad un credito sempre più caro determinato dalla fuga verso nord di tutti i capitali.

1 costi di questo tipo di credito “non” potevano sfuggire all’imposizione, mentre, invece, tutti i mezzi creditizi a base mobiliare -come i erediti al portatore -che erano praticabili dove i capitali erano fuggiti e dove era “consentita” una normale attività economica (cioè, a nord), potevano tranquillamente eludere o evadere l’imposta di ricchezza mobile.

Non c’è che dire: chi diceva di studiare il Mezzogiorno per capirlo, doveva essere un po’ distratto da qualche crisi mistica di adorazione dei dio/Unità, anche perché questi elementi furono cortesemente forniti a chiunque vi avesse sincero, o almeno attento, interesse da F.S. Nitti nell’opera, già prima ricordata, edita nel 1905.

Quanto poi abbia aggravato la situazione l’imposta di successione è facile immaginarlo, soprattutto considerando che:

-l’annichilimento sistemico delle possibilità di produzione manifatturiera;

-l’assorbimento “pubblico” di capitale disponibile tramite la vendita dei beni ex ecclesiastici;

-la tosatura fiscale del circolante residuo;

-le condizioni determinate e non spontanee (come prima documentato) agli impieghi produttivi nel nord causa il favore per i produttori di sicura fede ed ubicazione in zone sicuramente “nazionali”;

avevano rarefatto il capitale disponibile a sud ed esaltato il bisogno di credito per pagare le tasse ordinarie.

Figurarsi, in questo scenario, quando una vendita (imposta sugli affari) o una successione (mortis causa) facevano scattare un debito fiscale aggiuntivo: non era infrequente fosse necessario alienare tutto o parte del bene immobile o accendere ipoteche fondiarie con il ricorso, anche in questo caso, al credito. E con un onere debitorio che non poteva più fare assegnamento su fonti di reddito affidabili (si ricordi: bastava la decisione di costruire una strada per dimezzare -e solo a sud -il reddito d’impresa di un piccolo-medio imprenditore agricolo) e che, quindi, sia per la rarefazione del capitale che per l’accresciuto rischio di rientro, veniva a costare tanto, ma tanto di più (si ricordi il rapporto prima ricordato sul carico d’interessi su mutui fondiari a tutto sfavore del sud).

Ecco, dunque, come pure gli effetti indiretti dell’impesta successoria (di cui meglio si dirà appresso), misurati in termini di ricchezza mobile, produssero un ulteriore effetto sperequante per il Mezzogiorno, e come operarono per aprire il sud al moderno concetto di una società “libera e aperta” alle possibilità represse da secoli di sfruttamento!

Quanto, infine, all’imposta sugli affari, è sufficiente notare la facilità al tempo (pacificamente ammessa da tutti) di elusione ed evasione sui contratti “mobiliari”, condizione che non riguardava, ovviamente, quelli a base “immobiliare”.

Alla luce di quanto fin qui ricordato circa gli effetti della tassazione fondiaria, sugli immobili, di ricchezza mobile e di successione, è chiaro che la stessa rarefazione di capitale circolante rendeva (tranne che attraverso l’usura) praticamente inesistente nel sud l’istituto del credito al portatore; dunque il sud non aveva la possibilità neppure di eludere o evadere le tasse sui propri affari necessitatamene a base immobiliare, mentre la procacciata eccezionale disponibilità di capitale nel nord vi fece sviluppare il credito al portatore che bellamente evadeva l’imposta sugli affari (si pensi che, sempre nel 1901, venne stimata una circolazione nel nord di quasi 15 miliardi del tempo per crediti al portatore) e consentiva altre forme di elusione.

La spirale di impoverimento del sud per via fiscale, doveva avere una chicca conclusiva all’altezza della situazione: venne trovata nelle spese di riscossione” delle imposte.

Anche qui la leggenda risorgimentale ha costruito una spiegazione pietistica e piagnona sulle colpe del “passato regime”: la carenza di vie di comunicazione.

Come dire: se oggi la riscossione costa di più a sud che a nord, la colpa è della mancanza di strade; dunque, è colpa dei Borbone questa ulteriore tassa sulla miseria.

La leggenda risorgimentale, naturalmente, glissava sulla circostanza che sotto i Borbone la riscossione delle imposte costava motto di meno anche se ­ed anche su questo la leggenda glissava -le strade erano le stesse, per il semplice fatto che in quarant’anni nulla era stato fatto di qualche significato in termini di strade (come è facilmente intuibile per il fatto che i lavori pubblici erano “una parte” di quel complessivo 5% del pubblico bilancio che nel sud veniva destinato anche a giustizia, sicurezza ed istruzione).

Si noti bene che volutamente si è omesso dall’analisi dell’impatto fiscale unitario sulle strutture produttive del sud ogni riferimento al “focatico” (leggi: tassa di famiglia) pagata pro capite e senza altro riferimento reddituale e/o patrimoniale, perché colpiva indifferentemente il contadino meridionale come quello della Valtellina: anche se sarebbe stato facile notare che, a sud, “pioveva sul bagnato”.

Una notazione a parte però meritano le imposte di consumo. Queste sostituirono i dazi comunali del precedente regime fiscale e conobbero due fasi ben distinte: fino al 1894 furono percette dallo Stato; da quell’anno in poi furono percette dai Comuni, restando allo Stato la sola individuazione dei beni da tassare.

Per comprendere bene come venne fatta funzionare quest’imposta bastino due semplici dati rilevati, per il 1874, da Franchetti.

Circa 780mila rurali (come il fascismo chiamò i contadini) siciliani pagavano, in cifra secca, quasi il 30% in più di quanto pagassero 1.562.000 rurali toscani (Toscana assunta come “media” nazionale): quindi, in media un contadino siciliano versava in imposte di consumo una cifra pari al 250% di quella pagata da un contadino toscano.

Ma quel che sorprende di più è il constatare che i 780mila siciliani avevano potenziali di produzione (cioè, una disponibilità economica di mezzi di produzione misurabile tecnicamente sulla consistenza, in valore assoluto, di beni su cui era riesercitabile l’imposizione della sovrimposta fondiaria) di valore pari o appena superiore, in media, al 20% di quella dei contadini toscani.

Ciò significa che con potenziali produttivi pari, in termini di valore assoluto, ad un quinto di quelli dei colleghi toscani, i contadini siciliani pagavano 2 volte e mezzo la cifra pagata dai toscani: che è come dire -in termini esemplificativi -che un contadino toscano conduttore di un fondo del “valore produttivo” di 100 pagava 10 ed uno siciliano conduttore di un fondo del valore produttivo di 20 ne pagava 25. Sembra una barzelletta, uno scherzo stupido dei buontempone di turno, una serie di errori di stampa: ed invece è la realtà certificata -e da tempo -dagli atti ufficiali e pubblici sul fisco unitario.

La situazione -ancora una volta, per il sud e solo per il sud -peggiorò ulteriormente quando i dazi di consumo (quelli unitari, naturalmente, che finora sono stati definiti imposta di consumo per distinguerli meglio da quelli del regime fiscale borbonico) su grano, farina e pasta di frumento (per vero, aboliti -nella forma di tassa sul macinato -da Garibaldi nel 1860 ma ripristinati già nel 1868) dopo essere passati ai Comuni nel 1894 vennero aboliti nel 1902 e sostituiti con dazi di consumo sulla sola frutta. Infatti, come è solare, in quel tempo il dazio di consumo sulla frutta significava dazio di consumo “solo e soltanto” per il sud da cui veniva praticamente tutta la frutta commerciabile d’Italia.  

Non c’è che dire: uno splendido ed efficace disincentivo fiscale per il Mezzogiorno.

Ma siccome l’assunto della leggenda risorgimentale è sempre la volontà di aprire il Paese al vento della libertà ed alle opportunità del libero scambio, compresso dalla vessatoria gestione del passato, la chicca maggiore in tema di dazi di consumo riguarda la comparazione fra i dazi 1860 e quelli che si registrarono al 1900. Secondo i calcoli di G. Salvemini, in 40 anni i dazi gravanti pro capite salirono nel Paese di più del doppio (ed abbiamo già evidenziato con quanta sperequazione a danno del sud).

Non c’è che dire: un risultato perfettamente in linea con la volontà di chi “dichiarava” di voler rimuovere gli “ostacoli” alla libertà di scambio nella “nuova” realtà statale; una nuova realtà che si poneva a “modello” soprattutto per i poveri meridionali colpiti, nel passato, da linee governative che nell’uso del dazio davano tutta la misura della loro “illiberalità”! Solo l’ironia può salvare la serenità dell’osservatore d’oggi: cui non resta altra possibilità di giudizio sulla liberalità unitaria che il più classico ex opera tua te judico.

Circa l’imposta di successione -prima sconosciuta a sud -non occorrono particolari dettagli numerici per comprendere l’effetto ultimativo di drenaggio della liquidità su di un apparato produttivo già immiserito da fondiaria, ricchezza mobile e dazi di consumo gestiti, oltre tutto e tutti, con criteri cosi sperequatamente danneggianti il Mezzogiorno.

Ma una notazione generale su quest’ultima imposta è doverosa in un contesto espositivo dedicato pur sempre alla linea di “smedievalizzazione” del sud contrabbandata dagli unitari. La leggenda risorgimentale, infatti, ha tramandato (anche fino ai nostri giorni, e non necessariamente a fini di indagini di tipo puramente speculativo) la ‘1ezione” liberale sulla natura dell’imposta successoria.

Secondo la leggenda, l’imposta di successione rappresentava lo strumento “simbolo” del passaggio dal feudalesimo alla libertà, nel senso che uno Stato 1ibero” colpiva i patrimoni formatisi in regime di privilegio, con l’obiettivo di far ricadere a vantaggio della comunità quote progressive di quella ricchezza.

Teoricamente, dunque, l’imposta di successione nacque come “imposta a termine”, nel senso che, esauriti gli effetti patrimoniali dei privilegi feudali, essa non avrebbe più avuto alcuna funzione di riequilibrio. Ma è ben nota l’evoluzione finalistica dell’istituto: quando non ci furono più privilegi feudali da riequilibrare a vantaggio della collettività ecco che ne fu coniata l’evoluzione a strumento riequilibratore della ricchezza patrimoniale tout court (un riequilibrio eliminato dall’ordinamento italiano nel 2001, ad appena 141 anni dall’inizio della “smedievalizzazione” unitaria dei sud).

Sorvolando sulla incongruenza concettuale di tale evoluzione che rinvierebbe gli assunti benefici per la comunità solo al momento della successione nei patrimoni e non interverrebbe minimamente sulla fase in cui i patrimoni si formano (che è come dire: l’incongruenza del pensiero liberale cui ripugnava la ed. tassa patrimoniale sistemica, lesiva della sacralità della proprietà, ma poi avrebbe voluto salvarsi l’anima con l’equità successoria) nonché sulla incomprensibilità assoluta di una imposta che è perfettamente eludibile per i beni mobili, soprattutto al portatore, ma implacabilmente precisa per tutti i beni immobili ed assimilati, ci si sarebbe -almeno -aspettato, soprattutto nel XIX secolo per la vicinanza diretta con l’abolizione del sistema feudale, di registrare, in termini concretamente percepibili, l’utilizzo dei mezzi acquisiti dallo Stato attraverso l’imposta successoria, come “riequilibratori” della ricchezza del Paese.

Non fu cosi, a meno di ritenere l’incremento di spese militari come strumento principe per fare gli interessi della Nazione.

In ogni caso, anche a voler sorvolare su queste incongruenze ed incomprensibilità teoriche, un fatto è certo. E cioè, che attraverso la fortissima sperequazione, denunciata da Nitti fin dal 1905 sulla base di dati pubblici ed ufficiali, tra gettito fiscale del sud e spese pubbliche sostenute nel sud durante i primi 40 anni di governo unitario, il riequilibrio nella distribuzione di ricchezza del Paese di cui “sicuramente godette” il Mezzogiorno fu nel senso di aver versato in media -per ciascuno di quei 40 anni 100 di imposte per ricevere non più di 70 in termini di spesa pubblica (e di queste 70 una quota non inferiore al 50% andata in spese militari, quando non in spese per “pagarsi” lo stato d’assedio per 10 anni) a fronte di cifre largamente superiori a 100 destinate -in media -alle regioni settentrionali e, dal 1870 in poi, al Lazio, con la sola eccezione del Piemonte, ampiamente bilanciata, però, dall’avanzo di spesa pubblica, rispetto al gettito fiscale, di cui godette la Liguria: un riequilibrio negativo e sottrattivo di risorse prodotte oltre che di ricchezza accumulata e disponibile.

Ecco, dunque ed in conclusione, i fatti concludenti in cui si sostanziò lo sforzo degli unitari per “smedievalizzare” il Mezzogiorno:

-inaridimento delle fonti di produzione;

-prelievo dei circolante accumulato (50% con la vendita dei beni ex ecclesiastici, 50% attraverso i “differenziali” sperequanti del prelievo fiscale);

-inasprimento dei dazi interni;

-concentrazione della ricchezza residua nelle mani di chi a sud aveva già da prima teso a trasformare il medio evo “formale” in medio evo -sostanziale-;

-concentrazione dell’apparato manifatturiero in zone ed uomini di più sicura “fede nazionale”. 

Aldo Servidio

 

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