Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

L’impresa di Ruffo come descritta nel Monitore Napoletano di Eleonora Fonseca Pimentel

Posted by on Giu 22, 2026

L’impresa di Ruffo come descritta nel Monitore Napoletano di Eleonora Fonseca Pimentel

Giuseppe Gangemi

Il 29 gennaio 1799, comincia a circolare per le strade di Napoli un volantino che annuncia la prossima pubblicazione d’un foglio il cui intento è quello di rendere “conto di tutte le operazioni governative” dei giacobini. Il titolo, Monitore Napoletano, richiamava esplicitamente l’omonimo periodico parigino, avidamente seguito e letto nella cerchia degli intellettuali partenopei di fede rivoluzionaria. È stato istituito per volontà del governo: secondo Mario Battaglini, anzi, il suo fondatore è da identificarsi nientemeno che nel primo presidente del Governo provvisorio in persona, Carlo Lauberg.

Sabato 14 Piovoso (2 febbraio 1799), con un giorno di anticipo rispetto a quanto annunciato, il Monitore Napoletano esce dai torchi della tipografia di Gennaro Giaccio, il quale firma il periodico, con qualche eccezione, dal I al XXV numero; successivamente, però, la stampa viene curata dalla Tipografia Nazionale. 

A partire dal 9 maggio, Eleonora de Fonseca Pimentel ne assume il ruolo di esclusiva e diretta responsabile. La famosa “patriota”, tuttavia, compare già come redattrice – pressoché unica – sin dall’avviso del 29 gennaio. Il giornale viene pubblicato due volte la settimana, martedì e sabato. Ciascun numero è costituito da quattro pagine – tranne l’ultimo che ne ha sei.

Numero 1, 2 febbraio 1799, Eleonora Fonseca Pimentel confessa orgogliosamente una propria azione mostruosa: “Dalle ore 21, in poi incominciaron i Francesi a retrocedere lentamente così proseguendo quasi per un’ora e mezza … osservato il loro movimento retrogrado, furono in loro protezione sparati de’ colpi a palla e sopra coloro, che resistevano a Poggioreale, e sopra coloro, che resistevano a Foria, e che di fatti dall’alto del castello si videro subito aprirsi, e sparpagliarsi … Quelli tra i Patrioti, che rimasti in Napoli poterono nascondersi alla plebe ed armarsi, unitisi in varj siti coadjuvarono da diverse parti l’entrata dell’armata Francese, sparando sull’ammutinata plebe, … e di tanto in tanto rinnovò Sant’Eramo opportunamente i suoi tiri a palla”. Mostruose quelle cannonate dei patrioti perché aprirono la strada ai Francesi che avanzarono nei quartieri poveri “affondando i piedi nel sangue di almeno ventimila [Lazzaroni], uccisi a forza di cannonate e baionettate” (Thiebault 143-144).

Numero 8, 26 febbraio 1799: Pimentel utilizza l’epiteto “mostro” per indicare Fabrizio Ruffo: “Il cardinal mostro, con altra masnada è sbarcato al Pizzo”. Il termine mostro viene ribadito nei numeri dei giorni 2 marzo, 30 marzo e 20 aprile. L’aggettivo mostruoso viene attribuito ancora a Ruffo il 9 maggio. Il termine mostro e mostruoso viene attribuito anche a Ferdinando IV e alla situazione e al governo del Regno di Napoli. Il primo ministro viene chiamato “l’infame Acton, obbrobio della specie umana” (numero 3, 9 febbraio).

Numero 6, 19 febbraio: “il Cardinal Ruffo, i feudi della cui famiglia sono nelle Calabrie, o portando, o dicendo portare diploma di Vicerè, se n’era passato colà per far genti ed armi, ma si crede di certo arrestato già in Reggio; pur lo sia o non lo sia, poco monta”. Tanto, stiamo parlando di un brigante ed è partito a catturarlo un “buon corpo francese” (Monitore Napoletano).

Secondo l’analisi storica di Benedetto Croce è con la rivoluzione del 1799 a Napoli che nasce in Italia il giornalismo politico. Peccato che quella nascita produca un tipo di giornalismo che non è mai stato desideroso di distinguere i fatti dalle opinioni. La demonizzazione dell’avversario è stata la sua regola (vedi il concetto di mostro affibbiato ai nemici) e soprattutto la negazione dei fatti veri e il frequente utilizzo di fatti falsi. Infatti, il germinale Monitore Napoletano, il più efficace strumento di giornalismo giacobino, è nato nel 1799 mentitore e ha dato forma e struttura non solo all’informazione nel 1799, ma anche a quella di tutto il Risorgimento e ancora ne risente quella di oggi.

Pimentel sembra colta da un improvviso quanto cospicuo strabismo, che le fa dichiarare che è stata fermata l’avanzata, invece fattasi irresistibile, del Vicario di Ferdinando IV. Numero 15, 30 marzo, scrive: “Si è inoltre sparsa la voce, [che la nostra] Cavalleria abbia pienamente disfatti i pochi briganti assoldati dal Card. Mostro, vale a dire il Card. Ruffo”.

Il capolavoro di Pimentel è, tuttavia, la balla nel numero 23 del 27 aprile: “È un pezzo, che il Cardinal Mostro ognuno intende il Cardinal Ruffo, creatosi di propria autorità Papa, si fa chiamar Urbano IX … sua non Santità si affacciò per una oblazione de’ fedeli a Rossano, cioè per darli il sacco. La fedelissima, e veramente devota comune rese cento per uno tiri di fucile a sua Santità, e fece man bassa su’ suoi sgherri santissimi”. Ovviamente, il cardinale Ruffo non si è mai proclamato papa ed entra a Rossano l’11 aprile chiamato dai Rossanesi sollevatesi prima del suo arrivo. Vi si trattiene quattro giorni. Ovviamente, non c’è stato alcun saccheggio della città.

Il 5 giugno, dopo il resoconto catastrofico delle spedizioni militari contro l’armata della Santa Fede, Pimentel scrive: “non si volle tralasciar domenica sera di celebrare le vittorie francesi. Vi fu cantata correlativa al teatro del Fondo … e festa di ballo nel teatro nazionale”. Il diarista Carlo De Nicola commenta: “Si crederebbe? mentre si annunziano tali feste, e si fa illuminazione, Napoli è stretta dagl’insorgenti, è vicina ad una rivoluzione, e se non altro, ad essere affamata. Più oggi stesso è venuto fuggendo il residuo di una colonna di truppa partita ieri” (1906, I, 163). Nuova annotazione il giorno successivo, quando l’illuminazione viene ripetuta: De Nicola riferisce i commenti di alcuni soldati ritiratisi precipitosamente nella capitale. Alla vista delle luminarie, essi “domandarono se quella illuminazione facevasi per le mazzate [che] avevano ricevute, o per la loro fuga” (1906, I, 166).

Nel trentacinquesimo e ultimo numero (8 giugno), la “marchesa rivoluzionaria” non riesce ancora a riconoscere la realtà e dichiara: “Continua [Napoli] a godere della maggior tranquillità”. Cosa che farebbe pensare che la situazione è sotto controllo. Peccato che il giorno prima il generale Girardon, da Capua, abbia riconosciuto che “la Repubblica [è] limitata a Napoli e alle fortezze” (2000, CXXII).

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.