L’impresa di Ruffo come descritta nel Monitore Napoletano di Eleonora Fonseca Pimentel
Giuseppe Gangemi
Il 29 gennaio 1799, comincia a circolare per le strade di Napoli un volantino che annuncia la prossima pubblicazione d’un foglio il cui intento è quello di rendere “conto di tutte le operazioni governative” dei giacobini. Il titolo, Monitore Napoletano, richiamava esplicitamente l’omonimo periodico parigino, avidamente seguito e letto nella cerchia degli intellettuali partenopei di fede rivoluzionaria. È stato istituito per volontà del governo: secondo Mario Battaglini, anzi, il suo fondatore è da identificarsi nientemeno che nel primo presidente del Governo provvisorio in persona, Carlo Lauberg.
Sabato 14 Piovoso (2 febbraio 1799), con un giorno di anticipo rispetto a quanto annunciato, il Monitore Napoletano esce dai torchi della tipografia di Gennaro Giaccio, il quale firma il periodico, con qualche eccezione, dal I al XXV numero; successivamente, però, la stampa viene curata dalla Tipografia Nazionale.
A partire dal 9 maggio, Eleonora de Fonseca Pimentel ne assume il ruolo di esclusiva e diretta responsabile. La famosa “patriota”, tuttavia, compare già come redattrice – pressoché unica – sin dall’avviso del 29 gennaio. Il giornale viene pubblicato due volte la settimana, martedì e sabato. Ciascun numero è costituito da quattro pagine – tranne l’ultimo che ne ha sei.
Numero 1, 2 febbraio 1799, Eleonora Fonseca Pimentel confessa orgogliosamente una propria azione mostruosa: “Dalle ore 21, in poi incominciaron i Francesi a retrocedere lentamente così proseguendo quasi per un’ora e mezza … osservato il loro movimento retrogrado, furono in loro protezione sparati de’ colpi a palla e sopra coloro, che resistevano a Poggioreale, e sopra coloro, che resistevano a Foria, e che di fatti dall’alto del castello si videro subito aprirsi, e sparpagliarsi … Quelli tra i Patrioti, che rimasti in Napoli poterono nascondersi alla plebe ed armarsi, unitisi in varj siti coadjuvarono da diverse parti l’entrata dell’armata Francese, sparando sull’ammutinata plebe, … e di tanto in tanto rinnovò Sant’Eramo opportunamente i suoi tiri a palla”. Mostruose quelle cannonate dei patrioti perché aprirono la strada ai Francesi che avanzarono nei quartieri poveri “affondando i piedi nel sangue di almeno ventimila [Lazzaroni], uccisi a forza di cannonate e baionettate” (Thiebault 143-144).
Numero 8, 26 febbraio 1799: Pimentel utilizza l’epiteto “mostro” per indicare Fabrizio Ruffo: “Il cardinal mostro, con altra masnada è sbarcato al Pizzo”. Il termine mostro viene ribadito nei numeri dei giorni 2 marzo, 30 marzo e 20 aprile. L’aggettivo mostruoso viene attribuito ancora a Ruffo il 9 maggio. Il termine mostro e mostruoso viene attribuito anche a Ferdinando IV e alla situazione e al governo del Regno di Napoli. Il primo ministro viene chiamato “l’infame Acton, obbrobio della specie umana” (numero 3, 9 febbraio).
Numero 6, 19 febbraio: “il Cardinal Ruffo, i feudi della cui famiglia sono nelle Calabrie, o portando, o dicendo portare diploma di Vicerè, se n’era passato colà per far genti ed armi, ma si crede di certo arrestato già in Reggio; pur lo sia o non lo sia, poco monta”. Tanto, stiamo parlando di un brigante ed è partito a catturarlo un “buon corpo francese” (Monitore Napoletano).
Secondo l’analisi storica di Benedetto Croce è con la rivoluzione del 1799 a Napoli che nasce in Italia il giornalismo politico. Peccato che quella nascita produca un tipo di giornalismo che non è mai stato desideroso di distinguere i fatti dalle opinioni. La demonizzazione dell’avversario è stata la sua regola (vedi il concetto di mostro affibbiato ai nemici) e soprattutto la negazione dei fatti veri e il frequente utilizzo di fatti falsi. Infatti, il germinale Monitore Napoletano, il più efficace strumento di giornalismo giacobino, è nato nel 1799 mentitore e ha dato forma e struttura non solo all’informazione nel 1799, ma anche a quella di tutto il Risorgimento e ancora ne risente quella di oggi.
Pimentel sembra colta da un improvviso quanto cospicuo strabismo, che le fa dichiarare che è stata fermata l’avanzata, invece fattasi irresistibile, del Vicario di Ferdinando IV. Numero 15, 30 marzo, scrive: “Si è inoltre sparsa la voce, [che la nostra] Cavalleria abbia pienamente disfatti i pochi briganti assoldati dal Card. Mostro, vale a dire il Card. Ruffo”.
Il capolavoro di Pimentel è, tuttavia, la balla nel numero 23 del 27 aprile: “È un pezzo, che il Cardinal Mostro ognuno intende il Cardinal Ruffo, creatosi di propria autorità Papa, si fa chiamar Urbano IX … sua non Santità si affacciò per una oblazione de’ fedeli a Rossano, cioè per darli il sacco. La fedelissima, e veramente devota comune rese cento per uno tiri di fucile a sua Santità, e fece man bassa su’ suoi sgherri santissimi”. Ovviamente, il cardinale Ruffo non si è mai proclamato papa ed entra a Rossano l’11 aprile chiamato dai Rossanesi sollevatesi prima del suo arrivo. Vi si trattiene quattro giorni. Ovviamente, non c’è stato alcun saccheggio della città.
Il 5 giugno, dopo il resoconto catastrofico delle spedizioni militari contro l’armata della Santa Fede, Pimentel scrive: “non si volle tralasciar domenica sera di celebrare le vittorie francesi. Vi fu cantata correlativa al teatro del Fondo … e festa di ballo nel teatro nazionale”. Il diarista Carlo De Nicola commenta: “Si crederebbe? mentre si annunziano tali feste, e si fa illuminazione, Napoli è stretta dagl’insorgenti, è vicina ad una rivoluzione, e se non altro, ad essere affamata. Più oggi stesso è venuto fuggendo il residuo di una colonna di truppa partita ieri” (1906, I, 163). Nuova annotazione il giorno successivo, quando l’illuminazione viene ripetuta: De Nicola riferisce i commenti di alcuni soldati ritiratisi precipitosamente nella capitale. Alla vista delle luminarie, essi “domandarono se quella illuminazione facevasi per le mazzate [che] avevano ricevute, o per la loro fuga” (1906, I, 166).
Nel trentacinquesimo e ultimo numero (8 giugno), la “marchesa rivoluzionaria” non riesce ancora a riconoscere la realtà e dichiara: “Continua [Napoli] a godere della maggior tranquillità”. Cosa che farebbe pensare che la situazione è sotto controllo. Peccato che il giorno prima il generale Girardon, da Capua, abbia riconosciuto che “la Repubblica [è] limitata a Napoli e alle fortezze” (2000, CXXII).


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