L’impresa di Ruffo nella visione di Ferdinando IV e Carolina e dei suoi ministri
Giuseppe Gangemi
Il Re e la Regina concedono tutto sulla carta perché hanno paura che Messina cada e, con essa, tutta la Sicilia. Fa loro comodo che un gruppo di velleitari o inconsapevoli faccia da muro o ritardi quello che più temono e che, a volte, considerano inevitabile.
Giorno 28 di gennaio, cioè tre giorni dopo la partenza del cardinale da Palermo, la Regina scrive: “Io fido poco nella buona riuscita del Ruffo, che deve conservarci le provincie ancora rimasteci, e rifacendosi dalla Calabria ricondurle alla fedeltà e alla lotta per la buona causa; perché io scorgo il disegno pur troppo ben condotto dei nostri avversarj, che riuscirà compiutamente e ci renderà infelici. Ho la trista convinzione, che quando il regno di Napoli sarà in rivoluzione da un capo all’altro, la Sicilia non tarderà a seguire il cattivo esempio, e tal rivoluzione sarà sfrenata e selvaggia; son persuasa che nessuno di noi ne uscirà con la vita salva” (Helfert 1885, 96-97). “lo mi corico la sera”, scrive ella a Vienna, “e mi alzo la mattina sempre con la paura di sentire che Messina è perduta; perché questa perdita si tirerebbe dietro quella di tutto il regno” (Helfert 1885, 98). Re e Regina parlano spesso tra loro di dove sarebbe loro convenuto fuggire: “Ferdinando pensava all’Inghilterra, che a lei, per più d’ un motivo, non andava a genio; ella preferiva, quando fosse necessario cercare scampo in paese straniero, Pera o Costantinopoli” (Helfert 1885, 97).
La motivazione di alcuni della corte è anche peggiore: “Acton, numerosi ministri e alti cortigiani appoggia[no] immediatamente il progetto con la segreta speranza che fallis[ca] e segn[i] la fine di uno scomodo e temibile avversario politico” (Casaburi 2003, 85-86).
Questo prima che il “velleitario” Ruffo cominci a mietere successi. A quel punto, appaiono nuove gravissime dissonanze tra le strategie militari di sovrani e ministri. Questi ultimi contestano a Ruffo proprio il punto centrale della strategia di Ruffo: la massima possibile clemenza come condizione indispensabile per ottenere ulteriori rinunce a combattere.
I primi contrasti si manifestano dopo l’assedio e la conquista di Crotone. È la prima città che resiste con ostinazione e lo stesso Ruffo ha sostenuto che la guerra “dovesse farsi ai Giacobini ostinati, i quali stessero con le armi in mano” (Sacchinelli 1836, 119). Crotone viene punita con il saccheggio e con condanne dei maggiori responsabili, quattro dei quali condannati anche a morte. Per i sovrani questo non è ancora sufficiente.
Il Re gli fa sapere, tramite Acton, che le condanne debbono essere a morte e all’esilio. Anche la Regina mostra il proprio disappunto. Entrambi si ripetono dopo l’emanazione del proclama che promette il perdono ai disertori. Il Re insiste richiedendo “per i ribelli pronto, militare, esemplare
castigo, premio ai buoni per animarli” (Casaburi 2003, 89). La cosa si ripete dopo l’editto di perdono generale (Casaburi 2003, 93).
A questo refrain costante Ruffo risponde spiegando e rispiegando la propria strategia: “Riguardo alle intenzioni di Sua Maestà relative alla punizione dei rei – scriveva convinto e risoluto al sovrano – non si puote essere così correnti, perché qualora non si facesse vedere la clemenza, i paesi ribelli avrebbero resistito assai più, ed io avevo bisogno di andare avanti con qualche sollecitudine” (Casaburi 2003, 93).
Forse è questo proprio il punto. Forse non era solo imprevisto, ma anche non era solo desiderato, che Ruffo riuscisse brillantemente nella sua impresa; desiderato era solo che egli frenasse il progressivo cedimento dei realisti che rischiava di portare il contagio giacobino a Messina e da qui a tutta l’isola. Solo così si possono spiegare alcune incomprensioni tra la Corte e Ruffo.
Innanzitutto i 500.000 ducati che il Re promette sarebbero stati disponibili a Messina e che, per ordine di Acton, il tesoriere Taccone dirotta a Francesco Pignatelli, non consegnandoli a Ruffo.
La storia si ripete: il 17 marzo, il tesoriere arriva a Catanzaro marina. Dovrebbe portare i 500.000 ducati promessi, ma non li ha. A giustificazione, mostra un fascio di carte che rivelano gli ordini segreti di sborsi fatti, da Acton, usando la cifra promessa. Ruffo invia al Re le carte che dimostrano l’operato del ministro, convinto che il Re non sappia niente o che disapprovi. Il Re non provvede a rimediare.
Quindi i conflitti createsi con il plenipotenziario di Ferdinando IV presso i Russi, cavaliere Antonio Micheroux. Il 31 maggio, Ruffo è ad Ascoli Satriano, provincia di Foggia. Qui incontra un battaglione russo, 500 uomini sbarcati, dopo tante promesse ed esitazioni, da pochi giorni. Ruffo incontra anche Micheroux. Rientrando verso Ariano, si muovono con questa formazione: avanti una colonna d’avanguardia che ha il compito di preparare le popolazioni all’arrivo dei Russi, di cui pochi si fidano: i Giacobini hanno sparso, con successo, la voce che siano galeotti travestiti da truppe straniere. Dietro i Russi, si muove Ruffo con la sua armata. Il 3 giugno, entrano ad Ariano Irpino e qui Ruffo si stacca dai Russi.
Rimasto con i Russi, Micheroux comincia a esautorare dalle loro cariche quanti sono stati nominati da Ruffo. “Si dette da fare e disfare a suo piacimento e, alle rimostranze dei destituiti, a mettere in dubbio la legittimità della spedizione del Cardinale” (Roncuzzi 2022, 174). I rimossi denunciano la cosa a Ruffo e questi ordina di restare nei loro incarichi. Si creano tensioni. Micheroux capisce che, a continuare la propria missione, che è quella di sostituire gli uomini troppo fedeli a Ruffo, lo farebbe a proprio rischio e pericolo. Si rifugia prontamente su una nave russa.
La terza incomprensione sorge quando viene il momento di attaccare Napoli. L’11 giugno, Ruffo è a Nola e si aggiungono a lui, oltre a quelle Russe, anche delle truppe turche, dato che la via di Napoli è aperta. Il Re avvisa Ruffo che il Principe Ereditario sta arrivando sulle navi inglesi. Proibisce “al Cardinale d’intraprendere alcuna operazione contro la capitale prima che arriv[i] la squadra inglese” (Sacchinelli 2020, 175). I Calabresi di Ruffo prevengono tutti prendendo l’iniziativa.


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