L’impresa grande e rivoluzionaria di Domenico Caracciolo, Viceré di Sicilia
Giuseppe Gangemi
Il grande storico siciliano Francesco Renda dedica un libretto a Domenico Caracciolo nel quale definisce grande impresa il di lui tentativo di operare una “resurrezione siciliana, per creare le basi necessarie allo sviluppo .. del Regno di Sicilia” (2010, 12).
Renda osserva che, esistendo nel Regno di Napoli già un Catasto, quello Onciario, Caracciolo avrebbe potuto limitarsi a estendere questo catasto alla Sicilia. Solo che “aveva una cultura europea. Prese perciò a modello il catasto già realizzato in Lombardia in modo che nella sua esecuzione si adottasse lo stesso metodo e si ottenessero gli stessi risultati della Lombardia. Ed era quel metodo, il Sud che agiva alla stessa maniera del Nord, la vera novità rivoluzionaria, cui i baroni siciliani opposero un accanito rifiuto” (2010, 12). Più avanti Renda mostra che, non sono solo i baroni siciliani ad opporsi. Più volte, è il re, Ferdinando III di Sicilia (IV di Napoli), a mettersi dalla parte dei nobili e bocciare le proposte di riforma.
Il 30 aprile 1782, Caracciolo presenta al Parlamento siciliano la legge per la riforma fiscale. Il Braccio militare ed ecclesiastico esprimono la loro contrarietà all’ipotesi “di sostituire una tassa unica, basata e proporzionata al reale possesso dei contribuenti, e di eliminare i complessi criteri di tassazione, che oltre a perpetuare abusi e sperequazioni inique, erano di pregiudizio alla ricchezza sia dei singoli che della Nazione” (Pontieri 1932, 229).
Caracciolo imposta la propria azione riformatrice al presupposto che il Catasto Onciario non abbia “affatto appagato i voti espressi dall’intellettualità napoletana fin dai crepuscoli del Settecento” (1932, 229). Per tutto il secolo, i riformatori napoletani sostengono che “le condizioni in cui la Spagna aveva lasciata la Lombardia [fossero] analoghe a quelle della Sicilia dei loro giorni” (1932, 231). E siccome questi vedono la Lombardia procedere verso un rapido sviluppo economico, si convincono che la Sicilia, con un identico Catasto, sarebbe proceduta nella stessa direzione. Caracciolo ritiene che la propria riforma contribuirebbe a smettere di sacrificare “al bene di un milione d’anime l’apparente profitto di circa settanta famiglie che possedevano feudo” (1932, 231).
Egli mette in discussione le esenzioni fiscali del Braccio ecclesiastico e il fatto che “il baronaggio si esime dal pagamento dei tributi, e perciò non sottopone a estimo, col pretesto d’essere obbligato al servizio militare” (1932, 233), le proprie terre. Egli contesta i nobili che giustificano il proprio privilegio fiscale con riferimenti ai Capitoli 420 e 488, emessi da Alfonso d’Aragona nel 1451-52, malgrado tutti sappiano che quei due capitoli esprimano esattamente l’opposto. Secondo Caracciolo, l’illegalità è diffusa in Sicilia e le esenzioni si sono trasformate in privilegi e abusi. È convinto che questo stato di cose cambierebbe introducendo il Catasto Teresiano che avrebbe contribuito a ripristinare l’antica legge del Regno che, dal periodo normanno-svevo ad Alfonso d’Aragona, stabiliva che “tutti i membri dello Stato contribuissero, in proporzione alle loro forze, ai pubblici pesi” (1932, 236).
Queste cose egli le ripete nel discorso pronunciato davanti al Parlamento e provoca la dura reazione di ecclesiastici e nobili. Ne segue un più duro contrasto tra il Viceré e i Bracci militare ed ecclesiastico siciliani, mentre re Ferdinando si schiera, più volte, dalla parte del “partito siculo” il cui esponente più rappresentativo è il siciliano Marchese della Sambuca, dal 1776, primo segretario di Stato a Napoli. Già Ferdinando si è schierato contro il proprio Viceré nel decidere la ripartizione delle imposte straordinarie per il terremoto del 1783. Ignorando questa cocente delusione, Caracciolo prosegue la propria lotta per la riforma del sistema fiscale e lo fa tenendo “un’insolita indipendenza di condotta rispetto ai supremi poteri di Napoli, che si limitò a informare soltanto a fatto compiuto, e, nello stesso tempo, accendendosi di meno e operando di più, fu di un’intransigenza che gli fece evitare discussioni e contrattempi” (1932, 273). Questo atteggiamento più deciso, spesso denunciato come autoritario dai suoi avversari, è conseguenza, in parte, della pregressa esperienza e, soprattutto, dal consenso popolare che va crescendo intorno alla sua politica. Consenso che produce una “valanga di ricorsi che inondò gli uffici vicereali … E qua si ricorre per le gabelle e i demani comunali usurpati, là si protesta contro le oppressioni e gli aggravi di altezzosi agenti feudali; ora son cittadini che invocano una meno iniqua ripartizione delle imposte locali, ora son altri che domandano la tutela e la restituzione alla propria università del mero e misto impero, subdolamente usurpato o contestato da questo o quel potente” (1932, 274-275). Su ognuno di questi punti, non connessi con il tema della riforma fiscale, Caracciolo propone a raffica riforme ed interventi. Tra queste proposte, significative le seguenti: la riforma amministrativa che istituisce elezioni di secondo grado (si eleggono persone che decideranno quali terne di candidati presentare all’approvazione sovrana); il progetto di cambiare il Monte di pignoramento frumentario, utilizzato dai proprietari per alzare il prezzo del grano, in un istituto di credito agrario che aiuti i contadini ad acquistare piccoli lotti di terreno coltivabile; la formazione di nuovi contratti agrari. Inoltre, intraprende altre iniziative che ha enunciato nel suo unico scritto pubblicato: Riflessioni sull’economia e l’estrazione dei frumenti della Sicilia fatte in occasione della carestia del 1784-1785.
Nobili e clero si difendono con una Memoria ragionata in favore de’ baroni …, anonima e mai pubblicata, che non sortisce alcun frutto, anche “perché la magistratura, divenuta consapevole della sua alta funzione ed elevata in prestigio, in autorità e decoro, si accostò alle idee innovatrici di Caracciolo, vale a dire subordinò gli interessi particolaristici ai diritti dello Stato ed alla libertà dei popoli” (1932, 281). La Memoria è consultabile presso la Biblioteca della Società di Storia Patria di Napoli.
Quando Caracciolo riesce a portare al Consiglio di Stato a Napoli la propria proposta di riforma fiscale, provoca una situazione di stallo in quanto ottiene tre voti a favore e tre voti contro. Di conseguenza, diventa decisivo il voto di re Ferdinando, che non si smentisce: vota contro la proposta del proprio Viceré, facendo naufragare il progetto.


invio in corso...


