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L’INVASIONE FRANCESE NEL SUD ITALIA FINO ALLA BATTAGLIA DI MAIDA DEL 1806

Posted by on Gen 25, 2022

L’INVASIONE FRANCESE NEL SUD ITALIA FINO ALLA BATTAGLIA DI MAIDA DEL 1806

Il 21 gennaio del 1793, i reali di Francia Luigi XVI e Maria Antonietta d’Austria, durante la Rivoluzione francese iniziata con la presa della Bastiglia il 14 luglio del 1789 e la conseguente caduta della monarchia francese, furono uccisi tramite ghigliottina. Il timore che il pericolo rivoluzionario potesse diffondersi anche nel Regno di Napoli e di Sicilia indusse Ferdinando IV e la consorte Maria Carolina d’Asburgo – Lorena ad attuare una politica di forte conservatorismo e antigiacobina. Il primo ministro John Acton allontanò tutti i cittadini francesi dalla città partenopea. Ferdinando IV aderì, inoltre, alla prima coalizione antifrancese.

Nonostante ciò, su iniziativa del farmacista Carlo Lauberg, si formarono a Napoli due società segrete rivoluzionarie: la prima, LOMO (Libertà o morte) simpatizzava per una futura monarchia costituzionale, la seconda, ROMO (Repubblica o morte) per una Repubblica democratica. I rivoluzionari furono, però, scoperti e ci furono quindi i primi arresti e le prime condanne a morte. Nel 1796 le truppe francesi, guidate dal generale Napoleone Bonaparte, iniziarono a riportare importanti successi nella Penisola italiana. Le armate napoletane, composte di circa 30.000 uomini, il 5 giugno furono costrette a firmare l’armistizio di Brescia. Nei due anni successivi i francesi continuarono a vincere e a proclamare le repubbliche giacobine: Ligure e Cisalpina nel 1797 e Romana nel 1798. Il 23 ottobre del 1798, nonostante l’armistizio di Brescia, il Regno borbonico entrò nuovamente in guerra contro i francesi che si trovavano nei pressi di Roma. Con l’appoggio della flotta inglese comandata dall’ammiraglio Horatio Nelson, vincitore della battaglia di  Abukir in Egitto, l’esercito napoletano, composto di 70.000 uomini al comando dal generale austriaco Karl von Mack Leiberich, entrò nella Repubblica Romana con l’intenzione dichiarata di ristabilire l’autorità  del Papa. Un’immediata e risoluta controffensiva francese, al comando del generale Jean Étienne Championnet, travolse l’esercito napoletano nella battaglia di Civita Castellana. Re Ferdinando IV tornò a Napoli precipitosamente e il 21 dicembre del 1798 si imbarcò di nascosto con tutta la famiglia sulla nave Vanguard dell’ammiraglio Horatio Nelson con direzione Palermo. Il re, prima della partenza, fece riempire le stive con il tesoro del Regno: oggetti preziosi per un valore di circa due milioni di sterline. Il viaggio verso la Sicila fu terribile e tempestoso e il piccolo principe Alberto Filippo, di appena sei anni, non resse alla navigazione e morì per le sofferenze. In realtà, Horatio Nelson si trovò coinvolto nella drammatica situazione partenopea casualmente: di ritorno dalla battaglia di Abukir si recò a Napoli per provvedere alla riparazione delle navi e ne rimase coinvolto. L’ammiraglio inglese decise allora di proteggere la coppia reale e di aiutarla nella fuga verso Palermo. Nella prima capitale del Regno del Sud il re e la regina furono accolti in modo trionfante dal popolo, anche con la speranza che la città potesse ritornare a essere la sede del Regno. Ferdinando IV, prima di partire per Palermo, affidò l’incarico di vicario generale al conte Francesco Pignatelli con l’ordine di distruggere la flotta in caso d’invasione francese. L’esercito borbonico fu costretto alla ritirata quando quello napoleonico entrò a Napoli il 23 gennaio 1799.

Così il conte Pignatelli dovette firmare, a Sparanise, un gravoso armistizio col generale Championnet. Dopo l’ingresso dei francesi a Napoli, il popolo della Capitale e una parte delle province insorsero contro l’avanzata dei transalpini. Il vicario del re abbandonò la città, ormai in preda all’anarchia e alla guerra civile.  Il 20 gennaio i lazzari, che ancora contendevano l’ingresso della città ai francesi, furono costretti a fuggire: circa 3.000 popolani antifrancesi furono uccisi negli scontri e moltissime persone furono condannate a morte e fucilate dopo sommari processi politici. Il 23 gennaio, con l’ausilio del comandante francese, fu proclamata la Repubblica napoletana. Nacque un governo provvisorio di venti membri, poi portato a venticinque; tra di essi Carlo LaubergIgnazio Ciaia, il giurista lucano Mario Pagano, Melchiorre DelficoDomenico CirilloPasquale BaffiCesare Paribelli. L’inizio della nuova Repubblica fu però in salita. I repubblicani, oltre a non conoscere i reali bisogni del popolo napoletano, furono frenati da un’autonomia sottoposta alla dittatura di Championnet e da difficoltà finanziarie. Infine, la repressione spietata contro gli oppositori del regime creò un difficile rapporto con il popolo. Il 7 febbraio, il cardinale Fabrizio Ruffo sbarcò, con l’assenso regio, in Calabria con una nave e sette uomini. In poco tempo riuscì a costituire un’armata popolare,“l’Esercito della Santa Fede”. Rapidamente si impadronì della Calabria, della Basilicata e poi  delle Puglie. Nell’esercito del Ruffo combatterono, pure, con metodi feroci diversi briganti come, Fra Diavolo, Mammone, Panedigrano e Sciarpa tanto che lo stesso Ruffo ne rimase contrariato. Il 1º aprile fu presentata a Napoli una “bozza di Costituzione”, realizzata da Mario Pagano, che ricalcava il modello di quella francese del 1793 che non trovò, però, applicazione a causa della breve vita della Repubblica. Il 25 aprile fu approvata la legge “dell’annullamento della feudalità”, che aboliva la feudalità nel Regno di Napoli. Anch’essa non trovò applicazione per la fine della Repubblica. Nel frattempo, una squadra navale inglese tentò, inutilmente, la conquista di Napoli dal mare. Dopo una breve occupazione dell’isola di Procida fu costretta al ritiro per l’avanzata delle navi al comando dall’ammiraglio Francesco Caracciolo, ex ufficiale della marina borbonica. Nel mese di aprile, i francesi, sconfitti nella parte settentrionale della penisola per opera degli Austro – Russi, furono costretti a ritirarsi, prima dalle province e il 7 maggio da Napoli. I repubblicani tentarono di difendersi da soli contro l’armata sanfedista che avanzava da Sud. Il 13 giugno la città partenopea fu riconquistata dalle armate del cardinale Ruffo nell’ultima battaglia al Ponte della Maddalena. Pochi giorni dopo, tra il 18 e il 22 giugno, si arresero gli ultimi repubblicani barricati a Castel dell’Ovo, a Castel Nuovo e a Castel Sant’Elmo. Ai repubblicani trincerati a Castel Sant’Elmo, il cardinale Fabrizio Ruffo offrì un’onorevole capitolazione, concedendo loro di optare per la fuga, seguendo le guarnigioni francesi. La Repubblica fu poi dichiarata decaduta l’8 luglio  del 1799 dal re Ferdinando IV . Nei mesi successivi, una giunta nominata dallo stesso re giudicò duramente i componenti della Repubblica napoletana: ci furono diverse condanne a morte, all’esilio e all’ergastolo, anche se dopo la pace di Firenze tra i sovrani napoletani e Napoleone molti giacobini furono graziati e fatti uscire dalle carceri. Nell’armistizio di Foligno del 18 febbraio 1801 fu confermato ufficialmente il Regno di Napoli alla dinastia borbonica. Così, dopo la pace di Amiens del 1802, stipulata dalle potenze europee, la corte  borbonica

tornò ufficialmente a Napoli. Due anni più tardi rientrarono nel regno i gesuiti. Nel 1805 i francesi ripresero, però, le ostilità disponendo un presidio militare in Puglia. Il 19 novembre dello stesso anno sbarcarono a Napoli 6.600 inglesi al comando del generale James Henry Craig e 13.000 russi al comando del gen. Francesco Antonio, conte di Lascy. Il 27 dicembre del 1805, dopo la vittoria francese di Austerlitz, del 2 dicembre 1805, contro l’esercito austro – russo, Napoleone decretò la caduta della dinastia dei Borbone nel Regno delle Due Sicilie ordinando al generale Andrea Massena, alla testa di un esercito di circa 40.000 uomini, d’invadere il Sud d’Italia. Le truppe francesi divise in tre corpi, uno al suo diretto comando, il secondo sotto il Reynier e il terzo formato da italiani settentrionali sotto il Lechi, entrarono nella città di Napoli il 14 febbraio. Contravvenendo al trattato di cooperazione tra le forze della terza coalizione, le truppe russe e inglesi avevano già abbandonato la parte continentale delle del Regno di Napoli al loro destino salpando, le prime per Corfù e le seconde per la Sicilia.

Le truppe inglesi erano pronte a riprendere le ostilità insieme all’esercito borbonico non avendo sottoscritto, come i russi e gli austriaci, il trattato di pace di Presburgo, odierna Bratislava, il 27 dicembre 1805. Francesco I, abbandonato dagli alleati, cercò di evitare inutili spargimenti di sangue cedendo le fortezze meno difendibili: Capua, Pescara e la stessa Napoli spostandosi con l’intero esercito, al comando del generale Roger de Damas, nelle Calabrie per organizzare la resistenza armata. Resistevano, più a Nord invece, le fortezze di Gaeta, al comando del principe d’Assia Philippstal, che cadrà poi il 19 luglio e Civitella del Tronto, al comando dell’irlandese Matteo Wade che capitolò il 21 maggio. Il Massena divise l’esercito e incaricò il Reynier di inseguire e annullare le forze napoletane e siciliane, pienamente sostenute dal popolo, già memore dell’invasione francese del 1798. Le 400 retroguardie borboniche a Campestrino e le 2000 del colonnello Sciarpa, che mantenevano il passo del Noce, furono rapidamente sopraffatte dalle soverchianti forze francesi. A Campo Tenese il 9 marzo, dopo strenua resistenza, l’esercito borbonico ebbe oltre 1200 morti e circa 2000 prigionieri compresi i generali Claude Henry Theodor Barone di Tschudy e Lorenzo Ricci; il resto delle truppe poté ritirarsi per merito del marchese Giambattista Rodio e del duca di Ceserano che impegnarono il nemico in un’astuta manovra diversiva. Rodio, Ceserano e i loro soldati furono invece catturati dalle truppe comandate dal tenente Stucchi; mentre le milizie francesi si davano a inaudite violenze contro i civili, la flotta duo sicilana, protetta da quella inglese portava in Sicilia, il 20 marzo, quattromila soldati; la maggior parte degli altri dodicimila ritornò nelle proprie case.

Le flotte inglese e quelle borboniche restarono padroni delle coste e con frequenti sbarchi attaccavano le guarnigioni francesi (Scalea, Cetraro e Crotone) per rifornire di armi e munizioni le popolazioni insorgenti e i reparti dell’esercito regolare sparsi ovunque, nel vasto territorio calabrese. Il 12 maggio la flotta inglese conquistò le isole di Capri e di Ponza. Il 29 giugno, Michele Pezza occupò Amantea, a nord del golfo di S. Eufemia, che resistette ai francesi fino al 7 gennaio 1807. La presa di Amantea, da parte dell’esercito borbonico, fu solo l’inizio di un’intensa offensiva militare della coalizione anglo – duo siciliana. La decisione di Napoleone di usurpare i Regni di Napoli e di Sicilia mirava, da un lato all’attuazione del progettato blocco continentale e dall’altra apriva concrete speranze di conquista dei preziosi giacimenti sulfurei della Sicilia oltre che della strategica posizione di quest’ultima. In quest’ottica, i conflitti che si svilupparono sul territorio calabrese e lucano tra il 1806 e il 1807, acquisirono un’enorme valenza strategica politica e militare. Infatti, la Calabria, solo parzialmente stabilizzata sotto il dominio francese, la Sicilia, Capri e Ponza, ancora saldamente in mano anglo – borbonici sminuirono enormemente la vittoria Napoleonica di Austerlitz in quanto, dei cinque alleati della terza coalizione, capitolarono solo lo Zar e l’imperatore d’Austria. In questo contesto si può inserire la battaglia di Maida del 4 luglio 1806, l’unica importante vittoria della terza coalizione contro il dittatore Napoleone. Infatti, la battaglia di Maida non fu un evento bellico isolato bensì un fatto “nodale” di una precisa strategia militare volta a frenare gli appetiti napoleonici nel mar Mediterraneo e contemporaneamente a mantenere una parte del suo esercito lontano dal centro Europa. Secondo gli inglesi, lo sbarco del corpo d’invasione anglo – borbonico, ostacolato senza successo da una compagnia polacca al comando del Colonnello Grabinsky, iniziò il 30 giugno, il giorno prima dell’invasione di Michele Pezza ad Amantea. Il primo luglio l’intero corpo era a terra, ma un forte vento rallentò lo sbarco delle munizioni e delle artiglierie. Questo ritardo consentì al generale francese Jean Reynier di concentrare un maggior numero di soldati: 5690 fanti, 328 cavalleggeri e 373 artiglieri, secondo fonte inglese. La forza d’invasione era invece composta di 5.100 fanti divisi in quattro brigate, la prima di fanteria leggera sotto il comando del colonnello James Kempt, composta di 8 compagnie di inglesi, due di rangers corsi e una compagnia di soldati duo siciliani; le altre tre brigate (Cole, Akland, Oswald) erano tutte inglesi. Il 3 luglio il generale John Stuart, comandante della forza, lasciò sulla spiaggia 350 uomini di retroguardia, l’incrociatore Apollo all’ancora con i suoi cannoni pesanti di lunga gittata e due piccole corvette di collegamento. Così, con la massima protezione sulla via di fuga, iniziò la marcia verso l’attuale fiume Amato, nei pressi di Maida, dove si erano concentrate le truppe francesi di Reynier. Fonti francesi dichiarano il loro assetto: 5.800 forze composte di due brigate per complessivi 5.300 uomini (2.800 + 2500) più un reggimento di cavalleria compresa l’artiglieria a cavallo, per complessivi 500 uomini e quello anglo – duo siciliane: 5.050 forze più una divisione di artiglieria di sei pezzi più un numero indefinito di truppe regolari duo siciliane e di bande calabresi. La vittoria anglo – borbonico fu attribuita a un banale errore del Colonnello Compère che, interpretando la manovra di abbandono dei cappotti dei fanti di Kempt come atto di ritirata, lanciò in attacco orizzontale; i suoi fanti furono falcidiati da nutritissime scariche di fucileria a distanza ravvicinata. In poche ore i francesi ebbero 700/900 morti, 1000 feriti e 1000 prigionieri; inoltre persero bagagli, viveri, munizioni e tesoro. Solo l’intervento della cavalleria consentì la fuga dei francesi. Stuart commentò lo scontro lamentando 57 morti, aggiungendo che, se avesse avuto anche solo un paio di squadroni di cavalleria, nessun francese sarebbe potuto sfuggire di là del fiume Amato. Le forze inglesi non inseguirono i resti dell’esercito di Reynier e tornarono sulla spiaggia per reimbarcarsi verso la Sicilia, mentre una brigata, al comando del colonnello Johm Oswald, si diresse verso Monteleone per conquistarla. Il 10 luglio, 1200 anglo – duo siciliani occuparono Reggio Calabria e il 23, con il concorso delle truppe di Oswald, fu presa Scilla. La fuga di Reynier fu disastrosa, il suo esercito, ridotto a non più di 3000 unità, era privo di sufficienti viveri e di munizioni avendo abbandonato sul campo di Maida tutte le salmerie ingombranti. Raggiunse a fatica Catanzaro, dove stanziò per una ventina di giorni, per aspettare la guarigione dei feriti leggeri. In quel periodo dispose numerose offensive contro i villaggi vicini, riversando tutto l’odio possibile e immaginabile contro l’inerme popolazione, pensando forse così di lavare l’onta della bruciante sconfitta di Maida. Si svelò così la vera natura di un esercito violento e mercenario, i cui efferati delitti sono a tutt’oggi da considerarsi crimini contro l’umanità.

E’ questo il momento scatenante della successiva generale rivolta della popolazione calabrese, lucana e parzialmente pugliese. La guerra assunse così un carattere di resistenza popolare all’invasore che non trovò mai più uguali, in termini di valore civile e militare in tutta la storia italiana. La colonna di Reynier che, il 26 luglio si rimise in marcia verso Cassano, fu continuamente attaccata da gruppi di civili armati e da militari borbonici che infliggevano giornalmente significative perdite. A Crotone lasciò gli ammalati e circa 300 polacchi che già due giorni dopo si arresero alle truppe regolari anglo-borboniche. Strongoli, Corigliano e molti piccoli villaggi furono saccheggiati e dati alle fiamme dall’orda francese, mentre i civili indifesi subirono ogni tipo di violenza prima di essere ammazzati. I soldati di Reynier che caddero nelle mani dei calabresi non subirono sorte migliore. Il piccolo esercito in fuga raggiunse Cassano il 3 agosto, dove si riunì alle truppe di Verdier, raggiungendo un numero sufficiente per potersi difendere dalle numerosissime “bande” armate determinate a cacciare lo straniero dalla propria patria.

Francesco Antonio Cefalì

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