L’isola di San Giacinto nello stretto di Messina
La ricerca di memorie sepolte nel tempo storico, diventa una bella avventura, da trasferire alle generazioni future. L’argomento dell’isola scomparsa dalle acque dello stretto, rappresenta un passo in avanti nel ritorno storico, in rapporto a uno dei paesaggi marittimi più celebrato nel mondo della letteratura italiana e internazionale.
Finché ci muovevamo nell’incertezza delle fonti, come il nocchiero antico che si trovava alla presenza di due terribili correnti, scansavamo la spiaggia sicura di Scylla popolata da troppe alternative sintesi di fantastico, e allo stesso modo, evitammo di avventurarci dal lato di Cariddi, sempre pronto a divorare le soluzioni strampalate, che rimanevano per aria senza raggiungere mai il terreno. I luoghi, risentivano di un mito molto celebrato, questo era senza ombra di dubbio, il maggiore degli ostacoli che ci si parava davanti. Se non che, una volta appreso, dalle fonti reali edite nel 1192 in quel di Londra, che il territorio costiero di Messina nascondesse più di una novità, potemmo allacciare a queste segnalazioni, le trame di altre ricognizioni questa volta nostrane.
La maggior parte dei nostri annalisti ha celebrato le insegne del braccio di San Raineri, viceversa però, autori anglosassoni segnalarono la presenza di un’isola, quella indetta a San Giacinto. Bingo, eureka! Finalmente un’isola compariva all’orizzonte di una certa storiografia. Come accade sovente, alle novità in prima battuta, si contrapponevano le osservazioni e le relative congetture degli stessi autori seicenteschi. I quali, a loro volta, imbattutisi sulla medesima segnalazione, non riuscendo a posizionarla in un luogo preciso, addossarono la medesima isola allo stesso profilo falcato dell’antico porto. Ebbene sì, per gli storici e i giuristi del seicento e dei secoli successivi, l’isola di San Giacinto era senza ombra di dubbio la penisola di San Raineri. Questa volta però, non trovammo il tempo di abbatterci, perché proprio in quelle cronache inglesi del XIII secolo, c’era la spiegazione al mistero. Tutto si legava all’opera dell’impavido cuore di leone il quale, dopo aver trovato il tempo di guerreggiare con gli alleati siciliani e, #[con] il popolo di Messina, per essere sicuro che nessuno lo andasse a disturbare nel sonno, tranciava una parte della penisola dell’Annunziata, facendola diventare un vero e proprio atollo. Il tutto avvenne il 7 ottobre del 1190, giorno di San Giacinto nel calendario della chiesa di Sarum, governato dal clero scozzese disceso al seguito delle truppe inglesi e di Riccardo I in quel di Messina. L’isola di San Giacinto che tutti o quasi segnalarono, come secondo toponimo del braccio falcato era una bufala; essendo che quell’isola, era ubicata proprio, la dove Antonello degli Antoni l’ebbe segnalata.
ennesima copia immagine privilegio federico II bolla dorata 1246. Fondi università di Bamberg. La placchetta di 12 centimetri in argento, mostra la corografia del canale dello stretto di Messina nella prima metà del XIII secolo, mettendo in risalto i tre bracci sulla costa messinese: il braccio curvo falcato di San Raineri, all’ingresso la punta del Capo Peloro, e in mezzo, quello che rimaneva del secondo braccio del porto di Messina. Il manufatto fu realizzato su ordine di re Federico II di Svevia.
Alessandro Fumia


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