Alta Terra di Lavoro

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LO SCIPPO DEL BANCO DI NAPOLI

Posted by on Lug 29, 2022

LO SCIPPO DEL BANCO DI NAPOLI

il 26 novembre del 2018, con l’acquisizione da parte del Gruppo Intesa Sanpaolo, cala il sipario sulla storia di una delle più antiche banche del mondo, il Banco di Napoli, uno degli istituti di credito più floridi d’Italia. Istituito nel 1463, sempre punto riferimento della città di Napoli e del Mezzogiorno, il Banco di Napoli, dopo 500 anni di storia gloriosa viene soppresso.

Come? Perché? Il Banco di Napoli nasce dai banchi pubblici dei luoghi pii tra il XVI e il XVII secolo. Il Monte di Pietà fondato nel 1539 fu una delle prime opere pie a svolgere attività bancaria con lo scopo filantropico del prestito su pegno senza interessi. Più tardi, il Monte aprì una cassa di depositi, riconosciuta con bando vicereale nel 1584. In seguito, si attivarono altri sette istituti: il Sacro Monte e Banco dei Poveri (1600); il Banco Ave Gratia Plena o della Santissima Annunziata (1587); il Banco di Santa Maria del Popolo (1589); il Banco dello Spirito Santo (1590); il Banco di Sant’Eligio (1592); il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); il Banco del Santissimo Salvatore (1640). Nel 1794, Ferdinando IV di Borbone riunì tutti i pubblici banchi nel Banco Nazionale di Napoli. Nel dicembre del 1808, Gioacchino Murat divenuto re di Napoli, sul modello della Banca di Francia, trasformò il banco in società per azioni. Il nuovo istituto si chiamò Banco delle Due Sicilie .Con l’Unità d’Italia nel 1861, il Banco delle Due Sicilie divenne Banco di Napoli Cche contribuì in maniera determinante allo sviluppo dell’economia del Regno delle Due Sicilie prima e, poi, per quello che gli fu consentito, all’economia meridionale post unitaria. Il Banco di Napoli e la Banca di Sicilia, insieme, possedevano tutto l’oro che oggi può rappresentare la riserva aurea italiana. Il denaro contante del Banco di Napoli nell’agosto del 1860 era di 19.316.295 ducati, dopo un mese era di 10.930.811 ducati. A gennaio del 1861 era di 7.900.115 ducati e ad aprile dello stesso anno di 6.983.724 ducati (Registro Segretariato generale delle finanze napoletane 1861, pag. 16). Vi immaginate perchè? Nel 1995 i poteri finanziari e politici del Nord organizzarono una delle più scellerate rapine a danno del Sud. Dovevano raggranellare risorse dai risparmi privati del sud per investirli al nord e salvare quattro banche del nord, facendo apparire quell’operazione una priorità nazionale. Come fare? Bisognava attingere da qualche parte e quale preda era più ambita del Banco di Napoli? Ecco che nel febbraio del 1995 la Banca d’Italia dispone una drastica ispezione ad hoc che dura fino a dicembre dello stesso anno e che mira a dimostrare come le sofferenze del Banco di Napoli fossero insanabili. In che modo avvenne lo scippo? La Cassa del Mezzogiorno si era fatta garante presso il Banco di Napoli perché anticipasse ad alcune aziende, peraltro tutte settentrionali, sotto forma di prestito, i fondi da utilizzare per l’attuazione di progetti per il Sud. Il Banco di Napoli erogò a diverse aziende prestiti per circa 7 miliardi di lire che la Cassa per il Mezzogiorno avrebbe dovuto sanare non appena in possesso dei fondi che lo Stato avrebbe dovuto assegnarle. Ma un improvviso decreto di Sandro Pertini soppresse la Cassa per il Mezzogiorno che, non potendo ottenere i fondi previsti non poté onorare gli impegni assunti. Così le aziende si trovarono a dover far fronte, coi propri mezzi, ai debiti nei confronti del Banco di Napoli, debiti che, peraltro, avrebbero potuto e voluto onorare. Ma nel 1996 l’allora governatore della Banca d’Italia Fazio e il ministro del tesoro Carlo Azeglio Ciampi giudicarono quei crediti non esigibili, ma non era vero: il 90 percento di quei crediti venne infatti recuperato. Ma non ebbe importanza: la volontà era quella di eliminare il Banco di Napoli, l’operazione era troppo importante, indispensabile, si disse. Allora si stabilì di autorità che il Banco di Napoli cedesse il 60% del suo capitale. Con una solerzia fuori dal comune il ministro del Tesoro Ciampi organizzò un’asta alla quale parteciparono la BNL con un’ OPA di 61 miliardi e la Banca del Mezzogiorno con un’OPA di 400 miliardi. Incredibilmente, contro ogni logica si decise di vendere, anzi di svendere, il Banco di Napoli alla Banca Nazionale del Lavoro, sull’orlo del fallimento, per 61 miliardi di lire. In poco tempo, BNL rivendette il 56 % dell’istituto di credito napoletano per una cifra pari a 3600 miliardi ( quindi con un margine di profitto di quasi il 1000%). A nulla valse la reazione della Banca del Mezzogiorno (Mediocredito Centrale) che anzi, secondo voci di corridoio, fu costretta a recedere per minacce ricevute dall’alto.La cosa sconcertante fu l’operazione condotta dalla San Paolo di Torino con l’acquisto da BNL e INA di quel 60 %. Infatti la San Paolo presentò un’OPA di 6000 miliardi per l’acquisto di tutto il capitale del Banco di Napoli, di cui 3.600 miliardi andarono alla BNL e INA per quel 60% e 2.400 miliardi, il restante 40%, alla Fondazione Banco di Napoli. Una volta realizzata la vendita, il Banco di Napoli fu soppresso, la BNL si salvò da una situazione di sicuro fallimento e la San Paolo di Torino, ormai Intesa San Paolo, divenne la Banca più importante d’Italia. Tutto questo con l’avallo del Presidente della Repubblica, del ministro del Tesoro e del governatore della Banca d’Italia, uomini che all’epoca rappresentavano i pilastri delle istituzioni. E i nostri politici? Perché non mossero un dito? Quali interessi si celavano dietro un affare di tale entità? Queste notizie non passarono attraverso i TG nazionali, impegnati a mantenere la giusta distrazione delle masse con i gossip e informazioni guidate. E i cittadini napoletani e campani? Quelli no, quelli non parlarono perché vittime di quella ideologia diffusa come dogma dai propagandisti della borghesia settentrionale secondo la quale i meridionali devono soffocare nell’infinito senso di riconoscenza nei confronti di chi li ha “liberati” dall’oppressione, dalle ingiustizie sociali, dalla dittatura borbonica, dalla fame, dall’ignoranza, offrendogli una vita migliore. E infatti i risultati sono sotto gli occhi di tutti. E’ un caso che il figliolo di Ciampi, proprio in quel periodo, si trovasse in grosse difficoltà per il fallimento della BNL di Atlanta (USA)?. Dopo questa scellerata operazione di distruzione del sistema creditizio meridionale per salvare le banche del centro nord domandiamoci quale ruolo possa avere avuto la politica nordista, quella a cui il meridione dà una forte mano quando si reca alle urne. E’ proprio il caso di dire: “ le quaglie votano per il cacciatore”. Oggi il Sud è l’unica delle 81 regioni dell’UE priva di una banca di grandi dimensioni sul proprio territorio. Ciò determina per le imprese meridionali un accesso al credito molto più gravoso e per le banche centro-settentrionali il rastrellamento dei risparmi dei meridionali per investirli quasi totalmente al Nord. Alla Fondazione Banco di Napoli non restava altro da fare che agire contro lo Stato e in particolare contro il Ministero dell’Economia per far luce su quello che sembra essere a tutti gli effetti uno scippo che si è perpetrato ai danni del meridione. Il buco nel bilancio che il Banco di Napoli presentava nel ’96 poteva essere tranquillamente sanato con il recupero di crediti o la vendita di beni immobili. Ma il governo decise di intervenire e il Ministero del Tesoro azzerò il valore delle partecipazioni azionarie del Banco vietando che il bilancio si potesse sanare Un vero furto che ha aspetti politici, perché non riguarda solo una Fondzione ma un’intera economia”. L’azione legale della Fondazione Banco di Napoli prevede un risarcimento di una cifra iperbolica. Se son rose fioriranno. In una famosa canzone di protesta, che racconta la storia del brigante Giuseppe Summa, detto Ninco Nanco, Eugenio Bennato parla del saccheggio del Sud, compiuto dai piemontesi a beneficio degli interessi del Nord. Si era nel periodo storico 1860/1870, siamo nel 2022, vi sembra che sia cambiato qualcosa?

Cos’ ‘e pazze !!

Raf Bocchetti

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