Alta Terra di Lavoro

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Lo strazio di Vincenzo Storace (9 maggio 1585)

Posted by on Set 15, 2021

Lo strazio di Vincenzo Storace  (9 maggio 1585)

Durante i due secoli di vice regno spagnolo, dal 1502 al 1700, più volte i Napoletani si ribellarono al malgoverno dei viceré e commisero atti così disumani e deplorevoli, che sorge spontanea la domanda: “Come poteva un popolo così docile, affabile, paziente, allegro, cristiano e generoso, abbandonarsi ad atti violenti e brutali, degni soltanto dei popoli barbari e dei corsari saraceni?” I napoletani, come i siciliani, da secoli erano sfruttati dai nobili e vivevano nella povertà assoluta. Con pazienza sopportavano le prepotenze, le ingiustizie, le violenze e le imposizioni dei viceré spagnoli e dei nobili, che imponevano continui tributi e punivano severamente il popolo a loro piacimento, anche se il Re di Spagna sovente sostituiva i viceré e li puniva severamente.

Il 9 maggio 1585, per la mancanza di grano e di pane il popolo esplose con una rabbia contro i suoi rappresentanti. In quell’anno avvenne che in una città della Spagna mancando il grano il Re Filippo II[1] chiese al viceré di Napoli di procuragli del grano. Il viceré a sua volta chiese consiglio ai rappresentanti del popolo di Napoli, che non avendo il coraggio di negare al Re l’aiuto richiesto requisirono nel Regno più grano di quanto in realtà ne occorresse. Le scorte ben presto finirono e i Napoletani restarono senza grano e senza pane, mentre i nobili mangiavano tutti i giorni e spesso si ammalavano di podagra. Il pane era l’elemento essenziale della mensa dei poveri: contadini, pescatori, operai, disoccupati e mendicanti. Qualcuno a bella posta fece intendere alla gente che la colpa della mancanza di grano fosse di Don Giovan Vincenzo Storace, Eletto del Popolo, il quale cercò di giustificarsi e di calmare quelli che protestavano e inveivano contro di lui con forza. Promise che avrebbe informato il viceré e che avrebbe trovato una soluzione, ma un certo Giovanni Leonardo Pisano, un Capitano della piazza della Selleria, anziché placare il popolo lo aizzò ulteriormente, al che alcuni presero l’Eletto Vincenzo Storace, lo misero su una sedia e tra urla, minacce e schiamazzi lo condussero a palazzo S. Agostino. Tra i promotori della rivolta vi fu un certo Tommaso Aniello Soccino, che dopo la rivoluzione fu condannato alla forca, ossia all’impiccagione. Durante il percorso si unirono al gruppo altre persone e la folla divenne sempre più minacciosa mentre da più parti si diffondeva la voce che mancava il pane. Giunti a Sant’Agostino, trovando il palazzo chiuso, Storace entrò a stento, pressato, spinto e sballottato da più parti, nel chiostro della Chiesa e si rifugiò in una cappella del Coro: «È terrorizzato. La gente grida, minaccia, gli lancia contro pietre e mattoni, lo ferisce a un occhio. Qualcuno lo colpisce alla gola con un coltello lungo e appuntito. Quelli che lo proteggono sono maltrattati e feriti, cercano scampo, fuggono e avvertono il viceré affinché mandi i soldati a liberare quel povero uomo indifeso. Giungono al convento di S. Agostino altre persone autorevoli, che tentano di difendere Vincenzo Storace ma la folla è impazzita, teme di perdere la preda, lo colpiscono con una spada al petto. L’Eletto si nasconde nella camera sepolcrale (una tomba), che si trova sotto la cappella della chiesa. Qualcuno decide di farla finita, apre la camera e tira fuori ancora vivo lo Storace, che è nuovamente colpito con calci, pugni e pietre. I monaci tentano invano di impedire ciò che sta accadendo, pregano, invitano alla calma ma gli uomini sono diventati lupi affamati, il poveretto è più morto che vivo, e con coltelli e spiedi, bastoni e pietre lo uccidono. Dopo averlo ucciso lo spogliano completamente, gli legano una fune al collo, lo tirano fuori dal convento e lo strascinano per la strada fino alla piazza della Selleria, dove altre persone lo percuotono. La gente non è soddisfatta, si accanisce sul suo corpo morto che continua a colpire con pietre e armi, e nuovamente lo trascina per le strade della città. Il Viceré teme una rivolta generale del popolo, non interviene e lascia fare. Il corpo dell’Eletto è diventato irriconoscibile, è coperto di sangue, polvere, fango e sporcizia. Gli uomini sono diventati peggio delle bestie feroci, inveiscono sul corpo morto, gli tagliano il naso, gli cavano il cuore dal petto e le budella dal ventre, gli tagliano un braccio e una gamba, lo squartano completamente e pongono i suoi pezzi sulla punta delle spade e dei bastoni che portano in giro per la città come trofei. Trascinano poi per le strade ciò che resta di quel  corpo orribilmente mutilato e lo depongono davanti al palazzo del Viceré gridando: “Viva il Re, mora il malgoverno!” Il Viceré, che è sul balcone del palazzo reale, osserva la scena disgustato e impaurito, teme una rivoluzione popolare. Poi la folla animalesca continua la sua vendetta, trascina per le vie della città, come trofeo di caccia, i resti del corpo straziato dello Storace. Infine, stanca di quel barbaro gioco, la folla pregata da molti lascia nella cappella di San Giovanni Battista il corpo irriconoscibile dell’Eletto del popolo come la carcassa di un animale dilaniata dalle iene. La “bestia umana” è sazia, ma aspetta con terrore la punizione del Viceré».

Molti dei responsabili della rivolta temendo l’arresto fuggono da Napoli, il primo è Giovan Leonardo Pisano. Passano alcuni mesi prima che il Viceré ordini l’arresto dei responsabili. Nel frattempo sono giunte dalla Spagna quaranta galee con moltissimi soldati. Vengono arrestate e imprigionate 498 persone e 320 sono ricercate. Alla fine del processo 30 sono condannate a morte, 18 a vita sulle galere e altre a molti anni di carcere. Solo 300 sono riconosciuti innocenti. La casa di Leonardo Pisano è distrutta e i suoi ruderi sono cosparsi di sale.[2] Sullo stesso luogo il viceré fece costruire un epitaffio,[3] con tutto intorno molte finestrine con graticole di ferro che contenevano più di venti teste e molte mani tagliate, come avvertimento severo per la popolazione.

Ai condannati a morte, dopo essere stati impiccati e squartati, fu tagliata la testa e le mani, che furono esposte per circa un anno nelle nicchie di un monumento pubblico a tal fine costruito. Perché i Napoletani si macchiarono di un così barbaro delitto? Tagliare a pezzi un corpo e squartarlo a quel tempo era una consuetudine, una tradizione che non scandalizzava nessuno. Già cento anni prima i Baroni, che congiurarono contro Ferrante d’Aragona, subirono la stessa sorte. Contro ogni morale civile e cristiana, i condannati a morte erano impiccati o decollati,[4] e giustiziati barbaramente; i loro corpi venivano tagliati in quattro pezzi, ossia squartati, e infilzati con uncini venivano appesi in gabbie di ferro davanti alle quattro porte della città come ammonimento per tutti, ma prima dell’esecuzione della condanna i prigionieri erano anche torturati. L’esecuzione della condanna a morte aveva un rituale ben preciso. Il corteo si muoveva lungo un percorso storico, in testa c’era il Trombetta, un uomo che fermandosi di tanto in tanto, preceduto dal suono dei tamburi, leggeva la sentenza del Tribunale elencando le generalità del prigioniero e le motivazioni della condanna. Il condannato era trasportato su un carro seguito dai soldati, dal carnefice, dal cappellano e da un gran numero di confratelli incappucciati detti “I Bianchi della Giustizia”.[5] Durante il percorso, il prigioniero veniva “attanagliato” ossia morso con tenaglie di ferro e forbici roventi (infuocate). Giunti a palazzo S. Agostino, al condannato veniva tagliata la mano destra, poi il corteo ripartiva e davanti al Tribunale della Vicaria[6] gli veniva tagliata anche la mano sinistra. Dopo un lungo percorso di torture, il macabro corteo giungeva al crepuscolo a Piazza del Mercato dove il condannato, già dissanguato, era impiccato o decollato (decapitato). I Napoletani erano abituati a questi orrendi spettacoli; la folla si riuniva numerosa nella piazza del Mercato, a volte in silenzio, avvilita, addolorata, abbattuta e timorosa, a volte gioiosa come a una festa per vedere torturare i condannati alla ruota,[7] impiccati o decapitati, tagliati e smembrati su un alto palco, come animali al macello.


[1] Figlio dell’impertore Carlo V, nacque a Valladolid il 21 maggio 1527, morì il 13 settembre 1598, Monastero dell’Escorial, San Lorenzo de El Escorial in Spagna.

[2] Come una maledizione si spargeva il sale sulle rovine perché mai più la casa fosse ricostruita.

[3] Un’iscrizione funebre.                                                                

[4] Già nel ‘500 a Napoli si usava una “macchina” simile alla ghigliottina.

[5] Era una pia associazione, che si prendeva cura dell’assistenza al condannato prima di essere giustiziato e dei suoi familiari dopo la morte.

[6] Era situato nell’antico Castel Capuano, fatto costruire dal re normanno Guglielmo il Malo.

[7]  Il condannato era legato per i polsi e le caviglie a una grande ruota fissata su un albero e con un bastone gli venivano rotte le braccia e le gambe.

Vincenzo Giannone

Cronache del Regno delle Due Sicilie, Alelio editore, Scafati 2016

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