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Lodovico Lodovici ministro plenipotenziario dell’Armata Cristiana, 1799

Posted by on Mar 30, 2017

Lodovico Lodovici  ministro plenipotenziario dell’Armata Cristiana, 1799

Lodovico Lodovici Vescovo di Policastro e ministro plenipotenziario dell’Armata Cristiana del cardinale Fabrizio Ruffo, durante la rivoluzione napoletana del 1799 (© mapa.39)

Durante la notte del 21 dicembre del 1798, la famiglia del re Borbone Ferdinando IV con le alte personalità del regno si misero in salvo imbarcandosi a Napoli e diretti in Sicilia per evitare rappresaglie conseguenti alle sommosse popolari che si verificarono in svariate località del Regno, ed in special modo in Campania, Lucania e Calabria, dopo le sconfitte subite dall’esercito borbonico dai Francesi che volevano instaurare la repubblica nel Regno di Napoli.

La proclamazione della Repubblica Napoletana avvenne il 21 gennaio 1799, ad annunciarla al popolo napoletano furono i patrioti chiusi nel carcere di Castel Sant’Elmo che, liberati per mano dei Francesi il 22 gennaio, issarono sul pennone più alto del castello la bandiera della Repubblica Napoletana.

Il generale francese JeanAntoine-Etienne Championnet (1762-1800) stabilì il suo quartier generale a Capodimonte e nominò i venticinque membri del neonato Governo Provvisorio, che emanò le istruzioni generali per organizzare le Municipalità ed invitò i patrioti a piantare nelle loro Comunità gli alberi della libertà.

L’albero, simbolo religioso e politico, voleva significare il rinnovamento politico, culturale ed economico della nuova società, alla cerimonia per l’innalzamento partecipavano le autorità municipali, che tenevano comizi contro i Reali, ed il clero in pompa magna che implorava la benedizione dal cielo.

Anche ad Eboli l’albero venne elevato il 29 gennaio ad opera della famiglia Perretta e dei fratelli Sebastiano e Pietro Ferrara, figli di Giovanni Antonio, agente del Principe Marcantonio Doria duca di Eboli e tra i maggiori feudatari del Regno.

Intanto il Governo Provvisorio inviava nelle province i commissari democratizzatori della Repubblica e nel nostro circondario, appena fuori dal confine territoriale ebolitano, nel palazzo “casina di caccia” reale di Persano venne nominato commissario Biagio Perretta, a Serre venne mandato un altro ebolitano: Francesco Siniscalchi, altri commissari repubblicani nativi di Eboli furono Vincenzo Fulgione e Pietro del Grosso, mentre nei paesi degli Alburni fu incaricato commissario democratizzatore, direttamente da Napoli, Nicola Diodati di Controne.

Ad Eboli, oltre ai su citati nominativi come si apprende nell’elenco dei prigionieri dei “granili”, la fede giacobina fu professata da: Sebastiano Ferrara incaricato dalla Repubblica di erigere alberi della libertà, Giovanni Maffia, Gaetano Brenna, Berniero Voiaro, Pietro Maglione, Apollinare Cantalupo, Donato Corcione, Agostino Perretta, da un sacerdote di nome Diego, da uno studente di nome Giovanbattista e da un giovane di nome Marco Antonio.

In poco tempo nei comuni dell’alta e della bassa piana del Sele si susseguirono innalzamenti di alberi della libertà per opera dell’estremismo giacobino ed il loro abbattimento per la reazione realista-sanfedista che li sostituiva con la croce quale segno della fedeltà al Re ed alla Chiesa. Tutto questo determinò una guerra fratricida con conseguenze catastrofiche per le contrade del Principato Citra.

Il 10 Marzo ad Eboli venne abbattuto l’albero della libertà da un gruppo di armati capeggiati dall’ebolitano Vincenzo Costa, caporale della Guardia Armata pagata della sua città, che ottenne dal Re, quando ritornò sul trono del Regno, il grado di capitano, il comando del Circondario di Montecorvino ed un appezzamento di terreno nella località detta “Radica” nella sua città [1].

Il capitano Costa aveva ricevuto aiuto dai frati Conventuali di San Francesco di Eboli che l’ospitarono e gli diedero la possibilità d’armarsi fornendogli tutto lo stagno reperito nel convento. I francesi, che erano accampati nei dintorni di Eboli, venuti a conoscenza dell’abbattimento dell’albero della libertà, subito si mossero per dare una lezione al manipolo del Costa ed a pagarne le conseguenze fu tutta la città che dovette subire la repressione dell’esercito francese.

Da alcuni atti stipulati dal notaio Jacobus Romano di Eboli, inseriti all’interno del registro del notaio Vito Sarlo e datati anno 1799, si legge quello che subirono la città ed il Convento con la Chiesa di San Francesco: “… Fra le tante ruine quelle di questo Convento vi è davanti agli occhi più orrerosa di tutte le altre saccheggiato il mercoledì tredici marzo, e la domenica diciassette non restarono che solo mura in piedi, ed il massimo di tutti la chiesa spogliata, le sagre imagini tagliate in pezzi e brogliate, le sepolture aperte, li altari demoliti e per ultimo esecrabile attentato la sagra ostia e particole seminate fra le immondezze delle ruine e della desolazione. A tutto questo non bastando seppure, un disgraziato Religioso fucilato, tutti i Religiosi fuggiaschi, Io arrestato in Salerno, e rubricato, finalmente la rapacità insazziabile de’ Francesi cessò per mezzo dell’Arcivescovo di Salerno con contribuzione di docati diecimila per astenersi di bruggiare gli ultimi avanzi del Convento. (…)”.[1]

Intanto Ferdinando IV, con diploma del 25 gennaio 1799, aveva messo in atto la prima mossa per arginare la rivoluzione e riconquistare il Regno di Napoli, nominando il cardinale Fabrizio Ruffo di Calabria suo Vicario generale col grado di comandante in capo delle forze armate del regno. L’alto prelato si attivò e riuscì in brevissimo tempo nell’impresa di arruolare circa diecimila uomini che infoltirono le fila della sua Armata Cristiana organizzando l’insurrezione in Calabria, Basilicata e Puglie in nome di Dio e del Re contro i Francesi e la Repubblica Napoletana.

Nel dramma di questa controrivoluzione emerge quale principale protagonista al fianco del Ruffo, il vescovo di Policastro mons. fra Lodovico Lodovici, dell’ordine dei Minori Osservanti, egli, come il cardinale Ruffo, si attivò girando in lungo e in largo il sud della provincia di Salerno, da Eboli agli Alburni, dal cuore del Cilento fino ai confini calabro-lucani infiammando gli animi con la predicazione e l’esempio, tanto da raccogliere ed armare sedicimila uomini, mettendovi a capo Don Rocco Stoduti, dando inizio all’insurrezione nel Principato Citeriore ed in tutti i comuni di fede realista. Il cardinale Vicario a questo punto credette giunto il momento di dare la responsabilità del comando degli insorti di tutto il territorio salernitano al vescovo di Policastro, gli affidò il governo politico ed economico nella provincia di Principato Citra, nominandolo “Generale dell’Armata cristiana, commissario regio, e, suo ministro plenipotenziario”.

Il vescovo Lodovico Lodovici nacque a Eboli il 15 aprile del 1747. Il padre Berniero, piccolo agricoltore, e la madre Rosa Biancociglio lo mandarono all’età di sedici anni a studiare a Cava de’ Tirreni nel collegio dei Minori Osservanti degli Zoccolanti. In quel tempo anche le famiglie popolane che avevano possibilità economiche spingevano i loro figli a seguire la carriera nel clero regolare o secolare e così avvenne per il giovane Lodovico. Il clero regolare vantava un maggior numero di giovani reclute rispetto a quello secolare, essendo meno costoso per lo studio più facile e di minor durata, specialmente negli ordini mendicanti.

Lodovico entrò in uno dei conventi dei minori osservanti tra i cinque o sei delle diverse regole che esistevano ad Eboli. Subito si segnalò come un giovane di sicuro avvenire, si orientò verso gli studi filosofici e divenne ben presto un colto lettore ancor prima di avere l’età idonea agli ordini sacri. Ordinato sacerdote all’età di 24 anni il 28 aprile del 1771, continuò lo studio addottorandosi prima in teologia nel 1775 ed in seguito in sacra scrittura nel luglio del 1778. Lesse prima filosofia, quindi teologia a Napoli nel convento detto “Piccolo Ospizio” fino al 1786, fu eletto capo della provincia napoletana del suo ordine e divenne confessore e consigliere di persone d’alto rango: monache di nobile casato, gentildonne, principi e cortigiani. Coltivò le lettere e la poesia, fu iscritto col nome di Eristeneo Tespiense nell’Accademia de’ Sinceri laureati dell’Arcadia reale di Napoli, fondata e fusa coll’Aletina nel 1794. Nel secolo diciottesimo nel regno vi era una miriade di colonie arcadiche e di accademie di ogni genere, anche in Eboli, città natale del Lodovici, ne fiorì una sotto il nome di Accademia de’ Fortunati.

In un manoscritto datato 1803 il nipote Cosmo Lodovici, canonico cantore della Collegiata della città di Eboli, tra gli arcadi sebezj “Salmoneo Meleagride” ed accademico sincero laureato, raccolse in un volume le gesta di suo zio per tramandarne ai posteri la memoria. Questo “diario-raccolta” venne in possesso del prof. Francesco Paolo Cestaro il quale da attento storico lo studiò e lo ritenne un importante e curioso saggio sanfedista perché era una sicura fonte di notizie storiche e biografiche, che citavano documenti singolari e mettevano in risalto lo spirito e la reazione popolare del nostro circondario contro i Francesi e la Repubblica Napoletana.

Il volume, legato in carta pecora, è un manoscritto composto di 382 pagine, contiene oltre duecento componimenti di autori diversi ed è intitolato “Raccolta di varie composizioni italiane e latine in lode dell’Ill.mo e Rev.mo Mons, Lodovico Lodovici fatta dal Rev.mo Signore Cosmo Lodovici” -Eboli MDCCCIII-. In questa raccolta si trovavano inseriti parecchi componimenti poetici di ebolitani tra cui alcuni sonetti del signor D. Carlo d’Orsi (che fra gli Accademici Sinceri laureati aveva scelto il nome di Demarete Megalite, dai quali si apprende che egli nel 1797 aveva iniziato a scrivere la storia degli uomini illustri ebolitani), un’elegia latina di Donato Campagna ed una “cantata” per la caduta di Picerno di Salmoneo Meleagride ( Cosmo Lodovici).

Il canonico oltre a lodare lo zio lo descrive anche dal lato caratteriale e fisico:

“… aveva aspetto maestoso, facondia e maniere piacevoli, nel conversare era sempre pronto, eccellente nell’insegnamento, colla predicazione e nel sostenere dispute dommatiche e scritturali, vacue dispute dialettiche, che a quel tempo erano molto in voga. Egli acquistò la fama di uomo dottissimo e insieme savio e prudente. Era, perciò, consultato nell’interpetrazione de’ luoghi difficili della Scrittura e ne’ dubbi e nelle difficoltà della casistica; e fu chiamato a dirigere le coscienze delicate di persone d’alto affare che lo portarono a contatto con uomini illustri e potenti di quel tempo che l’aiutarono a salire sui gradini più alti della scala sociale. Coltivò le belle lettere e fu ascritto, col nome di Eristeneo Tespiense, nell’accademia dei Sinceri Laureati dell’Arcadia reale di Napoli… ”.[2]

Fra Lodovico venne nominato lettore emerito e passò per i conventi di tante province, nella nostra andò prima a Montoro, nel Principato Ultra, fondandovi un convento del suo ordine, poi passò nella vicina Bracigliano a reggere il convento dei Francescani Scalzi e “ …Fu la rivoluzione che venne a cercarlo e trarlo dal suo ritiro…” come scrive il suo biografo. Lodovico Lodovici venne eletto vescovo nel settembre del 1791 su proposta di re FedinandoIV, gli fu assegnata una piccolissima diocesi: “Cotrone”, solo quattromila anime, quante ne può avere una parrocchia di una piccola città. Nel settembre del 1797, visti i suoi meriti accresciuti e valutati i suoi ottimi servizi, fu mandato a reggere una diocesi più importante, quella di “Policastro”, nel Principato Citeriore, che contava sessantamila anime.

Alla caduta della Repubblica, venerdì 14 giugno 1799, Lodovico Lodovici, per la sua fedeltà verso il re, fu uno dei sei commissari regi nominati da Ferdinando IV ed inviato come “visitatore” con pieni poteri nelle terre di Lucera, Trani, Montefusco, della Capitanata (foggiano) e nel contado del Molise.

Mons. Lodovici ebbe una parte importantissima nella restaurazione del Regno Borbonico, egli ritenne utile e doveroso aiutare la Chiesa e contribuire a restaurare la monarchia, il suo impegno per la riuscita di questa missione durò oltre due anni e nel novembre del 1801 fece ritorno alla diocesi di Policastro.

Fu un pastore zelante e determinato nel raccogliere intorno a sé i contendenti delle due fazioni per questo il re lo creò “nobile Signore, e Barone delle Terre di Torre Orsaia, e di Castel Ruggiero, e del Feudo di Seleuci”.

Dopo la battaglia di Austerlitz, 2 dicembre 1805, i francesi occuparono il Regno di Napoli decretando la fine della dinastia; Lodovico Lodovici nel 1806 fu esiliato a Roma, dove divenne assistente al soglio pontificio, ritornò nel 1811 nella sua diocesi, dove morì e fu sepolto il 17 gennaio 1819: aveva 72 anni.

Mariano Pastore

Note

[1] Collana si studi e fonti per la storia del Mezzogiorno diretta da ANTONIO CESTARO. MEMORIE STORICHE DEL REGNO (1799-1821). ANTONIO STASSANO. Introduzione, note e a cura di Antonio Cestaro Edizione OSANNA VENOSA 1990-91.

[2] Raccolta in lode del Rev.mo Mons. Lodovico Lodovici di Cosmo Lodovici Eboli MDCCCIII. Manoscritto posseduto dal prof. Francesco Paolo Cestaro, che ne ha divulgato il contenuto nel: AA.VV “ Studi Storici e Letterari”, Torino 1891, pp. 317-387 “IL VESCOVO DI POLICASTRO e la reazione borbonica del 1799 (con saggio di poesie sanfediste).

 

fonte portaledelsud.org

 

 

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