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Lombroso e il Sud e la questione del cannibalismo dei Meridionali

Posted by on Giu 15, 2024

Lombroso e il Sud e la questione del cannibalismo dei Meridionali

Secondo Maria Teresa Milicia, Lombroso avrebbe appreso l’atavismo dalla lettura della fisiognomica di Giambattista Della Porta, grande studioso napoletano del ‘500. Lettura fatta in un breve passaggio a Napoli mentre andava o tornava dalla Calabria nel 1862. Quindi, Della Porta sarebbe stato il vero intuitore teorico dell’atavismo e Lombroso solo il “perfezionatore” dell’intuizione (Lombroso e il Sud, p. 50).

Ipotesi forte che avrebbe necessitato che Angelo Zuccarelli la argomentasse leggendo la Fisiognomica di Della Porta, trovandone i passi sull’atavismo e riportandoli in uno scritto. Invece, Zuccarelli lega il proprio Gabinetto Scuola al Della Porta, da una parte, e, dall’altra, a due importanti e potenti uomini di cultura: Lombroso ed Enrico Pessina (quest’ultimo più volte ministro e senatore del Regno).

Secondo Zuccarelli, sarebbe stato Pessina a dare da leggere a Lombroso la “Fisiognomica” di Della Porta (p. IX). L’aneddoto viene rivelato da Zuccarelli, dopo la morte di Lombroso, nel 1914, in occasione della nomina di Pessina a ministro, e nel 1915 in occasione dell’inaugurazione del Gabinetto Scuola di antropologia criminale di Napoli (p. 50). Pessina muore nel 1916, e Zuccarelli ribadisce l’aneddoto nel 1918 aggiungendo un altro particolare: Pessina si sarebbe caldamente raccomandato di rendere pubblico l’aneddoto secondo cui egli avrebbe indotto Lombroso a leggere Della Porta (p. 50).

Maria Teresa Milicia accredita questa versione di Zuccarelli sulla base di uno scambio di due lettere tra Lombroso e Pessina che rivela “un rapporto cordiale e di stima, quantomeno da parte del professore torinese” (p. 50). Stima unidirezionale: Lombroso offre a Pessina la direzione napoletana del proprio “Archivio di Psichiatria” e il 22 gennaio 1881 questi risponde opponendo un rifiuto per motivi di tempo, ma anche perché non condivide l’impostazione dell’Archivio, il cui primo numero è uscito nel 1880.

La mia ipotesi è che Milicia richiami Zuccarelli, che avrebbe dichiarato Della Porta primo intuitore dell’atavismo e Lombroso perfezionatore della teoria, perché intende spiegare la presenza di atavisti nell’università di Napoli, agganciandola a un periodo innocuo, il ‘500, e poterla staccare dalla vera causa dell’atavismo degli intellettuali Napoletani: la frattura antropologica verificatesi nel 1799 tra popolo basso ed élite.

Due documenti storici trattano, senza peli sulla lingua, le cause di quella frattura: le Mémoires du général Bon Thiebault, tradotte in Italiano proprio quest’anno, il 2024, da Raimondo Rotondi, e la Carmagnola; la canzone dei Sanfedisti di poco successiva ai fatti del 1799.

Thiébault si mostra scandalizzato, quando descrive la prima notte a Napoli: “La notte che stava scendendo si prestava magnificamente al furto, al saccheggio e all’incendio. I possidenti, nelle cui case eravamo alloggiati, ci avevano accolto come liberatori. In una Napoli di macerie ancora fumanti, riaprimmo l’Opera … Quel momento era caratterizzato da un contrasto incredibile, perché le acclamazioni erano rivolte a noi che, non più di nove o dieci ore prima, avanzavamo affondando i piedi nel sangue di almeno ventimila loro concittadini, uccisi a forza di cannonate e baionettate” (pp. 143-4). Detto in termini più chiari: avevamo gli stivali ancora sporchi di sangue per i combattimenti finiti da meno di dieci ore: i nostri soldati si apprestavano a saccheggiare le case di quanti non ospitavano ufficiali francesi. Noi, intanto, venivamo accolti dall’élite con acclamazioni in teatro e inviti a balli, ed eravamo riempiti di omaggi e gentilezze.

I Lazzari non dimenticheranno. E ricorderanno quella notte nella quarta strofa della Carmagnola Sanfedista: “Dov’è andata Donna Eleonora [Fonseca Pimentel?] che ballava nel teatro [dell’Opera?] e ora balla in mezzo al mercato insieme a mastro Donato [il boia]?”

Gli accademici napoletani tirano fuori le teorie dell’atavismo, prima che lo faccia Lombroso, per addossare la responsabilità di quella frattura del 1799 al popolo basso. Per farlo, dicono il peggio possibile di popolo e poverelli. Per esempio, raccontano ai viaggiatori europei di atti di cannibalismo del popolo basso. La storia si diffonde in tutta Europa e nessun intellettuale napoletano insorgerà a difendere la reputazione dei propri concittadini.

Diversa, nel 1849, la reazione dei Siciliani di fronte ad analoghe accuse, di parte napoletana, contro i Messinesi. Racconta Gigi Di Fiore che il generale Carlo Filangieri, napoletano che assedia Messina, ha denunciato che i “siciliani infiggevano sulle picche le teste dei cadaveri napoletani bruciati ed oltraggiati e ne vendevano le parti gridando ‘Ad un rotolo la carne napoletana’. A ciò facevano anche seguito scene di vero cannibalismo”. I Siciliani insorgono contro quella calunnia, destituiscono di fondamento l’accusa e riescono a farla cancellare dai libri di storia.

Nel 1866, il generale sabaudo Raffaele Cadorna ripete la calunnia contro altri Siciliani: A Palermo, “[t]utto si fa in strada nei vicoli non esposti alle fucilate e tutto è anarchia perfetta. Dei mascalzoni della plebe bandiscono la carne umana gridando con barbara compiacenza – A 16 grana la carne di soldato e 32 quella di carabiniere perché ve ne è di meno”. La diceria viene rilanciata dai giornali da Firenze in su e tutti i ceti sociali siciliani insorgono contro la calunnia e, per decenni, continueranno a sostenere che la diceria era falsa. Non riusciranno, però, a cancellarne la memoria.

Lombroso utilizzerà sia il presunto cannibalismo dei Lazzari nel 1799, sia il presunto cannibalismo dei Palermitani in rivolta nel 1866, per accreditare le proprie teorie sull’atavismo meridionale. Farà anche di più, innovando rispetto a Cadorna. Avendo bisogno di esempi di ferocia femminile, nello scrivere La donna delinquente, dirà che sono state le donne di Misilmeri a vendere la carne umana a Palermo.

Poi, quando la frattura sociale tra proprietari e contadini, con i Fasci Siciliani, porterà al rompersi del fronte unico sicilianista, anche gli intellettuali di Sicilia cederanno. E a quel punto, Lombroso potrà dare forma definitiva alla propria teoria delle due razze, analizzando sui quotidiani il caso del brigante Giuseppe Musolino: tutti i Settentrionali più le élite meridionali appartengono alla razza ariana; il popolo basso, napoletano, siciliano e calabrese, è atavico e cannibale perché di razza africana.

Giuseppe Gangemi

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