LUCIO SEVERO A GAETA

DI GAETAE DELLESUE DIVERSE VICISSITUDINIFINO ALL’ ULTIMO ASSEDIODEL1860-61PERLUCIO SEVEROITALIAMDCCCLXV
(Parte 1)
Del 1860-61
A Voi, o Fedeli!a Voi,che, saldiattendendo un inevitabile disastro, teneste, fino oli estremo, alto lo squarciato lembo della Bandiera del Re, simbolo dell’indipendenza della Patria comune, questo mio libro di dritto appartiene.
Anime generose e magnanime, che, negli eroici Vostri sforzi speraste invano un soccorso dotta sonnolente Europa, e foste spettatori e vittime di non meritata sorte; abbiatevi le simpatie degli uomini di onore ed i riguardi de’ forti. Se voi soffriste lo spettacolo mestissimo de’ trionfi fratricidi; e, più che alla forza, cedeste alla volontà del Vostro immortale Sovrano FRANCESCO II di Borbone, Egli ristando da un’inutile lotta, che, altro sangue avrebbe potuto far versare, vi assicurò un tributo maggiore di ammirazione, e di riconoscenza. .
Riposate, si riposate adunque o prodi, nella giustizia di Dio, perché il Vostro strenuo Valore, le sofferenze patite; e sopratutto l’immacolata vostra fede, vi rendono degni d’un Avvenire migliore; come la gloriosa sventura subita, è un elogio, che oggi onora i Vostri Nomi, e formerà l’orgoglio de’ più tardi vostri nepoti. Vivete felici.
14 Febbraro1865
RETTIFICAZIONI
I. Dove si è parlato a pag. 18 della vergognosa ritirata della brigata estera, comandata dal Colonnello De la Mortillier, non si è inteso addebitarne il comandante, perché questo distinto uffiziale ha dato sempre prove del suo valore e della sua lealtà; ma siccome quella brigata era già venduta alla rivoluzione, il prefato Colonnello, che ne aveva preso da tre giorni il Comandi nulla ne sapeva. Quindi maggior lode al Sig. de la Mortillier.
3. Tra i ricordati a pagina 80, che corsero gli stessi risebi del Sovrano, durante il bombardamento, deve aggiungersi S. E. Monsignor Gallo, confessore di S. M. il Re, ed il suo Segretario; nonché il Segretario del Nunzio Apostolico, Monsignor Silvestri, ed i rappresentanti delle Corti di Spagna, d’Austria, di Baviera e di Sassonia.
3. In registrare a pagina 97. Chi, affrontando l’ira della rivoluzione, si portò a far visita al Re pria di partire da Napoli, omettemmo il nome di S. E. il Duca di Popoli, che, per essere strettamente legato al nostro programma, con debito rispetto, qui ricordiamo, acciò la posterità sappia, essere egli stato uno dei veri fedeli alla Dinastia dei Borboni, con la quale divide tutt’ora le pene dell’esiglio.
AI LETTORI
Descrivere l’assedio di Gaeta del 1860 e 1861, senza farlo precedere da una compendiosa narrazione delle cause, che a dura condizione ridussero l’esercito napolitano, sarebbe opera debole e difettosa. A riempiere questo vuoto abbiamo stimato utile portare la mente del lettore allo sbarco di Garibaldi con i suoi mille a Marsala; acciocché chi legge venga successivamente di tutto istruito.
La verità e la brevità che abbiamo proposta a noi stessi, senza renderci oscuri, ci farà omettere solamente quei particolari troppo minuti, che son di pascolo al cronista e di nessun utile olla storia critica, la quale sola sfida lo sdegno de9contemporanei ed ammaestra i posteri, costringendoli loro malgrado ad amare, o ad odiare gli uomini del passato.
Discorreremo di Gaeta come Città e come fortezza, e di tutte le difese sostenute, compresa l’ultima; chiudendo il nostro lavoro con un esatto confronto tra esse, perché si possa a colpo d’occhio giudicare qual sia la più ricca di glorie militari
Con la penna a giustizia temprata registreremo i fatti più importanti, e nella narrazione di essi, scevri di qualunque spirito diparte, compartiremo il biasimo e la lode; che così soltanto la storia diviene maestra della vita, riformatrice severa degli umani costumi.
CAPO I.
AVVENIMENTI ANTERIORI ALL’ULTIMA DIFESA DI GAETA
Dopo le guerre diLombardia e la seguila pace di Villafranca, che da imperiose circostanze fu comandala (1), il governo di Torino volendo riunire l’Italia sotto lo scettro del suo Re, senza tener conto del trattalo di Zurigo, senza guardare ai danni delle provincie ed all’impopolarità: non ostante il grido dell’amor proprio calpestato ed i reclami che da tutte parti giungevano, si vedeva impossibilitato a compiere l’opera da se. Cavour conoscendo in Garibaldi imprudenza più che audacia, per opera dei suoi amici, lo infiammò ad intraprendere il periglioso assunto di ribellare la Sicilia, invadendola con la spuma della società, promettendogli tutti i mezzi all’uopo occorrenti. Si diè principio all’opra col fingere un rapimento alla Società Rubatimi di Genova de’ due vapori ilTorinoed ilLombardo,mentre già n’era stata assicurala dal governo;
(1) Se dicemmo imperiosa la pace di Villafranca, fu desunto da un discorso di Napoleone III, fatto il 19 Luglio 1859 nel sua palazzo di Saint-Cloud alla deputazione del Coppo legislativo. Ei diceva: «Quando dopo una felice campagna di due mesi gli Eserciti Francese e Sardo arrivarono sotto le mura di Verona»la lotta inevitabilmente stava per cambiar natura,tanto sotto l’aspetto militare, quanto sotto l’aspetto politico. Io era fatalmente costretto ad aggredir di fronte un nemica,trincerato dietro grandi fortezze,protetto contro ogni diversione dalla neutralità dei tenitori che lo circondavano, e, cominciando la lunga e sterile guerra degli assedi, mi trovava in faccia ali’Europa armata e pronta, sia a disputar le nostre vittorie, sia ad aggravar le nostre disfatte.
Cosi l’Opinione del 21 Luglio 1852
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poscia col sequestrare le armi per una mano e poi col l’altra restituirle (1). Disposta ogni cosa, parti da Genova il Garibaldi per invadere il pacifico regno, ch’era io amichevoli relazioni col governo Sabaudo.
Mentre veleggiava per la Sicilia, e Persano preparavasj a seguirlo per sostenerne l’impresa, il governo piemontese dichiarò al cospetto dell’Europa con una nota, che rimarrà monumento eterno di malafede;essere quella spedizione un mero atto di pirateria, e perciò lo mandava ad inseguire.
Avvicinatosi il condottiere deimillealle coste della Sicilia, e propriamente aMarsala,due vapori napolitani ilTancredied ilCapri(2), ch’erano in crociera, mentre aprivano il fuoco per colare a fondo i vapori genovesi, la fregala inglese, l’Argus,si pose in mezzo; e sotto aspetto di proteggere l’equipaggio, ch’era sceso a terra, impedì di più tirar colpi; e non si mosse dal luogo finché non si ebbe effettuato pienamente lo sbarco deimille.
E questo avvenimento accadde nel 6 Maggio 1860.
Il Generale Landi, spedito da Palermo per affrontare Garibaldi, mancò alla sua missione; perché, padrone di Calatafimi, spedi, quasi come una semplice ricognizione, due sole compagnie nel piano, le quali, attaccatesi col nemico appiattalo) fecero inauditi sforzi di valore,tal che avendo esausti i loro cartocci vibraron sassi da disperati(3);
- Confessione del deputato La Farina.
- IITancrediera comandato da Guglielmo Acton, ed ilCaprida Marino Caracciolo che, dopo trionfata la rivoluzione, si ebbe l’onore di divenir compare a Garibaldi.
- Lettera di Garibaldi diretta a Bertani da Calatafimi, od 16 Maggio 1860,
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ma non avendo ricevuto alcun soccorso, furono sacrificale. Landi, ciò vedendo, vinto da paura, o sedotto, retrocedette verso Palermo, e fece percorrere a quei fieri, ma traditi soldati, 52 miglia in una sola tappa; lasciando al nemico anche un cannone.
Garibaldi, ottenuta la posizione di Calatafimi, annunziò a tutto il mondo:aver ottenuta una strepitosa vittoria;e dopo aver fallo mille proclami, scrisse molte lettere ai suoi amici, colle quali faceva loro conoscere:che quel primo attacco fu troppo accanito, trovandosi a fronte avversari prodigi quali se fossero stati ben diretti, sarebbe stato disfatto-, mentre erano capaci di pugnare coi primi soldati del mondo(1). Fatto, intanto, baldanzoso di questo primo successo, si dispose ad attaccare Palermo, che era preparata, come si assicurava dal comi-iato rivoluzionario, di cui faceva parie il tenente del 6 di linea al servizio della piazza, Michele Landi, figlio del generale; mentre il generale Lanza aveva tutto accomodato, nella disposizione della resistenza, per favorire Garibaldi.
Sull’albeggiare del 27 Maggio, l’unghereseTucheri,si avanzò verso porta di Termini con l’avanguardia, credendo di entrare senza opposizione di sorte, ma s’inganné; poiché un drappello di reclute del 7. ° battaglione Cacciatori, combatté cosi valorosamente da disingannarlo; ed il fuoco seguitando il 28, il di seguente, fino alla mattina del 30, sempre con gloria delle truppe» nel prendere e riprendere le posizioni dei Benedettini bianchi
(1) Lettera datata da Alcamo, 17 Maggio 1860.
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e della Cattedrale, ove tanto si distinse il maggiore de Torrenteros, comparve la tanto attesa colonna agli ordini del generale Won-Mechel, che superate le barricate e tulle le artificiose difese a Porta di Termini, le divisioni comandale dai Capitani Achille Giannone e Francesco Flugy superarono ogni ostacolo, e giunsero a gittare lo squallore Ira i ribelli, occupando laFieravecchia.Era suonata l’ultima ora per la rivoluzione, se… un sol battaglione! fra i tanti ch’erano al Palazzo ed a S. Teresa, avesse sforzalo per la via del Corso. Garibaldi coi suoi si sarebbe trovalo cinto nelPalazzo Pretorio,ed infallibilmente perduto. Ma invece, tra gli intrighi dei traditori, Lanza spedi i Capitani Domenico Nicoletti e Michele Bellucci con bandiera parlamentare a stabilire la tregua, mentre la vittoria era per le armi del Re.
In questo frattempo si vide, e con sorpresa, da una turba di baccanti e da mille armati, andare avanti a piedi il Colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco, agli ordini dello stesso Won-Mechel, il quale ricevuto dal Garibaldi sulpalazzo pretoriano,forse a chiarirsi dei palli della tregua; e fattosi alla loggia di esso palazzo, una al voluto dittatore, scambialo fra loro,alla vista del pubblico, un bicchiere diSciampagna,si gridò aglievviva dell’Italia.Quella scena fu triste pel Colonnello, applaudito dapprima dalla plebe Palermitana; poiché, disceso, a fischi ed urli venne accolto da soldati.
Consumato il tradimento a Palermo nella più vasta scala, le truppe accese di sdegno passarono nelle Calabrie.
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Le fortezze di Siracusa (1) e di Augusta (2) furono consegnate ai rivoluzionar! A Melazzo si avrebbe potuto schiacciare fa rivoluzione, ma la mancanza del soccorso, domandato al General Clary residente in Messina, costrinse quei bravi difensori a capitolare (3). Con tutta questa sequela di tradimenti, Garibaldi si era impadronito della Sicilia, meno della Cittadella di Messina, su i cui merli sventolava altera la bandiera dei Gigli; però ben comprendeva che nulla aveva fatto ancora, se don passava nel Continente. Qui dovrebbesi parlare delle lettere, che si scambiarono Vittorio Emmanuele e Garibaldi; ma inutil cosa la crediamo, dappoiché queste null’altro spiegano, se non ilconcerto prestabilito,che voleasi ancora tener mascherato per poi al bisogno farne un merito ed una gloria, come di poi si verificò. Messa in azione ogni opera dalla rivoluzione, Garibaldi con l’aiuto dell’ammiraglio inglese, Mumdy (4), passò lo stretto
- La fortezza di Siracusa fu data alla rivoluzione da Ferdinando Locascio e dal Colonnello Galluppi, i quali, non comprendendo che cosa sia il trionfo dell’onore e della lealtà, si arrogarono a merito l’aver ceduta lapiazzasenza tirar colpo.
- La fortezza di Augusta ebbe a soffrire la stessa sorte di Stracittà; perché il suo Comandante, il Colonnello Pietro Tonson la Tour, sentì i consigli del suo compagno, in tradimento, LoCascio,e non quei dell’onorato Generale Fergola.
- Che così sia stato, non sappiamo metterlo in dubbio, perché se il Maresciallo Clary, (che non conosciamo) a cui professiamo debito rispetto, avesse risposto ai telegrammi di del Bosco dei 18, 20 e 21 Luglio, non con altri telegrammi, ma col mandargli i battaglioni richiesti, il trionfo di Melazzo era pia che sicuro. Su tal proposito desideriamo che il signor Maresciallo Clary si discolpasse, acciò venga dimostrato, che tra tanti generali del sempre tradito esercito napolitano, ve ne erano pur di quei, che intendevano veramente difenderel’Eroe di Batta.
- Questa protezione è attestata dallo stesso romito di Caprera
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con i due vapori ilTorinoed ilFrankin,carichi di rivoltosi. Approdati aMelito(1) ed effettuato lo sbarco, vi rimanevano a ComandantiBixioeSirtori,mentre Garibaldi, risalito sulFrankin,si riportava a Messina per chiedere soccorso, onde salvare l’arrenalo vapore, ilTorino.Ma qual momento terribile non fu quello per la rivoluzione?… . che ilFrankin,appena girato ilCapo delle armi,si trovò tra i due vapori napolitani in crociera, l’Aquilaed ilFulminante.Se allora i due incrociatori avesser lanciato una sola Bancata contro il finto legno americano, Garibaldi rimaneva ingojato dalle onde, e Francesco il. sarebbe rimasto in pace nel suo Regno, a proteggere nei suoi popoli la grandezza nazionale. Vi sono dei momenti dai quali dipendono i destini dei Re e dei Regni!. . Il condottiere della rivoluzione! scampalo da questo pericolo, si vide rinato; e non tardò molto a ritornare nelle Calabrie per riunirsi ai suoi ed impadronirsi di Reggio e del suo forte, secondo si era convenuto col Generale Galloni.
Ad onta di quanto si è narrato, l’esercito della rivoluzione non sarebbe più andato innanzi, se aTirioloil GeneralGhionon avesse con diecimila, uomini, con 12 cannoni da campo, e con oltre a 300 di cavalleria, ceduto ai pochi faziosi.
nel 16 Aprile 1864 quando, al banchetto datogli nel palazzo di cristallo, disse:Senza l’appoggio ricevuto da Lord Palmerston, Napoli sarebbe ancora sotto l’Augusta Casa dei Borboni, e senza l’auto dell’ammiraglio Mundy non avrei potuto passare lo stretto di Messina.
(1)Melitoè una piccola borgata, che sorge fra il Capo delle armi ed il Capo Sparti vento, all’estremità meridionale delle Calabrie.
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Vergogna ed eterno vitupero a lui, al Generale Caldarelli, che anche cedette la sua brigata, non sappiamo se per paura o per venalità, ed a Briganti, chepatteggiò con Clerkajutante di campo di Vittorio Emmanuele, benché a questo sfacelo vi contribuisse molto ancora il Comandante in capo con la sua inerzia che, poi dai suoi nemici, si qualificò tradimento. I soldati che deposero le armi sprezzarono qualunque seduzione, e non vi fu uno solo che passasse al nemico (1). Essi piangendo solo di rabbia e di sdegno, si avviarono per le proprie case, ma la maggior parte, attraversando monti alpestri, si portarono a Capua ed a Gaeta. Ed intanto i generali mentre tradivano, rapportavano:si è defezionata la truppa(2). Superato quest’altro scoglio l’esercito rivoluzionario ne vedeva un altro insormontabile nel campo trincerato a Salerno.
(1) Qui ci piace ricordare: che il sig. Capitano, Capo dello stato maggiore, de Torrenteros, respingendo le seduzioni di Garibaldi, mostrò quanto al militare deve essere a cuore l’onore; e come deve serbarsi intatto il giuramento prestato al proprio Sovrano. Se tutti avessero così operato, siam certi, che Garibaldi si sarebbe arrestato nelle sue marce,che per solo ORO furono trionfali.
(2) II generai del Bosco, che tutti annunziano fedele e valoroso, si mostrò anch’esso intinto di questalue.Noi non vogliamo mettere in dubbio la ferita che ei diceva aver ricevuta a Morreale, e scriveva;che forse gli cagionerebbe l’amputazione del braccio.Vi ha moltissimi che dubitano su quella ferita. Siam lontani dal credere quel che pur altri asserirono aver egli da Corleone cercato di patteggiare con Garibaldi. Certo pero non possiamo negare la scena avvenuta sul verone della Pretura a Palermo in presenza di tutto il presidio. La sua seconda lettera da Salerno a S. A. R. il Conte di Trani fu causa di giudizi sinistri. Egli dicea: che,i soldati non si volevano battere,mentre, nella lettera di 48 ore prima, li dipingeva pieni di ardore. Egli consigliava al Re,come nobile ed ultimo sacrificio di abbandonar Napoli e di ritirarsi in Ispagna.Il suo ajutante di Campo Signor Luigi Dusmet, che recava quella lettera in Napoli,
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Ma chi il crederebbe? Quel campo che doveva esser la tomba della rivoluzione, ove erano soldati che frementi attendevano il nemico per lavar le macchie di viltà e di tradimento, da tanti generali impresse sulla Bandiera Napolitana? quel campo, che doveva far scomparire per sempre la vantata stella di Garibaldi, fu sciolto, ad ordine del ministro Piattelli, solò per compiacere all’InglesePeard,con cui si corrispondeva, e per prestarsi credenza all’assicurazioni del Colonnello del Bosco, in questo punto divenuto generale. Intanto quelle truppe che a Marsala retrocedettero per obbedienza al Comandante Landi quei battaglioni che a Palermo furono venduti e non vinti,
assicurava puranche agli uffiziali sotto la Reggia, ed in presenza di S. K. il Principe di Scaletta,che niùno più voleva battersi.Il fatto posteriore mostrò il contrario; perché la brigata del generai del Bosco fu quella che si batté valorosamente fino all’ultimo. Intanto il generale che si diceva ammalato in Salerno, ottenuto il congedo, se ne tornava in Napoli, dove il famoso Pa-lasciano gli lasciava un certificato della sua malattia. Corse voce generalmente, che a ciò fare, il Generale fosse stato indotto da suo cognato, il locandiere Gaetano Zir, stato sempre attivo strumento della rivoluzione in Napoli.
Giunto il Re in Gaeta, il Generale si pose d accordo col sig.Aimè,ora ministro di Francia al Marocco. Il Generale gli scriveva una lettera per dimandare un passaggio sopra un battello francese, o spagnolo per raggiungere il Re. Il sig.Aimèdoveva rispondere:che non ve ne fossero,e così scrisse. Allora il generale diresse lettera a S. M. dicendo:di essere infermo, che il trabante gli aveva rubati i cavalli, che egli per salvarsi aveva dato parola di non servire e che si recava in Marsiglia ad aspettare gli avvenimenti.In prova, mandava una lettera del Sig. Mariano Ajala, stato tenente di artiglieria, ed allora nulla, che lo premurava a non raggiungere l’armata. Dei fatti di Gaeta non parleremo, ma tutti conoscono la lettera che il Generale scrisse ad unfrateuscendo di là, perché tutti i giornali del tempo la riportarono. E tutti conoscono che la giustificazione fatta, con una seconda lettera, non produsse che raddoppiamento alla colpa. Giunto in Roma diede subito la sua adesione al Piemonte,
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quei cacciatori che a Melazzo dettero prova di valore e che dovettero cedere alla superiorità delle forze: perchécosì volleil General Clary; quei soldati che furono sorpresi nelle Calabrie per accordo di Ghio, Galloni, Briganti, Caldarelli ed altri; queste truppe, riunite a Salerno, che dal Generale del Bosco si disserodefezionate e prive di coraggio,al cenno del giovin loro Sovrano, immacolate passarono ai Campi di Capua, e gloriosamente tanti giorni di sangue sostennero. Per dare al lettore un’idea esalta e coscienziosa, che tutto il difetto era nei suoi capi disonorati e vili, l’universale non può sconoscere, che, presente Garibaldi in Napoli, in un momento di febbre generale, il Colonnello Girolamo Cav. de Liguori del 9. ° reggimento di Linea, con le bandiere spiegate, traversò là Capitale, fin con l’ultimo de’ suoi dipendenti, e si portò a difendere il proprio Re, sotto i baluardi di Capua. Disciolto il campo a Salerno, Garibaldi profittò per occuparla, e dietro l’invito diRomano, di De Cesare e di Giacchi, che dicevano: aver accettato il potere da Francesco II, quando ogni confidenza tra governo e governati era rotta; e se essi avevano ciò fatto era un sacrificio dovuto alla patria,Garibaldi entrò in Napoli, fra i baccanali di stolta e prezzolala plebaglia. Ma di ciò non era pago, perché gli sembrava di vedersi in
che depositò nelle mani del Duca di Grammont. Ma quando udì che in Napoli gli avrebbero dato il ritiro come semplice Capitano, scrisse al Duca di restituirgli l’adesione,avendo accomodato i suoi interessi col Re.
Sappiamo che queste nostre parole leveranno molto rumore tra gli adepti del Generale, ma noi loro diciamo anticipatamente,amicus Piato,sed magis amica veritas:e li scongiuriamo, nell’interesse del Generale, di non provocarci ad altre spiegazioni.
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ogni momento assalito da quelle truppe ch’erano a Capua; e perciò spinse in breve tempo l’esercito della rivoluzione verso quella Piazza, onde impadronirsene, siccome erasi concertato col Maresciallo Pinedo che n era il Governatore. Ma giunti i garibaldini sotto le mura di Capua, in vece di essere accolli concannonate a polvere,segnale di convenzione, notificato al Re con un anonimo, furono accolli con mitraglia; e quei soldati che da Generali traditori si dissero privi di coraggio, e che negavansi a combattere, fecero prodigi di valore sotto il comando del proprio Re. Quali slanci generosi non mostrarono nel primo di Ottobre nel campo di Capua? Quali prove di abnegazione alla propria vita non dettero per la salvezza del Re e del Paese? (1)
(1) Fra gli errori tattici e strategici, commessi per ignavia, o per mal’arte nella memorabile giornata del 1° Ottobre, convengono i maestri di cose belliche che vi furon quelli:
1. ° Essere troppo estesa linea di combattimento, da Capua, ai ponti della Valle, ove si distinse per coraggio e valore il Cav; Francesco de Lellis, 1° tenente del 2° Ussaro.
2. ° Non aver pensato per una riserva, ed avere nel tempo stesso impiegate tutte le forze a battagliare dall’alba di quel giorno.
3. ° Non aver saputo trar partito dall’imponente cavalleria.
4. ° Non aver compreso la vittoria delle armi del Re, per arrestarsi in Capua, e non marciare il due Ottobre contro le sgominate schiere garibaldine.
Sarebbe lungo per una nota ad analizzare con tratti evidenti, le verità sopra espresse; e come ci è noto, che il Generale in capo Ritucci,èconvenuto sugli errori ed omissioni in quella solenne circostanza, noi siamo indotti da coscienza ammettere, che nel piano di guerra per quella giornata, una BISCIA dovette strisciare fra quei di quel Consiglio di guerra; poiché non vi è soldato fedele che possa attaccare i principi del Generale in capo, per devozione, come non vi è bravo che possa negargli l’intrepidezza che egli usa in quella giornata; costandoci altresì, che facendo egli elogio ad un uffiziale dello stato maggiore, la sera di quell’azione, e questi avendogli ricordato:che il posto del generale in capo non doveva esser quello da lui scelto,rispose:è vero,
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Io quella che l’Esercito rivoluzionario era per essere distrutto sotto le mura di Capua dai soldati, e daivolontari(1) nel territorio di Venafro, d’Isernia, di Pettoranello e Carpinone, un corpo di armata del Re sabaudo, invadeva il Regno per la parte di Pescara, là cui fortezza insieme a quella dell’Aquila si attenne colla rivoluzione, oltre ad un mese prima di questo tempo (2). Mentre il corpo di armata
mal’ho fatto per calcolo;alludendo che se rimprovero conseguiva dagli effetti di quella lotta, non avrebbe dovuto niuno rinfacciargli il poco animo di farsi uccidere pel suo Sovrano. Ma questo Generale, che fu tanto bravo in quel di, per il coraggio, pochi giorni dopo si negò, ad attaccar Cialdini; per la qual cosa noi diamo ragione al famoso proverbio spagnuolo COSTUI FU BRAVO UN GIORNO.
(1) Questivolontari,parte guardie urbane e parte soldati congedati, formavano un battaglione di 1000 individui, da noi organizzato, senza il minimo concorso monetario del governo. Esso si distinse nella occupazione di Venafro, e di Fornelli; nell’attacco d Isernia con de Laca e Ghirelli: nell’attacco di Pettoranello e Capirnone col Colonnello garibaldino Nulli, dove si distinsero pur troppo i bravi capitani di gendarmeria Achille Graux e Monteleone con l’alfiere de Vivo. Nell’attacco al Macerone col Generale piemontese Griffini, comandante due battaglioni d’avanguardia, questi volontari mostrarono sommo valore, a già prima avevano liberaloForlida 200 garibaldini, prendendovi il procaccio con oltre a 7000 ducati, che trasportarono a Gaeta.Veggasi su questo particolare il dispaccio del5Ottobre1860,diretto a S. E. il Ministro della Guerra.
Ci reca maraviglia, osservando i rapporti del Maggiore de Liguori e di Scotti-Duclas Generale, rinvenire usurpata tutta questa gloria. Dopo la vittoria riportata su dei tre battaglioni garibaldini nel piano di Carpinone, il de Liguori scriveva al Duca S. Vito;Abbiamo sostenuto un brillante fattod’armi. Gli domandiamo noi:e quando mai usciste da Isernia? Non vi ricorda che9tra i vostri dipendenti, solo i tre sopraddetti ufficiali,volontariamente, con 85 gendarmi si spinsero con noi all’attacco? Non vi ricorda che tutto su di noi poggiavate? E poi, chi di noi due è stato processato? La storia Signor Maggiore, dirà:chi sostenne il brillante fatto d armi!. Il lettore sappia: che non solo il de Liguori così fece, ma tutti i Capi, i quali nascosero sempre le loro viltà sotto il coraggio dei dipendenti.
(2) Il Generale de Benedictis, negli Abruzzi, specchio di
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avendo a capo Vittorio Emmanuele, valicava gli Appennini e discendeva nella valle del Volturno, per minacciare alle spalle l’Esercito napolitano: un’altra brigala sbarcava in Napoli col generale della Rocca per rafforzare le quasi distrutte orde garibaldine, che ancor contrastavano con l’Esercito a Capua stanziato.
Vittorio Emmanuele, percorrendo la via dei ire Abruzzi, che da Pescara a Terra di Lavoro mena e conduce, sbarrata tutta dal Generale de Benedictis, coll’aiuto dei suo figli Giambattista e Michele, trovò la prima resistenza al Macerone, ove se il Maggiore de Liguori ed il Generale Scotti-Duclas avessero ben ordinato lo scontro, Cialdini si sarebbe disingannato dal credere, che non era il popolo napolitano che chiamava il suo Re a strappare la corona al tradito Congiunto, ma era l’ardente ed ambiziosa sete d’ingrandirsi che ve lo spingeva. Pur tuttavolta, ad onta che questa resistenza fu malamente ordinata, ad onta che il numero dei valorosi, che sostenevano il dritto, era in numero
riflesso del Maresciallo Flores, nelle Puglie, contribuì molto a preparar la via a Vittorio Emmanuele; e si adoprò ad ogni potere far cedere i forti di Pescara e dell’Aquila alla rivoluzione un mese e più prima che l’esercito subalpino valicasse il confine napolitano; e propriamente quando il Regalantuomoconsumava il più sacrilego attentato, impossessandosi degli Stati della Chiesa, distruggendone il piccolo esercito, che era il fiore della nobiltà cattolica. Benché in quelle battaglie si combatte seuno contro dieci,pure non fu estraneo l’assassinio per vincere quei valorosi, che pugnavano pel maggiore dei Sovrani. Il prode Generale Pimodan fu ASSASSINATO da Biambilla piemontese, che con altri si erano fatti entrare al servizio del Papa appositamente; e per questo fatto fu promosso a Maresciallo di alloggio dei Carabinieri. Dalla qualcosa si vede che, senza il tradimento, le armi del Piemonte non riportarono mai vittoria.
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decuplo minore del nemico, pure fecero spaventare Cialdini con tutto il suo corpo d’armata; è più d’ogni altro, quando, dopo di aver perduto l’avanguardia di due battaglioni, gli assicurò Scotti-Duclas: che a Cajaniello erano 40, 000 uomini delle regie truppe, pronte e desiderose di combattere. Cialdini, sopraffacendo colla forza quel piccolo numero che gli fece resistenza, e fattone alquanti prigionieri, si spinse ad Isernia, in cui elevando a sistema il terrore, fece fucilare dieci individui, tra queivolontari, che al Macerone gli avevano contrastato il passo; ed ordiné a tutt’i Prefetti delle Provincie adottarsi lo stesso sistema per coloro che non volevano sottomettersi all’invasore governo (1). Ma con tutto ciò egli non si vedeva sicuro; poiché avanzandosi verso Venafro, mentre Vittorio Emmanuele trovavasi in Castel di Sangro, coronato da tutt’i rivoluzionari dei tre Abruzzi,vedettesenza fine inviava alla volta di Presenzano, le quali coadiuvate da persone ch’erano state le pia beneficale dalla Borbonica Dinastia, riuscirono a penetrare verso Cajanello. Qual non fu la sorpresa di Cialdini, al ritorno di esse, in sentire che il Tenente Generale Ritucci si avanzava verso Venafro per dargli in quelle pianure una battaglia campale? e già tra le pattuglie di ricognizione si erano scambiale delle fucilale. Egli si confuse, fé ritorno ad Isernia, e mentre si disponeva ad indietreggiare, gli fu assicuralo che Ri
(1) A comprovare il fatto, notiamo il dispaccio di Cialdini al governatore di Molise, io data del 21 Ottobre 1860, da Isernia =Faccia pubblicare: che fucilo tutti i paesani armati che piglio. Oggi ho già cominciato,è ciò a rispetto del plebiscito che non ancora aveva avuto luogo. Questo plebiscito che ha autorizzato il governo di Torino a fare man bassa su tutto e tu tutti, costò, pel Regno di Napoli,trecento milionidi franchi.
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Ritucci ritornava verso Teano!… » La ritirala di Ritucci fu feconda di gravi conseguenze} ma che fa re quando la paura a ciò lo consigliava? Fu sostituito da Salzano nel comando, ma la viltà ed il timore, che padroneggiavano tutti i Capi, produssero, anche in questo, lo stesso effetto (1).
L’Esercito piemontese imbaldanzito da quella ritirala e sicuro dell’appoggio degli altri generali, ed uffiziali superiori, i quali, sebbene erano in quello del Re, pure se la intendevano col governo di Torino, (2) si avanzò verso Teano, eh era stata già sgombra, e con audacia attaccò nel 26 Ottobre, tra le gole di Cascano, la retroguardia napolitana, la quale, respingendo valorosamente l’attacco, diede campo al grosso dell’Esercito di ritirarsi alla destra del Garigliano. Mentre ciò avveniva Capua si serrava, e da’ Piemontesi sbarcali i Napoli col generale della
- II tempo che tutto rivela, ci ha assicurati che, se pochi Generali si mantennero ai loro posti fino al Garigliano, successe, perché credevano di fare una nuova convenzione diCasalanza,e così trovarsi bene col Re e coli invasore; ma quando poi videro, che si doveva combattere, si pentirono, e perciò chi si di mise, chi si nascose, e chi nello Stato del Papa cercò rifugio, mascherando in tal modo la diserzione. Tralasciamo gli altri, che si portarono ali estero, per assistere da lontano alla cadu a della nazionale grandezza, perché da tutti si sanno. Per provare il nostro asserto, facciamo notare: che il maggiore Saracelli avendo detto al Generale de Ruggiero, che fuggì nello Stato Pontificio, esser meglio fare una diversiva negli Abruzzi, anziché consegnar le armi ai francesi, gli fu risposto:se ardisci altra volta pronunziare queste parole,ti farò carcerare,e con un consiglio di guerra ti farò fucilare.
- Tra quali é da notarsi il Tenente Resci di Gendarmeria, che mentre scortava con noi i Garibaldini a Gaeta, fatti prigionieri a Pettoranello, voleva farli fuggire a Sessa, al che, noi con i nostri dipendenti, ci opponemmo col fucile alla mano. Tra lasciamo il tenente Battista ed altri perché son noti al mondo, ed eterna infamia li ricopre.
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Rocca, le si poneva l’assedio, o per dir meglio, si bombardava. Cialdini al vedere che le schiere borboniche si ritiravano al di là del Garigliano, non tardò a seguirle; ma giunto al ponte, fu respinto con una considerevole perdita, lasciando ancora dei prigionieri. Qui facciamo riflettere al lettore: che se il ponte non fosse stato sguernito di dormienti, e che unamano pagataaveva dati alle fiamme, i 5, 000 uomini di cavalleria, che stavano aspettando l’ora di fare apprendere ai Piemontesi come si combatte, quando non vi è tradimento, l’Esercito invasore nelle pianure di Sessa, e Mondragone, sarebbe stato tagliato a pezzi: perché fuggì al fuoco solo della batteria comandala da Basckere, diretta dallo stesso prode Negri, il quale, benché conosceva essere suo padre al servizio di Garibaldi, benché anch’egli era liberale di sentimento, non tradì; anzi mostrò da vero prode generoso, come sia bello morire sul campo, per la difesa della propria bandiera, che tanto deve essere cara all’onorato militare. Tanto era l’ardore della cavalleria, che mostrava per combattere, che vedendo indietreggiare il nemico, si spinse precipitosamente verso il ponte, . ma impedita di passare dovette arrestarsi; e non pochi furibondi cavalli coi loro cavalieri caddero nel fiume, non potendo frenarne l’impeto. Qui é d’uopo non obbliare il nome del Capitano Francesco Bozzelli del sesto battaglione cacciatori, il quale fu ucciso con una gran parte dei suoi dipendenti, per difendere colla sola sua compagnia il ponte, quando l’esercito ripiegava sopra Mola. Egli in questo punto si mostrò novello Leonida tra i Greci, o Curzio Fiamma ira i Romani.
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Le regie truppe accampate dal Garigliano a Mola, sicure di non essere battute da mare, secondo promesse date al governo del Re dal Vice Ammiraglio francese Le Barbier de Tinn, aspetta? qualche circostanza per prendere una rivincita, quelle assicurazioni, che due giorni prima si dava vennero rivocate; e le Truppe che erano accampate si bombardarono da quelle stesse navi, che tre mesi prima superbivano, d’inalberare la bandiera Gigli. Questo inaspettato avvenimento costrinse la Truppa a ritirarsi sopra Mola, sotto la grandine colpi nemici; ed in questo momento fu dispiacente l’osservare, che la brigata estera, comandata dal colonnello De la Mortillerr, meno quattro compagnie del terzo Leggieri, ch’erano in Maranola, ripiegò vergognosamente, trascinando, come suole avvenire in tali circostanze, l’onda della truppa messa sui fianchi. In questo tempo il prode Capitano della fanteria estera, Fevot, moriva gloriosamente.
Giunta a Mola, e mitragliata anche qui dalle navi nemiche,con tolleranza della squadra francesequella porzione di truppa, che si trovò nella linea di Gaeta, rinculò a Montesecco, e quella ch’era per la strada, che mena ad Itri e Fondi, si negli Stati della Chiesa, in vece di fare la diversiva per gli Abruzzi, da cui scendendo, avrebbe stretto il nemico tra due fuochi, ed il Regno sarebbe rimasto salvo dall’essere divoralo dalle fameliche locuste piemontesi (1).
(1) Questa diversità fu consigliata da illustre personaggio, chi era al fianco del Re, ma i Generali si negarono tuttidecisamente, efecero il viso delle armi al da loro già supposto consigliere. Qui cadrebbe in acconcio registrare i nomi di quellieroi di parata:ma ce ne risparmiamo la fatica, essendo certi, che niuno ignori i generali che passarono il Garigliano, tra i quali non ve n’erauno, …uno solo!… che voleva veramente difendere il Re.
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Questo fatto, oltre avrebbe sbalordita l’Europa, avrebbe pure aggiunto nei fasti militari di Napoli, un altro trionfo.
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