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Luigi Alonzi detto Chiavone

Posted by on Set 4, 2022

Luigi Alonzi detto Chiavone

Introduzione

Dei capibanda che fecero grosso brigantaggio nell’ex Regno delle Due Sicilie al momento della realizzazione dell’unità d’Italia, Luigi Alonzi, detto Chiavone, è forse il più importante e il più rappresentativo.

Egli condusse la sua azione in una zona di grande interesse strategico, lungo il confine tra lo stato borbonico e quello pontificio, dalla Marsica al litorale di Terracina. Un territorio molto esteso dove si giocò l’ultima, sanguinosa partita tra i difensori della monarchia borbonica e le truppe nazionali di repressione. Le notevoli capacità di manovra e di comando mostrate da Chiavone, l’ascendente che riuscì ad esercitare sulle molte centinaia di gregari, la qualità stessa della sua guerriglia che rese precario per un biennio il dominio dei conquistatori sull’esteso territorio ed infine la fiducia che ebbe dai sovrani spodestati lo innalzarono al ruolo di protagonista ma lo esposero, nel contempo. a critiche velenose e gelosie incontenibili che dovevano risultargli mortali.

Nella vicenda di Chiavone si chiariscono i ruoli e le implicazioni di molti personaggi storicamente importanti. Oltre al rè Francesco II e alla regina Maria Sofia, sono quasi comprimari, nella sua storia, strani vescovi e potenti cardinali, grandi generali e famosi ministri che hanno fatto le disgrazie o le fortune delle due parti in lotta.

Chiavone era nativo di Sora come il suo nonno (Valentino Alonzi) che era stato luogotenente del famoso Mammone. Era stato Guardia Nazionale nel suo paese, che abbandonò all’arrivo dei piemontesi ritirandosi a Casamari.

Successivamente, tornò a Sora da trionfatore, e dopo la vittoria di Bauco (Bovelle Ernica), continuò a combattere contro i piemontesi del colonnello Quintili, e si rifugiò nello Stato Pontificio. Era un contadino, ma non aveva mai perduto la vocazione militare. Si fece fare un’uniforme da generale, con galloni d’oro, bottoni, speroni, e scudiscio. Della sua banda, alcuni indossavano uniformi francesi comprate nel ghetto di Roma, altri indossavano l’uniforme da cacciatori dell’esercito Borbonico, altri vestivano semplicemente da contadini, da ciociari.

Esercitava un vero fascino. L’abbigliamento era pittoresco: cappello di feltro nero con piuma bianca, tunica nera serrata alla vita da sciarpa di seta rossa, spadone alla castigliana. Non era malvagio, annota Monnier, ma poneva a riscatto i proprietari e speculava sul re che serviva. Aveva molta simpatia per Garibaldi, specialmente quando questi si irritava con i piemontesi, e come Garibaldi, sapeva ben utilizzare il pittoresco per guadagnare popolarità.

¿Unificazione o annessione?

Nel 1860, alla caduta del regime borbonico sconfitto dall’esercito dei volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso di fatto agli altri Stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all’appuntamento unitario in condizioni di profonda arretratezza e di grande squilibrio sociale. Nella vasta zona dello Stato pre-unitario popolata da oltre 7.000.000 di abitanti, quasi un terzo della popolazione globale italiana dell’epoca, la distribuzione della ricchezza che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola era iniquamente spartita fra un ristrettissimo numero di latifondisti mentre la massa di braccianti agricoli era ridotta alla fame. Le premesse per una rivolta popolare erano già nell’aria fomentate dalla propaganda borbonica che incitava le masse dei diseredati a considerare i conquistatori piemontesi come il nuovo nemico da combattere e nell’autunno del 1860 una violenta guerriglia sfociò in tutta la parte continentale dell’ex Regno delle due Sicilie, con una diffusione massiccia nell’area compresa tra l’Irpinia, la Basilicata, il Casertano e la Puglia. Capitanati da ex braccianti, disertori, ex soldati borbonici e garibaldini, decine di migliaia di ribelli si diedero alla macchia rifugiandosi nelle zone montuose più impervie e inaccessibili per dare inizio a una guerriglia condotta su un duplice fronte, quello delle incursioni per razziare e depredare i ricchi proprietari terrieri, e quello sul piano squisitamente militare contro l’esercito piemontese.

Brigantaggio meridionale

In un primo tempo la matrice della ribellione sembrava essere circoscritta a fattori di natura prettamente politica e configurarsi nella lotta armata contro l’oppressore, ma quando la giurisdizione del Regno d’Italia s’insediò ufficialmente, la vera causa della sollevazione popolare si rivelò come il prodotto di un incontenibile disagio sociale. Il vecchio regime borbonico era caduto per l’iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridional concrete speranze di un radicale rinnovamento della società locale, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l’espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza fra i ricchi possidenti del Nord e i proprietari terrieri del Sud, eludendo la promessa della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. La realtà apparve ben presto in tutte le sue sfaccettature negative per il popolino: le strutture economiche e sociali rimasero immutate mentre faceva capolino un nuovo nemico agli occhi delle masse di diseredati. Lo Stato forte dell’Italia unificata imponeva una rigida centralità amministrativa introducendo pesanti balzelli che andavano a gravare sul capo dei più deboli, l’insopportabile ingerenza dei prefetti di polizia e la norma della ferma militare obbligatoria, particolarmente invisa alle popolazioni povere del Sud. A tutto ciò andava aggiunta l’incapacità da parte della Destra conservatrice di affrontare la questione del Mezzogiorno focalizzando come esigenza primaria la questione sociale che fu invece la vera molla scatenante dell’esplosione di quel gravissimo fenomeno di rivolta popolare noto come brigantaggio meridionale.

Qual era la consistenza delle forze ribelli dislocate su un territorio che si espandeva fino ai confini meridionali dell’Abruzzo? Si calcola che le bande di briganti siano state oltre 350, di cui almeno 33 con oltre 100 uomini e le più corpose con un organico che sfiorava le 400 unità, e che schierarono in campo decine di migliaia di ribelli “prelevati” con la persuasione o con la forza dall’immenso serbatoio delle masse contadine. Le “formazioni” erano comandate da capi dal nome leggendario come Crocco, La Gala, Pasquale Romano, Caruso, Luigi Alonzi, Gaetano Manzo, Tranchella.

Crocco, al secolo Carmine Donatelli, era originario di Rionero e dominava la zona della Basilicata e del Melfese. Arruolatosi nell’esercito borbonico, aveva ucciso un commilitone nel 1850 e aveva disertato per evitare la forca. Dieci anni dopo si aggregò a un gruppo di patrioti lucani insorti per iniziativa di alcuni borghesi di Rionero. Di nuovo ricercato, si diede alla macchia nei boschi del Vulture seguito da un manipolo di compagni di sventura e divenne un temuto fuorilegge. Le sue file ben presto si ingrossarono e Crocco si mise a disposizione dei reazionari borbonici da cui ricevette assistenza e sovvenzioni. La sua banda nutrita e compatta impegnò in durissimi scontri le truppe regolari piemontesi, ma alla fine di luglio del 1864 Crocco prese la decisione di ritirarsi dalla guerriglia e si trasferì nel territorio dello Stato Pontificio convinto di farla franca. Benchè il clero appoggiasse ufficiosamente gli insorti, il capobanda lucano fu arrestato dal governo papale e incarcerato per le sue nefandezze. Nel 1872 fu processato dalle autorità italiane a Potenza e condannato all’ergastolo. Morì dopo oltre 30 anni di reclusione nel penitenziario di Santo Stefano a Ventotene.

Michele Caruso di Torremaggiore era considerato uno dei capibanda più sanguinari e temibili. Agiva con i suoi briganti nel Molise, nel Beneventano e nella Capitanata (l’attuale provincia di Foggia). Le sue azioni di vera e propria guerriglia organizzata diedero molto filo da torcere alle forze dell’esercito del Regno d’Italia dal 1862 al 1863. Catturato in seguito alla soffiata di un delatore il 10 dicembre 1863 nei pressi di Molinova, venne trasferito a Benevento e fucilato il giorno successivo dopo un processo sommario. Con la sua morte la banda in breve tempo si disperse.

L´azione dei Briganti

Tanti furono i briganti che si portarono alle cronache del tempo, ma senza dubbio il più famoso fu Luigi Alonzi detto “Chiavone”, che ebbe il suo quartier generale sul monte Pedicino, che all’epoca veniva detto Monte Favone. Egli non fù solo un brigante, ma passò alla storia come reazionario per essere stato scelto a guidare la reazione antinazionalista contro il futuro Re d’Italia. La sua attività fu sorretta e finanziata sia dal Re Ferdinando di Borbone, che dalla Chiesa di Roma, come ci è dato sapere dal diario di Zimmerman il quale fu per un tempo luogotenente dell’Alonzi. Quando il tentativo antinazionalista divenne vano, Chiavone fu fatto uccidere il 28 giugno 1862, in un posto imprecisato della boscaglia di Valle dell’Inferno, per ordini del generale Tristany accompagnato dal colonnello Zimmermann che giá da tempo aveva cominciato a rivaleggiare con Chiavone.

Luigi Alonzi, soprannominato “Chiavone”, originario di una famiglia di agiati contadini e guardaboschi di Sora, capeggiava una banda di oltre 400 briganti e combattè contro le truppe regolari del Regio Esercito tra il 1861 e il 1862 nelle zone confinanti del Sorano, del Casertano e dello Stato Pontificio. Venne fucilato nell’estate del 1862 per ragioni rimaste oscure, forse per rivalità, dall’ufficiale spagnolo Raffaele Tristany, inviato sul luogo su preciso ordine borbonico per organizzare azioni di guerriglia contro l’esercito italiano. Il Tristany assunse successivamente il comando di tutte le bande di briganti che operavano ai confini dello Stato Pontificio.

La lotta armata contro i piemontesi

A guidare la reazione antinazionalista filoborbonica fu chiamato Luigi Alonzi, un guardaboschi della Selva di Sora, nato nel 1825. Chiamato “Memmo” per gli intimi amici e “Chiavone” per la gente della contrada per le sue notevoli doti amatorie.


Chiavone era un uomo scaltro e in tempi duri, prima di indossare la divisa da guardaboschi e quella da generale, fu un audace contrabbandiere della Selva e delle località tra Fontana Fratta, Scifelli e S. Francesca. Con la lotta personale contro la Guardia Nazionale di stanza a Sora, conquistò la fiducia del Governo Borbonico. Chiavone apparteneva al ceto basso e dentro di se albergava un grande desiderio di riscatto, così durante la sua breve vita si era specializzato nell’arte di arrangiarsi in ogni situazione e a carpire ogni possibilità di cambiamento che gli si presentava. Pertanto con il coinvolgimento alla reazione filoborbonica cercava gloria e onori per una vita migliore, ma le sue origini non passarono inosservate e fu così che divenne l’agnello sacrificale per sigillare gli accordi sottoscritti tra le diplomazie piemontese, pontificia e borbonica.

Egli non fu solo un brigante, ma passò alla storia come reazionario per essere stato scelto a guidare la reazione antinazionalista contro il re d’Italia.


La sua attività fu sorretta e finanziata sia dal re Francesco II di Borbone, che dal papa Pio IX, come ci è dato sapere dal diario dello Zimmerman, luogotenente dell’Alonzi. In questi anni aveva posto quartier generale a Case Cocchi, sopra Monte Pedicino detto all’epoca Monte Favone, dove comandava un esercito di 1500 uomini formato sia da legittimisti che da volontari, dislocati tra Fontana Fratta e S. Francesca, e dove risiedeva la sua compagna Olimpia Cocco.

Olimpia fu per Chiavone sì un’amante, ma soprattutto una vera amica e consigliera. E tale rimase anche quando, costretto a spostare i suoi uomini alla Fossa dell’Ortica, sita a nord-est del monte Pedicino a quota 1200, scortato da una ventina di fedelissimi scendeva da lei, approfittando del buio e rischiando più volte di essere catturato. Il suo coinvolgimento nella lotta durò fino al 28 giugno 1862, giorno della sua morte per fucilazione ordinata dal generale Tristany, inviato da Francesco II. Il suo corpo fu bruciato nella boscaglia di Valle dell’Inferno vicino Trisulti.


Dopo la morte di Chiavone il brigantaggio legittimista cessò, e i suoi uomini si dispersero in tante piccole bande, che furono braccate dai piemontesi fino al totale annientamento. Ancora oggi a S.Francesca si ricorda di Domenico Foco, che prese le redini dopo la morte di Chiavone, capeggiando una banda di cento uomini scendeva da Prato di Campoli e che fu avvistata dai militi del distaccamento dell’Amaseno il 18 marzo del 1866.

Proclama del “Comandante in capo Chiavone”

All’armi! All’armi! All’armi !

“[…] Il piemontese nemico del nostro Re, della nostra Monarchia, delle nostre leggi, nemico del patrizio, del borghese, del contadino, nemico di tutti gli ordini militari civili e religiosi; il piemontese che arde città, scanna i fedeli a Dio ed al loro sovrano, fa macello di sacerdoti, svelle dalle loro chiese i vescovi, e per sospetti caccia nelle carceri, negli ergastoli e negli esilii quanti non vede piegar la fronte all’idolo d’ingorda e bugiarda rivoluzione, il piemontese che copre con l’orgoglio la sua nudità, e che si gloria di non sentir pietà nello sgozzar vecchi, vergini, pargoletti, nè ritrosia nel dar di piglio nella roba altrui o pubblica o privata; il piemontese che profana le nostre donne ed i nostri templi, ubriaco di libidine, fabbro di menzogna e d’inganni, schernitore di vittime da lui tradite: il piemontese fugge dinanzi allo scoppio dei nostri moschetti rugginosi; e nelle città dov’egli avea fondate le case di prostituzione ed il servaggio, ormai sventola il vessillo della libertà e della indipendenza del Regno al grido di viva Francesco II. La bandiera del sovrano è già inalberata in Sora. Popoli degli Abruzzi, delle Puglie, delle Calabrie, dei Principati, all’armi! Sopra i gioghi degli Appennini, ciascun macigno è fortezza, ciascun albero è baluardo. Ivi il nemico non potrà ferire alla lontana coi proiettili dei cannoni rigati, né con l’unghie dei cavalli. Combattendo uomo con uomo, egli che non ha fede in Dio e in Gesù Cristo, ne può avere carità de’ fratelli, dovrà soccombere al fremito del nostro coraggio, alla forza dei petti devoti alla morte per una causa che merita il sacrificio della vita. All’armi! Le falci, le ronche, i massi valgono nelle nostre mani più che le baionette e le spade. Un milione di anime oppresse si confortano con un grido alla pugna; sessantamila dei nostri stendono le braccia dalle carceri verso di noi; le ombre di diecimila ci dicono vendicateci.. Corriamo dai boschi alle città, dalle province a Napoli. L’arcangelo San Michele ci coprirà col suo scudo, la Vergine Immacolata col suo manto, e faranno vittoriosa la bandiera che appenderemo in voto nel tempio. Il piemontese che ci deride, svilisce, conculca, tiranneggia, spoglia, e uccide con l’ipocrita maschera della libertà, ritorni nei suoi confini tra il Po e le Alpi. Ritorni a noi quel Sovrano che Iddio ci ha dato, e lo fe’ generare nelle viscere di una madre santa, e crescere in virtù candido come il giglio, che adorna il borbonico stemma. Francesco II e Sofia, ed i Reali principi c’insegnarono come si debba star saldi ed intrepidi nella battaglia. Vinceremo. I potenti dell’Europa compiranno l’opera nostra rimenando la pace all’Italia; ed il nostro regno all’ombra della religione cattolica e del papato, si riabbellirà di quella gloriosa borbonica dinastica che ci sottrasse ai duri ceppi dei piccoli tiranni, e ci diede ricchezza e franchigia vera, e la indipendenza dallo straniero. All’armi!”

Il Comandante in capo CHIAVONE

Conclusione

Luigi Alonzi detto Chiavone nacque nella città di Sora, in contrada Selva, il 19 giugno 1825 e fu battezzato nella chiesa parrocchiale di San Silvestro Papa il giorno seguente; fu militare al servizio dei Borboni, guardaboschi, e poi divenne capobrigante; fu tra i primi ad offrire i suoi servigi a Sua Maestà Francesco II di Borbone; le sue azioni dovevano servire a riportare i borbonici al potere ed infatti egli ostacolò l’avanzata dei Garibaldini a San Vincenzo Valle Roveto; ma nonostante avesse operato al servizio dei legittimisti borbonici, proprio questi ultimi si resero responsabili della sua morte, avvenuta mediante fucilazione, il 28 giugno 1862, nella Valle dell’Inferno, presso la Certosa di Trisulti, vicino alla cittá di Sora.

La sua morte chiudeva nella zona un’intera epoca.

Alberto Sarra

(Buenos Aires, Argentina – Marzo 2007)

(Compilato da documenti e libri storici sul Brigantaggio.

Bibliografia

§         Giammarco Naido – “Michele Ferri, e Il Brigante Chiavone” Articolo del C.S.R.C.

§         Giovanni De Matteo – “Brigantaggio e Risorgimento – Leggittimisti e briganti tra i Borbone e i Savoia” Alfredo Guida Editore, Napoli, 2000.

§         Antonio Ciano – “I Savoia e il massacro del sud” – Grandmelò, Roma, 1996.

§         Marco Lambertini –  “Il Brigantaggio fu soltanto la Guerra dei Poveri.”

§         Achille Lamesi – “I Briganti a Veroli.”

§         Michele Ferri – Domenico Celestino – “Il brigante Chiavone”

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