Alta Terra di Lavoro

già Terra Laboris,già Liburia, già Leboria olim Campania Felix

Luigi da Itri, l’emigrante

Posted by on Mag 20, 2020

Luigi da Itri, l’emigrante

Luigi Saccoccio, mio nonno paterno, era nato ad  Itri, la cui gente contendeva alle rocce la sua vita, che era dura e difficile. I suoi uomini facevano i contadini, i pastori e i carbonai nei boschi che rivestivano le colline, disseminate di olivi secolari. Luigi, dopo aver finito il servizio militare, decise di emigrare in terre più grasse. 

Per comperargli il biglietto per gli Stati Uniti, suo padre, che era adusto, sottile, agile di mente e di carne, dovette ipotecare la casa e il campicello che possedeva. Luigi non sarebbe mai stato come lui. Il vecchio lo comprendeva,  ma tuttavia aveva fiducia nel suo figliolo, che era tornato a casa con una fotografia nella quale lo si poteva vedere fare il “presentat’arm” con un pezzo di artiglieria da montagna, ed era andato in cerca di chi gli prestasse i soldi per lasciarlo partire. Con due braccia simili, il vegliardo era  sicuro  che Luigi avrebbe presto rimandato indietro la somma. Non si sbagliava.

   Luigi partì. Se si fosse congedato pochi mesi prima, egli sarebbe sbarcato a Santos o a Buenos Aires, seguendo, come una formica, tutti gli altri itrani, che erano emigrati nel Sud America solo perché l’agente della Compagnia di navigazione aveva avuto più il suo tornaconto nel vendere loro i biglietti per codesta America, ma l’agente era morto e il suo successore, che era inesperto ancora delle finezze del mestiere, quando gli capitò Luigi, l’informò che il biglietto meno costoso per l’America era quello per New York.  Questo fu l’unico motivo per il quale Luigi scelse New York, invece di Santos o Buenos Aires.  Il parroco gli spiegò poi che New York stava in un’altra America, dove non c’era nessuno di Itri, ma Luigi era animoso e l’idea di essere il primo del paese che andava a New York gli piacque e lo inorgoglì.

   A bordo Luigi stette male. Il mare fu pessimo durante quasi tutta la traversata, torturandogli lo stomaco e smorzando assai il suo entusiasmo. Mai come in quei giorni egli rimpianse i saldi sentieri delle colline di Itri, l’odore del bosco e immobilità del suo letto di crocchianti cartocci.

   Però negli ultimi giorni il mare si calmò divenendo liscio e placido. Luigi poté lasciare la cuccetta e quella tana asfissiante, dove erano ammonticchiati in sei, uno sopra l’altro, e salire sul ponte, a prua, fra gli argani e i verricelli. Lo stomaco ora stava cheto, sebbene egli si sentisse il capo sempre pesante e storno. Però l’energia gli ritornava,  poco a poco, e gli  passarono i brutti pensieri. Il mare gli ispirava  maggior confidenza e, sull’esempio degli altri, egli incominciò a ridere di coloro che ancora languivano. Attaccò discorso con qualcuno, scese in cambusa a bersi qualche mezzo litro di vino e a fumare un toscano, al riparo dal vento. Quasi tutti i suoi compagni di traversata erano italiani e fra essi incontrò uno del quale  capiva completamente il linguaggio. Era un napoletano che faceva il viaggio per la terza volta. Conosceva ormai New York come le sue tasche e i suoi racconti persuasero Luigi al punto che egli si vedeva ormai divenuto ricco in quella prodigiosa città, che finalmente comparve all’orizzonte una sera, al tramonto.

   La nave gettò l’ancora, lontana dalla riva, in attesa del giorno. Come tanti altri, Luigi rimase sul ponte  sopra un mucchio di cordami vecchi, per molte ore della notte, ad ammirare, soggiogato,  quelle miriadi di luci che disegnavano, nel buio, il profilo smisurato della città. Al mattino, la nave venne invasa da una quantità di gente in divisa e, per molte ore, Luigi fu sballottato di qua e di là, da uno che gli mise un timbro sul passaporto ad un altro che volle sapere quanti soldi aveva in tasca, da un medico che lo fece spogliare e lo esaminò perfino in bocca, ad un poliziotto che gli chiese se  era mai stato in prigione. Tutti gli altri suoi compagni subivano le stesse visite e le medesime domande. Erano in trecento e più ed era ormai sera quando la nave si accostò alla riva di Ellis Island.     

   Luigi si era accordato con il napoletano  per sbarcare insieme, ma durante la visita della dogana lo perdette di vista. Quando poté passare i cancelli, il napoletano era come svanito.  Luigi pensò che fosse rimasto ancora dentro e lo attese.  Attese fino a quando nella tettoia  non rimasero che i doganieri. Tutti se n’erano andati. Egli era solo, con la valigia che non voleva più richiudersi, posata a terra. Le luci si spensero, i doganieri sparirono dopo aver sbarrato i cancelli. La banchina diventò deserta e silenziosa. In faccia a lui, si ergeva come una montagna di case, immensamente alte, costellate di luci. Quella era New York. Un brontolìo minaccioso come un tuono remoto giungeva da quella  massa oscura, mentre la luna color del rame saliva nel cielo fra le nubi, lentamente. Luigi in quel momento  ebbe paura. Non sapeva dove andare, si sentiva perduto nella pura immensità della sera, ma una voce lo scosse. Qualcuno, sbucato da un vicolo oscuro, si avvicinava a lui, parlandogli in italiano. Era un imprenditore edile, che aveva assunto un lotto di lavoro nei “docks” di South Street. Per otto anni filati Luigi adoperò la cazzuola, spezzandp, a giusta metà, un mattone, diventando un cottimista di primo ordine, conosciuto come uno dei migliori nei cantieri di New York. Accumulata una cospicua somma,  Luigi ritornò al suo paese: “Good bye, good bye”, New York. Sarebbe tornato a sentire il rintocco del campanile di S. Michele Arcangelo, gaio, squillante, quello del campanile del convento dei Padri Passionisti vibrante sulla campagna trionfante di luce. Sarebbe tornato alla sua casa stretta, quadrata e grezza come una torre e a una sorta di soffitta riparata dal solo tetto di zinco sostenuto da grosse travi, da cui pendevano grappoli di uva e di frutta, di cipolle e di pomidoro ed anche salami marmorizzati e trecce di agli che sembravano “ex voto” in cera, e da uno spesso graticolato di canne.  Avrebbe, la domenica delle Palme, invaso le vie del paese con il segno pacifico dei ramoscelli di olivo; avrebbe, nella chiesa ruicettizia dell’Annunziata, nella penombra mistica, omaggiato il Galileo, il re povero e dolce sedente su di un’asina, fra la turba dei discepoli, incontro agli osanna del popolo redendo.

Alfredo Saccoccio       

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