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L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA LUDOVICA VECCHIO

Posted by on Mag 8, 2020

L’UNITA’ D’ITALIA VISTA DA LUDOVICA VECCHIO

PREMESSA

Il professore di storia, quando è arrivato col programma all’argomento dell’Unità d’Italia, ha voluto darci come compito da fare a casa in gruppo, questo decalogo che racchiudesse le tappe fondamentali dell’evento per comprendere meglio come si è creata l’Italia che conosciamo noi oggi e anche per riuscire a studiarlo in modo più approfondito. I dieci punti che abbiamo toccato sono quelli che hanno comportato i cambiamenti più importanti in Italia prima di arrivare all’unificazione.

INTRODUZIONE

Dopo il congresso di Vienna si assistette nei vari paesi ai tentativi di restaurare gli assetti politici e sociali precedenti alla rivoluzione francese. Tale processo passò sotto il nome di Restaurazione e portò a forti conflitti interni a ciascun paese, non ultimo l’Italia, causati soprattutto dalle modalità di attuazione della restaurazione, cioè con metodi repressivi e violenti. 
Le varie rivolte si susseguirono in tutta Europa in ondate periodiche. In Italia emersero poi vari personaggi che si distinsero per le loro idee liberali e per il loro operato. Quindi si può dire che il Risorgimento fu quel movimento che portò all’avvento dello Stato nazionale unitario con la proclamazione del regno d’Italia nel 1861.

DECALOGO:

1a.Giuseppe Mazzini e la Giovine Italia”:

In seguito al fallimento delle società segrete, Giuseppe Mazzini fonda nel 1731 la “Giovine Italia”, un’associazione di liberi cittadini organizzata su basi nuove, i cui membri si impegnavano <a restituire l’Italia in nazione di liberi ed eguali, una, indipendente, sovrana>  e a lottare perché divenisse <repubblicana e unitaria>.La forza della proposta stava nell’immagine di nazione (comunità di discendenti nella quale le generazioni erano legate da vincoli di parentela e amore e che doveva conquistarsi una propria dimensione politica, che fosse una, dipendente, libera, repubblicana, nell’ambito di uno Stato democratico). La riflessione di Mazzini riguardava non solo l’Italia, ma anche tutti i popoli europei (popolo inteso come unità intermedia tra individuo e nazione, unico soggetto in grado di fondare una nazione libera). Lo stato repubblicano doveva svolgere un ruolo pedagogico così da formare i cittadini che hanno come obiettivo una saggia amministrazione del bene collettivo e della cosa pubblica; lo stato repubblicano era una nazione nella quale ogni cittadino poteva identificare il bene collettivo come bene personale. Dio è identificato con lo spirito radicato nella storia dei popoli e la fiducia nella libertà e nel progr era percepita come una fede religiosa (Dio e popolo).

1b.Vincenzo Gioberti (neoguelfo), Cesare Balbo (neoghibellino):

Vincenzo Gioberti nel 1843 propone un’unione confederale tra gli stati italiani presieduta dal papa (esempio nell’opera Del primato morale e civile degli italiani); questo programma concilia la religione cattolica con le posizioni liberali. Gioberti attribuisce un ruolo importante alla Chiesa di Roma . Il suo progetto mira ad un accordo tra i sovrani della penisola per un futuro assetto confederativo, i cui promotori devono essere lo Stato della Chiesa e il regno di Sardegna: per questo la proposta di Gioberti viene definita neoguelfa. Nel 1844 Cesare Balbo affronta la questione dell’affrancamento dall’Austria nel suo scritto Delle speranze d’Italia; egli riconosce un ruolo trainante al regno di Sardegna che dovrebbe cogliere il momento più opportuno e rivendicare l’acquisizione dell’intera Italia settentrionale sotto le insegne della monarchia sabauda. Per le sue tesi, opposte a quelle di Gioberti, Balbo fu definito neoghibellino.

1c. Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari:

Carlo Cattaneo espone un progetto incentrato su un intreccio tra sviluppo economico, progresso della società e pensiero scientifico. I ceti borghesi sono gli unici in grado di coniugare conoscenze scientifiche e capacità economiche per il bene della comunità mediante alcune riforme. Cattaneo è stato assimilato ai moderati a causa della centralità riservata alla borghesia, ma le rivendicazioni per la libertà individuale e alcune soluzioni di carattere radicale marcano una differenza tra il suo pensiero e il pensiero dei moderati. Egli inoltre propone un assetto istituzionale di carattere federale: le autonomie locali contribuirebbero così al progresso della nazione. Giuseppe Ferrari ipotizza un moto di dimensioni europee con l’avallo della Francia e il sostegno di manifestazioni pubbliche delle popolazioni oppresse. Lo sviluppo di forme di democrazia porta la liberazione della penisola e segna l’avvento di una repubblica federale. Ferrari fu uno dei primi ad aver posto in relazione il problema nazionale italiano con la questione sociale.

2a. Lungo 48 italiano, lotta per le costituzioni:

Tra il 1848 e il 1849 negli stati della penisola ci sono numerosi moti per ottenere costituzioni liberali per ottenere costituzioni liberali e per avviare un processo di unificazione nazionale. Dal 29 gennaio 1848 si apre una stagione costituzionale: tutti i sovrani concedono costituzioni liberali ispirato al modello francese del 1814. In Toscana Leopoldo II l’8 febbraio promette la costituzione, promulgata come Statuto fondamentale il 15 febbraio. Anche Carlo Alberto promette l’8 febbraio una costituzione che promulga poi il 4 marzo, il cosiddetto Statuto albertino. Nello Stato della Chiesa, invece, il 14 marzo compare uno Statuto del regno. La caratteristica comune a tutte le costituzioni è quella di essere concesse dai sovrani , inoltre hanno un’impostazione moderata (ovvero che non mettono in discussione la posizione monarchica) e inoltre prevedono un Parlamento bicamerale con una camera alta di nomina regia e una camera bassa elettiva sulla base di un criterio fortemente censitario (gli abilitati a votare sono tra l’1,5% o il 2% della popolazione).

2b.Cinque giornate di Milano contro l’impero asburgico:

A Milano si apre lo “sciopero del fumo”; in tal modo i cittadini intendono colpire le entrate fiscali dell’impero asburgico, a cui il tabacco fornisce un apporto rilevante. Il 22 febbraio il governo di Vienna vara un provvedimento che fissava una procedura sommaria per i reati politici. Gli abitanti di Milano il 18 marzo danno inizio ad una rivolta, nel corso della quale si distinguono i giovani dell’orfanatrofio, i cosiddetti martinitt. Con un Consiglio di guerra i milanesi conquistano il controllo della città. Il 22 marzo, dopo cinque giornate di lotta, 14.000 soldati austriaci sono costretti a ritirarsi dalla città e a ripiegare all’interno delle fortezze del quadrilatero (Mantova, Peschiera, Verona e Legnago). Emergono però fin da subito le diverse anime esistenti all’interno del moto rivoluzionario: le posizioni insurrezionaliste dei democratici non sono condivise dai liberali moderati.

2c.Dichiarazione di guerra all’Austria:

I liberali piemontesi sono divisi al loro interno tra coloro che premono per una posizione dichiaratamente antiaustriaca e coloro che propongono una politica piemontese-centrica. Carlo Alberto nonostante sia consapevole della debolezza del suo esercito il 23 marzo 1848 annuncia il suo intervento contro l’Austria a fianco delle popolazioni lombarde. L’intervento piemontese genera grandi aspettative e suscita un profondo entusiasmo: appare come primo atto concreto della riscossa nazionale. Il 25 marzo una colonna militare entra a Milano già liberata; solo il 29 marzo il grosso delle truppe varca il Ticino verso Pavia. A causa di ciò anche i sostenitori del sovrano sabaudo cominciano a pensare che egli coltivi unicamente delle mire espansionistiche.

2d.Toscana e Repubblica Romana:

In Toscana il 27 ottobre 1848 il granduca Leopoldo II nomina Giuseppe Montanelli primo ministro, che elabora un programma di governo che contempla la riforma del sistema elettorale con l’adozione del suffragio universale e l’elezione di deputati per formare un’Assemblea costituente nazionale. Leopoldo II nel gennaio del 1849 decide di abbandonare il granducato. Il 12 febbraio la Camera nomina un triumvirato composto da Montanelli, Guerrazzi e Mazzoni. Guerrazzi riesce a farsi nominare dittatori con pieni poteri, che però si mostra incerto sulla via da seguire e così Gino Capponi attua un colpo di stato: il 12 aprile Capponi si riappropria del governo in nome di Leopoldo II che riprende il potere il 27 luglio 1849 annullando ogni provvedimento emanato dal 27 ottobre.A Roma si fonda una Giunta di stato che scioglie il parlamento e convoca un’Assemblea costituente romana da eleggersi a suffragio universale. L’Assemblea romana proclama decaduto <di diritto e di fatto> il potere temporale del Papa e il 9 febbraio 1849 proclama la nascita della Repubblica romana che si estende a tutto lo Stato pontificio. Tra febbraio e marzo 1849 il governo democratico attua l’abolizione del controllo vescovile sull’istruzione , la soppressione del Sant’Uffizio e l’incameramento dei beni ecclesiastici. Il 24 aprile 1849 un corpo di spedizione al comando del generale Oudinot sbarca a Civitavecchia e si mette in marcia verso Roma. Garibaldi batte i francesi fuori porta San Pancrazio (30 maggio) e nelle battaglie di Palestrina (9 maggio) e Velletri (19 maggio), sconfigge anche alcuni reparti napoletani inviati da Ferdinando II. Il 3 luglio, però, l’Assemblea costituente non può più opporre resistenza contro la coalizione formata da Francia, Austria, Spagna e regno delle Due Sicilie. I francesi occuparono Roma il 4 luglio 1849.

3.Programma di Cavour:

Il regno d’Italia si trova a cimentarsi con prove ardue. Occorre creare un saldo assetto istituzionale, porre rimedio all’estrema arretratezza economica e sociale di gran parte della penisola, completare l’unificazione territoriale del paese, mettere fine all’insorgenza del brigantaggio nelle campagne meridionali, risanare il bilancio pubblico gravato dai debiti degli stati preunitari, affrontare le difficili controversie con la Chiesa cattolica, acquistare fiducia e adeguate credenziali presso le maggiori potenze europee. Per Camillo Benso, conte di Cavour, esiste una stretta connessione tra l’affermazione delle libertà economiche e il consolidamento delle libertà politiche. Delle riforme graduali consentirebbero di procedere nello sviluppo economico e allo stesso tempo di rinsaldare il regime monarchico costituzionale. Il conte propone un sistema basato sul censo che conferisca un ruolo eminente ai segmenti medio- alti della popolazione. Cavour esclude categoricamente ogni prospettiva rivoluzionaria e auspica alla formazione di un regno dell’Alta Italia che riunisca sotto la dinastia dei Savoia le regioni settentrionali. Il programma cavouriano ambisce alla realizzazione di un sistema politico efficiente, centralizzato e solidamente nelle mani di ceti dirigenti alto- borghesi in sintonia con la dinastia dei Savoia. Nell’ottobre del 1850 Cavour è chiamato a ricoprire il posto di ministro dell’Agricoltura e del Commercio; nell’aprile 1851 gli viene attribuita la carica di ministro delle Finanze. Tra il 1851 e il 1852 sottoscrive contratti commerciali con Austria, Belgio, Francia e Inghilterra, ispirati al principio di libero scambio. Sul versante interno vara alcuni provvedimenti per razionalizzare l’organizzazione della pubblica amministrazione e la contabilità dello stato. Sul fronte fiscale impone una politica tributaria severa ma cerca comunque di favorire i settori più dinamici. L’ascesa al governo di Cavour nel novembre 1852 segna l’avvio di una fase di notevole sviluppo politico ed economico per il regno di Sardegna.

4a.Mazzini e i democratici:

L’unico che fin da subito insegue l’obiettivo dell’unità nazionale è Mazzini, ma la soluzione istituzionale repubblicana che egli vorrebbe non si regge su concreti rapporti di forza, né viene condivisa dagli esponenti del movimento democratico. Il movimento democratico, una corrente ispirata alle riflessioni di Giuseppe Mazzini, aveva tratto vantaggio dal fallimento delle ipotesi neoguelfe e confederali . Mazzini durante l’esilio in Svizzera e a Londra fonda nel luglio 1850 il Comitato centrale democratico europeo. In Italia sorge un Comitato nazionale che raccoglie i diversi gruppi di mazziniani e per il cui finanziamento viene emesso un prestito di dieci milioni di lire garantito dal futuro governo italiano. Nelle aree più sviluppate industrialmente vengono fondate le “società di mutuo soccorso”, che hanno lo scopo di fornire un aiuto ai lavoratori disoccupati mediante l’erogazione di sussidi attinti a una cassa comune formata per autotassazione. La strategia dei mazziniani si concentra su azioni circoscritte che devono preparare il terreno per una rivolta su scala nazionale. I tentativi insurrezionali però si concludono tutti in un fallimento. Nel 1853 alcuni mazziniani e altri democratici liberali danno vita al Partito d’azione, che dovrebbe coordinare e convogliare le energie verso l’obiettivo dell’unificazione sotto le insegne di una repubblica. Ma la nuova serie di moti ( a Sapri, Livorno e Genova) del 1857 sono altrettanti fallimenti.

4b.Proposte di Ferrari e Cattaneo:

L’intero movimento mazziniano si trova in preda a una profonda crisi. Le proposte federali e socialisteggianti di Ferrari e Cattaneo. Ferrari si concentra sulla questione sociale, considerata inscindibile da quella politica: si esprime per una “legge agraria” che dovrebbe modificare gli assetti sociali della penisola. Pisacane matura un orientamento che unisce l’aspirazione a uno stato unitario organizzato su basi federalistiche e municipalistiche con l’appoggio dei contadini, che si dovrebbe concludere con l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e la collettivizzazione della terra e dei capitali.

4c. Società nazionale italiana:

Anche il governo piemontese prende coscienza della questione nazionale e nel 1856 comincia ad agire la Società nazionale italiana (costituita ufficialmente nel 1857) che cerca di raccogliere intorno ai temi dell’indipendenza la maggioranza liberale moderata con il compito di perseguire l’unità politica della penisola sotto la protezione della monarchia sabauda. La Società faceva propaganda clandestina negli altri stati italiani.

4d.Attentato a Napoleone III:

Nel gennaio del 1858 Felice Orsini attenta, senza successo, alla vita di Napoleone III, in quanto lo riteneva responsabile del fallimento dei moti rivoluzionari del 1848/1849. Prima di salire sul patibolo Orsini compie un gesto che porta l’attenzione della diplomazia francese sulla causa nazionale italiana; infatti egli si dichiara pentito e rivolgendosi direttamente all’imperatore francese confessa di aver agito così perché disperato dinanzi alle tristissime condizioni degli italiani, annichiliti dall’opprimente presenza dell’Austria.

4e.Accordi di Plombières:

Cavour riesce ad ottenere un incontro segreto con Napoleone III con l’obiettivo di delineare strategie per la struttura della penisola. Nel luglio del 1858, a Plombières, cercano di trovare un modo per spingere l’Austria a dichiarare guerra al regno di Sardegna. Decidono insieme anche il futuro assetto della penisola, suddiviso in quattro regni che avrebbero dovuto formare una confederazione presieduta dal papa, ovvero un regno dell’Alta Italia (Lombardo-Veneto, ducati e Legazioni pontificie dell’Italia centrale ovvero i territori di Bologna Forlì Ravenna e Ferrara) sotto la sovranità dei Savoia, uno Stato della Chiesa (Roma e Lazio) nelle mani del papa, un regno dell’Italia centrale (Toscana, Umbria e Marche) nelle mani di Girolamo Bonaparte e un regno dell’Italia Meridionale affidato a Luciano Murat.

5.Analisi economica:

Il quadro socio- economico della penisola si presenta molto difforme. L’agricoltura resta l’attività di gran lunga prevalente in tutta la penisola. Essa ha importanti progressi nella Pianura padana e in alcune zone del Piemonte, dove è cresciuta la piccola borghesia agraria (formata da mercanti e professionisti provenienti dalle città che investono il loro denaro in procedimenti agricoli più redditizi introducendo un sistema di produzione di tipo capitalistico). In Toscana e alcune parti dell’Emilia Romagna è diffusa la mezzadria (contratto che prevede la spartizione dei raccolti tra mezzadro e proprietario). Nelle regioni meridionali rimane dominante il latifondo. Le regioni con un sistema agricolo avanzato sono quelle in cui si sviluppa più rapidamente anche un sistema di produzione industriale. Il settore più sviluppato è quello tessile, in particolare serico. Nel settore laniero si distinguono Biella e Schio, l’industria siderurgica e cantieristica conosce una vigorosa crescita a Genova. La lentezza con cui procede lo sviluppo industriale è dovuta anche agli scarsi investimenti nella rete dei trasporti. La qualità della vita degli italiani migliora anche grazie a progressi nell’igiene pubblica: vengono costruiti nuovi acquedotti e fognature, vengono realizzate importanti bonifiche e i cimiteri sono spostati fuori dalle città. La popolazione così passò da 18 a circa 25 milioni di abitanti.

6a.Guerra d’indipendenza:

Tra il 24 e il 26 gennaio 1859 viene firmata un’alleanza franco-piemontese . Il 23 aprile il governo di Vienna invia un ultimatum al Piemonte poiché mettesse fine alle scorribande dei Cacciatori delle Alpi. Con questo pretesto l’alleanza con la Francia incomincia e il 24 aprile scoppia la seconda guerra d’indipendenza. Già a maggio quasi tutta la Lombardia è sotto il potere franco-piemontese, a giugno, a Magenta, i francesi vincono e puntano Milano (che conquistano l’8 giugno). Il 24 giugno nella parte orientale della Lombardia i piemontesi vincono nei pressi di San Marino e i francesi nella zona di Solferino. Il 27 aprile il granduca Leopoldo II abbandona la Toscana e all’inizio di giugno fanno lo stesso i sovrani di Parma e Modena; i nuovi governi sono franco-piemontesi.

6b. Accordi di Villafranca:

L’11 luglio a Villafranca Napoleone III e Francesco Giuseppe concludono l’armistizio e il 10 novembre a Zurigo firmano un trattato di pace in cui era prevista la cessione ai francesi della Lombardia che sarà poi ceduta al regno di Sardegna, e il ripristino dei sovrani che erano fuggiti. Si ha la formazione di una confederazione tra i diversi stati della penisola. Napoleone III prende questa decisione poiché è preoccupato per l’imprevista evoluzione della situazione interna della penisola, dove le agitazioni indipendentiste hanno agitato il quadro immaginato a Plombières e lasciano presagire la nascita di un vicino Stato italiano molto più forte.

6c.Ritorno di Cavour e successive annessioni:

Il 13 luglio 1859 Cavour da le dimissioni, ma il 16 gennaio 1860 torna al governo come presidente del Consiglio. Cavour può procedere a regolare i rapporti con le regioni centrali. In ogni stato indice un plebiscito perché i cittadini si esprimano sull’esito da dare agli ultimi eventi. Tra l’11 e il 12 marzo si sancisce la vittoria degli annessionisti. La sovranità sabauda si estende ai territori degli ex ducati di Parma, Modena e alle Legazioni. Per la Toscana si prevede un regime di transizione con a capo Bettino Ricasoli. Nel corso delle successive elezioni politiche, svolte il 25 marzo 1860, si ha il successo del partito di Cavour. I plebisciti dell’aprile 1860 ratificano l’annessione di Nizza e della Savoia alla Francia come compenso all’aiuto dato da Napoleone III alla causa dell’indipendenza italiana.

7a.Il Meridione:

Al Sud si manifesta un malcontento generale a causa di una possibile annessione al regno di Sardegna, soprattutto in Sicilia. Giuseppe Garibaldi, deluso dal governo torinese per la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia,organizza una spedizione unitaria di volontari in Sicilia al fine di innescare un moto antiborbonico. Vittorio Emanuele II lo incoraggia segretamente, mentre il primo ministro Cavour no. Nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860  Garibaldi si imbarca a Quarto. Il 7 maggio fa una sosta a Talamone per rifornirsi di armi e l’11 maggio sbarca sulla costa orientale siciliana a Marsala.

7b.Battaglia di Milazzo:

Con l’editto di Salemi, il 14 maggio, Garibaldi proclama la sua dittatura sull’isola. Il 15 maggio sconfigge le truppe borboniche presso Calatafimi, il giorno successivo entra a Palermo. Il 20 luglio l’intera isola passa sotto il suo controllo grazie alla vittoria di Milazzo. Il 19 agosto Garibaldi sbarca in Calabria e il 7 settembre riesce a raggiungere e entrare a Napoli.

7c.Incontro di Teano:

In Sicilia il sostegno popolare è alimentato dall’abrogazione di tasse. A Bronte i contadini insorgono contro i proprietari terrieri, ma Garibaldi interviene e affida la repressione a Nino Bixio.

Cavour intanto cambia la sua strategia politica e decide di estendere la presenza piemontese fino al Meridione e così invade lo Stato della Chiesa. Le truppe piemontesi occupano le Marche e l’Umbria e il 18 settembre giungono al confine del regno delle Due Sicilie. Infine raggiungono Napoli e tramite un accordo si ha il passaggio delle operazioni nelle mani del governo piemontese; questo accordo venne sancito il 26 ottobre nell’incontro di Teano. Garibaldi cede il controllo delle terre conquistate a Vittorio Emanuele II, riconosciuto re d’Italia. Il 7 novembre il sovrano fa il suo ingresso a Napoli come re del nuovo Stato unitario.

8a.Questioni politiche:

Nel gennaio- febbraio 1861 si tengono le prime elezioni politiche dell’Italia unita. La legge elettorale piemontese a suffragio ristretto viene estesa a tutti i territori annessi. Il diritto di voto è comunque concesso a una percentuale esigua della popolazione; possono votare i cittadini maschi che abbiano almeno 25 anni di età, che sappiano leggere  e scrivere e paghino almeno 40 lire di tasse annue. L’elettorato non supera l’1,9% della popolazione. Il 17 marzo 1861 si inaugura il Primo parlamento nazionale: viene approvata la legge che proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia <per grazia di Dio e per volontà della Nazione>. Lo Statuto albertino del 1848 viene esteso a tutta l’Italia unita: questa è stata l’unica carta costituzionale a rimanere in vigore nell’ultimo decennio. Il processo di uniformazione legislativa viene completato nel 1865e il governo procede all’emanazione per decreto di nuovi codici di procedura civile, della navigazione e del commercio. La legge del 20 marzo segna l’abbandono definitivo di ogni ipotesi di decentramento. Attraverso la figura del prefetto (rappresentante del potere esecutivo) il governo viene abilitato a esercitare ampi poteri di controllo sulle amministrazioni locali. Tutte le deliberazioni dei consigli e delle giunte comunali devono essere approvate dal prefetto.

8b.Questioni economiche:

Uomini e merci possono circolare liberamente fra Nord e Sud, e ciò risulta vantaggioso principalmente per il Settentrione. La trasformazione più importante nel settore agricolo è l’incameramento e quindi la vendita di beni ecclesiastici e dei demani degli stati preunitari. I contadini non dispongono di capitali sufficienti e perciò gran parte dei beni posti in vendita è accaparrata dai grandi e medi proprietari col risultato di disparità di condizioni economiche e sociali nelle campagne. Vengono imposte tasse sul macinato, una tassa sul pane , alimento base della gente comune, provocano forti tensioni nelle campagne. L’Italia deve inoltre misurarsi con Francia e Inghilterra che hanno già acquisito posizioni egemoniche nella finanza e nell’industria e che le consentono pochi margini di iniziativa, ma anche rilevanti debolezze di ordine strutturale: la carenza di materie prime e fonti energetiche e la mancanza di capitali disponibili per investimenti nell’industria e nei servizi. Esiste dunque nell’ambito della penisola una forte diversità tra Nord e Sud: la questione meridionale continuerà a segnare la questione unitaria.

8c.Questioni sociali:

Viene estesa a tutto il paese la legge sull’istruzione pubblica del ministro Gabrio Casati che stabilisce la gratuità e l’obbligatorietà del primo biennio della scuola elementare. Questa legge mira ad abbattere il tasso di analfabetismo e creare una comunità di cittadini in grado di parlare la stessa lingua e acquisire così un senso di appartenenza nazionale. La formazione del nuovo Stato italiano comporta la leva obbligatoria; scoppiano perciò numerose rivolte contadine che tra il 1861 e il 1865 assumono l’aspetto di una vera e propria guerra civile.

9.Terza guerra d’indipendenza:

Nel mese di agosto del 1862 avviene uno scontro a fuoco sull’Aspromonte (poiché Vittorio Emanuele II sconfessa la spedizione garibaldina) e Garibaldi rimane ferito e successivamente arrestato. L’opinione pubblica è indignata e l’immagine del governo viene compromessa.

Nonostante l’accordo firmato con Napoleone III e Marco Minghietti nel 1864 ovvero la Convenzione di Settembre, si ottiene il ritiro delle truppe francesi dal Lazio ma con lo spostamento della capitale da Torino a Firenze. Nel 1865 la città diventa capitale d’Italia e questo suscita proteste e moti sanguinosi a Torino. Nel 1866 si delineano le condizioni propizie per realizzare l’annessione del Veneto. Il governo italiano si allea con quello di Bismarck in base a un accordo che prevede l’acquisizione del Veneto da parte dell’Italia. Le prove militari sono deludenti, sia per terra che per mare: a Custoza (24 giugno) e presso l’isola di Lissa (20 luglio) gli austriaci hanno la meglio. Alla sconfitta delle forze regolari fanno da contrasto i successi dei Cacciatori delle Alpi (volontari che agiscono in Trentino sotto il comando di Garibaldi). La guerra si conclude con il successo della Prussia e nell’ottobre del 1866 il Veneto (a parte il Trentino, il Friuli orientale e Trieste) passa dall’Austria alla Francia, come ricompensa per l’attività di mediazione diplomatica, e successivamente all’Italia.

10.Questione romana e breccia di Porta Pia:

 Tra ottobre e novembre del 1867 fallisce il piano di Garibaldi per liberare il Lazio e Roma. A Mentana però i garibaldini vengono battuti dai francesi. Nel 1870 la Francia viene sconfitta dalla Prussia a Sedan; questo fatto rende nulla la convenzione di settembre e il governo italiano di Giovanni Lanza rompe gli indugi. Il 20 settembre 1870 l’artiglieria italiana si apre un varco nella cinta muraria che circondava la città e i bersaglieri hanno la meglio sulle truppe pontificie: l’evento è passato alla storia con il nome di “Breccia di Porta Pia”. La Breccia di Porta Pia pone fine al potere temporale del papato. Il 3 febbraio 1871 si stabilisce il trasferimento della capitale da Firenze a Roma. Il governo italiano risolve il conflitto con il papato impegnandosi nel maggio 1871 con la legge delle guarentigie (la legge delle garanzie) che garantisce al pontefice l’autonomia nello svolgimento del suo magistero spirituale e riconobbe alla Santa Sede l’extraterritorialità dei palazzi del Laterano, Vaticano e della villa di Castelgandolfo, la libertà di comunicazione con i rappresentanti dei governi degli altri paesi mondiali.

VINCITORI E VINTI ALL’INDOMANI DELL’UNIFICAZIONE D’ITALIA

Situazione politica italiana

                1      1.1 Introduzione

Dopo il Congresso di Vienna, tenutosi subito dopo la sconfitta di Napoleone, i regni di tutta Europa tentarono di cancellare, attraverso la Restaurazione, tutte le idee nate durante la Rivoluzione Francese. Tuttavia non tennero conto né del fatto che ormai tali idee erano radicate nella popolazione né della borghesia classe sociale che  durante tale rivoluzione aveva acquisito un potere sempre più grande. In Italia come in tutti gli altri paesi europei vennero avanti le società segrete ( massoneria e carboneria, in Italia ) che si opponevano al governo del luogo sia con le loro idee sia con azioni violente. Emersero poi figure di grandi statisti come Mazzini, Gioberti ed infine Cavour che pur con modalità diverse e con posizioni ideologiche non del tutto simili, resero possibile l’unità d’Italia. A questa unità si tentò di giungere in un primo momento attraverso la pura forza: le singole città si opponevano ai governi centrali con azioni di guerra spesso però sedate brutalmente. Solo in un secondo momento e in particolare grazie a Cavour si giunse all’unità italiana. Egli infatti fece in modo che la questione italiana fosse spogliata di ogni premessa a carattere rivoluzionario e impostata come interesse europeo per favorire, in chiave moderata, l’estromissione dell’Austria dai territori italiani. Con l’appoggio della Francia poté sconfiggere l’Austria e in un secondo momento, unite le sue truppe a quelle di Garibaldi ottenne anche la sconfitta dei Borboni. Il 18 Febbraio 1861 l’Italia si unì sotto un unico regnante.

1.2  Cavour Mazzini e Garibaldi  vincitori e vinti

L’unificazione italiana, nel suo periodo culminante, è soprattutto opera di tre grandi protagonisti : Mazzini, Cavour e Garibaldi. Essi, sebbene discordi e irriducibili avversari ideologicamente e politicamente, di fatto furono reciprocamente necessari, l’opera di ciascuno di essi sarebbe stata vana o impossibile senza quella degli altri. Eppure tra i tre c’è comunque un vincitore Cavour.Infatti per raggiungere l’unità d’Italia bisognava stabilire il come, da chi e per chi l’unità si sarebbe fatta. La questione tra monarchia e repubblica rappresentava il contrasto più profondo tra Cavour e Mazzini. L’idea fissa mazziniana,da democratico e religioso, era quella di una forma di governo basata sulla giustizia sociale e sulla libertà e quindi optava per una iniziativa popolare italiana indipendente da qualsiasi legame con le altre potenze. Al contrario Cavour, da uomo liberale e razionale che ben distingueva la politica dalla religione, non parlava mai di rivoluzione ma di movimento nazionale-monarchico di casa Savoia e di alleanze franco-piemontesi per difendersi dall’Austria nemico comune.  Sarebbe stata proprio la propaganda mazziniana a facilitare l’azione diplomatica di Cavour che, paventando a Napoleone III il pericolo di uno stato confinante repubblicano, lo costrinse ad accettare l’integrazione delle legazioni prima e l’annessione dell’Italia meridionale poi. Ma l’ago che fece pendere la bilancia a favore di Cavour fu Garibaldi che, democratico come Mazzini, riteneva però impossibile ottenere l’unità d’Italia soltanto con le sommosse popolari e vedeva nella monarchia una fonte d’aiuto militare. Eppure anche Garibaldi, seppur “ vincitore” sia sul piano territoriale, data la conquista del Mezzogiorno,  che sul piano sociale in quanto riconosciuto come “ eroe popolare” era in realtà un ”vinto politico”. Basti pensare alla reazione di Cavour quando Garibaldi decise di sua iniziativa di marciare verso Roma. La paura di Cavour di vedersi scavalcato dall’iniziativa democratica e dittatoriale di Garibaldi lo spinse ad una avanzata verso sud x annettere il regno delle due Sicilie al Piemonte. Inoltre era fondamentale dimostrare alle diplomazie europee che l’avventura rivoluzionaria era finita e che l’ordine politico-sociale veniva garantito da una monarchia che metteva fine alla dittatura garibaldina e si poneva come argine per l’invasione dello Stato pontificio e di Roma. L’incontro tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi a Teano nel 1860, anche se viene spesso rappresentato come il risultato della concordia tra le differenti forze politiche che concorsero all’Unità d’Italia, significò, piuttosto, il definitivo passaggio della leadership del processo di unificazione nazionale dai democratici ai liberali.

1.3    La nascita della destra storica

Nel gennaio 1861 si tennero le elezioni per il primo parlamento unitario. Su quasi 22 milioni di abitanti (non erano stati ancora annessi il Lazio e il Veneto), il diritto a votare fu concesso solo a 419.938 persone (circa l’1,8% della popolazione italiana). L’affluenza alle urne fu del 57%.


 La Destra storica, erede di Cavour ed espressione della borghesia liberale, vinse queste elezioni. I suoi esponenti erano soprattutto grandi proprietari terrieri e industriali, e personalità legate all’ambito militare (Ricasoli, Sella, Minghetti, Spaventa, La Marmora, Visconti, Venosta).La Destra storica diede alla neonata Italia un’economia basata sul libero scambio. Inoltre risolse il problema della difformità legislativa lungo la penisola mediante l’accentramento dei poteri (accantonando i progetti di autonomie locali proposti da Marco Minghetti), estendendo la legislazione piemontese a tutta la penisola e dislocandovi in modo capillare le prefetture come strumento di governo. Anche il sistema scolastico fu riformato e uniformato in tutta Italia a quello piemontese (legge Casati) nel 1859. Fu poi istituita la coscrizione obbligatoria. I capisaldi della destra furono : la laicità dello Stato, la fedeltà all’istituzione monarchica, la fiducia nella libertà e nelle virtù di un progresso moderato.

1.4   La “questione meridionale”

La Liberazione del regno delle due Sicilie dai Borboni fu sicuramente un atto eroico da parte di Garibaldi e voluto dalla maggior parte della popolazione, ma la gestione “politica” non fu altrettanto efficiente.  Oseremmo dire che anche in questo caso la vittoria militare non è stata accompagnata da una vittoria economica e politica, anzi si è avuto un depauperamento delle risorse economiche del sud a favore di quelle del nord. La “piemontesizzazione” delle istituzioni, delle leggi e delle tasse estese a tutto il territorio unificato non tenne conto delle  situazioni italiane preesistenti e anziché favorire e appoggiare l’economia del sud, l’ ha boicottata e prosciugata a favore di un nord in quel momento più povero ma ove risiedeva l’attività politica. Basti pensare che Napoli era una delle città più grandi e maggiormente sviluppate dell’Italia con cantieri navali composti da 2000 operai e oggi nel 2015 ridotti a 600 cassintegrati! Oggi la “questione meridionale” è ancora più viva che mai ,ma dopo aver studiato la storia forse possiamo dire che gli ideali politici non sono stati all’altezza degli ideali patriottici e che i politici di allora come quelli di oggi continuano a non avere una visione strategica e di sviluppo della nostra Italia.

L’unità d’Italia e lo Stato della Chiesa

2.1   Il difficile rapporto tra lo stato italiano e lo stato pontificio

Il 17 marzo 1861 a Torino la Camera approva il disegno di legge, già approvato dal Senato, che conferisce a Vittorio Emanuele II il titolo di re d’Italia. Di seguito Camillo Benso conte di Cavour, nelle vesti di primo ministro, pronuncia un discorso, nel quale proclama Roma futura capitale d’Italia, città ancora sotto la sovranità papale. Si trattava, quindi, di portare a compimento l’unità territoriale del Paese. Ma si trattava anche di definire ex novo i rapporti con la Chiesa, che di fatto vedeva ridimensionato il proprio potere temporale. Pio IX era ostile al nuovo stato sia perché aveva sottratto militarmente allo Stato della Chiesa  nel 1859 con la seconda guerra d’indipendenza i territori delle Legazioni pontificie, sia perché vedeva in esso la concretizzazione di quelli che giudicava i “mali” del secolo, liberalismo e democrazia; sia, infine, perché pensava che la Chiesa, ricevendo da Dio la propria autorità, fosse superiore a qualsiasi governo terreno.

2.2  La seconda guerra d’indipendenza”

Gli accordi di Plombières  tra Cavour e Napoleone III nel 1858 erano nati per spingere l’Austria a dichiarare guerra al regno di Sardegna con lo scopo di ridisegnare un nuovo assetto della penisola dividendola  in:  regno dell’Alta Italia comprendente il Lombardo-Veneto, i ducati e le Legazioni pontificie dell’Italia centrale, lo stato della Chiesa limitato a Roma e al Lazio, un regno centrale e un regno meridionale, riuniti tutti  in una federazione presieduta dal papa. In realtà la seconda guerra d’indipendenza andò ben oltre alle aspettative di Cavour perché scatenarono una serie  di reazioni a catena in tutta Italia che portarono a nuovi governi provvisori filo-piemontesi. Nonostante l’armistizio di Villafranca tra Austria e Francia dovesse riportare i legittimi sovrani nel granducato di Toscana e nei ducati centrali, lasciando solo la Lombardia ai Savoia, in realtà, grazie anche al forte appoggio inglese che ben vedeva uno stato forte italiano, si portò a termine l’impresa eroica di Garibaldi di liberare il sud dai borboni.

2.3  La «  questione romana »

Liberato il sud rimaneva ancora da risolvere la questione romana.

Nel 1864 un accordo italo-francese, la Convenzione di Settembre, stabilì che la Francia dovesse lasciare militarmente lo Stato pontificio entro il 1868, e che l’Italia dovesse rinunciare a Roma capitale. Tale rinuncia doveva essere dimostrata spostando la capitale del Regno d’Italia da Torino ad un’altra città (la capitale fu trasferita a Firenze all’inizio del 1865). Il papa, sentendosi sempre più isolato, reagì con un inasprimento dottrinario, espresso attraverso la proclamazione del dogma dell’Immacolata concezione (8 dicembre 1864) e la promulgazione dell’enciclica Quanta cura. Allegato all’enciclica vi era il Syllabus, un elenco degli errori della modernità, fra cui c’erano il liberalismo e la democrazia. I rapporti fra stato e Chiesa divennero sempre più tesi, anche a causa del fatto che l’Italia si alleò con la Prussia, contro la cattolica Austria, durante la guerra austro-prussiana del 1866.

2.4  La terza guerra d’indipendenza

Nel 1866 l’Italia si alleò con la Prussia  che aspirava a diventare la principale potenza del mondo germanico. Stipularono un trattato che prevedeva la guerra contro l’Austria e, in caso di vittoria l’Italia avrebbe ottenuto il Veneto. Nonostante le sconfitte italiane a Custoza e a Lissa, l’esito della guerra fu positivo grazie alla vittoria dei tedeschi sugli austriaci a Sadowa.

 Ad ottobre, sull’onda di una crescente campagna per Roma capitale, “Libera Chiesa in libero Stato”Giuseppe Garibaldi alla testa di un esercito di volontari, invase lo Stato pontificio. Il governo italiano mantenne un atteggiamento ufficialmente neutrale, ma sostanzialmente benevolo. L’esercito garibaldino venne però sconfitto il 3 novembre 1867 a Mentana dalle truppe pontificie e dai soldati francesi inviati da Napoleone III. Di conseguenza, l’imperatore di Francia, irritato per l’atteggiamento ambiguo tenuto dal governo italiano, ristabilì un contingente di truppe a difesa del papa. L’episodio segnò una grave sconfitta per i seguaci di Garibaldi e Giuseppe Mazzini. Intanto, l’8 dicembre 1869, Pio IX apriva solennemente a Roma il Concilio ecumenico Vaticano I, nel corso del quale proclamò il dogma dell’infallibilità papale, suscitando l’irritazione di Napoleone III, lo sconcerto della corona austriaca e degli esponenti del cattolicesimo liberale.

2.5  La breccia di Porta Pia e Roma capitale

In un preciso contesto internazionale, in cui la Francia venne sconfitta dalla Prussia facendo saltare la convenzione di settembre, il governo diretto da Giovanni Lanza ordinò al generale Cadorna di passare all’azione e il corpo di spedizione aprì una breccia nelle mura di Roma, a Porta Pia, liberando la città e ponendo fino al potere temporale dei papi . Pio IX si rinchiuse per protesta in Vaticano, dichiarandosi prigioniero dello stato italiano e inaugurando un atteggiamento di chiusura (intransigentismo). Nel 1874 fu enunciato il non expedit”, con il quale il papa espresse parere negativo circa la partecipazione dei cattolici italiani alle elezioni e alla vita politica dello stato .

Nell’ottobre dello stesso anno un plebiscito sanzionò l’annessione di Roma e del Lazio e il 1° luglio 1871 Roma diventa capitale.

La contrarietà della Chiesa a qualsiasi forma di accordo complicò il compito di definire i suoi rapporti con lo Stato. Tali relazioni. perciò, non furono stabilite da un trattato bilaterale, ma da un atto unilaterale, cioè da una legge dello Stato, la cosiddetta legge delle guarentigie. La Chiesa continuava a non riconoscere ufficialmente lo Stato italiano e, da questo punto di vista, fu del tutto coerente il celebre non expedit (dal latino: non conviene) pronunciato dalla Curia romana nel 1874: i cattolici venivano invitati ad astenersi dalla vita politica del nuovo Stato, giacché qualsiasi forma di partecipazione sarebbe equivalsa a un suo riconoscimento. 

PRIMO CONGRESSO DEGLI SCIEZIATI ITALIANI A PISA 1839

I congressi degli scienziati italiani, che si svolgono tra la fine degli anni ’30 fino alla vigilia del ’48, discutono materiali, temi e proposte che vanno nella direzione di un possibile profilo unitario nazionale. Lo sviluppo della rete ferroviaria, la meccanizzazione e modernizzazione dell’agricoltura, l’ordinamento delle ricerche applicate, l’organizzazione sanitaria e assistenziale sono alcune delle questioni che vengono affrontate e che contribuiscono a creare un primo confronto tra intellettuali, tecnici e operatori degli Stati italiani.
Complessivamente si tengono nove congressi: Pisa, (1839); Torino (1840); Firenze (1841); Padova (1842); Lucca (1843); Milano (1844); Napoli (1845); Genova (1846); Venezia (1847). Dei primi sette si hanno i resoconti dettagliati, dell’ottavo si ha solo la cronaca sintetica delle sedute.                                                                                                                                                                                                                                 

Particolarmente rilevanti per capire come è nata l’idea di fare un congresso furono i rapporti tra Charles Babbage[1] e numerosi scienziati italiani tra il 1827 e il 1828. Lo scienziato britannico effettuò un viaggio in Italia, visitando numerose zone, tra cui il Regno di Sardegna, il Granducato di Toscana e il Regno delle Due Sicilie. Nel corso del soggiorno toscano, Babbage incontrò Leopoldo II [2] e sottopose al granduca il progetto di un’Accademia europea per l’avanzamento delle scienze fisiche. Quindi, tentò di coinvolgere nel progetto anche Alexander von Humboldt[3], un altro degli scienziati stranieri molto legati all’Italia e in ottimi rapporti con Leopoldo II, in occasione del Congresso degli scienziati tedeschi del 1828. Le parole rivolte da Babbage a Humboldt ci fanno capire come quell’iniziativa abbia potuto contribuire a rafforzare negli intellettuali italiani, e toscani in particolare, l’idea della necessità di costituire una nuova occasione d’incontro per tutti gli scienziati della penisola:

“Nel mio viaggio attraverso l’Italia settentrionale ho incontrato numerosi uomini di cultura e scienziati sparsi nelle università e nelle città, e ho osservato con rammarico le notevoli difficoltà in cui si dibattevano per l’insufficienza delle comunicazioni che avevano tra loro e anche con il resto d’Europa. Rivolgendomi a chi sa bene che la luce della conoscenza risplende più viva se viene comunicata, è superfluo ricordare gli ostacoli che questo stato di cose può determinare. Riflettendo su ciò mi è occorso di pensare che una Accademia concepita su ampie basi avrebbe potuto ovviare a molte di queste difficoltà e assicurare importanti vantaggi.”  In sostanza la scienza, come avrebbe scritto Gianalessandro Majocchi [4] nel 1849, era «un ottimo mezzo per risvegliare il principio della fratellanza e della nazionalità nei popoli italiani». Anche il commento del genovese Lorenzo Pareto, uno dei più famosi geologi italiani della prima metà del secolo, allo svolgimento del congresso di Venezia, di cui fu presidente per la Sezione di geologia e mineralogia, può risultare in questo senso di un certo interesse. Secondo Pareto, infatti, «le aspirazioni della scienza», inizialmente «timide», in seguito «allargarono il campo a più vaste disquisizioni», facendo maturare la consapevolezza «che eravamo tutti figli di una stessa Patria di cui era obbligo preciso di curare il bene supremo». Così, grazie ai valori della scienza, i congressi videro ogni giorno progredire ed ampliarsi l’idea di nazionalità e il desiderio della Patria ndipendente, unico cardine intorno a cui deve aggirarsi di preferenza ogni più desiderabil sistema.

Pisa

Carlo Luciano Bonaparte

Il primo congresso degli scienziati italiani si tenne dal 1° al 15 ottobre 1839 a Pisa sotto iniziativa di Carlo Luciano Bonaparte [5] e grazie al permesso del granduca Leopoldo II.                                                                                                             

Il quadro che emerge dalle biografie dei partecipanti è assai variegato e testimonia come i congressi rappresentarono una straordinaria occasione per diffondere cultura scientifica, e i valori a essa connessi, non solo fra ristretti circoli intellettuali. Infatti, oltre agli scienziati più famosi (che includevano anche parecchie .Pisa.    presenze internazionali), un numero elevato di partecipanti era costituito da insegnanti di scuola, medici, farmacisti, ingegneri, proprietari terrieri e appassionati a vario titolo di scienza. Fra i promotori e i 421 intervenuti, pochi per via del divieto di recarsi a Pisa imposto ai cittadini dei propri Stati da diversi sovrani, come il Duca di Modena, il Re delle Due Sicilie e il Papa, si segnalano, oltre al già citato Bonaparte, alcune personalità locali come Vincenzo Antinori, direttore del Museo di fisica e storia naturale, Giovambattista Amici, astronomo granducale, Gaetano Giorgini, sovrintendente alla Pubblica istruzione, Paolo Savi, professore e direttore del Museo di storia naturale dell’Università di Pisa, Maurizio Bufalini, professore di Clinica medica all’Arcispedale di Santa Maria Nuova in Firenze, o l’eclettico Ranieri Gerbi, Presidente generale pressoché ottuagenario, e l’agronomo Cosimo Ridolfi, legato al circolo di Gian Pietro Vieusseux, per citarne solo alcuni. Fra gli stranieri il medico Lorenz Oken o l’astronomo Joseph Johann Littrow e lo statistico Adolphe Quételet. . L’alto numero dei partecipanti rese necessario suddividere il convegno in sei sezioni: Fisica, Chimica e Matematica; Geologia, Mineralogia e Geografia; Botanica e Fisiologia vegetabile; Zoologia ed Anatomia comparativa; Medicina; Agronomia e Tecnologia.

Un regolamento stilato e approvato stabiliva finalità, diritti di accesso, struttura organizzativa, cariche, compiti, destino dei documenti risultanti agli atti. Le materie ammesse furono quindi rigorosamente legate alle discipline naturalistiche. Molte delle istituzioni e accademie invitate avevano già istituito classi storico-archeologiche, ma si assecondarono i voleri del Granduca, limitandosi alle sezioni di Fisica, chimica e matematica; Geologia, mineralogia e geografia; Botanica e fisiologia vegetale; Zoologia e anatomia comparativa; Medicina; Agronomia e tecnologia

NOTE

    1.     Charles Babbage (Londra, 26 dicembre 1791 – Londra, 18 ottobre 1871) è stato un matematico e filosofo britannico, scienziato proto-informatico che per primo ebbe l’idea di un calcolatore programmabile. Nel mondo dell’informatica è conosciuto grazie alle sue macchine: della prima, la macchina differenziale, fu realizzato un prototipo imperfetto mentre la seconda, la macchina analitica’, fu solo progettata.

    2.     Leopoldo II (Firenze, 3 ottobre 1797 – Roma, 28 gennaio 1870) fu il penultimo granduca di Toscana. Figlio secondogenito del granduca Ferdinando III di Toscana e di Luisa Maria Amalia di Borbone-Napoli.

    3.     Alexander  von Humboldt (Berlino, 14 settembre 1769 – Berlino, 6 maggio 1859) è stato un naturalista, esploratore e botanico tedesco.

    4.     Gianalessandro Majocchi Professore di Fisica nell’Università di Torino, nato a Codogno (LO) il 1795 eDeceduto a Torino il 27/11/1854

    5.     Carlo Luciano Bonaparte Primo figlio maschio di Luciano Bonaparte (1775 – 1840), fratello di Napoleone, e della seconda moglie Alexandrine de Bleschamp (1778 – 1855), seguì il padre a Roma. Passò la sua giovinezza in Italia e negli Stati Uniti, frequentando le università italiane. Si occupò per molti anni di ornitologia, campo in cui acquisì fama internazionale.

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Daniela Valle, IV L

LA REPUBBLICA ROMANA

La Repubblica Romana del 1849 (nota anche con la denominazione di Seconda Repubblica Romana, per non confonderla con quella giacobina del 1799) fu uno stato sorto a seguito di una rivolta liberale che nei territori dello Stato pontificio estromise Papa Pio IX dai suoi poteri temporali. Fu governata da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi. La piccola repubblica, nata nel contesto dei grandi moti del 1848 che coinvolsero tutta Europa, ebbe come quest’ultimi vita breve (5 mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio), a causa dell’intervento della Francia di Napoleone III che per convenienza politica ristabilì l’ordinamento pontificio, in deroga ad un articolo della costituzione francese. Tuttavia quella della Repubblica Romana fu un’esperienza fondamentale nella storia dell’unificazione italiana, vide l’incontro e il confronto di molte figure di primo piano del Risorgimento accorse da tutta la Penisola, fra cui Giuseppe Garibaldi. In quei pochi mesi Roma passò dalla condizione di stato tra i più arretrati d’Europa a banco di prova di nuove idee democratiche, fondando la sua vita politica e civile su principi (quali, in primis, il suffragio universale maschile, l’abolizione della pena di morte, la libertà di culto e la laicità dello Stato) che sarebbero diventate realtà in Europa solo circa un secolo dopo.

I Principi Fondamentali che introducono la Costituzione della Repubblica disegnano un progetto di Stato straordinario e attualissimo. Il secondo principio è sconvolgente, se pensiamo che è un pensiero forgiato nel 1849. L’abolizione dei titoli nobiliari e il disarcionamento dai privilegi ereditari fanno scendere la frangia più ricca del popolo al livello del popolino, rimescolando non solo le ricchezze ma anche i valori e le reali capacità di “sopravvivenza” alla quotidianità, che diventa improvvisamente tema obbligato per tutti, non solo per chi sfortunatamente non sia nato con un buon cognome. Il terzo dichiara la “direzione” che deve avere il governo del paese, ovvero sia un governo del popolo PER il popolo stesso, e non fine a se stesso o per incompiuta manifestazione di potere. Al quarto un capolavoro di politica internazionale, la Repubblica rispetta tutti e difende se stessa. Il quinto rende l’equiparazione sociale estesa alle strutture amministrative dello Stato, e nel sesto c’è in poche, pochissime parole, il concetto di Welfare che nessuno ministro della Repubblica Italiana è stato mai in grado di dichiarare con tale schiettezza e con così poca ipocrisia. Il settimo è il principio che più manca all’Italia di oggi, che è l’Italia di ieri e l’Italia che meno si è distaccata da quello Stato Pontificio che è stato il più grande responsabile dell’arretratezza del centro e del mezzogiorno dal medioevo in poi. L’ottavo è un principio pratico, una presa d’atto che in Italia il Papa c’è, c’è sempre stato e ci sarà, e bisogna conviverci con rispetto reciproco.

PRINCIPI FONDAMENTALI

I.  La sovranità è per diritto eterno nel popolo. Il popolo dello Stato Romano è costituito in repubblica democratica.

II.  Il regime democratico ha per regola l’eguaglianza, la libertà, la fraternità. Non riconosce titoli di nobiltà, né privilegi di nascita o casta.

III.  La Repubblica colle leggi e colle istituzioni promuove il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini.

IV.  La Repubblica riguarda tutti i popoli come fratelli: rispetta ogni nazionalità: propugna l’italiana.

V.  I Municipii hanno tutti eguali diritti: la loro indipendenza non è limitata che dalle leggi di utilità generale dello Stato.

VI.  La piú equa distribuzione possibile degli interessi locali, in armonia coll’interesse politico dello Stato è la norma del riparto territoriale della Repubblica.

VII.  Dalla credenza religiosa non dipende l’esercizio dei diritti civili e politici.

VIII.  Il Capo della Chiesa Cattolica avrà dalla Repubblica tutte le guarentigie necessarie per l’esercizio indipendente del potere spirituale.

La Costituzione della Repubblica Romana fu approvata il 3 luglio 1849, mentre l’esercito francese assediava Roma per riportare Pio IX sul trono. Il documento originale (con le firme autografe dei deputati dell’Assemblea Costituente), dopo la caduta della Repubblica, fu conservato da Giovanni Pennacchi, rappresentante alla Costituente per la provincia di Spoleto, e, dopo la sua morte nel 1883, fu depositato presso la Biblioteca Augusta di Perugia, dove è attualmente custodito.

L’elaborazione della carta costituzionale fu opera di una commissione apposita e venne presentata per essere discussa a partire dal 17 aprile 1849 dal deputatoCesare Agostini.

Si tratta di uno dei documenti costituzionali più democratici e laici per i tempi in cui fu scritto. L’innovazione più importante e significativa è quella che sopprime la condizione privilegiata della religione cattolica come religione di Stato, e afferma il principio per cui la fede religiosa è irrilevante per l’esercizio dei diritti civili e politici. Il testo è costituito da otto paragrafi di principi fondamentali e da sessantanove articoli raggruppati sotto otto titoli più alcune disposizioni contingenti contenute negli articoli 65-69. Si tratta, dunque, di un testo breve, di principi e norme di carattere generale, formulati per lo più in modo limpido e con termini semplici: una costituzione in gran parte valida per il secolo successivo, almeno nelle sue linee essenziali. Infatti, la Costituzione della Repubblica Romana del 1849 è molto simile alla Costituzione della Repubblica Italianadel 1948.

Gli otto titoli nei quali era articolata la versione definitiva del 3 luglio erano:

    1.     Dei diritti e dei doveri dei cittadini

    2.     Dell’ordinamento politico

    3.     Dell’assemblea

    4.     Del consolato e del Ministero

    5.     Del Consiglio di Stato

    6.     Del potere giudiziario

    7.     Della forza militare

    8.     Della revisione della Costituzione

TITOLO I

DEI DIRITTI E DEI DOVERI DE’ CITTADINI

Art. 1 – Sono cittadini della Repubblica:

– gli originarii della Repubblica;

– coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti;

– gli altri Italiani col domicilio di sei mesi;

– gli stranieri col domicilio di dieci anni;

– i naturalizzati con decreto del potere legislativo.

Art. 2 – Si perde la cittadinanza:

– per naturalizzazione, o per dimora in paese straniero con animo di non più tornare;

– per l’abbandono della patria in caso di guerra, o quando è dichiarata in pericolo;

– per accettazione di titoli conferiti dallo straniero;

– per accettazione di gradi e cariche, e per servizio militare presso lo straniero, senza autorizzazione del governo della Repubblica; l’autorizzazione è sempre presunta quando si combatte per la libertà d’un popolo;

– per condanna giudiziale.

Art. 3 – Le persone e le proprietà sono inviolabili.

Art. 4 – Nessuno può essere arrestato che in flagrante delitto, o per mandato di giudice, né essere distolto dai suoi giudici naturali. Nessuna Corte o Commissione eccezionale può istituirsi sotto qualsiasi titolo o nome.

Nessuno può essere carcerato per debiti.

Art. 5 – Le pene di morte e di confisca sono proscritte.

Art. 6 – Il domicilio è sacro: non è permesso penetrarvi che nel casi e modi determinati dalla legge.

Art. 7 – La manifestazione del pensiero, è libera, la legge ne punisce l’abuso senza alcuna censura preventiva.

Art. 8 – L’insegnamento è libero.

Le condizioni di moralità e capacità, per chi intende professarlo, sono determinate dalla legge.

Art. 9 – Il segreto delle lettere è inviolabile.

Art. 10 – Il diritto di petizione può esercitarsi individualmente e collettivamente.

Art. 11 – L’associazione senz’armi e senza scopo di delitto, è libera.

Art. 12 – Tutti i cittadini appartengono alla guardia nazionale nei modi e colle eccezioni fissate dalla legge.

Art. 13 – Nessuno può essere astretto a perdere la proprietà delle cose, se non in causa pubblica, e previa giusta indennità.

Art. 14 – La legge determina le spese della Repubblica, e il modo di contribuirvi.

Nessuna tassa può essere imposta se non per legge, né percetta per tempo maggiore di quello dalla legge determinato.

TITOLO II

DELL’ORDINAMENTO POLITICO

Art. 15 – Ogni potere viene dal popolo. Si esercita dall’Assemblea, dal Consolato, dall’Ordine giudiziario.

TITOLO III

DELL’ASSEMBLEA

Art. 16 – L’Assemblea è costituita da Rappresentanti del popolo.

Art. 17 – Ogni cittadino che gode i diritti civili e politici a 21 anno è elettore, a 25 è eleggibile.

Art. 18 – Non può essere rappresentante del popolo un pubblico funzionario nominato dai consoli o dai ministri.

Art. 19 – Il numero dei rappresentanti è determinato in proporzione di uno ogni ventimila abitanti.

Art. 20 – I Comizi generali si radunano ogni tre anni nel 21 aprile.

Il popolo vi elegge i suoi rappresentanti con voto universale, diretto e pubblico.

Art. 21 – L’Assemblea si riunisce il 15 maggio successivamente all’elezione.

Si rinnova ogni tre anni.

Art. 22 – L’Assemblea si riunisce in Roma, ove non determini altrimenti, e dispone della forza armata di cui crederà aver bisogno.

Art. 23 – L’Assemblea è indissolubile e permanente, salvo il diritto di aggiornarsi per quel tempo che crederà.

Nell’intervallo può essere convocata ad urgenza sull’invito del presidente co’ segretari, di trenta membri, o del Consolato.

Art. 24 – Non è legale se non riunisce la metà, più uno dei suoi rappresentanti.

Il numero qualunque de’ presenti decreta i provvedimenti per richiamare gli assenti.

Art. 25 – Le sedute dell’Assemblea sono pubbliche.

Può costituirsi in comitato segreto.

Art. 26 – I rappresentanti del popolo sono inviolabili per le opinioni emesse nell’Assemblea, restando interdetta qualunque inquisizione.

Art. 27 – Ogni arresto o inquisizione contro un rappresentante è vietato senza permesso dell’Assemblea, salvo il caso di delitto flagrante.

Nel caso di arresto in flagranza di delitto, l’Assemblea che ne sarà immediatamente informata, determina la continuazione o cessazione del processo.

Questa disposizione si applica al caso in cui un cittadino carcerato fosse eletto rappresentante.

Art. 28 – Ciascun rappresentante del popolo riceve un indennizzo cui non può rinunziare.

Art. 29 – L’Assemblea ha il potere legislativo: decide della pace, della guerra, e dei trattati.

Art. 30 – La proposta delle leggi appartiene ai rappresentanti e al Consolato.

Art. 31 – Nessuna proposta ha forza di legge, se non dopo adottata con due deliberazioni prese all’intervallo non minore di otto giorni, salvo all’Assemblea di abbreviarlo in caso d’urgenza.

Art. 32 – Le leggi adottate dall’Assemblea vengono senza ritardo promulgate dal Consolato in nome di Dio e del popolo. Se il Consolato indugia, il presidente dell’Assemblea fa la promulgazione.

TITOLO IV

DEL CONSOLATO E DEL MINISTERO

Art. 33 – Tre sono i consoli. Vengono nominati dall’Assemblea a maggioranza di due terzi di suffragi.

Debbono essere cittadini della repubblica e dell’età di 30 anni compiti.

Art. 34 – L’ufficio dei consoli dura tre anni. Ogni anno uno dei consoli esce d’ufficio. Le due prime volte decide la sorte fra i tre primi eletti.

Niun console può essere rieletto se non dopo trascorsi tre anni dacché uscì di carica.

Art. 35 – Vi sono sette ministri di nomina del Consolato:

1) degli affari interni;

2) degli affari esteri;

3) di guerra e marina;

4) di finanze;

5) di grazia e giustizia;

6) di agricoltura, commercio, industria e lavori pubblici;

7) del culto, istruzione pubblica, belle arti e beneficenza.

Art. 36 – Ai consoli sono commesse l’esecuzione delle leggi, e le relazioni internazionali.

Art. 37 – Ai consoli spetta la nomina e revocazione di quegli impieghi che la legge non riserva ad altra autorità; ma ogni nomina e revocazione deve esser fatta in consiglio de’ ministri.

Art. 38 – Gli atti dei consoli, finché non sieno contrassegnati dal ministro incaricato dell’esecuzione, restano senza effetto. Basta la sola firma del consoli per la nomina e revocazione dei ministri.

Art. 39 – Ogni anno, ed a qualunque richiesta dell’Assemblea, i consoli espongono lo stato degli affari della Repubblica.

Art. 40 – I ministri hanno il diritto di parlare all’Assemblea sugli affari che li riguardano.

Art. 41 – I consoli risiedono nel luogo ove si convoca l’Assemblea, né possono escire dal territorio della Repubblica senza una risoluzione dell’Assemblea sotto pena di decadenza.

Art. 42 – Sono alloggiati a spese della Repubblica, e ciascuno riceve un appuntamento di scudi tremila e seicento.

Art. 43 – I consoli e i ministri sono responsabili.

Art. 44 – I consoli e i ministri possono essere posti in stato d’accusa dall’Assemblea sulla proposta di dieci rappresentanti. La dimanda deve essere discussa come una legge.

Art. 45 – Ammessa l’accusa, il console è sospeso dalle sue funzioni. Se assoluto, ritorna all’esercizio della sua carica, se condannato, passa a nuova elezione.

TITOLO V

DEL CONSIGLIO DI STATO

Art. 46 – Vi è un consiglio di stato, composto di quindici consiglieri nominati dall’Assemblea.

Art. 47 – Esso deve essere consultato dai Consoli, e dai ministri sulle leggi da proporsi, sui regolamenti e sulle ordinanze esecutive; può esserlo sulle relazioni politiche.

Art. 48 – Esso emana que’ regolamenti pei quali l’Assemblea gli ha dato una speciale delegazione. Le altre funzioni sono determinate da una legge particolare.

TITOLO VI

DEL POTERE GIUDIZIARIO

Art. 49 – I giudici nell’esercizio delle loro funzioni non dipendono da altro potere dello Stato.

Art. 50 – Nominati dai consoli ed in consiglio de’ ministri sono inamovibili, non possono essere promossi, né traslocati che con proprio consenso, né sospesi, degradati, o destituiti se non dopo regolare procedura e sentenza.

Art. 51 – Per le contese civili vi è una magistratura di pace.

Art. 52 – La giustizia è amministrata in nome del popolo pubblicamente; ma il tribunale, a causa di moralità, può ordinare che la discussione sia fatta a porte chiuse.

Art. 53 – Nelle cause criminali al popolo appartiene il giudizio del fatto, ai tribunali l’applicazione della legge. La istituzione dei giudici del fatto è determinata da legge relativa.

Art. 54 – Vi è un pubblico ministero presso i tribunali della Repubblica.

Art. 55 – Un tribunale supremo di giustizia giudica, senza che siavi luogo a gravame, i consoli ed i ministri messi in istato di accusa. Il tribunale supremo si compone del presidente, di quattro giudici più anziani della cassazione, e di giudici del fatto, tratti a sorte dalle liste annuali, tre per ciascuna provincia.

L’Assemblea designa il magistrato che deve esercitare le funzioni di pubblico ministero presso il tribunale supremo.

È d’uopo della maggioranza di due terzi di suffragi per la condanna.

TITOLO VII

DELLA FORZA PUBBLICA

Art. 56 – L’ammontare della forza stipendiata di terra e di mare è determinato da una legge, e solo per una legge può essere aumentato o diminuito.

Art. 57 – L’esercito si forma per arruolamento volontario, o nel modo che la legge determina.

Art. 58 – Nessuna truppa straniera può essere assoldata, né introdotta nel territorio della Repubblica, senza decreto dell’Assemblea.

Art. 59 – I generali sono nominati dall’Assemblea sopra proposta del Consolato.

Art. 60 – La distribuzione dei corpi di linea e la forza delle interne guarnigioni sono determinate dall’Assemblea, né possono subire variazioni, o traslocamento anche momentaneo, senza di lei consenso.

Art. 61 – Nella guardia nazionale ogni grado è conferito per elezione.

Art. 62 – Alla guardia nazionale è affidato principalmente il mantenimento dell’ordine interno e della costituzione.

TITOLO VIII

DELLA REVISIONE DELLA COSTITUZIONE

Art. 63 – Qualunque riforma di costituzione può essere solo domandata nell’ultimo anno della legislatura da un terzo almeno dei rappresentanti.

Art. 64 – L’Assemblea delibera per due volte sulla domanda all’intervallo di due mesi. Opinando l’Assemblea per la riforma alla maggioranza di due terzi, vengono convocati i comizii generali, onde eleggere i rappresentanti per la costituente, in ragione di uno ogni 15 mila abitanti.

Art. 65 – L’Assemblea di revisione è ancora assemblea legislativa per tutto il tempo in cui siede, da non eccedere tre mesi.

DISPOSIZIONI TRANSITORIE

Art. 66 – Le operazioni della costituente attuale saranno specialmente dirette alla formazione della legge elettorale, e delle altre leggi organiche necessarie all’attuazione della costituzione.

Art. 67 – Coll’apertura dell’Assemblea legislativa cessa il mandato della costituente.

Art. 68 – Le leggi e i regolamenti esistenti restano in vigore in quanto non si oppongono alla costituzione, e finché non sieno abrogati.

Art. 69 – Tutti gli attuali impiegati hanno bisogno di conferma.

PROCLAMAZIONE DELLA REPUBBLICA ROMANA

Decreto istitutivo:

art.1 – Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano.

art.2 – Il Pontefice romano avrà tutte le guarantigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.

art.3 – La forma del Governo dello Stato Romano sarà la democrazia pura e prenderà il glorioso nome di Repubblica Romana.

Art.4 -.La Repubblica Romana avrà con il resto d’Italia le relazioni che esige la nazionalità comune.


Roma lì 9 febbraio 1849 ore 1 antimeridiane

Voti: 120 favorevoli – 12 astenuti – 10 contrari

Il Presidente
G. GALLETTI

I Vice-Presidenti
A. SALICETI – E. ALLOCCATELLI

I Segretari
G. PENNACCHI – G. COCCHI
A. FABRETTI – A. ZAMBIANCHI

LA COSTITUZIONE ROMANA DEL 1849 di Mauro Ferri

Il 15 novembre 1848 l’uccisione di Pellegrino Rossi poneva fine all’esperimento del Papato costituzionale, esperimento che in verità era stato fin dall’inizio messo in crisi dalle contraddizioni insormontabili proprie di ui sistema che aveva al suo vertice un principe, Pio IX che era al contempo capo supremo ed assoluto della Chiesa cattolica, ed anzi soltanto in quanto tale er, anche sovrano degli stati pontifici. Il giorno successivo Pio IX cedendo alla pressione delle manifestazioni popolari che si erano fatte minacciose, nominava un ministero presieduto da monsignor Muzzarelli e composto d’uomini graditi al popolo, fra i quali spiccavano Mamiani, Galletti e Sterbini. Ma il Pontefice riteneva di non essere più libero e, cedendo a diverse suggestioni e pressioni, fuggiva da Roma rifugiandosi a Gaeta sotto la protezione d Ferdinando II, re delle due Sicilie.

La giunta provvisoria

Alla fuga di Pio IX seguiva un periodo convulso di incertezze e di trattative che si concludeva il 12 dicembre con un decreto del Consiglio dei mini stri col quale, in esecuzione delle deliberazioni del Consiglio dei deputati i dell’Alto consiglio, veniva costituita una “provvisoria e suprema giunta di stato” composta di tre persone. “La Giunta, eserciterà tutti gli uffici pertinenti al Capo del Potere esecutivo nei termini dello Statuto”. Furono eletti membri della giunta Tommaso Corsini, senatore di Roma, Filippo Camerata, gonfaloniere di Ancona e Giuseppe Galletti, quest’ultimo in sostituzione di Gaetano Zucchini, senatore di Bologna, il quale aveva riflutato l’incarico. La giunta di stato indirizzò ai popoli degli stati romani un proclama nel quale, fra l’altro, dichiarava di “assumere un tanto ufficio prov visoriamente e temporancamente in fino a che una Costituente degli stati romani avrà deliberato intorno al nuovo ordine politico”. Il 26 dicembre su relazione del Consiglio dei ministri attestante la im possibilità di funzionare dei due consigli per mancanza di numero legale cresceva l’assenteismo e molti moderati si erano dimessi -decretava la chiusura della sessione dei due consigli deliberanti. Tale chiusura equivaleva ad uno scioglimento: il 29 dicembre i due superstiti membri della giunta di stato, Camerata e Galletti Corsini si era dimesso di fronte alle scomuniche fulminate da Pio IX unicamente ai ministri Muzzarelli, Annellini, Galeotti.

L’assemblea nazionale dei popoli romani

I membri della giunta decretavano: “Considerando che nel pericolo di una divisione fra le Province, o di una dissoluzione sociale, la suprema legge della salute pubblica comanda di convocare la Nazione, affinché col mezzo di una fedele e universale rappresentanza, munita di tutti i poteri, manifesti la sua volontà (…): art. 1 È convocata in Roma un’assemblea nazionale, che con pieni poteri rappresenti lo Stato Romano (…); art. 3 I collegi elettorali sono convocati il 21 gennaio prossimo (…); art. 7 Il suffragio sarà diretto, e universale (…) art. 8 Sono elettori tutti i cittadini dello Stato di anni 21 compiti (…); art. 9 Sono eleggibili tutti i medesimi se giungono all’età di 25 anni compiti”. Vi è già qui, quanto meno abbozzato, il principio della sovranità popolare esercitata mediante la rappresentanza eletta a suffragio universale. È per l’Italia la posizione più avanzata mai fino allora raggiunta. L’assemblea fu eletta con una discreta affluenza alle urne circa 250.000 votanti nonostante le obiettive difficoltà, l’arretratezza delle plebi specialmente contadine, l’opposizione della grande maggioranza del clero e le scomuniche pontificie. L’Assemblea prevista in 200 membri, ma all’inizio i rappresentanti furono 179, non essendosi potuto votare per i due deputati della provincia di Benevento occupata dal Borbone, ed essendovi state alcune elezioni plurime, che daranno luogo successivamente, dopo le opzioni ad elezioni suppletive si riunì come stabilito il 5 febbraio nel palazzo della Cancelleria. L’Assemblea ascoltò il discorso d’impronta repubblicana e mazziniana del ministro dell’interno Armellini, procedette alla convalida degli eletti, elesse a proprio presidente il Galletti e dichiarò essendo “regolarmente costituita in virtù del suo mandato popolare, di riconoscere in sé medesima la pienezza dei poteri sovrani”.

Le fasi della discussione

L’8 febbraio iniziò la discussione sulla forma di governo. Fu respinta a grande maggioranza una proposta Mamiani-Audinot che tendeva, lasciando impregiudicata la questione del Papato costituzionale, all’alleanza stretta col Piemonte e a rimettere le decisioni essenziali alla Costituente italiana. Il dibattito si protrasse fino all’una del mattino ed alla fine con 120 voti su 142 votanti fu approvato un decreto di quattro articoli intitolato subito decreto fondamentale. Il testo derivava da una proposta, modificata e ridotta di Quirico Filopanti. Con l’art. 1 veniva proclamata la fine del potere temporale del Papato; l’art. 2 assicurava al Pontefice “tutte le guarentigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale”; con l’art. 3 si assumeva come forma di governo “la democrazia pura” ed il nome “glorioso” di Repubblica romana; l’art. 4 richiamava il principio di nazionalità comune come regola dei rapporti “col resto d’Italia”. Il decreto, di cui non può sfuggire la portata rivoluzionaria, era veramente fondamentale. Esso fu la premessa e il fondamento degli sviluppi successivi della vita della repubblica, e dalle sue statuizioni prese le mosse l’attività costituente dell’Assemblea. Vediamo ora – non occupandoci in questa sede di altri avvenimenti – quali furono le varie fasi ed i procedimenti che caratterizzano l’opera stricto sensu costituente dell’Assemblea. Va solo ricordato per spiegare apparenti lungaggini e rinvii che gli impegni dell’Assemblea furono molteplici: essa dovette affrontare non solo improcrastinabili riforme di legislazione ordinaria nonché urgenti e difficili provvedimenti finanziari: in realtà l’Assemblea ebbe anche vere e proprie responsabilità di governo, giacché il Comitato esecutivo agì come delegato dell’Assemblea stessa, ed anche quando fu eletto il triunvirato dotato di pieni poteri, l’Assemblea continuò a legiferare e a intervenire direttamente nelle questioni militari e nelle trattative col de Lesseps, durante la difesa contro l’intervento francese. Nella seduta del 12 febbraio il deputato Corrado Politi, conte, capitano, nato a Recanati e rappresentante la provincia di Macerata propose di eleggere una commissione incaricata di compilare un progetto di Costituzione. Dopo breve discussione si convenne che i commissari dovessero essere eletti a maggioranza assoluta in numero di nove, e che anche i membri dell’Esecutivo e i ministri potessero fame parte. Nella seduta successiva furono eletti in prima votazione, Cesare Agostini, Giovita Lazzarini e Carlo Emanuele Muzzarelli, in seconda votazione Francesco Sturbinetti, Carlo Armellini,Carlo Rusconi, Aurelio Saffi, Carlo Bonaparte e Giuseppe Galletti. Degli eletti uno era membro del Comitato esecutivo (Armellini), uno presidente dell’Assemblea (Galletti) e quattro ministri (Lazzarini, Muzzarelli, Rusconi e Saffi). 

L’elezione di Mazzini

Data questa composizione è comprensibile che la commissione non riuscisse praticamente a riunirsi e a lavorare. Di conseguenza, nella seduta del 3 marzo, viene data comunicazione della rinuncia dei quattro ministri; l’assemblea li sostituì immediatamente eleggendo in prima votazione Giuseppe Mazzini. Giuseppe Gabussi. Filippo Senesi e in seconda votazione Enrico Cernuschi. Finalmente nella seduta del 13 marzo è comunicata la rinuncia di Armellini e la Commissione viene completata con l’elezione di Luigi Caroli. È da notare altresì che i commissari, a eccezione di Bonaparte, naturalista, erano tutti avvocati, o avevano compiuto studi di diritto come Agostini, o comunque laureati in giurisprudenza come il Cernuschi e lo stesso Mazzini. Così ricomposta, la Commissione portò avanti i propri lavori, anche se è da credere che non tutti i suoi membri potessero impegnarsi, non certo almeno Mazzini eletto triunviro il 29 marzo su cui gravavano le maggiori responsabilità responsabilità di governo e del resto contrario all’adozione di una costituzione compiuta per la repubblica romana. Non sono note purtroppo documentazioni dei lavori della commissione. Il Gabussi membro della Commissione nelle sue Memorie per servire alla storia della rivoluzione degli stati romani (Genova 1851-52) non ne fa cenno. Essa fu sollecitata a presentare il progetto senza indugio all’Assemblea nella seduta del 5 aprile. Finalmente nella seduta del 17 aprile Cesare Agostini, invitato alla tribuna, lesse la relazione e presentò il progetto approvato dalla Commissione intitolato “rapporto sulla formazione della Costituzione”. Il progetto constava di otto paragrafi di principi fondamentali elencati con numeri romani e di 83 articoli dei quali gli ultimi tre erano disposizioni transitorie. Il progetto si caratterizza per un largo ricorso all’elezione diretta a suffragio universale, prevista non soltanto per l’Assemblea, ma anche per l’esecutivo (due consoli) e per il Tribunato, magistratura di controllo e di garanzia. Quest’ultima creazione nuova era secondo il relatore Agostini “non protetta da veruna autorità di esempio nelle Costituzioni moderne, ma abbastanza protetta dall’autorità della ragione”. Con evidente suggestione dell’antica Roma è prevista anche la decretazione della dittatura quando la patria sia dichiarata in pericolo. 

Un progetto rivoluzionario

Nel complesso il progetto ha un carattere rivoluzionario e innovatore, si distacca dall’esperienza dell’ordinamento applicato nei primi mesi della repubblica e risente anche dell’insegnamento mazziniano. Al relatore Cesare Agostini si deve con ogni probabilità il maggior apporto nell’elaborazione del testo. Agostini, nato a Foligno, eletto alla Costituente per la “Comarca” (la provincia di Roma, esclusa Roma stessa) attivo nei circoli popolari, giornalista nel Contemporaneo, fu uno dei rappresentanti più assidui ed attivi nei lavori dell’Assemblea; dopo la caduta della Repubblica seguì Mazzini in esilio a Londra, ma si dissociò da lui dopo i moti di Milano del 1853, e morì a Londra nel 1854. Dopo la relazione il presidente dell’Assemblea dispose la stampa e l’invio alle sezioni. Nella seduta del 20 aprile il deputato Pinci propose l’adozione di un regolamento speciale per la discussione del progetto di costituzione; ma essendo stato osservato dai deputati Salvatori Braccio e Regnoli che le sezioni avevano già nominato ciascuna un commissario, e questi riuniti avrebbero dovuto formulare osservazioni al progetto, si passò all’ordine del giorno. Prima della fine della seduta fu comunicato il calendario dei lavori deliberato dai commissari delle sezioni. Il 29 aprile il deputato Diarnanti propose all’Assemblea di votare sollecitarnente il progetto; Lizabe-Ruffoni chiese – e la sua proposta fu accolta – d’iniziare la discussione dei principi fondamentali non appena le sezioni avessero concluso l’esame degli stessi. Il 10 maggio fu dichiarato decaduto per assenze e perché nominato giudice il deputato Caroli, che era membro della commissione per la Costituzione.

Le deliberazioni sul tribunato

Nella seduta del 14 maggio Agostini aprì un dibattito sul ruolo e sui rapporti della commissione con le sezioni. Il dibattito cui parteciparono Bonaparte (che presiedeva l’Assemblea) e Galletti si concluse con la precisazione che le due commissioni (quella originaria e quella costituita dai commissari delle sezioni) restavano separate e con l’invito al Presidente Senesi (che risulta tale solo per quest’invito) a convocare la Commissione. Nella seduta del 17 maggio, il presidente Bonaparte solleva dei dubbi, data la nuova situazione, sulla opportunità di dar corso alla deliberazione del 29 aprile per la discussione separata dei principi fondamentali. Agostini chiede che si continui lo studio della questione e si concluda con la presentazione del rapporto. L’Assemblea aderisce. Il 26 maggio l’assemblea viene informata che è sorto un intralcio risolvibile solo dalla stessa assemblea: la commissione composta dai commissari delle sezioni intende sopprimere dal progetto il tribunato, mentre la Commissione originaria è ferma nel difenderlo. Dopo lungo dibattito, cui partecipano fra gli altri Agostini, Cemuschi, Bonaparte, Galletti e Gobussi, la questione è risolta nei termini seguenti: “l’Assemblea rimette le discussioni sul Tribunato al preventivo esame delle due Commissioni, le quali, riunite in una sola Commissione mista, presenteranno a maggioranza di voti all’Assemblea l’intero progetto di Costituzione”. Con questa deliberazione si era giunti alla logica conclusione della procedura perseguita, quella cioè dell’unica commissione mista. A questo punto è opportuno far menzione dei nominativi dei commissari a suo tempo designati dalle otto sezioni: Berti (1), Fabretti (11), Saliceti e Spada (111), Gaiani (IV), Cannonieri (V), Ballanti (VI), Cassarini (VII) e Pennacchi (VIII). La commissione mista risultò così composta di 17 membri, 8 della commissione originaria (Caroli era decaduto) e 9 delle sezioni sopra indicati. In mancanza di altre notizie precise, è da presumere che presidente sia rimasto Senesi; egli era del resto il decano in età dell’Assemblea. I commissari delle sezioni prevalsero nelle decisioni controverse e relatore all’Assemblea fu nominato il Saliceti. 

Le modifiche

Il 10 giugno il progetto modificato è presentato all’assemblea dal relatore Saliceti il quale si limita a dar conto delle modifiche apportate al precedente progetto. Esse consistono principalmente nella pubblicità del voto alle elezioni, nell’aumento del numero dei consoli da due a tre con la nomina dei medesimi devoluta all’Assemblea, nell’eliminazione del Tribunato e della Dittatura. Il testo, fermi gli otto paragrafi di principi fondamentali era ridotto a 71 articoli di cui gli ultinú quattro di disposizioni transitorie. La costituzione rispetto al progetto precedente perdeva in parte la carica rivoluzionaria e innovatrice, ma acquistava in semplicità e concretezza: unica vera stonatura il voto pubblico giustificato da considerazioni di astratto moralismo, ma oltretutto in contrasto col sistema già sperimentato per l’elezione dell’Assemblea costituente. Il Presidente, col consenso dell’Assemblea nominò una comrnissione composta dal primo e dal secondo relatore Agostini e Saliceti nonché da Grillenzoni incaricata di proporre una regolamentazione della discussione. Il 13 giugno Grillenzoni rifece a nome della Commissione (…) proponendo un regolamento speciale di sei articoli che fu approvato con modifiche dopo un’accesa discussione. Cominciava a farsi sentire nell’animo dei costituenti la preoccupazione di arrivare in ternpo a concludere i lavori e quindi la necessità di affrettarsi. In sostanza venne stabilito che la discussione generale iniziasse il 15 giugno; esaurita questa, erano concessi tre giorni per presentare emendamenti; doveva seguire la discussione degli articoli e doveva poi passarsi a una seconda lettura. 

La fine della repubblica romana

La discussione generale iniziò il 16 giugno. L’Assemblea si era trasferita in Carnpidoglio perché vi erano pericoli di crolli nel palazzo della Cancelleria a causa dei cannoneggiamenti francesi. Il dibattito continuò nelle due sedute successive del 17 e 18 giugno. Parlarono, soprattutto sulle modifiche introdotte nel progetto, Mariani, Lizabe-Ruffoni, Bonaparte, Filopanti, Agostini, Ballanti, Senesi, Arduini, Cernuschi, Mattioli Agostino, Cannonieri, alcuni di questi più volte. Il 20 giugno furono annunciati gli “ammendamenti” presentati da Bonaparte (che riscriveva praticamente tutta la costituzione, Ballanti e Grillenzoni (pur essi di vasta portata), Ceniuschi, Arduini e altri, Salvatori Braccio, Mariani. Arduini, Filopanti e Annellini Virginio. Il 24 giugno sotto la presidenza del vice presidente Allocatelli (Saliceti svolgeva le sue funzioni di relatore) ebbe inizio la discussione e la votazione degli articoli: furono approvati i primi quattro paragrafi. La seduta del 25 giugno fu tutta dedicata al paragrafo V, quella del 26 al paragrafo VI e all’inizio della discussione del VII. Il 27 tenninò la discussione del paragrafo VII che fu votato insieme all’Vlll. Il 28 furono discussi e votati gli articoli dall’1 al 7 e iniziò la discussione dell’art. 8. Il 29 terminò la discussione dell’art. 8 e furono discussi e approvati i successivi articoli fino al 15. Va detto a questo punto che i resoconti ufficiali delle sedute dell’Assemblea (pubblicati anche come giornale periodico) terminano con la seduta del 27 giugno. Nelle ricerche effettuate per l’edizione delle “assemblee del Risorgimento” curata dalla Camera dei deputati nel 1911 in occasione del cinquantenario dell’unità, sono stati reperiti e pubblicati i fogli ufficiali contenenti i resoconti delle sedute del 27 giugno (parte finale), 28, 29 e 30. Quest’ultima incompleta. Nella parte esistente l’Assemblea vota quasi senza discussione gli articoli della Costituzione dal 15 fino al 60. Il resoconto si interrompe bruscamente all’art. 60 con l’inizio di un intervento di Canpello (ministro della guerra fino al rimpasto ministeriale dell’8 marzo) che illustra un suo emendamento. Com’è noto nella seduta del 30 giugno dopo l’esposizione e la proposta di Mazzini e l’intervento drammatico di Garibaldi, l’Assemblea votò l’ordine dei giorno Cernuschi: “l’Assemblea costituente romana cessa una difesa divenuta impossibile e sta al suo posto”. 

L’approvazione della costituzione

L’Assemblea stessa continuò a riunirsi (in plenaria o in sezioni) fino alla mattina del 4 luglio quando una pattuglia francese penetrata in Campidoglio ne intimò lo scioglimento. Non è dato sapere con certezza se gli articoli dal 60 al 69 finale furono votati lo stesso giorno 30 prima dell’intervento di Mazzini che avviò la seconda parte della seduta, ovvero il giorno successivo primo luglio prima del voto finale. Il Gabussi che, quale testimone partecipe è la fonte più ampia e attendibile non ne fa cenno. Egli afferma nelle Memorie sopra ricordate che “nel giorno 2 [luglio] sottopose l’Assemblea a novella discussione la Costituzione della Repubblica, e per appello nomináe solennemente la votò”. Vi sarebbe stata quindi anche la seconda lettura prevista dallo speciale regolamento. Vero è che sia nel Bollettino delle Leggi sia nel Monitore Romano la Costituzione è pubblicata con l’indicazione finale “votata ad unanimità dal Campidoglio il I luglio 1849”. La promulgazione solenne dal Campidoglio avvenne nella mattinata del 3 luglio, e il Monitore Romano pubblica la Costituzione stessa nel suo ultimo numero in data 3 luglio. Il racconto del Gabussi è anche quindi in armonia con queste circostanze. Si tratta comunque di questione secondaria. La Costituzione approvata fu certamente come afferma il Candeloro (Storia dell’Italia moderna, Milano, III, pp. 456-58) “soprattutto per i principi fondamentali e per gli articoli sui diritti e doveri la più avanzata in senso democratico di tutte le costituzioni italiane del Risorgimento”. Il testo approvato reca l’impronta d’Aurelio Saliceti: abruzzese, giurista di chiara fama, per breve tempo ministro costituzionale di Ferdinando 11, indi esule, fu membro del Comitato esecutivo della Repubblica, vice presidente dell’Assemblea, il 30 giugno fu eletto nel secondo triumvirato. Rispetto al progetto definitivo, l’assemblea non apportò modifiche di struttura. L’innovazione più importante e significativa è quella che, nel paragrafo VII dei principi fondamentali, sopprime il riconoscimento della religione cattolica come religione dello Stato, mantenendo fermo il principio della irrilevanza della “credenza religiosa” per l’esercizio dei diritti civili e politici. Fu inserito l’art. 14 sulla riserva di legge in materia di spese pubbliche e tasse. Nel titolo V (Del Consiglio di Stato) gli artt. 47 e 48 furono unificati e così pure gli artt. 55, 56 e 57 nel titolo VI del potere giudiziario. Il testo costituzionale risultò pertanto di VIII paragrafi di principi fondamentali e di 69 articoli raggruppati in otto titoli e in disposizioni transitorie comprendenti gli articoli dal 65 al 69. È quindi una costituzione breve, di principi e di norne di carattere generale formulati per lo più con grande semplicità e chiarezza: una costituzione in gran parte valida per il secolo successivo almeno nelle sue linee essenziali.

FONTI:

www.wikipedia.it

www.ossimoro.it

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Alessandro Baldo, IV L

I FALSI RESOCONTI DI GLADSTONE SUL SISTEMA CARCERARIO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

William Ewart Gladstone (Liverpool, 29 dicembre 1809Castello di Hawarden, 19 maggio 1898) è stato un politico inglese. Ha fatto parte del Partito Liberale britannico.

Nel 1850/51 Gladstone si recò in visita a Napoli dove accompagnava la figlia Mary malata agli occhi nella speranza di trarle giovamento. Giacomo Lacaita, consigliere dell’ambasciata inglese, si trovava a quel tempo imprigionato dal governo napoletano perché accusato di essere un dissidente politico. Lacaita nacque a Manduria, ma si trasferì presto a Napoli per intraprendere gli studi in Legge. L’importanza della città partenopea la rendeva meta di noti esponenti del mondo politico britannico e statunitense; in quel periodo sorse in Lacaita la passione per la lingua inglese. Accusato dai Borbone di aver fornito importanti informazioni a Lord Gladstone, nel 1851 fu arrestato ma rilasciato dopo un brevissimo periodo grazie all’intervento del governo russo e di quello britannico. La pubblicazione delle lettere di Gladstone a Lord Aberdeen lo costrinse però alla fuga.

Gladstone colse l’occasione per interessarsi al caso specifico ed a quello di molti altri imprigionati politici. Nel febbraio del 1851 il governo locale permise a Gladstone di fare visita alle prigioni e di giudicare le loro condizioni. Queste ultime furono definite come disumane ed egli avvisò la violazione di ogni diritto. Subito dopo pubblicò le due Letters to the Earl of Aberdeen (Lord George Hamilton Gordon, IV conte di Aberdeen (Edimburgo, 29 gennaio 1784Londra, 14 dicembre 1860), è stato un politico e ambasciatore inglese)

contro l’amministrazione del governo napoletano che poi completò nel volume An Examination of the Official Reply of the Neapolitan Government del 1852. Gladstone definì in una di queste lettere Napoli come “la negazione di Dio eretta a sistema governativo”.

L’epistolario in parola era sotteso ad una finalità diffamatoria.

Esso era infatti frutto di una strategia subdolamente architettata a tavolino, che mirava a screditare il governo napoletano entrato in rotta di collisione con gli interessi britannici nel Mediterraneo.  Era in atto la questione degli zolfi della Sicilia, materia prima di notevole importanza per l’industria civile e militare, di cui gli inglesi avevano il monopolio, ma due compagnie francesi Taix e Aycard fecero un’offerta maggiore degli inglesi, che avrebbe portato un maggiore incasso di denaro allo Stato Napoletano.

L’Inghilterra comprava per poco e rivendeva a prezzi altissimi. Di questo traffico di poco o nulla si avvantaggiava il Regno di Napoli e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto più che avendo sollevato la popolazione dalla tassa del macinato aveva bisogno di ristorare le casse dello stato in altro modo. Fece perciò un passo molto audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi.

Questo inasprì talmente l’Inghilterra da farle mettere in campo la sua flotta, minacciando un bombardamento su Napoli. Pareva dovesse scoppiare la scintilla ma fortunatamente ci si mise in mezzo la Francia la quale prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato Napoletano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. Chi ci rimise fu il regno Napoletano, ma l’Inghilterra vide l’accaduto come oltraggio supremo. Proprio per questo il Regno di Napoli fu accusato con tale affermazione. In queste lettere non furono solo denunciate le pessime condizioni delle carceri borboniche, ma vi è anche una forte accusa inerente al modo di giudicare della Gran Corte Speciale.  

Ne profittò, invece, per farsi accreditare presso la corte borbonica per tutta la durata di un processo, che in quel momento era in corso a carico dell’associazione sovversiva “Italia unita”. Al fine d’esercitare un’indiretta pressione psicologica sia sul procuratore generale sia sui giurati, egli finse d’aver problemi di udito. Ottenne perciò l’inaudito privilegio di sedersi a loro fianco (il che già di per sé smentisce la successiva accusa che il regno dei Borbone fosse nemico d’ogni libertà). Il malizioso escamotage non giunse però a segno, perché la Gran Corte Speciale riconobbe la colpevolezza di Poerio, Settembrini, Faucitano e altri affiliati, accusati di essere dei patrioti dal momento che Settembrini scrisse la Protesta del popolo del regno delle due Sicilie. Gladstone, nella sua filippica epistolare successiva, tirò in ballo proprio la “specialità” della corte per proclamare che a Napoli vigeva l’obbrobrio dei Tribunali eccezionali. Egli fingeva d’ignorare che la Gran Corte Criminale era competente a giudicare ogni genere di delitti. Ed assumeva l’aggettivo “Speciale” unicamente se c’era in ballo qualche reato contro lo Stato. Appena furono scritte le due lettere (la seconda delle quali autorizzava l’eventuale pubblicazione del carteggio), Aberdeen si mosse secondo le intese. Minacciò lo scandalo, se Carlo Poerio non fosse stato liberato. Ricevuto l’inammissibile ultimatum, che costituiva un’indebita intrusione negli affari interni dello Stato, l’ambasciatore napoletano a Londra informò per ben due volte il suo governo. Tuttavia, non si sa se per incoscienza o per complicità settaria, il ministro degli esteri borbonico Giustino Fortunato tacque con il suo re, facendo così esplodere la bomba. Il sovrano provò pure a smentire ufficialmente le calunnie, contenute in quella sorta di libelli infamanti. Fatica vana, ché le lettere erano state intanto inviate di proposito a tutte le cancellerie mondiali. Il risultato quindi fu esattamente quello sperato dai cospiratori: nessuna potenza osò schierarsi apertamente in favore del regnante offeso.

Perché considerare il governo di Napoli come negazione di Dio? Gladstone nel 1832 entro nella Camera dei deputati.  Appena eletto il neo deputato pronunciò un discorso a favore della schiavitù. La sua famiglia era notoriamente una sfruttatrice di stuoli di schiavi nelle piantagioni della Guinea. Per inciso, il tanto vituperato re Ferdinando II aderì alla Convenzione del 14 febbraio 1838 contro la tratta di esseri umani. E, nonostante ciò, fu proprio lui a diventare poi la “negazione di Dio” agli occhi dello schiavista britannico. Anche in campo religioso il lord aveva un comportamento davvero britannico. Certo, per lui, il concetto di Padreterno andava bene. C’era però un ma: per andar bene, l’Altissimo doveva semplicemente sottostare all’idea di “Progresso”, frutto dei Lumi. Alla luce di tali presupposti, Gladstone non poteva che detestare la Chiesa cattolica ed appoggiare la Chiesa anglicana. Una domanda però sorge spontanea ovvero quale realmente fosse il “Dio” al quale si riferiva Gladstone. Il Borbone era devotissimo al Dio cattolico. Sorge dunque il legittimo sospetto che, nella mente del “fratello di loggia” Gladstone, il Dio negato da Ferdinando fosse in realtà il G.A.D.U. massonico, e non quello del Vangelo. La massoneria è un’associazione iniziatica e di fratellanza a base morale che si propone come patto etico-morale tra uomini liberi, volta al perfezionamento delle più elevate condizioni dell’umanità. Essa presenta una religiosità soggettivista; ogni massone è libero di intendere Dio il Grande Architetto dell’Universo (GADU) secondo le sue proprie convinzioni religiose. Il massonico GADU non è il Vero Dio che i Cattolici adorano. Il GADU, invocato in Loggia, è anzitutto un concetto-contenitore aperto simultaneamente a tutte le interpretazioni: teismo, deismo, gnosticismo, panteismo, animismo…

Il GADU (come la Loggia) è una sorta di conciliazione degli opposti e dei contrari (principio cardine dell’esoterismo). I Maestri Massoni, più colti in fatto di Gnosi & Esoterismo, possono giungere a vedere nel loro GADU il malvagio Demiurgo gnostico, oppure un “dio” di Luce massonica.

 Naturalmente, poiché l’equivoco non era chiaro alla mente dei più, l’invettiva era ideale per generare sdegno e riprovazione verso il re bollato come irreligioso.

Gladstone ammise poi, che non era mai stato in visita in nessun carcere borbonico, e che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto, e di aver scritto per incarico di Lord Palmerston. Henry John Temple, terzo visconte Palmerston (Westminster, 29 ottobre 178418 ottobre 1865), è stato un politico inglese.

Lord Palmerston viene soprattutto ricordato per la direzione della politica estera del Regno Unito in un periodo in cui la Gran Bretagna si trovava al massimo della sua potenza, in qualità di Segretario di Stato per gli Affari Esteri prima e di Primo Ministro poi. Molte delle sue azioni aggressive, oggi indicate col termine di interventismo, destarono non poche controversie e rimangono un tema delicato.

Un Regno bollato dal marchio infamante, che ben presto si diffuse in tutta Europa, messa in atto da chi tramava per la caduta dei Borbone, che invece furono i primi ad avviare la prima riforma carceraria, che prevedeva una commissione che salvaguardava la sicurezza dei prigionieri e la qualità del cibo all’interno dei carceri.

Il sistema carcerario nel Regno era all’avanguardia in Europa, mentre diversamente accadde nelle carceri all’indomani dell’unità d’Italia, dove migliaia di meridionali furono deportati nei “lager” del Nord nelle quali venivano torturati e fatti morire di stenti e di fame.

Fonti:

– Wikipedia,
– orgogliosud.com
– Sanpiox.it

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Valeria Beneforti, IV L

TESTAMENTO DI CARLO PISACANE

Carlo Pisacane fu uno dei primi teorici del socialismo in Italia. Partecipò alla prima guerra d’indipendenza (1848) e alla difesa della Repubblica romana (1849) durante la quale ebbe dei contrasti con G. Garibaldi,. Tali contrasti e la critica a Carlo Alberto, accusato di volersi sostituire all’Austria come baluardo della conservazione, furono documentati nel volume La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49; nella stessa opera P. prese le distanze dalle idee di Mazzini, criticato in quanto fautore di un semplice mutamento nella forma del governo ritenuto da P. insufficiente a suscitare l’interesse delle masse alla rivoluzione nazionale. Un’altra opera da ricordare è Saggi storici-politici-militari sull’Italia in cui affermò il primato della questione sociale su quella politica: scopi ultimi della rivoluzione dovevano essere l’abolizione della proprietà privata, dei mezzi di produzione e del principio di autorità, essendo la sovranità un diritto di natura inalienabile che risiede nell’intera nazione; solo il socialismo, cioè una completa riforma dell’ordine sociale, avrebbe spinto il popolo alla battaglia, offrendogli la speranza di un futuro migliore.Ma l’azione che dobbiamo ricordare risale al 1857, anno dello stesso testamento: La spedizione di Sapri , una impresa rivoluzionaria che nei piani consisteva nella liberazione dei detenuti politici dalla prigione borbonica di Ponza e in seguito nel provocare una rivolta in terraferma. dopo un primo fallimento dovuto ad un perdita delle armi,il 25 giugno 1857 a Genova Pisacane s’imbarcò con altri ventiquattro uomini, tra cui Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone, sul piroscafo di linea Cagliari diretto a Tunisi. Rosolino Pilo si occupò nuovamente del trasporto delle armi, e partì il giorno dopo su alcuni pescherecci. Ma anche questa volta Pilo fallì nel compito assegnatogli e lasciò Pisacane senza le armi. Pisacane continuò senza cambiare piani, impadronitosi del piroscafo durante la notte, con la complicità dei due macchinisti inglesi, si dovette accontentare delle poche armi che erano imbarcate sul Cagliari. Il 26 giugno sbarcò a Ponza dove, sventolando il tricolore, riuscì agevolmente a liberare 323 detenuti aggregandoli quasi tutti alla spedizione. Il 28, il Cagliari ripartì con Pisacane, i suoi compagni e i detenuti liberati e dotati di armi sottratte al presidio borbonico. La sera sbarcarono a Sapri gridando”Viva l’Italia,Viva la Repubblica!”.il Comitato partenopeo aveva promesso che qui avrebbero trovato uomini armati i quali si sarebbe uniti all’impresa ma non trovarono nessuno. Rimasto sorpreso, Pisacane decise di proseguire verso l’interno, nella vana attesa che Napoli, Genova e Livorno si sollevassero come stabilito. Il 1° luglio a Padula gli uomini di Pisacane si scontrarono con i soldati e  guardie urbane dei Borboni: vi furono 63 morti, dei quali 59 ribelli, una guardia urbana, un soldato e due civili. Pisacane, sopraffatto, si convinse a ripiegare verso il mare. Senza munizioni e privi di vettovaglie, il 2 luglio a Sanza furono attaccati da una cinquantina di persone, in gran parte contadini, convinti dai Borboni che si trattassero di ladri e delinquenti. Pisacane,inorridito dalla situazione e ormai consapevole della sconfitta, compì il gesto estremo rivoltando la pistola su se stesso,imitato dal patriota Falcone e altri 7 dei 25 imbarcatisi a Genova furono massacrati. Ferito, Nicotera si arrese e i rimanenti furono catturati e consegnati ai gendarmi. Depredati dei loro averi, i cadaveri di Padula furono sepolti in una fossa comune nella chiesa della Santissima Annunziata, quelli di Sanza vennero invece cremati.

Analisi testamento:

Poco prima di avventurarsi nella spedizione, il patriota napoletano consegnò il suo Testamento politico alla giornalista inglese Jesse White, un testo suggestivo, profondamente umano e venato da un certo pessimismo, in cui Pisacane ribadì i suoi principi politici: …Io credo al socialismo, ma ad un socialismo diverso dai sistemi francesi, tutti più o meno fondati sull’idea monarchica e dispotica, che prevale nella nazione. (…) Il socialismo di cui parlo può definirsi in queste due parole-libertà e associazione”.

 L ’autore del Testamento dichiarò esplicitamente il suo disdegno per il moderatismo e il programma minimo della monarchia sabauda, reclamando la necessità di procedere all’azione: ” Io credo fermamente che se il Piemonte fosse stato governato nello stesso modo che lo furono gli altri Stati italiani, la rivoluzione d’Italia sarebbe a quest’ora compiuta.”

 “La sola cosa che può fare un cittadino per essere utile al suo paese, è di attendere pazientemente il giorno in cui potrà cooperare ad una rivoluzione materiale-le cospirazioni, i complotti, i tentativi d’insurrezione sono, secondo me, la serie dei fatti per mezzo dei quali l’Italia s’incammina verso il suo scopo, l’unità.”

Pisacane motivò la sua scelta d’azione nel sud, professando la vocazione al sacrificio del rivoluzionario, la sottomissione dell’egoismo individuale all’utile collettivo:“…Io sono convinto che nel mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso energico può spingere la popolazione a tentare un movimento decisivo, ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quell’impulso

Una volontà inflessibile e un grande coraggio animarono questo affascinante personaggio sorretto dalla forza degli ideali, un uomo deciso a sfidare il destino, non per mania di protagonismo, ma per mutare le sorti di un paese in preda alla decadenza.

La triste vicenda del Pisacane resta ancora oggi immortalata nei delicati e semplici versi de “La spigolatrice di Sapri” del poeta patriottico Luigi Mercantini: “…Eran trecento e non vollero fuggire, parean tre mila e vollero morire; ma vollero morir col ferro in mano, e avanti a loro correa sangue il piano: fin che pugna vid’io per lor pregai, ma un tratto venni men, né più guardai: io non vedea più fra mezzo a loro quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro. Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!”.

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Carlotta Danusso, IV L

INGLESI E IL TRATTATO DI ZURIGO

Scoppiata la seconda guerra d’indipendenza, gli agenti piemontesi suscitarono le rivolte che abbatterono il governo pontificio a Bologna e in Romagna, quello del Granduca a Firenze e quelli dei Duchi di Modena e di Parma.

Con l’avvicinarsi dell’esercito sardo-francese al Mincio la Prussia decise quindi, l’11 giugno 1859, la mobilitazione di sei corpi d’armata per la formazione di un esercito da schierare lungo il Reno, al confine con la Francia.

Successivamente però, il 24, la Prussia ufficializzò la proposta di una mediazione a Gran Bretagna e Russia per esaminare con le due grandi potenze i mezzi con i quali ristabilire la pace in Europa. Quest’ultima iniziativa fu un tentativo del ministro degli Esteri prussiano Alexander von Schleinitz (1807-1885) di rimandare la decisione di una crisi con la Francia.

In Gran Bretagna, la proposta prussiana di mediazione non fu accolta con particolare interesse: il nuovo primo ministro liberale Palmerston, benché più vicino alle posizioni francesi rispetto al predecessore Derby era ostacolato dai seguaci dei conservatori presenti nel governo e dalla Regina Vittoria, per cui il nuovo esecutivo poco si differenziò dal vecchio.

L’11 luglio, conquistata la sola Lombardia, Napoleone III concluse con Francesco Giuseppe l’armistizio di Villafranca, mosso da varie ragioni: la difficile situazione militare, con l’Austria asserragliata nelle fortezze del quadrilatero (Mantova, Verona, Legnago e Peschiera), il timore di un intervento della Prussia e della Confederazione tedesca contro la Francia sul Reno, la svolta rivoluzionaria assunta dalla guerra, con le rivolte in Italia e i contatti tra Cavour e Kossuth per provocare un’insurrezione in Ungheria, il che allarmava la Russia e l’opinione pubblica cattolica in Francia.

L’armistizio provocò l’ira e le dimissioni da presidente del consiglio del Conte di Cavour, che il Re sostituì prontamente con il Generale La Marmora, dimostrando senso di realismo nel comprendere l’impossibilità di continuare la guerra all’Austria senza la Francia.

La crisi che Villafranca provocò nei rapporti tra la Francia e il Piemonte aumentò tuttavia le simpatie verso Torino dell’Inghilterra, dove l’11 giugno cadde il governo conservatore e s’insediò il governo whig-liberale guidato dal trio filo-italiano composto da Lord Palmerston, Primo Ministro, Lord John Russell, Ministro degli Esteri, e William Gladstone, Cancelliere dello Scacchiere.

Quanto già previsto nell’armistizio di Villafranca fu poi riconfermato nel trattato di pace di Zurigo del 10 novembre 1859, concluso tra Francia ed Impero d’Austria.

Formalmente, la pace di Zurigo è il trattato che concluse la Seconda guerra d’indipendenza italiana.

Si è stabilito quindi la cessione dell’Austria della sola Lombardia alla Francia «ad eccezione delle fortezze di Peschiera e di Mantova» al Piemonte, attraverso la procedura un po’ umiliante, che si sarebbe ripetuta nel 1866 per il Veneto dopo la III guerra d’indipendenza, del passaggio di mano attraverso Napoleone III.   La Francia l’avrebbe assegnata poi al Regno di Sardegna.

Tutti gli stati italiani, incluso il Veneto ancora austriaco, avrebbero dovuto unirsi in una confederazione italiana, presieduta dal Papa.

Il trattato formulava la «riserva dei diritti» delle «circoscrizioni territoriali degli Stati indipendenti d’Italia, che non avevano preso parte all’ultima guerra», che non potevano «essere mutate se non col concorso delle Potenze che hanno presieduto alla loro formazione e riconosciuto la loro esistenza».  Le decisioni prese a Zurigo avrebbero dovuto essere ratificate da un congresso delle Grandi Potenze.

I governanti britannici si espressero contro l’assetto dell’Italia previsto dal trattato di Zurigo, obiettando in particolare alla Presidenza del Papa della proposta confederazione, alla partecipazione ad essa dell’Austria (attraverso il Veneto) ed alla restaurazione con la forza dei governi abbattuti dalle rivolte.

 Palmerston e Russell avrebbero voluto proporre formalmente l’annessione al Piemonte di tutti i territori contesi, tranne le Legazioni pontificie, dove i Borbone-Parma avrebbero dovuto assumere il titolo ereditario di Viceré papali, ma la Regina e gli altri membri del Gabinetto bloccarono tale presa di posizione.

Un’altra possibilità ventilata, su proposta di Napoleone III accettata da Londra come ripiego, fu di unire il Ducato di Parma al Regno di Sardegna e di creare un Regno separato dell’Italia centrale composta dal Granducato di Toscana, dal Ducato di Modena e dalle Legazioni pontificie con un Sovrano scelto dalle Grandi Potenze.

Tra la fine del 1859 e l’inizio del 1860 sembrò profilarsi un’alleanza tra Gran Bretagna, Francia e Regno di Sardegna, per fronteggiare un eventuale contrattacco austriaco in Italia.

Londra e Parigi stavano per concludere un trattato di commercio.

La pace di Zurigo, non attuata nella parte che riguardava la geopolitica italiana, fu superata anche a livello della diplomazia internazionale. Il 24 marzo 1860 infatti Camillo Cavour sottoscrisse la cessione della Savoia e della città di Nizza alla Francia.

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Gianluca Nicocia, IV L

DECRETI DI GARIBALDI  E LE LEGGI MARZIALI

Sbarcato in Sicilia, Garibaldi cercò di coinvolgere le popolazioni contadine nell’impresa dei Mille per ingrossare le file garibaldine e fare terra bruciata intorno alle retroguardie borboniche e, assunto il 14 maggio la dittatura “nel nome di Vittorio Emanuele re d’Italia”, compose 23 decreti. decretò a Salemi il 14 maggio che la milizia doveva essere composta da tutti i cittadini tra i 17 e i 50 anni. Decretò poi ad Alcamo il 17 maggio che fu istituito un governatore per ciascuno dei 24 distretti della Sicilia che ristabilisce il consiglio civico e i funzionari esistenti prima dell’occupazione borbonica. Garibaldi decretò iI 19 maggio l’abolizione del dazio sul macinato, del dazio di immissione per i cereali, le patate e il legumi, il divieto ai cittadini dei comuni occupati di pagare le tasse al governo borbonico, legittimando di fatto l’insurrezione dei contadini.   Il decreto del 28 maggio stabilì che i reati di furto, di omicidio e di saccheggio sarebbero stati puniti con la pena di morte. La repressione si abbattè sugli insorti di Biancavilla e di Bronte, su quanti avevano attentato alla proprietà privata e all’ordine costituito. Gli alleati di Garibaldi divennero così i proprietari terrieri che preferirono aderire all’unificazione piemontese per salvare la vita e la proprietà. Il 28 maggio Garibaldi emanò un altro importante decreto che stabiliva la divisione delle terre demaniali tra le famiglie che non ne possedevano, riservandone una parte ai combattimenti della guerra antiborbonica o agli eredi. L’8 settembre decretò che tutti gli ufficiali pubblici sono mantenuti ne’ rispettivi uffici L’ultimo decreto del generale giuseppe garibaldi fu dato a s. Angelo il 15 ottobre 1860 e affermava l’esistenza di un’Italia unica ed indivisibile.

La legge marziale (letteralmente legge del dio di Marte) è un sistema di governo che si ha quando i militari prendono il controllo della normale amministrazione della giustizia. Di solito, la legge marziale riduce alcuni dei diritti personali normalmente garantiti ai cittadini; viene limitata la durata dei processi e si prescrivono sanzioni più severe rispetto alla legge ordinaria. In alcuni Stati la legge marziale prescrive la pena di morte per alcuni crimini, anche se le leggi ordinarie non riconoscono quella pena nel proprio sistema.

Per combattere il brigantaggio nelle province meridionali fu necessario schierare una parte consistente dell’esercito italiano, e il conflitto provocò un numero di morti analogo a quello registrato nelle diverse guerre risorgimentali. Assieme alle esecuzioni sommarie, i militari organizzarono spedizioni punitive contro le comunità sospettate di dare rifugio ai briganti, presero ostaggi tra i familiari dei presunti briganti, incendiarono case e villaggi e, all’occasione, torturarono o uccisero i sospetti.

In tutto il Mezzogiorno continentale e in Sicilia venne proclamato lo stato d’assedio e alle forze armate furono attribuiti poteri speciali per procedere all’arresto dei sospetti di brigantaggio.

Nel 1860 a Bronte il braccio destro di Giuseppe Garibaldi, e i suoi reparti dei Mille, repressero duramente lasanguinosa rivolta di quei contadini che avevano creduto agli inviti alla rivolta contro i Borboni in nome di un anelito ad un mondo migliore.

Il 2 giugno del 1860 i contadini di Bronte credettero a quanto diceva loro Garibaldi con il suo proclama: “Giuseppe Garibaldi comandante in capo delle forze nazionali in Sicilia, in virtù dei poteri a lui conferiti, decreta: Art. 1. Sopra la terra dei demani comunali da dividersi, giusta la legge, fra i cittadini del proprio comune, avrà una quota senza sorteggio chiunque si sarà battuto per la Patria. In caso della morte del milite questo diritto apparterrà al suo erede. Art. 2. La quota, di cui è parola all’articolo precedente, sarà uguale a quella che sarà stabilita per tutti i capi di famiglia poveri non possidenti.. “.

Delusi dalla decisione di non applicare ai possedimenti dei Nelson i proclami garibaldini, i “comunisti” brontesi (si chiamavano così, in contrapposizione ai “cappelli”, i borghesi), qualche mese dopo, si rivoltarono, mettendo a ferro e a fuoco la cittadina.

Violenze su violenze. Decine di morti.

Nino Bixio impose la legge marziale, anche per accontentare gli inglesi, che a Bronte, appunto, avevano un loro avamposto importante per via della ducea dei Nelson. Seguì la feroce repressione dei contadini. Finirono le illusioni sull’impresa garibaldina.

Bixio sacrificò agli interessi dei pochi persino la vita di chi, comeNiccolò Lombardo, pure lo aveva sostenuto, convinto patriota, nell’impresa dei Mille. Dopo che due tentativi delle milizie locali di porre fine alla violenza erano stati respinti, e che la rivolta si era estesa alle città vicine, i combattimenti vennero interrotti dall’arrivo in città di Nino Bixio, il più fidato e allo stesso tempo il più autoritario dei generali di Garibaldi. La repressione fu brutale quanto lo era stata la rivolta che l’aveva preceduta. «È necessario l’esempio e l’avranno tremendo», scrisse lo stesso Bixio a un funzionario governativo (Bixio 1939, 8 agosto 1860, p. 378): lungi dal sostenere le richieste di riforma agraria avanzate dai contadini, il generale e i dirigenti democratici di Palermo erano allarmati per la minaccia che la rivolta costituiva per la legalità e l’ordine. Bixio ordinò così la celebrazione di processi sommari, seguiti immediatamente dall’esecuzione di cinque dei capi della rivolta, fra i quali Lombardo. Altre centinaia di rivoltosi vennero catturati e spediti in carcere a Catania, dove attesero tre anni prima di essere sottoposti a processo. Bixio scrisse alla moglie che quella era una «missione maledetta dove l’uomo della mia natura non dovrebbe mai essere destinato» (ivi, 17 agosto 1860, p. 387).

ITALIA E VITTORIO EMMANUELE

GIUSEPPE GARIBALDI COMANDANTE IN CAPO LE FORZE NAZIONALI IN SICILIA In virtù dei poteri a lui conferiti

DECRETA

Articolo 1. La milizia è composta di tutti i cittadini capaci di portare le armi da 17 a 50 anni. Non vi faranno parte coloro che per malattia o fisiche imperfezioni sono escludi dal servizio militare, giusta il regolamento 30 settembre 1848.

Art. 2. La milizia sarà divisa in 3 categorie. I militi da 17 a 30 anni saranno chiamati al servizio attivo ne’ battaglioni dell’esercito.

Quei da 30 a 40 si formeranno in compagnie per il servizio generale del loro distretto.

Quelli da 40 a 50 saranno pure formati in compagnie per il servizio interno del loro Comune.

Art. 3. La milizia della prima categoria sarà sotto il comando immediato del capo dell’esercito. Le milizie di seconda e terza categoria, saranno agli ordini del Governatore del distretto.

Art. 4. La milizia attiva avrà gli uffiziali nominati dal Comandante in capo, dietro la proposta del Comandante il battaglione o la compagnia, i sotto uffiziali nominati da questi stessi comandanti.

Art. 5. Le compagnie della seconda e terza categoria sceglieranno i loro sotto uffiziali ed uffiziali conformemente alle leggi sulla Guardia Nazionale.

Art. 6. Sarà stabilito in ogni Comune un consiglio di ricognizione presieduto dal Capo del Municipio.

Art. 7. Il Consiglio in Palermo, Messina e Catania e nelle altre principali città sarà suddiviso in tanti consigli di ricognizione quanti sono i quartieri.

Art. 8. Il Consiglio di ricognizione procederà immediatamente alle iscrizioni delle differenti classi, e formazione delle matricole.

Art. 9. Ogni anno il Capo del Municipio avrà cura perché vi siano notati gl’individui a 17 anni, che sian promossi da una categoria all’altra coloro che saranno soggetti a tal mutamento per l’avanzata età e che vi sian cancellati i morti e quelli che entrano nell’anno 51.

Art. 10. Ogni individuo mutando domicilio sarà riportato nel registro del luogo in cui anderà a risiedere.

Art. 11. Della matricola, che la prima volta sarà formata, e delle modificazioni che annualmente saran fatte, darà inviata copia al Governatore del distretto a cura del Capo del Municipio. Il Governatore sulle copie ricevute da tutti i comuni, farà il ruolo generale del distretto

Art. 12. In ogni Comune la formazione per compagnie si farà nel seguente modo; Nelle Città ciascuna compagnia sarà composta dei militi dello stesso quartiere. Nei Comuni i militi formeranno una o più compagnie, o pure suddivisioni
Art. 13. La forza ordinaria delle compagnie sarà di 60 a 150 militi.

Art. 14. Ci saranno in ogni compagnia dei militi distrettuali o comunali. DELLA FORZA

GRADUATI  Da60 a 80 militi   Da80 a 100 militi  
Capitano Luogotenente Sotto Tenente Sergente foriere Sergenti Caporale foriere Caporali Tamburo1 1 1 1 4 1 8 1   1 1 2 1 6 1 12 1  

Formazione dei battaglioni
Art. 15. Il battaglione non potrà essere meno di 4. compagnie. Ove il numero dei

militi sia sufficiente, potranno in uno stesso comune formarsi vari battaglioni.
Art. 16. In ogni comune i militi chiamati a formar compagnie si aduneranno per procedere in presenza del consiglio di ricognizione alla elezione dei loro uffiziali e

sotto uffiziali.
Art. 17. L’elezione degli uffiziali avrà luogo per ogni grado successivo

cominciando dal più alto a scrutinio segreto, alla maggioranza dei voti.
Art. 18. I primi ad essere armati saranno gli individui della prima categoria, poi

quelli della seconda, ultimi quelli della terza.
Art. 19 Il seguente decreto avrà vigore fino alla proclamazione d’una legge che

adatterà all’isola di Sicilia le leggi e i regolamenti delle provincie emancipate d’Italia.

Salemi 14 Maggio 1860

Firmato – G. GARIBALDI Il Segretario di Stato Firmato – F. CRISPI

ITALIA E VITTORIO EMMANUELE

Giuseppe Garibaldi comandante delle forze in capo delle forze nazionali in Sicilia.

In virtù dei poteri a lui conferiti. Visto il decreto dei 14 maggio sulla Dittatura

DECRETA

Articolo 1. È instituito un Governatore per ciascuno di 24 distretti della Sicilia

Art. 2. Il Governatore risiederà nel capoluogo del distretto, e laddove le circostanze il richiedano, in quel comune che crederà stabilire a centro delle sue operazioni. Esso vi rappresenterà il capo dello stato. Art. 3. Il Governatore ristabilirà in ogni comune il consiglio civico e tutti i funzionari esistenti prima dell‘occupazione borbonica. Supplirà con altri individui quelli che mancassero per morte sopravvenuta o per altri motivi.

Art. 4. Saranno esclusi dal consiglio civico e non potranno essere membri del magistrato municipale, giudici comunali ed agenti dell’amministrazione pubblica.

A) coloro che favoriscono direttamente o indirettamente la restaurazione dei borboni

B) coloro che esercitano o hanno esercitato uffici pubblici di nomina del potere illegittimo che attualmente vessa la Sicilia.

C) coloro che notoriamente si oppongono alla redenzione della patria.

Art. 5. Il Governatore sarà giudice dei motivi d’incapacità notati nel precedente articolo, ed all’uopo eserciterà i poteri date alle commissioni distrettuali coi decreti del 22 luglio 1848 e del 22 febbraio 1849

Art. 6. Il Governatore nominerà in ogni capoluogo di distretto un Questore e in ogni comune un Delegato per la Sicurezza Pubblica; nella città di Palermo, Messina e Catania, un assessore per ogni quartiere.

I Delegati e gli Assessori saranno nell’esercizio delle loro funzioni, sotto la dipendenza del Questore; il Questore sotto la dipendenza del Governatore.

Art. 7. Il Governatore eserciterà la sua tutela su tutte le amministrazioni pubbliche, e ne dirigerà l’andamento.

Art. 8. Le sentenze, le decisioni e gli atti pubblici

saranno intestati: in nome di Vittorio Emmanuele Re d’Italia. Art. 9. Le leggi, i decreti e i regolamenti, quali esistevano fino al 15 maggio 1849continuano ad essere in vigore.
Art. 10. Ogni disposizione contraria alla presente è revocata.

Alcamo 17 Maggio 1860 Il Dittatore

G. GARIBALDI

Il Segretario di Stato Firmato – F. CRISPI

FONTI:

http://storiacostituzionale.altervista.org/documenti-di-diritto-e-storia-costituzionale-del-risorgimento.html (documenti).

http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_marziale (significato legge marziale).

-http://catania.blogsicilia.it/1860-quei-morti-a-bronte-che-volle-nino-bixio/13212/ (la legge marziale di Nino Bixio).
-http://www.treccani.it/enciclopedia/il-sud-e-i-conflitti-sociali_%28L%27Unificazione%29/ (le leggi marziali).
Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Althea Zampese, IV L

STRAGE PONTEGANDOLFO E CASALDUNI

l 14 agosto 1861 Pontelandolfo e Casalduni, paesini del Beneventano, furono completamente rasi al suolo e gli abitanti trucidati senza distinzione di sesso e di età.

Tale atto fu conseguente al precedente massacro di 45 militari dell’esercito unitario (un ufficiale, quaranta bersaglieri e quattro carabinieri), catturati alcuni giorni prima da alcuni “briganti” e contadini del posto. I due piccoli centri vennero quasi rasi al suolo, lasciando circa 3.000 persone senza dimora. Il numero di vittime è tuttora incerto, ma indicato dalla maggior parte delle fonti come compreso fra il centinaio e il migliaio

ANTEFATTO

Garibaldi alla fine del mese di ottobre del 1860 dopo l’incontro nei pressi di Teano con il Re Savoia Vittorio Emanuele II si tirò in disparte e partì per un esilio volontario. Soli due mesi prima, dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, aveva promesso l’uso delle terre civiche ai contadini.

Nei mesi successivi la popolazione contadina che aveva creduto in lui si rese conto che con l’avvento dei nuovi governanti nulla era cambiato e che tutto restava come prima, se non peggio. Le terre erano sempre nelle mani dei latifondisti e della borghesia agraria, gli intellettuali facevano sempre la vita di corte, con la differenza che adesso si chiamavano liberali

Così molti contadini finirono per simpatizzare con irriducibili combattenti, partigiani della causa del Mezzogiorno, borbonici, preti, banditi e briganti. Tutti accomunati dall’odio contro gli stranieri piemontesi.

Alla fine dell’inverno con la semina la situazione fu chiara a tutti: i proprietari terrieri, i ricchi e i vecchi baroni pretendevano diritti anche sui terreni confiscati alla Chiesa. In estate, quando i latifondisti iniziarono a vessare peggio di prima i braccianti, pretendendo la maggior parte del raccolto, i contadini per fame e per le diverse morti abbracciarono la causa della resistenza all’invasore.

Così il 7 agosto 1861 alcuni briganti della brigata Fra Diavolo, comandati da un ex sergente borbonico, il Cosimo Giordano, approfittando dell’allontanamento di una truppa delle Guardie Nazionali da Pontelandolfo, occupò il paese, uccidendo i pochi ufficiali rimasti, issandovi la bandiera borbonica e proclamandovi un governo provvisorio.

FATTO

Briganti e popolani si diressero verso la casa comunale occupandola, furono distrutti i ritratti di Vittorio Emanuele II; risparmiati quelli di Garibaldi, i documenti dell’anagrafe e i registri piemontesi furono distrutti. Poi fu caccia all’uomo, il primo a cadere fu l’esattore della tasse piemontesi, le case e le proprietà dei ricchi furono saccheggiate e bruciate.

I rivoltosi si spostarono nei comuni delle vicinanze; a Casalduni e a Campolattaro bruciò ogni vessillo tricolore con al centro lo stemma sabaudo. La folla si impadronì di armi e munizioni. I piemontesi e i collaborazionisti napoletani furono fatti prigionieri.

A Casalduni il sindaco di estrazione contadina si schierò con il popolo; diede ai briganti assistenza in cambio dell’ordine pubblico e della sorveglianza dei prigionieri.

IL RIPRISTINO DELL’ORDINE

Qualche giorno dopo, l’11 agosto, giungevano da Campobasso una quarantina di uomini guidati da un tenente con il compito di ristabilire l’ordine. Furono accolti a legnate dalla folla e un militare fu ucciso dai popolani; gli altri disarmati e spaventati si rifugiarono nella torre ex baronale, dove si barricarono in attesa di rinforzi. Il vice sindaco fece avere loro armi e munizioni da usare per impaurire la folla, ma fu tutto inutile.

La torre fu presa, i militari fatti prigionieri e il vicesindaco legato ad un albero e ucciso a colpi di zappa.

Secondo un’altra versione gli uomini del reparto piemontese furono catturati ,nei pressi del paese, da un gruppo di briganti e contadini armati che li portarono a Casalduni, dove furono uccisi per ordine del brigante Angelo Pica.

I 45 furono giustiziati in un largo e per risparmiare le munizioni, finiti sotto i colpi di schioppo, di scure, di falce, di zappelle e di pietre e calpestati dagli zoccoli dei cavalli.

Un sergente del reparto sfuggì alla cattura e successiva uccisione e riuscì a raggiungere Benevento, dove informò i suoi superiori dell’accaduto. Costoro chiesero a loro volta un dettagliato rapporto ai capitani locali della Guardia Nazionale Saverio Mazzaccara e Achille Jacobelli. Ottenuti dettagli sull’accaduto, le autorità di Benevento informarono quindi il generale Enrico Cialdini.

Racconta Carlo Melegari, a quel tempo ufficiale dei bersaglieri, che il rapporto inviato a Cialdini conteneva una descrizione raccapricciante dell’uccisione dei bersaglieri. Cialdini, consultandosi con altri generali, ordinò l’incendio di Pontelandolfo e Casalduni con la fucilazione di tutti gli abitanti dei due paesi ad eccezione dei bambini , le donne e gli infermi.

CONSEGUENZE

Il generale Cialdini, per l’attuazione del piano, incaricò il colonnello Pier Eleonoro Negri e il maggiore Melegari, che comandavano due reparti diretti rispettivamente a Pontelandolfo e a Casalduni. All’alba del 14 agosto i soldati raggiunsero i due paesi. Mentre Casalduni fu trovata quasi disabitata (gran parte degli abitanti riuscì a fuggire dopo aver saputo dell’arrivo delle truppe), a Pontelandolfo i cittadini vennero sorpresi nel sonno. Le chiese furono assaltate, le case furono dapprima saccheggiate per poi essere incendiate con le persone che ancora vi dormivano. In alcuni casi, i bersaglieri attesero che i civili uscissero delle loro abitazioni in fiamme per poter sparare loro non appena fossero stati allo scoperto. Gli uomini furono fucilati mentre le donne (nonostante l’ordine di risparmiarle) furono sottoposte a sevizie o addirittura vennero violentate.

Carlo Margolfo, uno dei militari che parteciparono alla spedizione punitiva, scrisse nelle sue memorie:

« Al mattino del giorno 14 (agosto) riceviamo l’ordine superiore di entrare a Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno le donne e gli infermi (ma molte donne perirono) ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava; indi il soldato saccheggiava, ed infine ne abbiamo dato l’incendio al paese. Non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli cui la sorte era di morire abbrustoliti o sotto le rovine delle case. Noi invece durante l’incendio avevamo di tutto: pollastri, pane, vino e capponi, niente mancava…Casalduni fu l’obiettivo del maggiore Melegari. I pochi che erano rimasti si chiusero in casa, ed i bersaglieri corsero per vie e vicoli, sfondarono le porte. Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava. »

CONCLUSIONE

A causa dell’incendio degli archivi comunali e della mancanza di un censimento non si conosce la cifra esatta delle vittime del massacro. Alcune stime parlano di circa 100 civili uccisi, altre di 400,altre di circa 900 ed altre ancora di almeno un migliaio.

Ma Una forte revisione al ribasso del numero degli uccisi, ridotti a 13 morti, viene sostenuta dal ricercatore Davide Fernando Panella sulla base della lettura dei registri parrocchiali della chiesa della Santissima Annunziata ove sarebbero annotati dal canonico Pietro Biondi e dal canonico Michelangelo Caterini (firmatario degli atti di morte) i nomi dei morti, le modalità della loro morte e il luogo del seppellimento: 12 persone (undici uomini e due donne) sarebbero morte durante il giorno stesso della strage (dieci direttamente uccisi e due nel rogo delle case) e una tredicesima morì il giorno seguente.

FONTI:

http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Pontelandolfo_e_Casalduni

http://www.comune.casalduni.bn.it/

http://www.quicampania.it/ilregno/strage-di-pontelandolfo.html

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Camilla Franzo, IV L

LO SCIOPERO AI CANTIERI NAVALI DI CASTELLAMARE DI STABIA (1861)

1.1   Posizione geografica  

Castellammare di Stabia è situata nella parte sud della città metropolitana di Napoli, nel territorio compreso tra la fine della zona vesuviana e l’inizio della penisola sorrentina. La città sorge in una piana di natura alluvionale-vulcanica, in una conca del golfo di Napoli, protetta a sud dalla catena dei monti Lattari, mentre verso oriente si perde nelle campagne attraversate dal fiume Sarno, il quale sfocia nel mare di Castellammare di Stabia. Proprio questi elementi naturali segnano il confine con le città limitrofe: il fiume Sarno infatti divide la città stabiese da Torre Annunziata e Pompei a nord, il monte Faito da Vico Equense e Pimonte a sud. Ad est la città confina con Sant’Antonio Abate e con Santa Maria la Carità, mentre la zona ovest risulta essere la fascia costiera.

1.2   Storia del cantiere navale di Castellamare Già dalla fine del 1500 nella zona di Castellammare di Stabia erano presenti numerosi cantieri navali artigianali, tutti in grado di realizzare imbarcazioni più complesse rispetto alle semplici barche da pescatore. Nel 1780 il primo ministro del re di Napoli, Giovanni Eduardo Acton, a conclusione dell’indagine per individuare il sito dove far nascere il grande e moderno cantiere in grado di dotare la Regia Flotta di nuove navi, identificò in Castellammare la località ideale per i seguenti requisiti: estrema vicinanza ai boschi di proprietà demaniale di Quisisana che dalle pendici del Monte Faito, garantivano legname da costruzione, le numerose ed abbondanti fonti di acque minerali in loco, che permettevano un trattamento del legno altrove impossibile, i favorevoli collegamenti con Napoli (che avvenivano su una strada larga e comoda) e non ultima la consolidata competenza dei maestri d’ascia stabiesi (che si tramandavano il mestiere di padre in figlio) che assicurava disponibilità di manodopera qualificata e duratura. La realizzazione del Real Cantiere di Castellammare, fu quindi approvata da Ferdinando IV di Borbone, e completata nel 1783 previa l’abolizione del convento dei Carmelitani che sorgeva sul luogo. Per la sua grandezza, divenne in breve il maggiore stabilimento navale d’Italia, la cui forza lavoro, alla fine del ‘700 ammontava a ben 2.006 unità. Le maestranze qualificate degli stabiesi, vennero supportate dai lavori più pesanti svolti dai galeotti. La materia prima era conservata in enormi magazzini, le abbondanti acque minerali erano convogliate in grandi vasche che servivano per tenere a mollo il legname così da accelerarne il conseguente processo di stagionatura. In brevissimo tempo le navi costruite a Castellammare fecero divenire l’Armata di Mare, la seconda Marina del Mediterraneo dopo quella francese. Vascelli, fregate, corvette prima e pirovascelli e pirofregate dopo, vennero varate dai tre grandi scali di costruzione dotati di avantiscalo, una innovazione di non poco conto che permise di varare all’interno del porto e non più verso il mare aperto (come avveniva nei primi decenni). Lo scalo in muratura era dotato di grandi argani per l’alaggio dei vascelli, con i quali si poteva effettuare, all’asciutto, il calafataggio della  carena ed altri lavori di manutenzione. Quello di Castellammare di Stabia, divenne in breve il più grande cantiere navale d’Italia. A sua difesa, accanto alle fortificazioni già esistenti di Portocarello e di Rovigliano, fu costruita una batteria casamattata con ben 30 cannoni. La prima nave da guerra costruita a Castellammare fu la fregata Stabia, l’anno seguente fu varato il vascello Partenope, poi la fregata Pallade e la corvetta Flora e negli anni a seguire decine di altre imbarcazioni. Sotto la dinastia borbonica furono varate dal Real Cantiere di Castellammare, unità navali tra le più moderne e veloci dell’epoca, dotate di macchine da 300 cavalli. La presenza dell’importante cantiere navale e della Reggia di Quisisana fecero si che a Castellammare si installassero ben 17 sedi consolari: Austria-Ungheria, Francia e Gran Bretagna, Grecia, Spagna, Olanda, Paraguay, Turchia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Russia, Sardegna, Svezia e Stati Uniti d’America…

1.3 L’Unità d’Italia

Tra tutti i Regni italiani quello delle Due Sicilie era di gran lunga il più esteso, il più ricco e il più popolato. Quasi 10 milioni di persone – vale a dire un abitante su tre della nostra penisola – viveva sotto l’egida della casata dei Borbone. E Napoli era il cuore di questo regno: era una delle città più grandi d’Europa, seconda solo a Parigi, la quinta nel mondo. Il Regno, nel 1860, poteva sicuramente essere considerato in campo economico al primo posto in Italia ed al terzo in Europa. La moneta circolante nelle Due Sicilie era pari a 443,2 milioni di lire, risultante oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana. Per fare un paragone si può considerare che il Piemonte possedeva solo 20 milioni di lire. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali.La più grande industria di tutta Europa si trova a Castellamare di Stabia, vicino a Napoli, dove i cantieri navali occupano fino a 2.000 operai.

Intorno ai setifici di San Leucio, sopra Caserta, nel 1778 Carlo di Borbone aveva costruito un villaggio per gli operai, i quali vivono in casette a due piani, con servizi igienici e acqua corrente.
La Real Colonia di San Leucio ha una scuola dove i giovani apprendono l’arte della tessitura, e una ‘cassa di carità’ permette di aiutare quei lavoratori che per qualche motivo si trovano in difficoltà economiche. Inoltre, ogni anno, in occasione di particolari festività, la casa regnante distribuisce ai poveri dei sussidi in denaro.
Il benessere non era però, a quei tempi, generalizzato e i latifondisti che possedevano tutte le terre coltivabili, ne utilizzavano solo una piccola parte, quella parte che bastava loro per ricavare grandi ricchezze. I contadini che non venivano chiamati al lavoro salariato, vivevano nella miseria, e chiedevano invano di poter avere qualche appezzamento in affitto. I proprietari preferivano che tutta la forza lavoro fosse sempre disponibile, per poter mantenere basse le remunerazioni.
Vigeva poi nello Stato un regime poliziesco che soffocava qualsiasi anelito di libertà, e chi chiedeva miglioramenti alle proprie condizioni economiche finiva in carcere accusato di sovversione. Un timido tentativo di sciopero, con richieste di aumenti salariali, proprio nei cantieri di Castellamare, nel 1856, era costato la vita agli organizzatori e la galera ai partecipanti.

Quando Garibaldi sbarca in Sicilia nel 1860, le speranze della popolazione si riversano su di lui perché viene considerato portatore di una nuova struttura sociale, capace di cambiare radicalmente le regole di vita, imposte sino allora dal Borbone. Durante tutta la marcia verso Napoli, i piemontesi vengono accolti dai contadini al grido di: “Vogliamo la terra” e Garibaldi contribuisce a creare quel tragico equivoco che avrebbe portato poi al disastro, rispondendo: “Si, prendete le terre, sono vostre”. Molti soldati borbonici passano dalla parte delle camicie rosse, convinti che in quel nuovo esercito di liberatori avrebbero potuto trovare la loro futura collocazione.
Nell’ottobre del 1860, con lo storico ‘Incontro di Teano’ fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II (incontro svoltosi in realtà a Vairano, una decina di chilometri più a nord) l’Unità d’Italia è completata. Il Regno delle Due Sicilie perde la sua identità, ed entra a far parte del nuovo Stato. L’esercito garibaldino viene sciolto e tutte le operazioni militari passano nelle mani del regio esercito piemontese.

1.4           L’inizio della rivolta e il brigantaggio

Sotto precise richieste dei latifondisti, che hanno cominciato subito a collaborare con la nuova amministrazione, l’esercito regio provvede a sgomberare con la forza le terre che i contadini avevano occupato. Chi resiste finisce in carcere, mentre gli altri vengono comunque schedati e non troveranno più lavoro perché considerati dai proprietari dei ‘sovversivi’. Nei dintorni di Bronte, dove i contadini erano insorti, intervenne  Garibaldi che soffocò nel sangue ogni ribellione affidando la ribellione a Nino Bixio.
Nel meridione monta la rabbia per le speranze che sono andate deluse e per un nuovo Stato che si schiera, come il precedente, dalla parte del più forte. La miseria più nera e un futuro che si prospetta drammatico, spinge alcuni di questi ‘sovversivi’ ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi nei boschi che in quegli anni erano numerosi e fitti di vegetazione.  Di qui la nascita  del  movimento rivoluzionario antipiemontese, chiamato brigantaggio, un grandissimo gruppo di resistenza, per la difesa della loro patria, il loro Re e la Chiesa Cattolica, da un’ orda massonica che voleva colonizzare il Meridione.
Nei boschi incontrano anche  i veri briganti, personaggi che in Italia, come nel resto dell’Europa, vivevano in quei boschi, rapinando i viandanti, o uscendo talvolta dai loro nascondigli per compiere piccole scorrerie che consentivano loro di procurarsi l’indispensabile per sopravvivere.

 Ma anche per gli ex soldati borbonici la situazione non è migliore di quella dei contadini poveri. Coloro che hanno combattuto con Garibaldi, così come coloro che si sono arresi giurando poi fedeltà al nuovo governo, vengono semplicemente congedati, senza alcun sussidio, e con la necessità di trovarsi un lavoro per sopravvivere. Il nuovo Stato non si fida di loro, ma non si preoccupa neppure di come potranno organizzare la loro vita. La conferma di questa situazione è raccontata nell’autobiografia del mio trisnonno, nato a Messina nel 1846, nella quale gli ideali  che lo spinsero a partecipare alla campagna di Garibaldi  furono poi disattesi da un dietro-front del governo.

1.5   Documento  storico  del mio trisnonno

 “ L’educazione agli ideali patriottici, ci spinse, a quattordici anni ,ad indossare  la Camicia Rossa; la santa divisa dell’umanesimo, e correre con Garibaldi nella Campagna del 1860-1861.  Ricordati o corpo!.. Quando vedesti  la prima bandiera tricolore sventolare sopra la testa di pochi armati – Ti genuflettesti!… scoperto il capo, come… se fosse passato l’Iddio umanizzato nel simbolo dell’Eucarestia!… Corresti, può dirsi bambino; affrontasti i pericoli, fosti insignito Caporale sul campo agli avamposti nanti la Cittadella di Messina; rifiutasti le indennità, come i tuoi quelle di danneggiati politici!..  A che pro?! Forse pel conforto di avere operato quel che dovea un italiano  onde non vedere la Patria una espressione geografica” come la diede il Metternich, o la terra de’ morti” come piacque chiamarla il Lamartine?(poeta e scrittore storico  e politico francese è stato ambasciatore prima a Napoli e poi a Firenze   espresse un giudizio sull’inerzia dell’Italia nell’Ultimo canto del pellegrinaggio di Aroldo (1825) ).

Ma….vive forse l’Italia come avrebbe il dritto di vivere?!

Quando, nella cerchia individuale, credesti che quanto  avevi operato era sufficiente titolo alla benemerenza pubblica e che sotto l’usbergo delle due medaglie di cui ti fregiarono il petto, avrebbero dovuto, se non lasciarti il libero passo, almeno non ostacolarti, i gaudenti ti schernirono, ti guardarono in cagnesco e come oggetto sovversivo e pericoloso, ti diedero l’ostracismo.

E’ vero!… basta la soddisfazione della propria coscienza per avere operato il bene, però, se gli affetti fossero stati equilibrati, avresti potuto accorgerti, che la tua non era età da spingerti!… abbandonando il tetto paterno, gli studi, gli agi, e quel che monta, riscaldandoti maggiormente la fantasia per correre a corpo perduto, dietro il Santo ideale di Libertà, parola sempre agognata dagli uomini, ma odiata dalla  maggioranza e sotto qualsiasi forma di Governo.”

1.6     Lo sciopero di Castellamare di Stabia

Il sud vive un clima di scontento e di delusione . L’unificazione non è stata accompagnata dagli attesi miglioramenti economici , anzi il Regno di Sardegna è fortemente indebitato  a causa sia degli indennizzi  imposti dagli austriaci dopo la prima guerra di indipendenza e sia dagli investimenti nelle infrastrutture. Per risanare il debito pubblico e per consolidare le sue credenziali nel consenso internazionale, il nuovo Stato mette le tasse sui prodotti fondamentali come il sale e il macinato, ossia sul pane. Rincarano i generi di prima necessità, ma non aumentano i salari. Il 1861 è anno di miseria per le classi operaie.

Le agitazioni dilagano: si comincia a Napoli, nel febbraio, con lo sciopero degli arsenalotti, poi seguono, a Castellammare di Stabia, i tumulti di quattrocento operai licenziati; nel maggio scioperano i fornai di Torino; nel giugno gli operai di una fabbrica di vasellame a Napoli ed i fornai a Firenze; nel luglio, ancora a Napoli, gli operai ed il personale ferroviario e così via per tutta la penisola.

In particolare a Castellammare di Stabia  lo sciopero del 20 febbraio porta all’arresto da parte della polizia di più di 200 lavoratori accusati di aver complottato per far degenerare in rivolta politica filo borbonica un conflitto di natura sindacale.

Con la nascita del Regno d’Italia, i cantieri stabiesi andarono incontro ad assurde difficoltà create dai politici del Regno che ne discussero l’ubicazione e il ridimensionamento. Sicuramente non ful’abbattimento dei dazi doganali protezionistici e l’introduzione nel Sud, il 24 settembre del 1860, della tariffa libero-scambista, e la concorrenza dei prodotti del Nord ed esteri a mettere in ginocchio l’industria e l’agricoltura meridionali, bensì  tutte una serie di tasse e leggi  che, in nome di una unificazione ad un unico modello piemontese,sfavorirono l’economia del sud.  I governi dell’Italia post unitaria, cercarono in tutti i modi di ostacolare il lavoro che si svolgeva all’interno di questo stabilimento. Tra le scelte più discusse ci fu l’assurda idea di soppiantare i legno con l’acciaio. Nonostante ciò, non fu un problema per i lavoratori stabiesi, di grandi capacità tecniche e fortemente legati alla storia dei cantieri, i quali passarono dalla costruzione dei vascelli a vela e a vapore alle corazzate con grande spirito innovativo.

Dal 1861 ad oggi  si ha un lento svuotamento dello stabilimento, che nel 1931 vara l’Amerigo Vespucci. Oggi il  cantiere ha 640 dipendenti in cassa integrazione: di questi, solo una sessantina continua a lavorare alla manutenzione ordinaria.

Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto di Savoia, sollecitato dai liberali milanesi, dichiarò guerra all’Austria. La bandiera rivoluzionaria tricolore «verde-bianco-rosso», nata a Reggio nell’Emilia il 7 gennaio 1797, comparve per la prima volta tra le truppe sarde che con essa combatterono vittoriosamente a Pastrengo e a Goito. A fianco dell’esercito sardo intervennero soldati volontari provenienti da altri stati italiani, ansiosi di liberare i territori in mano straniera. Nella fase iniziale del conflitto vengono colti alcuni successi importanti: nelle battaglie di Monzambano, Valeggio e Pastrengo i sardi ottengono alcune vittorie che comunque non vennero sfruttate appieno avanzando con notevole ritardo: una colonna riuscì ad entrare a Milano, ma non inseguì subito gli austriaci in rotta. Carlo Alberto pose l’assedio a Peschiera, una delle quattro città del Quadrilatero. L’attacco del maresciallo Josef Radetzky si risolse con la disfatta nella battaglia di Goito (30 maggio) e lo stesso giorno si arrese Peschiera. Carlo Alberto, però, non seppe sfruttare questi successi e il maresciallo tedesco riuscì a riconquistare le piazzeforti venete e la guerra volse sfavorevolmente per i Savoia. Il 9 agosto 1848 l’esercito sardo fu battuto a Custoza. Dopo l’armistizio di Salasco, al quale susseguì, sette mesi dopo, la disfatta di Novara, Carlo Alberto fu costretto ad abdicare il 23 marzo 1849 a favore del figlio Vittorio Emanuele II di Savoia e si ritirò in esilio ad Oporto, in Portogallo, dove morì di lì a poco, il 28 luglio 1849. In seguito alla disfatta il Regno di Sardegna cercò di ristabilire la sua economia. Massimo d’Azeglio, presidente del consiglio, approvò le leggi Siccardiane in seguito alle quali i privilegi di cui il clero aveva sempre goduto venivano aboliti.

Bibliografia
Valerio Castronovo  “ MilleDuemila. Un mondo al plurale” – La Nuova Italia
Documento storico
Lio Mostaccio Cardillo dei Marchesi d’Inici  “ Per voi e con voi sempre”
Wikipedia
Cantiere navale di Castellammare di Stabia

Siti internet

 Il glorioso Cantiere navale di Castellammare  di Antonio Cimmino
Alle origini del movimento operaio  di Castellammare di Stabia di Raffaele Scala
Articolo di Zini  ”Antologia inversa”   settimanale Riviera
 Articolo di Fulvio CapezzuoliPer una riflessione sul ‘brigantaggio’ meridionale” rivista  Pagina Uno

IL LAGER DI FENESTRELLE DEI SAVOIA

“ Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce ”…

E’ l’iscrizione che un visitatore legge oggi su un muro, entrando a Fenestrelle, fortezza ubicata sulle montagne piemontesi a quasi 2000 metri d’altezza dove, dal 1860 al 1870, furono deportati briganti non uccisi, ma anche migliaia di meridionali che si opposero all’unità d’Italia e alla colonizzazione piemontese. Gli internati erano soprattutto poveri contadini ed ex soldati borbonici.

Un insieme di forti protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala di 4000 gradini scavata nella roccia: ecco cos’era a quel tempo Fenestrelle, una gigantesca cortina fortificata resa ancor più spettrale dalla naturale asperità di quei luoghi e dalla rigidità del clima.

Oggi da più parti si ricorda il periodo in cui la fortezza divenne un campo di reclusione per soldati borbonici e papalini considerati disertori del nuovo esercito italiano o prigionieri di guerra. Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 questi militari furono «ospitati» a Fenestrelle: laceri e poco nutriti.

Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 per la repressione del brigantaggio nel Meridione”. Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca: le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria.

Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O briganti, o emigranti”.

Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: «Genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale»1.

Il brigantaggio rappresenta uno dei punti centrali della “Questione meridionale” e dà il senso di una Unità nazionale che non poté mai compiersi del tutto in ragione del disegno strategico della monarchia sabauda più propensa a “conquistare” che ad “unificare”. O briganti o emigranti, si disse per delineare il destino delle popolazioni dell’ex Regno delle Due Sicilie e segnare la prima epocale diaspora delle genti meridionali. Le condizioni di brigante e di emigrante diedero, drammaticamente, tragicamente, la misura della colonizzazione o della piemontesizzazione, ossia della mancata integrazione nazionale, di cui, ancora oggi, l’Italia soffre all’interno del divario Nord-Sud.

Nessuna solidarietà, nessuna vicinanza, né culturale, né umana, né politica: i meridionali non si sentivano   

“ italiani”. I piemontesi erano nemici, usurpatori, colonizzatori arrivati per conquistarli e

per cancellare la loro storia, i costumi, i legami e le appartenenze. Due mondi erano in conflitto tra di loro. Si preferì, per ammansire e piegare il sud, l’azione repressiva, determinata a stroncare,

soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altre, sempre più crudele. Ufficiali e soldati italiani si sentirono avamposti in pericolo, esploratori in una terra popolata da una razza diversa, percepita come inferiore.

Il nuovo Regno d’Italia schierò contro i “cafoni” del sud ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali più cinici e violenti. Eppure per molto tempo non riuscì a distruggere neppure una banda. Negli anni, fu una carneficina. Una vera e propria guerra civile. Risultato: oltre un mezzo milione di morti, 54 paesi rasi al suolo, stupri e violenze inaudite, processi e fucilazioni sommarie. La storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il brigantaggio ha prodotto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme.

Durante tutta la sua attività come struttura militare, durata fino al termine della seconda guerra mondiale, la fortezza venne usata, in alcuni momenti storici, come prigione e luogo di detenzione: la fortezza, al naturale e sempre attivo ruolo di deterrente militare, aggiunse, quindi, quello di prigione per criminali comuni, prigione di stato e bagno penale.

In alcuni limitati casi furono detenuti anche criminali comuni, che avevano commesso crimini nelle aree limitrofe o di competenza del governatore della fortezza. In casi eccezionali vi giunsero, per motivi vari, anche detenuti da altre aree geografiche. Essi condividevano gli stessi ambienti del bagno penale con i militari, ma erano trattati in modo diverso essendo soggetti alla giurisdizione civile e non militare.  Nei primi anni del XIX secolo, vi furono rinchiusi gli oppositori di Napoleone, soprattutto prelati borbonici, poi, in seguito ai primi moti risorgimentali, Fenestrelle ospitò anche ufficiali di ideali mazziniani. Nel 1850, vi fu recluso anche monsignor Luigi Fransoni, arcivescovo di Torino, prima di essere espulso dallo Stato per la sua opposizione al Governo. In alcuni casi, su richiesta dei genitori, vennero detenuti anche minorenni detti “discoli”, rei d’aver compiuto crimini o d’aver scontentato genitori nobili o facoltosi. Con loro veniva tenuto un regime equiparabile a quello d’un moderno collegio militare.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Quelli deportati a Fenestrelle, fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce.

La liberazione avveniva solo con la morte: i corpi venivano sciolti nella calce viva, collocata in una grande vasca nel retro della chiesa all’ingresso della fortezza. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti.

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Matteo Urso, IV L

LE FERRIERE DI MONGIANA

Già in passato la zona della Mongiana era famosa per le risorse minerarie. Fin dagli antichi Greci, in questa zona, si estraeva il ferro per coniare le antiche monete  Kaulon.

 Alcuni secoli dopo, un documento datato 1094 e conservato nella biblioteca della Certosa di Serra San Bruno, attestava la concessione fatta a San Brunone di Colonia, fondatore dell’Ordine dei Certosini, dal Conte di Calabria Ruggero il Normanno, relativa ai proventi delle miniere di ferro e dei forni fusori esistenti nel circondario.

La prima struttura venne fondata nel 1768, nell’omonimo villaggio di Mongiana, nella zona di Serra di San Bruno, e potenziata nel 1814 dal Capo dell’Amministrazione degli “Stabilimenti Calabresi per la Manifattura delle Armi” con la denominazione di “Real Fabbrica di Canne”. Sfornava annualmente in media 1.442 canne per fucile e 1.212 canne per pistola, venne in seguito abolita la loro produzione nel 1820 restando solo in essere la fonderia. Nel 1850 per volontà del direttore Pietro La Tour, con la consulenza di tecnici francesi, e su disegno dell’ingegner Fortunato Savino, Re Ferdinando II approvò l’istituzione di una “Fabbrica per ferri e lamine per i cilindri”, posta tra i fiumi Ninfo e Allaro; sorse in concomitanza della nascita del “Real Opificio per Armi Bianche di Sparanise”.
Agli inizi degli anni ‘40, compare la figura dell’Ingegnere Costruttore:  Mongiana si avvarrà di Domenico Fortunato Savino, sconosciuto alle cronache ma personaggio chiave della storia edilizia e tecnica della ferriera.

Nel 1846 Savino ottiene via libera per introdurre a Mongiana i più moderni metodi di affinazione, installa un nuovo laminatoio acquistato in Inghilterra, che egli stesso perfeziona in maniera originale, consentendo allo stabilimento di diventare completamente autosufficiente: da quel momento Mongiana si costruirà tutto l’occorrente. La nuova fabbrica d’Armi è interamente progettata e costruita sul posto.

Nel 1853 durante lo svolgimento dell’Esposizione Internazionale tenutasi a Napoli venne assegnata al complesso siderurgico di Mongiana la medaglia d’oro dal Corpo Accademico del Real Istituto d’Incoraggiamento alle scienze per “saggi di ferri di prima fabbricazione e per lavori di ferro fuso”. . La spedizione dei manufatti a Napoli veniva effettuata utilizzando il porto di Pizzo, cui si arrivava attraverso un sentiero che passava da San Nicola di Crissa e dal bivio dell’Angitola, sentiero che poi sarebbe divenuto la regia strada borbonica delle Serre. Nell’ultimo anno del Regno, il 1860, la produzione toccò le 40.000 cantaja di ghisa. La produzione di alta qualità era favorita dalla presenza costante degli operai sul luogo di lavoro e dalla loro vicinanza: gli assunti alla fabbrica erano originari del posto e avevano la cittadinanza nei pressi della ferriera.

Alla caduta del Regno e con il suo inserimento nello Stato Italiano fu progressivamente diminuita la produzione, privilegiando le industrie del Nord Italia. Gli eventi rivoluzionari del 1848 non sconvolgono la vita delle Ferriere e neanche quella di Savini, che pure mostra simpatie verso i liberali: la Direzione delle Ferriere lo difende ad oltranza. Ma non sono solo le sue indubbie capacità a metterlo al riparo da qualunque ritorsione; é vero però che Mongiana non accoglie, anzi respinge, l’appello dei liberali di unirsi in colonne per contrastare il generale Nunziante. I ribelli non troveranno nella fabbrica un solo fucile assemblato, da poter utilizzare e saranno costretti a ritirarsi con le sole armi personali requisite agli ufficiali e con due cannoni, che però nessuno metterà in funzione: gli operai delle Ferriere si rifiutano di collaborare con quelli che considerano “nemici”.

 Nel 1860, in occasione dell’annessione al Piemonte, Mongiana fu teatro di una sommossa contro il nuovo governo, guidata dagli operai delle Ferriere: scesero in piazza, assaltando la sede della Guardia Nazionale, calpestando il tricolore, quindi, sequestrando la tromba al capomulattiere, chiamarono a raccolta l’intera popolazione, che si riversò per le strade inalberando la bandiera bianca con i gigli, infransero lo stemma sabaudo posto nella casa del governatore, scendendo alla fonderia, presero la statua di Francesco II e la portarono in processione per il paese, collocandola nella sua vecchia posizione. Al colonnello garibaldino Massimino destò viva impressione soprattutto la partecipazione delle donne; ma nel 1875 la ferriera venne acquistata dal senatore ex garibaldino Achille Fezzari che, dopo aver sfruttato quel che restava, chiuse l’impianto nel 1881. Scomparve così un’azienda che era stata per il Regno delle Due Sicilie il primo e più grande polo siderurgico d’Italia, seguito venti anni dopo dal mostro dell’I.L.V.A. .

Oggi del suo antico splendore resta solo l’edificio principale di stile neoclassico disposto su tre piani per meglio sfruttare la caduta dell’acqua convogliata da un canale, una coppia di colonne in ghisa, l’atrio, tutti elementi completamente stravolti da uno sconsiderato e falso restauro stilistico.

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Bruno Caglioti, IV L

ANNA MARIA MOZZONI (PRIMO FEMMINISMO)

Al fine di analizzare il ruolo e la posizione delle donne italiane ed europee, nelle istituzioni politiche, è opportuno un breve cenno storico, partendo dall’acquisizione del diritto di voto. Alla fine del XIII sec., le donne europee non godevano dei diritti civili né politici, concessi solo a frange ristrette della popolazione. Il messaggio di libertà ed uguaglianza della Rivoluzione francese, introdusse la questione dell’estensione del diritto di voto alle donne. In Italia, il lungo cammino delle donne verso la parità e la piena cittadinanza politica abbraccia il periodo che va dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, ovvero, dalla conquista del diritto di voto alle più recenti politiche di pari opportunità. Nella giovane Repubblica italiana, infatti, le donne sono escluse dal diritto di voto sia politico sia amministrativo. Ciononostante, figure di spicco come Anna Maria Mozzoni, denunciano la situazione di cittadinanza limitata che lo Stato italiano impone alle proprie cittadine, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento nascono alcune organizzazioni impegnate sul fronte dei diritti civili e politici.

Anna Maria, nata a Milano il 5 maggio del 1837, ebbe genitori che vantavano origini nobili e di sentimenti patriottici: il padre Giuseppe Mozzoni, fisico e matematico, e la madre Delfina Piantanida, appartenente all’alta borghesia milanese. Ciò malgrado, Anna Maria, subì il pregiudizio antifemminile comune in quell’epoca e per favorire la migliore istruzione ai fratelli fu mandata nel 1842 nel Collegio delle «fanciulle nobili e povere» di Milano, caratterizzato da un’atmosfera chiusa e austricante; uscì nel1851 con idee «tutte contrarie a quelle che si professavano».
Da questa esperienza ricavò una profonda avversione per il conformismo e la spinta a costruirsi un percorso culturale autonomo, quindi idee dei genitori, nella cui casa poteva trovare i libri degli illuministi francesi e quelli di Mazzini, di Parini.

Dedicato alla madre e rivolto alle giovani donne, nella speranza che il Risorgimento politico fosse anche un risorgimento femminile, è il suo primo scritto sul problema femminile La donna e i suoi rapporti sociali, pubblicato nel 1864. Si poneva al di fuori della tradizione cattolica e Convinta repubblicana, non esita a rimproverare a Mazzini e ai suoi seguaci l’idea conservatrice che il posto della donna stia soltanto nella famiglia: «non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Le son queste vacue declamazioni come mille altre di simil genere! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai pesi e ai doveri; di questi all’infuori, ella non esiste in nessun luogo».
Mazzini, che ricavava la sua concezione del futuro dell’Italia basandosi sul passato, continuava a vedere realizzate le aspirazioni delle donne, per la cui libertà si batteva, sempre e comunque nell’ambito della famiglia. Proponeva una libertà che doveva svolgersi nell’ambito delle tradizionali funzioni familiari di ‘angeli del focolare’. Mozzoni, invece, puntava sulla emancipazione della donna attraverso il lavoro e la partecipazione alla vita sociale e politica. Il suo riferimento era a quanto avveniva in Francia, in Inghilterra, nel nord d’Europa e, soprattutto, negli Stati Uniti.
D’altra parte, anche la Mozzoni ritiene che la generalità delle donne, «a causa della fitta tenebra di sessanta secoli» d’oppressione, non sia ancora matura per l’esercizio del diritto elettorale politico, e si accontenta di richiedere il diritto al voto amministrativo, come primo passo all’acquisizione dei pieni diritti elettorali. Questo, insieme con il diritto all’istruzione, all’accesso alle professione e agli impieghi, e a una riforma del diritto di famiglia, fanno parte delle richieste da lei formulate in 18 punti, pur parziali e insufficienti «per lo spirito dei tempi ancora bambini», con le quali si conclude il libro.

Analoghi sono i temi de La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano, un breve scritto pubblicato a Milano nel 1865. con il quale criticava la forma, e la sostanza, che stava assumendo la legislazione in materia di diritti femminili. L’occasione era data dal progetto di riforma del codice civile del ministro Pisanelli che, per quanto limitata, aveva suscitato la forte opposizione del Senato. La riforma introduceva nel Regno il matrimonio civile, emancipando lo Stato «da una religione dominante che è implicita depressione dei culti tollerati» e obbedendo «al principio di libertà di coscienza», ma manteneva il predominio del marito sulla moglie, secondo un «monarcato» familiare da cui non si aveva «il coraggio civile d’emanciparsi». L’ideale della Mozzoni era quello di una donna autonoma, inserita nel mondo del lavoro e della vita pubblica: un ideale che si discostava da quello delle “madri dei cittadini” caro ad un altro gruppo di donne, anch’esse di provenienza mazziniana, che senza contestare il modello patriarcale di famiglia al quale si riferivano, auspicava, tuttavia, una maggior consapevolezza ed un’adeguata educazione delle donne in vista di un migliore adempimento dei loro compiti tradizionali di madri e di mogli. In sostanza si voleva sostituire alla consueta madre cattolica, un po’ ignorante, che appariva inadeguata ai nuovi compiti di educatrice degli uomini del paese, una madre laica, ma era sempre e comunque il ruolo familiare e materno quello riservato alle donne. Era un più fedele riconoscimento degli ideali mazziniani. Attraverso il diritto di famiglia si dava vita ad un modello di matrimonio fortemente patriarcale improntato sulla supremazia del marito e sulla sottomissione della moglie. La proposta di istituire il divorzio fu respinta dal Parlamento. Fra le norme più contestate quella che proibiva la ricerca della paternità, e quella che sottoponeva le donne all’autorità maritale, norma che non esisteva nella maggior parte dei paesi europei, e che la Mozzoni, morta ottantatreenne nel 1920, riuscì a veder abolita.

Nello scritto del 1866 Un passo avanti nella cultura femminile. Tesi e progetto, la Mozzoni ne sottolineava i limiti e la precarietà dell’esistenza, e suggeriva un insegnamento adeguato con l’introduzione dello studio delle lingue straniere, delle scienze e anche della storia della condizione femminile nel mondo, quale avviamento all’acquisizione di quello «spirito di libertà» necessario a formare «cittadine di uno stato moderno».

Senza la pretesa di costruire una teoria organica, la Mozzoni andava definendo un pensiero politico rigoroso e coerente che fu alla base di un rapporto, spesso conflittuale, con le istituzioni e con i partiti. Era centrale nella sua riflessione il riconoscimento della questione femminile come questione sociale autonoma: l’emancipazione della donna non derivava spontaneamente dal raggiungimento di altri obiettivi, come la patria, la libertà, la democrazia o dal riconoscimento dei diritti dei lavoratori; poteva e doveva essere collegata a queste rivendicazioni, ma non poteva essere loro subordinata e doveva basarsi sull’iniziativa delle donne e sulla loro capacità di dettare i termini delle riforme necessarie. Si batté per tutta la vita per la concessione del voto alle donne, presentando mozioni al Parlamento italiano nel 1877 un’altra fu avanzata nel 1906 nell’ambito della discussione sulla nuova legge elettorale. Nel 1878 rappresentò l’Italia al Congresso internazionale per i diritti delle donne di Parigi. L’anno seguente fondò a Milano la “Lega promotrice degli interessi femminili”.
Maturò poi il suo distacco dal mazzinianesimo, quindi il suo avvicinamento al movimento socialista, nei primi anni del Novecento criticò le proposte legislative di tutela del lavoro femminile sostenute da Anna Kuliscioff, convinta che avrebbero discriminato le donne promuovendo i tradizionali ruoli femminili nella famiglia e nella società e quindi legittimato differenziazioni salariali. Negli ultimi anni di vita la Mozzoni visse isolata – la sua posizione interventista nella prima guerra mondiale l’allontanò ulteriormente dalla sinistra – e, dopo la morte, avvenuta nel 1920 fu per lungo tempo dimenticata; sarà riscoperta solo nella seconda metà del Novecento.

FONTI:
www.wikipedia.it
www.unite.it
www.treccani.it
Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Francesca Ferrero, IV L

LA LEGGE RICASOLI: ANALISI E GIUDIZIO

L’accentramento amministrativo  

Con i Decreti Ricasoli dell’ottobre 1861 si affermava, dunque, un sistema amministrativo accentrato a cui mancava, però, un’autentica formalizzazione legislativa.

L’accentramento amministrativo fu una scelta politica della destra storica che sollevò molte discussioni. Si trattava di decidere, subito dopo l’unità d’Italia (1861), se concentrare tutto il potere nell’amministrazione centrale oppure concedere una certa autonomia alle realtà locali (decentramento amministrativo) al fine di rispettare e di valorizzare le diversità esistenti nell’eterogenea realtà italiana. I primi governi del regno optarono per una piemontesizzazione del paese, estendendo a tutta la penisola lo Statuto Albertino e la legislazione piemontese, introducendo la figura dei prefetti su tutto il territorio e servendosi di personale sabaudo da inserire in tutte le istituzioni nazionali.

 Sarà questa un’opera che impegnerà la classe politica nazionale nei tre anni successivi, attraverso un percorso parlamentare che si intreccerà con lo sviluppo delle vicende politiche nazionali e che produrrà, soltanto nel 1865, la legge di unificazione amministrativa del Regno d’Italia.

Il 22 dicembre 1861 Bettino Ricasoli presentò alla Camera dei deputati un progetto che si prefiggeva di estendere a tutto il territorio nazionale, con poche modifiche, la legge Rattazzi del 1859. Legge riformava l’ordinamento amministrativo estendendo ai territori annessi la struttura centralistica del Regno sabaudo. L’innovazione più importante, introdotta dal politico toscano, consisteva nel conferimento di una reale funzione di governo alla provincia. La commissione parlamentare presieduta da Carlo Bon Compagni di Monbello, che aveva avuto il compito di esaminare quel progetto, però, non condivise questa impostazione. Anzi, riconfermando la centralità della figura del prefetto nell’ordinamento amministrativo, chiese al Governo di impegnarsi, entro il 1863, a presentare una nuova legge organica che assicurasse “le più larghe libertà comunali e provinciali”.

Il parere della commissione bloccò, pertanto, l’iter parlamentare del progetto Ricasoli. Quella proposta, tuttavia, non cadde nel dimenticatoio perché venne ripresa, in parte, dal nuovo Ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, il quale vi aggiunse alcune proposte di modifica dell’ordinamento locale, come l’estensione del suffragio e l’aggregazione dei piccoli comuni. Il 18 aprile 1864, inoltre, Peruzzi propose delle ulteriori modifiche alla legge del 1859. Esse, pur salvaguardando la centralità della figura del prefetto come capo effettivo dell’amministrazione provinciale, investivano direttamente il titolo I della Legge Rattazzi, ovvero la suddivisione amministrativa del Regno e le funzioni delle autorità governative.

Questa volta, il progetto di legge venne accolto positivamente dalla commissione parlamentare presieduta da Bon Compagni e dal 23 giugno venne calendarizzato nel dibattito parlamentare. Il 13 luglio, però, di fronte ad una discussione caratterizzata costantemente da voti tenuti in sospeso e da continui rinvii di articoli, un deputato dell’opposizione, Giuseppe Lazzaro, propose il rinvio dell’esame della legge. Anche Bon Compagni condivise questa proposta e auspicò che in futuro la discussione avrebbe dovuto limitarsi solamente all’analisi dei principi generali.

Tuttavia, un evento esterno modificò definitivamente l’esito del dibattito parlamentare. La stipulazione della Convenzione di settembre – che prevedeva il ritiro delle truppe francesi di Roma, la garanzia dell’Italia a non invadere lo Stato pontificio e il trasferimento della capitale del Regno da Torino a Firenze – produsse, infatti, una vigorosa accelerazione della discussione sulla cosiddetta “questione amministrativa”. E l’ordine del giorno firmato da Pier Carlo Boggio, Pasquale Stanislao Mancini e Donato Cocco impegnò il governo a presentare, in tempi brevi “un progetto di legge che provveda alla più pronta unificazione legislativa e amministrativa del regno”.

In questo clima politico caratterizzato dall’emergenza e dall’urgenza, il 24 novembre 1864, il Ministro dell’Interno Giovanni Lanza propose alla Camera un progetto di legge per la concessione al Governo della facoltà “di pubblicare e rendere esecutorii in tutte le provincie del Regno alcuni progetti di legge d’ordine amministrativo”. Poco dopo, l’Esecutivo presentò un pacchetto di norme – composto da un brevissimo disegno di legge a cui erano state uniti, sotto forma di Allegati, ben 6 provvedimenti – che il Parlamento avrebbe dovuto accettare o rifiutare in blocco. Il risultato finale di questo repentino processo politico-legislativo fu la promulgazione, il 20 marzo 1865, della Legge n. 2248 per l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia che comprendeva, come già anticipato, ben 6 allegati: la legge comunale e provinciale (allegato A), la legge di pubblica sicurezza (allegato B) e di sanità pubblica (allegato C), la legge sul Consiglio di Stato (allegato D) e sul contenzioso amministrativo (allegato E) e la legge sulle opere pubbliche (allegato F). Dopo circa un mese, ad esse, si unì anche la Legge n. 2626 sull’ordinamento giudiziario del 6 dicembre 1865.

Con la promulgazione di queste norme, nel 1865, si chiudeva un periodo storico importantissimo per le vicende italiane. Un periodo che sanciva, in definitiva, l’esistenza di un sistema amministrativo accentrato di chiara derivazione franco-piemontese, che si era potuto affermare sulla base di un’amplissima e controversa delega concessa dal Parlamento all’Esecutivo.

L’allegato A, che legiferava sull’ordinamento locale e provinciale, riproduceva in pieno la Legge Rattazzi del 1859, apportandovi solo poche modifiche. Il Regno d’Italia, pertanto, continuò ad essere suddiviso in quattro livelli amministrativi gerarchici: province, circondari, mandamenti e comuni.

Il comune rappresentava la base dell’ordinamento amministrativo e prevedeva un consiglio comunale elettivo, una giunta municipale, un segretario comunale e un ufficio comunale. I consiglieri, il cui numero variava a seconda della popolazione, venivano eletti da quei cittadini che godevano dei diritti politici. Il sindaco, inoltre, non era una carica elettiva, ma veniva nominato, con decreto regio, fra i consiglieri comunali, e veniva scelto, dietro indicazione del prefetto, direttamente dal Ministero dell’Interno. Il sindaco rappresentava, pertanto, una figura “ibrida”, essendo, contestualmente, sia il “capo dell’amministrazione comunale” e quindi il rappresentante della comunità locale, che “un ufficiale del Governo” e quindi il delegato dello Stato centrale. La provincia, invece, era composta da un consiglio provinciale elettivo, il cui un numero variava a seconda della dimensione, e dalla deputazione provinciale, presieduta dal prefetto, e formata da membri eletti dal consiglio provinciale.

In definitiva, il prefetto rimaneva la figura centrale di tutto il sistema amministrativo italiano. E non a caso, la parziale estensione del suffragio era stata bilanciata con una densa trama di controlli di merito e di legittimità affidati proprio ai prefetti, ai sottoprefetti e alla deputazione provinciale. Tuttavia, se il prefetto si collocava integralmente nell’apparato amministrativo dello Stato, la figura del sindaco, invece, stava assumendo progressivamente un carattere eminentemente politico perché costituiva un vero e proprio ponte tra la società e lo Stato. Questa figura, infatti, pur lavorando a stretto rapporto con il segretario comunale, il cui ruolo preminente all’interno degli uffici emergeva con autorevolezza proprio con la Legge n. 2248 del 1865, emergeva, sempre più, come il rappresentante principale dell’amministrazione municipale, svolgendo, allo stesso tempo, sia funzioni di indirizzo politico che di indirizzo amministrativo.

Questa sorta di dualismo tra ciò che era proprio dell’ambito politico e ciò che riguardava il campo amministrativo caratterizzò, per molti aspetti, il dibattito pubblico negli anni successivi all’unificazione amministrativa. Da un lato, alimentò coloro che cercavano, invano, di elaborare nuovi progetti parlamentari di riordino amministrativo dello Stato, è il caso ad esempio di Bettino Ricasoli nel 1866 e di Carlo Cadorna nel 1868. Dall’altro lato, invece, incoraggiò coloro che attribuivano un significato politico-ideologico alla richiesta di maggiori autonomie locali e che, soprattutto, chiedevano di rendere elettiva la carica del sindaco.

Non è quindi casuale che tra gli argomenti politici più dibattuti nel decennio successivo alla legge del 1865, la questione amministrativa occupasse un ruolo di primo piano, soprattutto in una chiave polemica antigovernativa. E infatti nel pacchetto di proposte di governo che caratterizzarono la “rivoluzione parlamentare” del 1876 – e che portò la Sinistra storica al governo del Paese – risiedeva, per l’appunto, la richiesta di un maggiore decentramento amministrativo. Una richiesta che, in quel contesto, assumeva, inevitabilmente, la coloritura di una battaglia di democrazia e libertà.

Bisognerà attendere l’arrivo al governo di Francesco Crispi, il 29 luglio 1887, per vedere proposta e approvata una riforma dell’assetto istituzionale dello Stato che si realizzò dapprincipio con la Legge n. 5195 del 12 febbraio 1888 e poi, per quel che concerneva l’ordinamento locale, con la Legge n. 5865 del 30 dicembre 1888. Con la prima si affermò la totale autonomia dell’esecutivo rispetto al legislativo e un maggior controllo della classe politica sugli apparati amministrativi dello Stato. Con la seconda, invece, si concedeva maggiori autonomie locali .

I giudizi storici

1.  Rappresentanza e amministrazione nelle leggi del 1865

La legge del 1865 conferma la presenza di Consigli comunali e provinciali entrambi elettivi i cui membri vengono designati attraverso un sistema “censitario”, espressione di una società “borghese” e “mercantile”. Questo sistema derivava da una tipica concezione dell’Ancien regime secondo la quale il diritto politico veniva sempre concepito come un “servizio”: un servizio al Re, al Reame o allo Stato. Secondo Gianfranco Miglio questa concezione è alla base degli ordinamenti del primo Stato liberale, in cui la rappresentanza amministrativa “è sostanzialmente un fatto interno della classe politica, perché elettori ed eletti sono tutti più o meno legati alla causa dei pubblici poteri”.

G. Miglio, Rappresentanza e amministrazione nelle leggi del 1865 in F. Benvenuti, G. Miglio (a cura di), L’unificazione amministrativa e i suoi protagonisti, Venezia, Neri Pozza, 1969, pp. 48-54.

 2.   Accentramento ed autonomie

Secondo l’interpretazione di Ernesto Ragionieri, l’ordinamento amministrativo italiano – mai discusso e deliberato in sede parlamentare perché sempre espressione della volontà del Governo – testimoniava, innanzitutto, la netta prevalenza del potere esecutivo su quello legislativo e, in secondo luogo, indicava la continuità di un apparato statale che riproduceva i rapporti di forza dei gruppi dominanti all’interno dello Stato e della società. Anche la riforma crispina del 1888 riproduceva questo schema. Sebbene quella legge, da un lato, ampliò le basi rappresentative delle amministrazioni locali, dall’altro lato, però, ne rafforzò i vincoli e i controlli attraverso la Giunta provinciale amministrativa, la quale secondo la definizione di Saverio Merlino rappresentava una “vera oligarchia che ha nelle sue mani tutte le libertà e i principali interessi della provincia”.

E. Ragionieri, Politica e amministrazione nella storia dell’Italia unita, Roma, Editori Riuniti, 1967, pp. 158-169.

 3.  L’autonomia comunale

Molti studiosi iniziano a parlare di autonomia comunale a partire dalla Legge di unificazione amministrativa del 1865. Massimo Severo Giannini sostiene, invece, che è scientificamente sbagliato compiere l’equazione tra elettività, democraticità ed autonomia. Fino alla fine dell’Ottocento, infatti, i comuni furono enti rappresentativi non delle comunità locali ma dei notabili locali. Solamente dopo il 1912 si può parlare del comune come di un ente rappresentativo della collettività locale e soltanto dopo il 1945 il suffragio elettorale ha controbilanciato il potere prefettizio per quel che riguarda il potere normativo. In definitiva, però, secondo il giurista, la nozione di autonomia comunale rimane sempre un concetto molto approssimativo.

M. S. Giannini (a cura di), I Comuni, 1967, Venezia, Neri Pozza, pp. 39-44.

4.  Le contraddizioni del centralismo “debole”

Nell’ordinamento amministrativo del 1865 si possono ravvisare alcune costanti che caratterizzeranno tutta la storia successiva del potere locale: la centralità del prefetto; il riconoscimento dell’autonomia locale nei consigli comunali; una robusta rete di controlli che faceva capo al Ministero dell’Interno; e il ruolo “paradossale” del sindaco, al tempo stesso, rappresentante del corpo locale e del Governo. Da questo ordinamento, però, scaturirà una prassi amministrativa che Guido Melis ha definito come un centralismo “debole”. Ovvero, un sistema accentrato notevolmente influenzato dai contesti locali, dalla forte frammentazione della società italiana e dal precoce indebolimento della figura prefettizia.

G. Melis, Storia dell’amministrazione italiana (1861-1993), Bologna, il Mulino, 1996, pp. 75-86.

 5.  La sinistra storica e il decentramento

L’avvento al potere della Sinistra storica, attraverso la “rivoluzione parlamentare” del 1876, è accompagnato da una crescente richiesta di decentramento amministrativo regionale, soprattutto dalle forze di opposizione. Richiesta formulata, ad esempio, dagli uomini della Destra bolognese, guidati da Marco Minghetti, che richiedevano il decentramento per “la semplificazione degli affari” e “la economia delle finanze”. E poi anche dal liberale lombardo Giovanni Casnati che in un suo volume pubblicato nel 1877, Del Governo del Regno. Studi,  mostra la necessità delle “istituzioni regionali” per un più “liberale” e “corretto” funzionamento del sistema amministrativo.

R. Ruffilli, La questione regionale dall’unificazione alla dittatura (1862-1942), Milano, Giuffrè, 1971, pp. 113-117.

 6.  Le ragioni del centralismo in Italia

In queste pagine, Romanelli ripercorre efficacemente alcune delle tappe più importanti della storia dello Stato italiano sottolineando le ragioni di lungo periodo e il quadro politico-culturale in cui si affermò un ordinamento amministrativo accentrato ma “a centro debole”.

R. Romanelli, Storia dello Stato italiano dall’unità ad oggi, Roma, Donzelli, 1995, pp. 126-143.

FONTI:

http://www.150anni.it/webi/stampa.php?wid=2257&stampa=1
Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015Elena Stramaccioni, IV L

RIVOLTA DEL SETTE E MEZZO

Premessa:

Cavour, per non dar spazio al dibattito ed ignorando le promesse di una certa autonomia, decise per una annessione in tempi rapidi, imponendo alla Sicilia le istituzioni piemontesi, confidando nel consiglio di notabili locali e di esuli siciliani che avevano ormai perso il contatto con la loro terra e che talvolta nascondevano motivi personali non sempre apprezzabili. L’amministrazione dell’isola fu affidata a persone che non godevano il favore di Garibaldi iniziando a far nascere nei siciliani quei sentimenti antigovernativi che prima avevano aiutato Garibaldi contro i borboni e che poi si diressero contro il governo piemontese. Sentimenti che si acuirono man mano che venivano varate quelle norme, come coscrizione e nuove imposte.Già nel 1861 funzionari piemontesi delusi nel trovarsi immersi in una società così diversa dalla loro ed a contatto con una lingua quasi incomprensibile, riferivano che le stesse bande che avevano prestato aiuto a Garibaldi erano ricomparse ed avevano ripreso ad operare contro il governo del Nord. Esse, assieme a miglia di disertori alla macchia ed a vasti strati di popolazione che viveva uno stato di semibarbarie, erano difficilmente controllabili e protette dal clero che, a causa delle enormi ricchezze e superfici agricole confiscati alla Chiesa , si era schierato contro il nuovo Regno coprendo l’inosservanza verso la legge e l’ordine. Nel 1863 fu inviato in Sicilia con pieni poteri il generale Giuseppe Govone (56) che condusse operazioni pianificate su vasta scala che, non tralasciando la tortura e la crudeltà, perseguivano l’obiettivo di catturare migliaia di renitenti alla leva, senza tener conto del conseguente inasprimento del sentimento di ribellione. E quando, ultimata nel nord la guerra del 1866, furono trasferite nuove truppe in Sicilia, si verificò una rivolta (16-22 settembre 1866) iniziata a Monreale e proseguita con una marcia verso Palermo da parte delle bande armate che, sostenute da tutti coloro che erano ai margini della società o estromessi dalla nuova amministrazione, diedero l’assalto agli uffici amministrativi lasciando soltanto il porto ed il municipio al controllo del sindaco marchese di Rudinì . Gli insorti, favoriti dalla classe benestante fino a quando questa stessa non venne da essi obbligata al versamento di ingenti somme di denaro, costituirono un governo provvisorio cui furono costretti a partecipare alcuni nobili e prelati.Il governo centrale inviò la flotta a bombardare Palermo causando diverse centinaia di vittime. Quindi, dopo negoziati mediati dal console francese, la rivolta si placò e la repressione mandò in prigione migliaia di individui e numerosi ecclesiastici. Garibaldi si dimise dal parlamento per protestare contro il brutale trattamento riservato alla Sicilia.Mentre i personaggi che avevano avuto ruolo nella costruzione dell’unità dell’Italia scomparivano, il Meridione d’Italia, non solo a seguito della lotta al banditismo ma anche di scelte economiche che avevano aumentato le imposte, sostituito la moneta aurea ed argentea borbonica con carta moneta piemontese, abolito le tariffe protezionistiche ed affidato gli appalti per la costruzione di infrastrutture alle imprese del nord, vedeva devastata la sua economia. Con l’economia agricola impoverita, quasi tutte le fabbriche chiuse, il commercio inaridito in moltissime province, la disoccupazione divenuta un fenomeno di massa, si allargò nella popolazione la fascia della miseria e della fame che fece dilagare il malessere già esistente all’atto dell’unificazione e lasciò alla deriva economica e sociale tutto il meridione. I politici preferirono ritenere che le regioni meridionali fossero condannati alla miseria dal malgoverno borbonico dimenticando il fatto che la Sardegna si trovava in condizioni peggiori della Sicilia nonostante i 150 anni di governo sabaudo piemontese. Ci vollero decenni prima che il Mezzogiorno d’Italia fosse oggetto di indagine che identificò, nel sottosviluppo del Sud, il problema cruciale della vita italiana, la questione meridionale.

“Una tinta mattinata del settembre 1866, i nobili, i benestanti, i borgisi, i commercianti all’ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola quanto di cappello, le guarnigioni e i loro comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e ufficiuzzi governativi che dopo l’Unità avevano invaso la Sicilia pejo che le cavallette, vennero arrisbigliati di colpo e malamente da uno spaventoso tirribllio di vociate, sparatine, rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di corsa, invocazioni di aiuto. Tre o quattromila viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo, armati e comandati per gran parte da ex capisquadra dell’impresa garibaldina, stavano assalendo la città. In un vìdiri e svìdiri, Palermo capitolò, quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime parse addjrittura indomabile. Non tutti però a Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte erano ristati in piedi e viglianti quelli che aspettavamo che capitasse quello che doveva capitare. Erano stati loro a scatenare quella rivolta che definivano “repubblicana”, ma che i siciliani, con l’ironia con la quale spesso salano le loro storie più tragiche, chiamarono la rivolta del “sette e mezzo”, ché tanti giorni durò quella sollevazione. E si ricordi che il “sette e mezzo” è magari un gioco di carte ingenuo e bonario accessibile pure ai picciliddri nelle familiari giocatine di Natale. Il generale Raffaele Cadorna, sparato di corsa nell’Isola a palla allazzata, scrive ai suoi superiori che la rivolta nasce, tra l’altro, “dal quasi inaridimento delle risorse della ricchezza pubblica”, dove quel “quasi” è un pannicello caldo, tanticchia di vaselina per far meglio penetrare il sostanziale e sottinteso concetto che se le risorse si sono inaridite non è stato certamente per colpa degli aborigeni, ma per una politica economica dissennata nei riguardi del Mezzogiorno d’Italia”. (Andrea Camilleri, Biografia del figlio cambiato, Edizioni Rizzoli – La Scala)

Così molto coloritamente Camilleri descrive l’inizio del “Sette e mezzo”. La rivolta davvero fu iniziata da squadre di contadini, circa 3 o 4000 uomini, provenienti dalle campagne circostanti Palermo. Erano guidate in buona parte da quegli stessi capisquadra che avevano partecipato all’impresa garibaldina del 1860. Una volta entrati in città, nella notte tra il 15 ed il 16 settembre 1866, rapidamente riuscirono a sollevare l’intera popolazione. La ribellione fu imponente, fonti governative parlano di 35-40 mila uomini in armi, e certamente se all’inizio essa fu indubbiamente una manifestazione esplosiva di malcontento e di protesta popolare la sua rapida diffusione la massiccia partecipazione furono certamente opera di una concertazione, da tempo preparata, di alcune forze politiche. Il mescolarsi della spontaneità popolare con la rivolta organizzata fu favorito dalla situazione economica disastrosa, come detto in precedenza, e dallo scoppio della terza guerra d’indipendenza che stava mostrando la debolezza dello stato savoiardo in seguito alle sconfitte di Custoza e di Lissa. La capacità di controllo della classe liberale che aveva appoggiato Vittorio Emanuele era ormai deteriorata, e non solo in Sicilia. Nella rivolta di Palermo insorsero contemporaneamente e di concerto sia l’opposizione di estrema destra, nobili e clero, che quella di estrema sinistra. I nobili della destra estrema ed il clero avevano come obiettivo la restaurazione borbonica e clericale, la sinistra estrema aveva come obiettivo la costituzione di uno stato repubblicano sul modello mazziniano. Tuttavia Mazzini, tanto per cambiare, se ne dissociò e addirittura la criticò. Essendo a conoscenza delle intenzioni dei repubblicani di Palermo, qualche mese prima (a conferma della lunga preparazione della rivolta) aveva scritto “un moto repubblicano, che conduce a far pericolare l’unità nazionale, sarebbe colpevole; un moto che restasse senza certezza che il resto d’Italia possa seguirlo, sarebbe un errore; un moto che restasse isolato, cadrebbe poco dopo nell’autonomismo, nello smembramento, nelle concessioni a governi e reggitori stranieri…” (Mazzini a Bagnasco in “Il precursore” Palermo 31 luglio 1865) e forse a pensarci bene non aveva torto.

La caratteristica peculiare della rivolta del 1866 fu in ogni caso la contemporanea partecipazione della destra estrema e della sinistra. Indicativo è il fatto che la giunta rivoluzionaria aveva un presidente borbonico, il principe di Linguaglossa, ed un segretario mazziniano, Francesco Bonafede. Come sarebbe stato possibile conciliare queste due linee politiche non c’è dato sapere, vista la feroce repressione ed il fallimento della rivolta.

Per sette giorni e mezzo Palermo restò in mano ai rivoltosi (da qui il nome “sette e mezzo”). E solo in seguito all’impiego di 40.000 soldati e soprattutto dei bombardamenti all’americana ordinati dal generale Cadorna, i sabaudi ebbero ragione dei rivoltosi. Si contarono miglia di morti e migliaia di prigionieri, ma non cifre ufficiali, forse il nuovo stato unitario se ne vergognava.

Ma perché Palermo, una delle città più importanti d’Italia, una delle città che avevano anche favorito i sabaudi, consentendo lo sbarco di Garibaldi e favorendone l’avanzata, dopo solo 5 anni di governo si ribellò? Ed è questo un evento da considerare come regionale ed isolato o espressione di un malessere più diffuso? Certamente un peso notevole l’ebbe la nascita di un mercato nazionale e l’estensione su tutto lo stato unificato delle rigide leggi di Torino. A Palermo esplose quel fenomeno che già si era verificato in altre città europee, quel fenomeno che Hobsbawn ha chiamato “mob” dovuto alla difficoltà di passare ad una economia di tipo feudale, campagnola, assistita al capitalismo[1]. Quello di Palermo fu il primo “mob” dell’Italia unita.

Non solo questo però possiamo leggere in questa rivolta. Non meno importante è la sua valenza politica. Possiamo infatti affermare che ha avuto un ruolo nella formazione della classe politica italiana, in particolare nella storia della sinistra italiana.

Il sette e mezzo, o meglio la parte di sinistra del sette e mezzo nasce dalla crisi del partito d’azione, dopo le sconfitte garibaldine in Aspromonte. L’evento portò il mazziniano Crispi, ad optare per la monarchia “la monarchia ci unisce e la repubblica ci dividerebbe” e questo strappo verso la destra fece nascere una sinistra intransigente ed estremista che guidata da persone come Friscia, Corrao, Bonafede, continuarono a lottare per l’ideale repubblicano, questa gente si staccò ben presto da Garibaldi e Mazzini e cercò, con poca fortuna, di agire da sola.

Bakunin, che fu critico verso questi personaggi, non può tuttavia fare a meno di considerare il Mezzogiorno come luogo d’elezione per una rivolta del proletariato, perché terra ricca di emarginati, poveri ed oppressi. Non c’era alternativa: o briganti (e quindi mob) o rivoluzionari (estremisti sia della destra legittimista che di sinistra).

L’insurrezione fu un fatto estremamente grave, sintomo di una situazione malsana, e non solo in Sicilia. Fu ordinata, su proposta di Mordini, la prima inchiesta parlamentare della storia d’Italia. Si accertò che la situazione era critica e che l’unità nazionale, da poco raggiunta era in pericolo. Malgrado ciò non si tentarono miglioramenti, si soffocò, si andò avanti e si costruì uno stato sul fango. Ancora oggi “non” ne raccogliamo i frutti …

Dati economici della rivolta:

Lo squilibrio prodotto nell’ economia del nuovo regno fu pauroso: la Sicilia nel 1860 aveva una bilancia commerciale con un attivo di 35 milioni, mentre quella del Piemonte non toccava i 7 milioni. L isola apportò nel nuovo bilancio della stato un debito pubblico di 6 milione e 800mila lire, a confronto del Piemonte liberatore che certificò un debito pubblico di 62 milioni e 36 mila lire. Il regno sardo, da tempo, era infatti indebitato fino all’osso. Quando giunse il momento della conversione delle monete, il regno delle due Sicilie apportò al nuovo stato 443, 3 milioni di monete d’oro e d’argento, mentre tutti gli altri stati italiani, Piemonte compreso, fecero confluire nelle casse dello stato solo 225 milioni. Sin dalla costituzione del regno si profilavano, quindi, le premesse delle norme di valio fra nord e sud del paese. A rapinare la Sicilia contribuì anche l’applicazione della legge piemontese, detta “Siccardi” con la quale venivano confiscati i beni delle congregazioni religiose, che fornivano ogni sorta di assistenza alle classi popolari delle città e della campagne. I beni della chiesa venduti all’asta in Sicilia toccarono la ragguardevole cifra di 230 mila ettari di terre, divisi in 6175 fondi ottimamente amministrati. Furono incassati dal nuovo stato sabaudo 250 milioni in contanti. Seguì la vendita dei beni demaniali che era quasi tutta nell’Italia meridionale, particolarmente in Sicilia; lo Stato incassò 370 milioni, frutto della seconda colossale rapina fatta alla Sicilia. Si sottraeva ai contadini, con il beneplacito dei Savoia, una ricchezza che apparteneva a tutti loro, per finanziare le infrastrutture economiche e sociali del nord.

Fronte nazionale siciliani (FNS ):

Gli Indipendentisti di lu FRUNTI NAZZIUNALI SICILIANU ritengono doveroso ricordare che il 15 SETTEMBRE del 1866, a Palermo ed in gran parte dei paesi del CIRCONDARIO, ebbe inizio la grande rivolta INDIPENDENTISTA che fu detta del “SETTE E MEZZO” (in quanto i combattimenti veri e propri si sarebbero protratti per oltre sette giorni). Va sottolineato che non mancarono ai RIBELLI notevoli successi militari e politici. Gli EROICI RIBELLI godettero, infatti, della solidarietà e dell’appoggio di tutta la popolazione.

La rivolta fu domata soltanto dopo il giorno 22 Settembre. E soltanto a seguito di una serie spietata ed impressionante di “BOMBARDAMENTI”, effettuati “ALLA CIECA” dalle artiglierie delle navi della Flotta Militare e dalle batterie delle truppe dell’Esercito del Regno d’Italia, inviate tempestivamente dal Governo italiano che, in quel momento, era presieduto da BETTINO RICASOLI ed aveva sede a FIRENZE. Il tutto, ovviamente, mentre il Re d’Italia era Vittorio Emanuale II.

Le truppe dell’Esercito avrebbero raggiunto, in brevissimo tempo, la consistenza di 40.000 uomini. Ed erano comandate dal Generale ANGIOLETTI.

Tutte le operazioni militari relative alla “RICONQUISTA” di Palermo erano sotto l’alto comando del Generale RAFFAELE CADORNA, che, di proposito, era stato nominato anche “Commissario Regio per la Sicilia”. A sua richiesta, fu proclamato lo STATO D’ASSEDIO per tutta la Sicilia.

Lo stesso Vittorio Emanuele II, quando fu informato dei fatti, avrebbe addirittura scritto di proprio pugno ed inviato al Capo del Governo italiano, Bettino Ricasoli, un “messaggio” nel quale raccomandava di “NON AVERE PIETA’ PER QUELLA PLEBAGLIA”.

Il messaggio era stato scritto in LINGUA FRANCESE, che era ancora la lingua più familiare al “Re Galantuomo” ed ai suoi collaboratori.

L’invio di rinforzi e la “dislocazione” in Sicilia di tanta parte dell’Esercito e della Marina Militare furono piuttosto facili per il Governo italiano in quanto tutte le Forze armate erano ancora “mobilitate” per la eventuale prosecuzione della Terza Guerra d’Indipendenza, in quel momento sospesa, se non addirittura terminata. Ma per la quale non era stato ancora sottoscritto il Trattato definitivo di Pace. Pressoché inutili le trattative di pace condotte dal Corpo Diplomatico straniero in Sicilia, soprattutto da parte del Console Generale Francese. La rivolta doveva essere soffocata senza pietà. Tantoppiù che ne era stata, a stento, prevenuta l’estensione a tutta la Sicilia.

A forza di cannonate e di stragi si ottenne così la resa incondizionata dei Ribelli Siciliani, fra le macerie fumanti.

La repressione e le rappresaglie, anche contro la popolazione civile, furono tremende e senza regole. Le torture, le violenze, le fucilazioni arbitrarie, senza processi e senza verbali, si sarebbero susseguite ancora per anni interi.

Si contarono oltre 10.000 morti!

I processi veri e propri furono pochissimi, in quanto al Governo italiano premeva mantenere il silenzio su quella grande rivoluzione Indipendentista che lo aveva sostanzialmente delegittimato. E che dimostrava, ancora una volta, al Mondo che i Siciliani non avevano mai voluto, né volevano che la Sicilia fosse ridotta al rango di COLONIA DI SFRUTTAMENTO. Delegittimando, così, anche il FALSO e spudorato Plebiscito del 1860, della cui validità nessun Paese Straniero, per la verità, era convinto. Le manipolazioni della VERITA’, la enorme quantità di esecuzioni sommarie, di STRAGI, di MASSACRI, di deportazioni, con l’uso della violenza e della tortura, la CENSURA totale e tutti gli altri espedienti messi in atto dal Governo italiano e dai suoi rappresentanti in Sicilia, non riuscirono, tuttavia, a seppellire definitivamente la VERITA’. Né a zittire le denunzie, la rabbia e gli urli di dolore del nostro Popolo e delle migliaia di sopravvissuti ai bombardamenti.

La VERITA’, insomma, seppure con le difficoltà che ancora sussistono e si rinnovano, vennero, in un modo o nell’altro, a galla. GRAZIE alla Stampa cattolica; GRAZIE ad alcuni giornali e GRAZIE persino alle “astute” pubblicazioni messe in circuito dall’Abate Agostino ROTOLO.

Si pensi, infine, alle impreviste dichiarazioni ed alle testimonianze che emergono, comunque, dagli Atti parlamentari. In primo piano poniamo gli Atti con le testimonianze acquisite dalla specifica Commissione d’Inchiesta che avrebbe operato nel 1867, con grande precauzione, ma anche con qualche momento di tolleranza e di rispetto delle regole. Atti che furono pubblicati soltanto … nel 1966. Cioè dopo un secolo!

Ma, diciamolo francamente, meglio tardi che mai … perché fra le “pieghe” si possono ritrovare, con altri particolari, quelle verità scomodissime che la Cultura Ufficiale si affanna a negare.

Nel processo di DESICILIANIZZAZIONE in corso, è comprensibile che questa RIVOLUZIONE rimanga “scomoda” ed “indigesta”. Soprattutto ai militanti dell’ANTISICILIA. Ma è altrettanto vero che il RECUPERO della VERITA’ e della CONSAPEVOLEZZA di sé sarà di grande utilità per la RINASCITA e la RISCOSSA del Popolo Siciliano.

Ed è anche per questa ragione che il 28 Settembre prossimo, alle ore 10,00   l’FNS “Sicilia Indipendente” manterrà viva la tradizione di organizzare (nell’ultima domenica del mese di Settembre di ogni anno) uno specifico ATTIVO SEMINARIALE, rivolto a recuperare integralmente la memoria ed i significati della “RIVOLUZIONE DEL SETTE E MEZZO”, che rimane una delle pagine più insanguinate della Storia del Popolo Siciliano, della Nazione Siciliana.

Senza mancare di illustrare e documentare le numerose violazioni dei Diritti dell’UOMO, ed i “fatti” che caratterizzarono repressioni e rappresaglie. Una “CRUDELTA’ DI STATO” complessiva, insomma, che ha pochi precedenti un Europa.

FONTI:

palermo.biogsicilia.it/la-rivoluzione-del-sette-e-mezzo.
www.ilportaledelsud.org/setteemezzo.htm
Meridionews
www.youtube.com
Fernando Mainenti : i pugnalatori di Palermo e la rivolta del sette e mezzo
Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Filippo Brunetti, IV L

PROCESSO PERSANO, COSA AVVENNE DOPO LA SCONFITTA ITALIANA NELLA BATTAGLIA NAVALE DI LISSA

La Battaglia di Lissa

Il “fatal 1866” iniziò politicamente l’8 Aprile a Berlino con la firma del patto d’Alleanza fra l’Italia e la Prussia, che miravano rispettivamente alla conquista di Venezia, ed a sottrarre all’impero asburgico il controllo sugli Stati tedeschi. La contromossa dell’Austria fu di mobilitare l’esercito e la flotta, ciò avvenne alla fine di aprile del 1866. Il 16 giugno scoppiò la guerra fra Prussia e Austria. Il governo italiano dichiarò a sua volta guerra alla seconda il 20 giugno 1866. Un mese dopo la flotta italiana, comandata da Persano, subì una grave sconfitta a Lissa da Tegethoff.

Il 12 agosto viene firmato l’armistizio di Cormons, fra le cui clausole sono da ricordare le seguenti:

    1)     gli abitanti del Tirolo italiano e d’altri luoghi rioccupati dalle truppe austriache non saranno molestati per atti e opinioni durante l’occupazione italiana;

    2)     non sarà fatto carico agli antichi impiegati del governo austriaco di aver fatto adesione al governo italiano;

    3)     non sarà riscosso alcun prestito forzato, né messe nuove tasse di guerra;

    4)     vi sarà libera navigazione per canali e fiumi, le cui foci è in territorio non occupato dagli Austriaci.

Chi è Carlo Pellion di Persano
Il grande sconfitto della battaglia è dunque il conte Carlo Pellion di Persano nato a Vercelli nel 1806 e morto a Torino nel 1883. Egli fu un ammiraglio e politico italiano, e appunto comandante della flotta italiana nella battaglia
di Lissa.

Figlio del conte Luigi Amedeo Pellion di Persano e di Maria Cristina dei conti de Rege di Gifflenga, entrò giovanissimo nella marina sarda.

Deputato nelle legislature VII e VIII per il collegio della Spezia, divenne Ministro della Marina nel primo Governo Rattazzi e fu nominato senatore l’8 ottobre 1865. Come ministro della Marina fu propugnatore della realizzazione di una serie di navi corazzate da utilizzare in bataglia.

Il programma però risentì della arretratezza dell’industria cantieristica italiana per le navi di grosso tonnellaggio, tanto che di 12 navi corazzate che parteciparono alla battaglia di Lissa solo una era costruita in Italia. Scoppiata la guerra del 1866, Carlo Persano ebbe il comando in capo della flotta nell’Adriatico. Nonostante la grave disfatta subita nella battaglia di Lissa, al rientro in Italia, Persano annunciò sfacciatamente di aver sconfitto gli austriaci; per l’evento furono iniziati grandi festeggiamenti che durarono fino alla notizia del reale esito dello scontro.

In conseguenza del quale il Persano fu sottoposto a giudizio davanti al Senato, costituito in Alta Corte di Giustizia (pubblico ministero Diomede Marvasi), che sancì la sua colpevole inettitudine, e lo privò del grado e delle decorazioni e radiandolo con disonore dalla Regia Marina. Al processo, Persano tentò di avvalersi dei privilegi di immunità connessi al suo stato di senatore, ma vi rinunciò dopo la prima seduta, e dopo che il pubblico ministero aveva dichiarato che in stato di guerra l’interesse dello stato era superiore al diritto di immunità. Poiché all’epoca la degradazione comportava anche la perdita della pensione, Persano visse gli ultimi anni di vita in povertà.  Tale povertà alleviata solo da un sussidio che il re Vittorio Emanuele II gli assegnò a titolo personale e in forma riservata.

Lo svolgimento del processo e la sentenza

Nel luglio 1866 il ministro della marina Agostino Depretis dichiarò l’esonero dell’ammiraglio Persano dal comando della flotta affidandolo al Consiglio di Guerra. Il processo da parte del Senato del Regno, riunito in Alta Corte di Giustizia ebbe inizio nell’ottobre. Durante la prima sentenza (23 Febbraio 1867) l’imputato venne assolto dall’accusa di viltà di fronte al nemico, la peggiore che gli era stata mossa, e riceve un rinvio a giudizio per aver mal adempito ai suoi incarichi. La difesa si operò per accusare coloro che avevano affidato la missione all’ammiraglio, primo fra tutti lo stesso Depretis, per non aver considerato le condizioni della flotta. Tale tentativo risultò vano e il 15 Aprile 1867 l’imputato venne giudicato colpevole di incapacità, negligenza con 166 voti contro 15 e disobbedienza con 83 voti contro 48. Pertanto fu privato del grado e della pensione, e condannato al pagamento delle spese processuali. Mantenendo tuttavia il ruolo di senatore.

Si riportano qui di seguito i termini della sentenza in oggetto:

Sentenza pronunziata dall’alta Corte di giustizia nella pubblica udienza del 15 aprile 1867 contro il Senatore Ammiraglio Conte Carlo Pellion di Persano.

Nella causa del Ministero Pubblico rappresentato dal commendatori Camillo Trombetta, Lorenzo Nelli e Diomede Marvasi.

Contro.

II conte Carlo Pellion di Persano del fu Luigi, nato a Vercelli, d’anni 60, dimorante a Torino, Ammiraglio, Senatore del Regno, accusato:

1° Del reato previsto dall’art. 241 del Regio editto penale militare marittimo del 18 luglio 1826, perché essendosi allontanato dagli ordini ricevuti ha fatto andare a vuoto, e male adempiuta la missione e la spedizione di cui era stato incaricato, per non avere né provocata, né bloccata, né battuta, né tentato di bloccare o battere l’armata nemica dall’8 al 13 luglio 1866.

3° Del reato contemplato nell’art. 340 del medesimo editto, per non avere compiuto la missione e l’incarico statigli dati durante tutta la campagna del 1866 nell’Adriatico, e specialmente per il modo con cui ha comandato, e si è condotto il 17 giugno, dall’8 al 15 luglio, nella tentata espugnazione di Lissa il 18, 19 e la mattina del 20 detto mese, e nella battaglia seguita lo stesso giorno 20.”

Udite in pubblica udienza le requisitorie del Ministero Pubblico, e le di- fese presentate dall’accusato e da’ suoi difensori che con esso ebbero ultimi la parola:

Visti gli articoli 240 e 241 dell’Editto penale miniare marittimo del 18 luglio 1838 così concepiti;

Art. . 240. Ogni comandante. di una squadra o bastimento da guerra qualunque, il quale non abbia riempita la missione od incarico statogli dato, quando la mancanza sia per negligenza od imperizia, sarà punito colla dimissione se si tratta d’ un ufficiale generale”.

Art. 241. L’ufficiale di qualunque grado incaricato di una spedizione o missione, il quale essendosi allontanato dagli ordini ricevuti, avrà fatto andare a vuoto, od avrà male adempita la missione di cui era incaricato, sarà sospeso dalle sue funzioni e potrà anche, secondo le circostanze, esser dimesso”.

Visto l’art. 2 della legge 25 maggio 1852 sullo stato degli ufficiali di terra e di mare, così concepito:

L’ ufficiale non può perdere il suo grado fuorché per una delle cause seguenti:

5. Destituzione o demissione pronunciata da un Consiglio di guerra”

Visto l’art. 568 del Codice di procedura penale così concepito:

Nelle sentenze di condanna profferite sia in contraddittorio che contumacia, le spese del procedimento saranno dichiarate a carico dei condannati”,

Dichiara convinto l’accusato conte Carlo Pellion di Persano dei reati sopra ascritti al medesimo, e lo condanna alla pena della demissione, alla perdita del grado di Ammiraglio, e alle spese dei giudizio, le quali saranno liquidate con ordinanza del Presente.

Firenze addì 15 aprile 1867

Marzucchi Presidente

(Seguono le firme di N. 149 Senatori)

Letta e pubblicata nell’udienza pubblica dell’Alta Corte del 15 aprile 1867, presente il Pubblico Ministero nelle persone dei Commendatori Lorenzo Nel- li e Diomede Marvasi, ed assenti i Difensori quantunque avvisati.

Il Cancelliere dell’Alta Corte

F. D. Margherita. Firenze 10 luglio 1867”

Il Regolamento Giudiziario

In seguito al processo dell’ammiraglio Persano il governo italiano si rese conto della necessità di stilare un regolamento che assicurasse una certezza procedurale; difatti durante la prima convocazione dell’Alta Corte non erano presenti né una legge né un regolamento di attuazione. Perciò nel dicembre dello stesso anno (1867) venne pubblicato un primo Regolamento Giudiziario, che però si riprendeva semplicemente le norme usate durante il processo di Aprile. Il documento venne poi rielaborato nel 1869, dando particolari attenzioni problema della convocazione dell’Alta Corte: essa doveva essere riunita o in seguito ad una comunicazione del governo e una querela o in seguito ad una denunzia. Verso la fine dell’Aprile 1870 si presentò invece una serie di questioni riguardanti i poteri della commissione di istruzione senatoriale, il numero minimo di votanti e l’introduzione del giudizio civile.

Si giunse nello stesso anno alla redazione di un Regolamento Giudiziario di 37 articoli tra i quali si dichiarava che:

    •       il Senato era costituito in Alta Corte di Giustizia e nominava una Commissione di Istruzione

    •       tale Commissione era composta da un presidente e sei senatori

    •       la Commissione si occupava delle procedure del codice penale assegnate al giudice istruttore, come ad esempio il rilascio di un mandato di cattura, autorizzato da un concorso dell’intera Commissione più altri cinque voti

    •       il Ministro di Giustizia era nominato dal Pubblico Ministero

FONTI

www.wikipedia.org

www.cronologia.leonardo.it

www.ilportaledelsud.org

www.amicilincei.it

www.treccani.it

Il Nuovo Atlante Storico, Garzanti, 1990
Da Firenze Capitale alla Crisi dello Stato Liberale, Giuseppe Talamo
Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Ludovica Vecchio, IV L

1868  –  LA RIVOLTA SARDA“DE SU CONNOTTU”

PREMESSA

La dominazione piemontese dei Savoia in Sardegna iniziata nel 1720 ha sempre relegato l’isola a colonia. Ancor prima dell’Unità d’Italia  il governo sabaudo incurante delle regole ed usanze dei Sardi apportò dei nuovi provvedimenti, con editti e leggi, finalizzati ad imprimere all’economia e alla società dell’Isola una forte spinta modernizzatrice, ma che in realtà danneggiarono ulteriormente le fasce più povere delle comunità rurali.  

EDITTO  DELLE  CHIUDENDE                                                                                                                                 La popolazione sarda, che consisteva prevalentemente in contadini e pastori, da sempre faceva uso dell’Ademprivio ,cioè di quel bene di uso comune che era la terra, per esercitare il diritto di sfruttamento su di essa: ad esempio con il pascolo o il legnatico.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                          Il regio editto emanato dal re  di Sardegna Vittorio Emanuele I, il 6 ottobre 1820 e pubblicato nell’aprile del 1823,sulle chiudende e  sui terreni comuni e della corona” si proponeva di introdurre miglioramenti nel settore agrario per incoraggiare gli investimenti nelle campagne e per sostanzialmente favorire la nascita di un ceto di proprietari fedeli alla corona  : lo strumento principale era l’abolizione della forma di gestione comunitaria della terra , che da secoli caratterizzava l’economia agraria dell’Isola, ancora peraltro molto arretrata.    

I TRE PUNTI FONDAMENTALI DELL’EDITTO:                                                                                                               

I. Qualunque proprietario potrà liberamente chiudere di siepe, o di muro, o vallar di fossa, qualunque suo terreno non soggetto a servitù di pascolo, di passaggio, di fontana, o d’abbeveratoio.                                                                                                                                                                 II. Quanto ai terreni soggetti a servitù di pascolo comune, il proprietario, volendo far chiusura, o fossa, presenterà la sua domanda al Prefetto, il quale nella sua qualità d’Intendente, sentito, in Consiglio raddoppiato, il voto delle Comunità interessate, procederà secondo le norme, che saranno stabilite.                                                                                                                                                       III. Qualunque Comune potrà esercitare sopra i terreni, che gli spettano in proprietà, gli stessi diritti assicurati ad ogni proprietario dall’art. 1 della presente legge.                                                                                                                                                              Le chiusure dei terreni comuni devono essere autorizzate dal prefetto.                                                                      Le comunità devono vendere o affittare i terreni a privati entro un anno, trascorso il quale l’assegnazione può essere fatta d’ufficio dallo stesso prefetto.                                                                    

In pratica con l’editto delle chiudende il re autorizzava l’espropriazione dei terreni che fino ad allora erano di proprietà collettiva, introducendo di fatto la proprietà privata e distruggendo così una consolidata e millenaria cultura di società perfettamente tramandata a memoria e rispettata nel tempo.                                                                                                                                                                               Le nuove regole giovarono solamente a ricchi e potenti “i prinzipales”, che si impadronirono dei terreni cintandoli, per poi far pagare a caro prezzo ai pastori e ai contadini la facoltà di seminarvi ed il diritto di far pascolo. Questo drastico cambiamento portò ad una crisi che determinò un ulteriore peggioramento della vita nelle campagne e delle popolazioni rurali, costrette all’indebitamento per far fronte alle proprie necessità.                                                                                       

Il malcontento generale provocò una resistenza da parte dei pastori del Nuorese che assunse quasi i connotati di una guerra civile e favorì pertanto il banditismo.                                                  Molti banditi divennero leggendari, suscitando, tra le popolazioni rurali, paura ma anche ammirazione.                                                                                                                                                                       In realtà dietro queste violenze si celarono veri e propri complotti contro i sardi:  infatti non c’erano solo banditi che agivano per salvarsi e salvare le proprie famiglie dalla fame e dalla miseria, ma si crearono vere e proprie organizzazioni criminali finanziate da benestanti, anche imparentati con la casa reale, che agivano per espropriare le terre. La reazione dello stato fu repressiva, le popolazioni all’interno della Sardegna soprattutto in  Barbagia ne fecero le spese con rappresaglie e arresti che si susseguirono per molti anni.                         Il conflitto culturale tra le popolazioni rurali e lo stato italiano si fece sempre più acuto.                                      I contadini e i pastori sardi non furono mai solidali con il governo italiano considerato tiranno e continuarono a covare l’odio e la voglia di ribellione. Tant’è che nel 1832 un gruppo di pastori e di contadini poveri manifestò la propria insofferenza demolendo le chiusure dei terreni ritenute illegittime e appiccando incendi alle coltivazioni. Gli incendi e le demolizioni furono particolarmente concentrati nella provincia di Nuoro:  a Pattada,a Ozieri ,a Buddusò molti incendi distrussero ulivi, peri ,olivastri e una vasta estensione ghiandifera. A seguito dei disordini , furono emesse diverse sentenze di condanne, dalla pena di morte,  all’esilio, cui soggiacquero anche diversi sacerdoti.

Enclosures

Lo  stesso sistema delle Chiudende furono L’Enclosures, recinzioni dei terreni comuni ,avvenute in Inghilterra tra il XVII ed il XVIII secolo. L’ Enclosures danneggiarono principalmente i contadini, che non potevano più usufruire dei benefici ricavati da quei terreni, a favore dei grandi proprietari: per le recinzioni era necessario sostenere spese di tipo privato ma anche legali, che scoraggiavano i piccoli proprietari.                              Alla fine del XVIII secolo, tale sistema aveva portato alla concentrazione della proprietà terriera nelle mani dell’aristocrazia inglese.

Nel 1858  quando furono alienati anche i terreni demaniali su cui gli abitanti dei villaggi avevano diritto di pascolo e di legnatico, la situazione precipitò e le popolazioni cominciarono a ribellarsi in molti paesi della Sardegna.                                                                                                                                                          Il 26 aprile 1868 a Nuoro quando il consiglio comunale, formato da grossi proprietari decise la vendita dei terreni comunali dove pastori e contadini poveri avevano libero accesso scoppiò la rivolta de” Su Connottu.”
Cominciarono una cinquantina di pastori e di contadini poveri a manifestare sotto la sede della prefettura di Nuoro. In poche ore i manifestanti diventarono alcune centinaia : le porte del palazzo comunale vennero abbattute e la folla si impadronì dei fucili della Guardia Nazionale.                       Iniziò così il saccheggio del municipio: i rivoltosi diedero fuoco a buona parte dell’arredamento e ai documenti dell’archivio dove nero su bianco giacevano i piani di lottizzazione e i registri dello Stato Civile.                                                                                                                                                                                                 “A su connottu” era il motto dei manifestanti, che, guidati dal nuorese Paskedda Zau, chiedevano appunto, un ritorno alle consuetudini, a ciò che avevano sempre conosciuto, un codice mai scritto ma riconosciuto e rigorosamente rispettato dai Sardi, ossia al ripristino dell’antico sistema di gestione dei terreni.  La sommossa cessò solo quando il sottoprefetto, il capo dei carabinieri e il procuratore del re promisero che a su connottu si sarebbe tornati e che il Consiglio comunale si sarebbe dimesso.                                                                                                                                                          Giorgio Asproni, uno dei politici più in vista del nuorese e deputato in Parlamento, era favorevole alla vendita dei terreni comunali e nel contempo assegnava al clero un ruolo di responsabilità nella rivolta, tuttavia, a seguito di questi gravi fatti, insieme ad altri deputati sardi, sollecitò il governo italiano all’avvio di una indagine sulle condizioni sociali ed economiche della Sardegna. Nel novembre dello stesso anno, fu istituita la Commissione Parlamentare di indagine, presieduta da Agostino Depretis (ministro del governo d’Italia ed esponente della sinistra storica, di idee mazziniane). La Commissione si recò nell’isola nel 1869, e furono vani i tentativi di Francesco Cocco Ortu (politico e futuro sindaco di Cagliari) e del marchese di Laconi Ignazio Aymerich di spiegare ai commissari i problemi economici dell’isola.                                                                                                                                L’unico che si impegnò seriamente fu Quintino Sella (professore di mineralogia ,ingegnere e deputato della destra storica e  nel 1861 segretario generale della pubblica istruzione)produsse un’eccellente relazione sull’industria mineraria isolana. L’operato della commissione tuttavia non produsse alcun atto concreto.

Liceo scientifico Gobetti- Segrè (succursale C.so Picco)
Anno scolastico 2014/2015
Edoardo Nebiolo, IV L

BRONTE:  CRONACA DI UN MASSACRO CHE I LIRBI DI STORIA NON HANNO MAI RACCONTATO

Di F. VANCINI, 1972 (Sceneggiatura: Nicola Badalucco, Fabio Carpi, Leonardo Sciascia)

PREMESSA

Il film ricostruisce le fasi del drammatico episodio avvenuto in un paesino siciliano,Bronte, in provincia di Catania, poco dopo le prime imprese dei Mille. Il regista Florenzano Vancini voleva dimostrare come la Sicilia sia rimasta sempre la stessa, anche dopo gli avvenimenti del 1860, con i suoi nobili arroganti e con il suo popolo sfruttato. “Ricostruire l’accaduto fu un’impresa, perché su quanto era realmente successo regnava il silenzio”; con le parole di Vancini e con il titolo del film “…un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, si può capire come la liberazione del Sud sia un puzzle di situazioni simili, che attende ancora oggi di essere portato alla luce.

RIASSUNTO

“Bronte” è quindi un film che fa luce su un episodio tragico della storia risorgimentale italiana con quella chiarezza espositiva e accessibilità dei contenuti che solo il cinema può offrire. L’eccidio di Bronte (avvenuto tra il 2 al 5 agosto 1860) è storicamente diventato uno degli emblemi del tradimento delle speranze rivoluzionarie del Risorgimento italiano nonché una delle manifestazioni più evidenti degli scontri fratricidi tra le diverse componenti che peroravano la causa risorgimentale, a dimostrazione del fatto che, anche quando uguali sono i fini da raggiungere, diversissimi possono risultare i mezzi che si intende usare per perseguirli. Nel piccolo centro siciliano, ancor prima delle”camicie rosse”, arrivarono degli editti con i quali Giuseppe Garibaldi propugnava l’imminente fine del regno borbonico e l’inizio di un’era caratterizzata da “pace, giustizia e libertà” sotto l’egida di un’ Italia finalmente unita. É in questo clima che presero corpo due posizioni contrastanti: quella dei contadini, i quali non conoscevano altra giustizia che mettere in pratica la tanto agognata vendetta contro chi li aveva ridotti alla miseria più nera, e quella di chi voleva attuare un cambiamento rivoluzionario sancito per legge e non imposto con la violenza. Entrambe le parti volevano affrancarsi dalla secolare protervia dei padroni e attuare l’espropriazione delle terre, ma mentre gli uomini di Calogero Gasparazzo (capo dei “carbonari”) si misero alla testa della rabbia istintiva dei contadini e bagnarono col sangue la loro sete di rivalsa contro i notabili (i”cappelli”)provocando la morte di 16 persone (le prime vittime furono il sacerdote, il barone e la sua famiglia. Dopo aver saccheggiato la loro casa, la strage continuò con la morte di alcuni nobili del paese, tra cui il figlio del notaio). L’avvocato liberale Nicola Lombardo (capo carismatico dei “berretti” interpretato da Ivo Garrani) perorava invece  la causa della moderazione e invitava i “villici” facinorosi a consegnare alle nuove autorità giudiziarie chi per decenni si era arricchito sfruttando la loro fame e le loro braccia. L’arrivo dei garibaldini segnò la fuga sulle montagne dei carbonari che non credevano “a una pace portata coi cannoni” e la condanna alla fucilazione di Nicola Lombardo e degli uomini a lui più vicino (cinque in tutto) ad opera di Nino Bixio (Mariano Rigillo). I due erano accomunati dall’ideale unitario ma avevano una diversa idea di rivoluzione. Per il liberale, rivoluzione voleva significare pane per i poveri ottenuto attraverso il lavoro delle loro terre. Per il fanatico luogotenente di Garibaldi, invece, significava semplicemente restaurazione dei meccanismi di potere di sempre sotto altre vesti e annessione formale di una regione meridionale di cui non si conosceva niente, ne la natura del territorio, ne tantomeno i bisogni primari di una popolazione affamata. Per tali fini, la repressione cruenta doveva colpire chiunque si scontrasse con questa posizione e i fatti di Bronte dovevano servire da monito esemplare per chiunque.

ANALISI DEI PERSONAGGI

Nel corso del film si può notare come i personaggi agiscano sempre in gruppo e raramente singolarmente. Da una parte, infatti, c’è il popolo, dall’altra i galantuo-mini. I singoli che emergono dai gruppi entrano in scena principalmente in qualità di membri tipici del gruppo di cui fanno parte.

Dei popolani, durante la rivolta, vengono riportati gli aspetti più sgradevoli. I galantuomini e i loro aiutanti vengono inquadrati attraverso il punto di vista dei popolani inferociti.

Nel film si possono individuare tre personaggi principali: l’avvocato Lombardo, il carbonaro Gasparazzo e Bixio. Questi personaggi risaltano sugli altri soprattutto per essere dei leader.

L’AVVOCATO LOMBARDO rappresenta la guida della parte più moderata del popolo; egli intrattiene rapporti diretti con tutti gli altri (popolani, preti, cappelli …) e svolge spesso il ruolo di mediatore tra le parti;

IL CARBONARO GASPARAZZO riproduce la parte più estremista della popolazione;

NINO BIXIO è il portavoce dei garibaldini.

Il punto di vista varia ogni qual volta che la narrazione viene affidata a uno di questi tre personaggi.

La conquista della libertà viene intesa in modo diverso da queste tre figure. L’avvocato Lombardo crede in una conquista moderata della libertà mentre Gasparazzo promuove il suo punto di vista tramite la violenza. La tensione di questo confronto è ben resa tramite i tentativi di Lombardo di far ragionare il popolo e dallo scontro diretto che avviene in piazza tra popolani e galantuomini. Il trionfo della brutalità sarà definitivo.

Nino Bixio prova disprezzo per la popolazione brontese. Alla base di ciò probabilmente esiste l’incapacità di comprendere un popolo la cui cultura è troppo distante dalla sua. Per esemplificare ciò, egli afferma che le donne sono rozze anche nei lamenti.

Accanto ai protagonisti vi sono dei personaggi secondari che appaiono con una certa continuità, i quali fanno da portavoce degli interessi del gruppo d’appartenenza.

IL NOTAIO CANNATA E L’AVVOCATO CESARE hanno posizioni riconducibili all’opportunismo che porta a sposare la causa di chi difende i propri interessi. Ciò caratterizza il comportamento di tutti i galantuomini dall’inizio alla fine del film. Il primo in particolare protegge gli interessi dei latifondisti.

Alcuni CONTADINI, di tanto in tanto, emergono dalla folla tumultuosa per dialogare con Lombardo ed esprimere le loro esigenze di libertà.

Un caso a parte può essere ritenuto quello del PAZZO il quale si distingue e risalta sugli altri per il suo comportamento anormale e isolato dal resto della folla. Il suo atteggiamento è probabilmente quello più problematico da comprendere. Può rappresentare per esempio quello spicchio della popolazione che non si sente parte di nessuna gruppo e per questo viene isolata. Non riuscendo a prendere una posizione, questa alla fine viene condannata per la sua neutralità nello scontro. Oppure lui può essere visto come il simbolo vivente dell’irrazionalità della moltitudine.

Il film, prima dei titoli di testa, si apre con una scena molto violenta che vuole descrivere le condizioni di vita dei contadini siciliani: un contadino povero viene trovato a raccogliere legna nel bosco del PADRONE (un BORBONE); lui e soprattutto il giovane che lo accompagna vengono massacrati di botte. Le ingiustizie locali, gli abusi signorili, le scellerate sentenze, gli interessi territoriali sfociano in una violenta rivolta antiborbonica.

All’inizio questa viene sostenuta da Garibaldi, che promette ai braccianti terreni del demanio usurpati dai nobili. Ciò alimenta le speranze dei contadini, seppur le promesse non vengono rispettate da Garibaldi, in quanto andavano oltre le intenzioni di quest’ultimo. I contadini si rivoltano in tutta la Sicilia.

COMMENTO

Con la strage di Bronte si svelò l’altra faccia della liberazione del Sud da parte dei Mille. Bronte è uno dei tanti paesi siciliani dove avvennero queste stragi. Il film mette in luce i limiti di tutte le forze in campo: il proletariato, privo di un progetto rivoluzionario, si abbandona ad una rivolta feroce, totalmente priva di interessi politici; il generale Bixio, preoccupato solo di riportare ordine, rappresenta i limitati scopi del movimento garibaldino; ed infine l’avvocato Lombardo rappresenta l’inutile incidenza della borghesia liberale in una situazione di terribile arretratezza. Giunti a questo punto viene spontaneo domandarsi: “la rivoluzione e la libertà sono in qualche modo realizzabili?”. L’avvocato Lombardo, condannato ingiustamente, giunge alla sconfortante conclusione che per vincere l’oppressione si deve essere oppressori e che per sconfiggere l’ingiustizia bisogna agire ingiustamente.                                                                                                              Purtroppo la storia ci insegna che l’uomo non è mai riuscito a raggiungere la tanto sospirata libertà senza l’uso della forza, usata  spesso con atti estremi, ingiusti ed incivili anche quando gli ideali dovrebbero essere quelli di giustizia e di pace.

CONCLUSIONE: DIVERSE CONCEZIONI DI LIBERTA’

Alla base della vicenda c’è il fraintendimento del termine “libertà”. Ne esistono diverse concezioni: può essere vista come un motivo per soddisfare i propri egoismi, oppure può essere considerata a livello più astratto o più concreto. Ciò dipende da colui che considera il concetto di libertà, dalla classe sociale di appartenenza, dalla propria condizione. Nel caso del film ne esistono sostanzialmente due.

Una è quella del popolo e dei contadini. Questa parola aveva un preciso significato: libertà dal bisogno, dalle tasse da pagare, dai privilegi (che occorreva distruggere) e dalla schiavitù della terra, che invece andava divisa. I contadini volevano pane, non dipendere più dai padroni e avere territori da coltivare.

L’altra invece è quella più astratta e ideale che caratterizzava le concezioni di Garibaldi e i suoi seguaci. La libertà veniva vista come indipendenza nazionale, come rivoluzione, come vittoria dall’oppressione delle dominazioni esterne. La tendenza era quindi quella astratta di creare l’Italia unita (sulla carta) e non quella più concreta di formare una nazione formata da una popolazione dinamica e soddisfatta della propria condizione.

ANALISI “TERRONI– PINO APRILE

“Tutto quello che è stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero Meridionali”

Pino Aprile (Gioia del Colle, 20 febbraio 1950) è un giornalista e scrittore italiano.

Pino Aprile, giornalista pugliese, interviene con vivacità polemica in un dibattito dai toni  accesi, per fare il punto su una questione che si trascina da anni: il contrasto tra Nord e Sud Italia.

L’ autore inizia il tragico racconto riportando gli eventi che diedero inizio alla cosiddetta “questione meridionale”: le stragi compiute dai piemontesi al Sud. Percorrendo la storia di quella che per alcuni è stata conquista mentre per altri liberazione, Aprile porta alla luce una serie di fatti che sono stati volutamente rimossi e che guardano a quelle vicende da un punto di vista diverso dal solito e in un certo senso a tratti sconvolgente.
Negli anni ’50-’60 dell’Ottocento, le truppe sabaude compirono un massacro di dimensioni tanto grandi da essere paragonabile, secondo l’autore, al genocidio degli Ebrei nella Germania nazista.

La maggior parte delle città meridionali furono saccheggiate, e a questo proposito Pino Aprile richiama ciò che era già successo col Sacco di Roma (1527) per mano dei Lanzichenecchi.

L’operazione militare fu di così grande portata che si istituirono i primi campi di concentramento della storia. La tortura, le fucilazioni di massa, le fosse comuni, le incarcerazioni senza accusa, processo e condanna erano gli espedienti maggiormente usati dai settentrionali. Furono ritrovati, inoltre, documenti del ministero degli Esteri a proposito di ricerche in Patagonia e nel Borneo di “una landa desolata” per deportarvi i meridionali. Così, sostiene Pino Aprile, il Sud venne conquistato.

In poco tempo il Meridione fu derubato di ogni sua ricchezza. I capitali nelle banche, opere d’arte e beni nei musei e nelle case private vennero trasferiti al Nord. Inoltre, le popolazioni conquistate dovettero subire il peso di ingenti tasse utili a risanare le casse dello Stato svuotate dalle spese militari sostenute proprio per finanziare la conquista e lo sterminio di quelle genti.

Qui torna per Aprile il parallelo con la Germania di Hitler dove i ghetti nazisti erano sorvegliati da guardie, pagate con il denaro degli stessi Ebrei segregati.

L’analisi prosegue ricordando come il Regno delle Due Sicilie guidato dai Borboni, fosse uno dei paesi più industrializzati d’ Europa, secondo solo a Inghilterra e Francia e di come la conquista da parte delle truppe sabaude nel giro di un secolo lo ridusse in uno stato di totale povertà e decadenza. Dei beni espropriati alla casata borbonica il 99% venne investito al Nord: in primo luogo per la copertura dei debiti della monarchia sabauda, che oggi ammonterebbe a circa 2000 miliardi di euro; in secondo luogo per dare un impulso al progresso delle infrastrutture: dalle industrie al sistema ferroviario alle istituzioni sociali. Molti italiani abitanti nelle zone conquistate dovettero emigrare al Nord o addirittura in America, dove riuscirono a evitare il controllo paternalistico dello Stato dei Savoia.Gli emigrati negli Stati Uniti tuttavia non trovarono all’estero un ambiente ospitale, anzi al contrario furono ancora vittime di soprusi e discriminazioni, per usi e costumi differenti dalle popolazioni autoctone, ma soprattutto per le condizioni misere in cui erano costretti a vivere.

A partire da quegli anni si distinsero due grandi temi: la “questione meridionale” e la “questione settentrionale”. La prima era l’aspirazione del Sud ad uscire dalla subalternità impostagli. La seconda era la volontà del Nord di mantenere tale subalternità per averne un vantaggio politico ed economico, anche attraverso l’uso di armi e l’imposizione di una legislazione squilibrata.

Il Meridione perse allora la sua identità come viene ampiamente raccontato nel capitolo “Dispari opportunità”. La premessa di questa sezione è l’impoverimento (sopracitato) del Sud come prezzo per realizzare la tanto desiderata Unità nazionale. “O la guerra, o la bancarotta” aveva detto il deputato cavouriano Pier Carlo Boggio e si scelse la seconda.

Pino Aprile sottolinea come il divario non fu propriamente tra Nord e Sud, ma fra tre gruppi. Un gruppo di testa (Piemonte, Liguria, Lombardia, Emilia, Umbria, Lazio, Campania), un gruppo al centro (le tre Venezie, Toscana, Marche, Puglia, Basilicata e le isole), un gruppo di coda (Calabria, Abruzzo, Molise, Val d’ Aosta). La Campania, nonostante la sua collocazione geografica e quindi minata dal peso delle tasse, infatti, resistette fino al 1911, mantenendo un reddito pro capite maggiore della media italiana. Il Fascismo poi la ridurrà, come le altre regioni “non del Nord”, alla povertà.

Detto tutto questo il saggio di Pino Aprile ben s’inserisce nel dibattito politico di queste ultime settimane. Le elezioni regionali che si sono tenute il 31 maggio hanno offerto diversi spunti di riflessione.

In questa sede non ci concentriamo sull’azione di governo né sulla forza del partito che esprime il Presidente del Consiglio, ci interessa però notare il successo della Lega Nord.

Tale successo a nostro avviso evidenzia come la “questione settentrionale” sia ancora molto sentita con una variante rispetto al passato: oggi “l’altro” non è più solo il meridionale ma anche gli immigrati che in numero crescente raggiungono le coste del nostro Paese.

In qualche modo il saggio di Pino Aprile sia pur con un salto logico forse eccessivo ci suggerisce e ci ricorda come nella storia vicende drammatiche di abuso sono ricorrenti e che forse una seria riflessione sulla nostra storia potrebbe aiutarci a meglio confrontarci con una pressione che viene dal Sud del Mondo con la quale saremo in ogni caso costretti a misurarci.

Possiamo concludere che anche il saggio di Pino Aprile ci fa capire quanto sia importante studiare la storia con un atteggiamento critico. A ben pensarci, la cosa veramente importante non è studiare la storia ma comprenderla, solo così infatti saremo in grado di capite cosa è successo per non commettere più gli stessi sbagli. Dicendo ciò non possiamo non pensare alle parole di Primo Levi laddove nel suo “Se questo è un uomo” ammonisce “È accaduto, quindi potrebbe accadere di nuovo”.

fonte

https://www.academia.edu/26778488/Unit%C3%A0_dItalia



2 Comments

  1. come Voi sempre innamorati della verità storica che non si finisce mai di indagare, e convinta che comunque è essenziale conoscere per dare fondamento alle nostre battaglie per fortuna incruenti per ripristinare la dignità dei popoli e infondere fiducia in un mondo diverso da costruire sul rispetto reciproco, mi sono presa la libertà, che spero non mi rimproveriate, di trasmettere il lungo escursus storico di Ludovica Pezzo che avete pubblicato e in fondo sintetizza le amare vicende che hanno sconvolto l’assetto dell’Italia preunitaria… Coltivo sempre il sogno che un giorno saremo ancora popoli liberi che liberamente penseranno al loro destino e forse, anzi, sicuramente si confedereranno… su altri presupposti, che sono la “felicita” di essere quelli che siamo e siamo stati e vorremmo poter ancora essere… caterina

  2. Un megapost che riassume fatti che riempiono settori interi di biblioteche grandi e piccole, pubbliche e private con originali di documenti e di commenti che un po’ alla volta emergono… in fondo a centosessant’anni dalla nascita dell’Italia non si e’ ancora messo in luce tutto e si continuano comunque a scoprire cause e collegamenti che hanno sortito l’effetto che ahime’ sappiamo… Il Veneto e’ l’ultimo ad essere annesso per vicende e fatti successivi e comunque gia’ ai tempi esistevano stampa e propaganda… e circolazione di idee e…utopie! caterina ossi

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