L’uso politico del napoletano. Un viaggio nella storia

Pubblichiamo per gentile concessione dell’autore e dell’editore l’introduzione di Aurelio Musi al libro di Vincenzo D’Amico, ”L’uso politico del napoletano. Giornalismo e poesia dal 1799 alla Belle Époque”, D’Amico Editore, Nocera Superiore 2026, pp. 350 + 28 immagini fuori testo.
Questo libro di Vincenzo D’Amico è importante per molti motivi. In primo luogo analizza con vasta documentazione una questione mai affrontata finora in modo organico e sistematico: l’uso del dialetto nella poesia e nella pubblicistica napoletana lungo un secolo, dalla rivoluzione del 1799 alla fine dell’Otto-cento. La scelta della periodizzazione è particolarmente appropriata perché consente di osservare la grande storia della città tra permanenze e mutamenti, tra crisi, rivoluzioni e assestamenti, e il passaggio di Napoli da capitale di un Regno indipendente a capoluogo di regione nel nuovo Stato unitario. Questo perché – ed è il secondo motivo di interesse – il centro della trattazione è costituito dall’uso politico del dialetto, dal suo piegarsi a strumento di propaganda dei diversi orientamenti e schieramenti in campo, soprattutto durante le crisi rivoluzionarie del 1799, 1820-21, 1848, 1860-63. E siamo così al terzo motivo di interesse: questa ricerca è un contributo alla conoscenza della storia e della formazione dell’opinione pubblica nel periodo delle profonde trasformazioni di Napoli.
Il lettore ha dunque la possibilità di incontrare personaggi noti e meno noti della cultura non solo napoletana ma anche provinciale, poeti, giornalisti, autori di opuscoli, fondatori di fogli e giornali effimeri o più durevoli nel tempo, la loro produzione dialettale e l’uso politico che se ne fa, la retorica di un linguaggio capace di comunicare, con stilemi semplici o più elaborati, con i vocaboli del vernacolo, con le immagini satiriche, con le vignette, con un vasto pubblico. La dialettica politica attraversa così il genere poetico, foglietti volanti, giornali e riviste che pullulano particolarmente in alcuni anni dell’Ottocento.
La struttura del libro è agile, ma consente al lettore di formarsi un’idea della storia complessiva del periodo e, attraverso la scelta antologica, di conoscere alcuni prodotti degli autori: quindi a una sintesi del tempo storico seguono le biografie degli autori con le loro poesie o gli articoli pubblicati sul giornale di riferimento.
La propaganda è a specchio: intellettuali rivoluzionari e controrivoluzionari utilizzano le stesse forme dialettali e gli stessi strumenti per diffondere valori, obiettivi, ragioni della battaglia politica. I giornali scritti in napoletano nella rivoluzione del 1848 spiegano al popolo la Costituzione. I giornali legittimisti dopo il 1861 difendono i briganti e la fedeltà al Borbone.
La tendenza non è nuova. Aveva fatto la sua apparizione già durante i moti napoletani del 1647-48. Ne ho scritto nel mio “Una ‘rivoluzione’ europea. Napoli, Masaniello e la repubblica del 1647-48”, Colonnese editore. Flussi di voci e notizie ad opera di ribelli in fuga, spostamenti di contadini e lavoratori stagionali, predicatori itineranti, religiosi, soldati, “conventicoli”; e ancora opuscoli, manifesti, cartelli, componimenti poetici in lingua e in dialetto provocano flussi di emozioni collettive. Nell’ode “Masaniello trionfante” di Agustino Tobbia Granatezza, edita a Napoli nel 1648, il capopopolo si trova nei Campi Elisi; il viceré duca d’Arcos, invidioso della sua sorte, lo avvicina insieme a tre entità maligne e lo induce a pensare che Napoli sia in pericolo. Scoperto che era il viceré a parlargli, Masaniello lo ricopre di insulti e improperi. L’autore dell’ode usa il dialetto:
Scarpe de fonecelle, arma mmardetta/
Tabacco e rafanielle, arce cornuto,/
Viene à li Campe Alisie stravestuto/
Pemme fa n’ancarella, e na sgammetta.
Gli viene annunciata la morte e l’imminente liberazione del Regno.
Anche attraverso il dialetto passa la guerra fra popolari e lealisti, soprattutto dopo l’ingresso trionfale del viceré Oñate a Napoli, celebrato in un altro componimento poetico:
Sso fornute li spasse, e li tornise/
Napole non ne vo’ proprio Franzise/
Ca à sto Terreno maie giglie so schiuse/
Sentite le scommuneche, e lo Banno/ Site tenute a’ restituzione.
L’uso del dialetto napoletano, insulti e parole di disprezzo, inaugurano dunque la restaurazione di Oñate: ne è un esempio “Struscioli e vituperii della Retrubeca de saponare, scauzune, e spellecchiume dessutole, e latracchiune fatte da no rebbelle dell’infedelissimo, e sodontissimo Puopolo de la cetate de Napole”. Qui probabilmente parla un anonimo magistrato, che si ritiene danneggiato dalle conseguenze della rivolta e attacca la plebe come maggiore responsabile del disordine, del lassismo generale, della crisi economica e finanziaria, dell’aumento vertiginoso del costo della vita durante i mesi della repubblica.
Negli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento Luigi Chiurazzi rilegge in napoletano prima la storia di Napoli fino a re Manfredi, poi nel giornale da lui fondato, «Lo Spassatiempo», arriva fino all’assedio di Civitella del Tronto.
D’Amico conclude la sua carrellata con la Belle Époque: “malinconico tramonto di un’epoca”, come lui scrive, tra colonialismo e nostalgie borboniche.
Aurelio Musi
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