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Ma davvero la Resistenza partigiana “italiana” privilegiò soltanto la Padania?

Posted by on Ago 8, 2026

Ma davvero la Resistenza partigiana “italiana” privilegiò soltanto la Padania?

Antonino Russo

Oggi si continua a ripetere che la Costituzione repubblicana del 1948 sia ispirato ai fondamenti della Resistenza partigiana italiana, un “movimento di liberazione nazionale” ricordato positivamente dai partiti e dallo Stato “italiano” per aver contribuito alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale.

Ci hanno fatto credere che, grazie ai partigiani “italiani”, l’Italia è libera e democratica anche per via della sua Costituzione e delle sue leggi moderne. Ci vogliono convincere che, valorizzando la memoria della Resistenza partigiana, si può salvare la Costituzione dai numerosi ostacoli. Risultati? Nessuno crede e hanno smesso di credere, compresi il nostro popolo napolitano e i siciliani. Allora voi direte: Perché? Va detto, con pura coscienza storica e senza presunzione, che l’unità italiana è stata ed è caratterizzata da una reale disgregazione con effetti diversi: un vantaggio per i padani e un svantaggio per noi napolitani, i siciliani e i sardi. Una vera disgregazione che, per errore grammaticale e storico, viene ancora percepita come unificazione nazionale. Però è strano parlare di “unificazione” di questo “Paese” dipendente da un’incessante divario tra Nord e Sud, favorito non tanto dall’arretratezza dei napolitani e siciliani se non dai voleri dell’oligarchia padana fortemente e privatamente appoggiata dalla partitocrazia coloniale interna, dalla alleata Mafia e dai governi (Monarchia e Repubblica) di Roma per mantenere in vigore e rafforzare il colonialismo padano. Se nella monarchia sabauda non si volle combattere le politiche coloniali interne che danneggiavano le condizioni dei napolitani e siciliani, nella “tanto e vantata” Repubblica non ci si è riusciti a frenarle dietro la scusa della rinascita dell’unità nazionale e della democrazia (di tipo occidentale). Se i partigiani della Resistenza erano così desiderosi di voler rendere l’Italia una Repubblica democratica, allora perché la Napolitania e la Sicilia sono rimasti indietro?

La penisola italiana, dopo la caduta del fascismo padano avvenuto il 25 luglio del 1943, era divisa in due Stati: il Regno del Sud governato dal generale Pietro Badoglio e dal re Vittorio Emanuele II° di Savoia, entrambi padani, e la Repubblica Sociale Italiana retto dal duce padano Benito Mussolini dietro il supporto militare della Germania nazista, entrambi costituiti nel settembre dello stesso anno. Le truppe Alleate avanzarono vittoriosamente, dallo sbarco in Sicilia fino alla liberazione delle seguenti città italiane: Roma (4-5 giugno 1944), Bologna (21 aprile 1945), Genova (23 aprile 1945), Milano (25 aprile 1945) e Venezia (28 aprile 1945). Grazie al sostegno dell’intelligence e degli eserciti degli Alleati che i partigiani “liberarono” l’Italia dal nazifascismo per poter favorire la nascita della Repubblica e, successivamente, della sua Costituzione. Però sono emersi i principali dubbi sull’elogio della Resistenza partigiana e dei suoi fondamenti “democratici”. Il primo consiste nella composizione del cosiddetto “Comitato di Liberazione Nazionale”, il braccio politico e militare della Resistenza. Questo comitato di coordinamento, come in tutti i partiti antifascisti che ne fecero parte, era composto dalla maggioranza padana (intellettuali e militari oppositori del fascismo, compresi quelli che avevano servito precedentemente il regime mussoliniano) e dalla minoranza di napolitani, siciliani e sardi (alcuni dei quali, compresi i politici padani, erano coinvolti in legami con la Mafia e gli Stati Uniti). Fin qui si capisce chiaramente che una certa unità politica e nazionale non esistette affatto. Il motivo di questa separazione numerica dipendeva dalla differenza territoriale. Inoltre, la storiografia ufficiale coloniale ha SEMPRE ricordato solamente le liberazioni della Padania e di Venezia, escludendo la resistenza dei napolitani (partenopei, calabresi, lucani, pugliesi, abruzzesi) contro l’avanzata tedesca, nonostante le speranze e i sacrifici di quei partigiani e capi membri di quel comitato. Il terzo dubbio è legato alle politiche dei partiti antifascisti: tutti i partiti avevano il desiderio di instaurare la democrazia e la libertà italiana secondo le loro visioni ideologiche (i comunisti volevano la Repubblica socialista sovietica e i liberali, tra cui la Democrazia Cristiana, volevano uno Stato filoccidentale). Però dietro a queste visioni ideologiche non manca mai la segregazione territoriale: l’avvio del Piano Marshall del 1947 ha consentito alla rinata classe oligarchica padana, vicina al CLN, di appropriarsi illegalmente dei fondi americani per far “rinascere” esclusivamente la sua Padania, a discapito delle province napolitane e siciliane costrette a patire la miseria, la corruzione, la criminalità organizzata e l’abbandono istituzionale (anche grazie alla complicità e collusione dei membri dei partiti antifascisti sostenitori del colonialismo padano), SEMPRE con la scusa di salvaguardare l’unità nazionale. Il quarto e ultimo dubbio è di come l’influenza del colonialismo padano all’interno dell’apparato politico e militare del Comitato di Liberazione Nazionale era ancora legato all’impunita teoria del razzismo razziale del governo di Washington, senza dimenticare l’ingiusto trattamento giuridico dei napolitani e siciliani ricevuti a New York durante gli anni della loro prima emigrazione. Ancora una volta, il colonialismo padano venne legalizzato per la seconda volta, guarda caso, dai vantati liberatori partigiani del CLN. Non so se ha senso parlare di democrazia, libertà e uguaglianza…… Ma non solo. La completa emarginazione politica e territoriale dei napolitani e siciliani dalle politiche del CLN sono ben paragonate agli ingiusti trattamenti dei soldati indigeni da parte dei loro eserciti coloniali europei. Uno di questi è il famoso caso di Indigènes, soldati maghrebini e africani sub-sahariani al servizio del neo-Esercito Nazionale Francese. Infatti la Francia, dopo l’occupazione nazista nel giugno del 1940, subì la sorte della penisola italiana: era territorialmente divisa tra il nord governato dall’amministrazione militare dei nazisti tedeschi e il sud governo dal regime di Vichy, un governo collaborazionista di Pierre Laval e del maresciallo Philippe Pétain. Il nuovo esercito francese si costituì mediante il discorso di Charles De Gaulle del 18 giugno 1940, prendendo il nome di “Francia libera” suddivisa tra vari gruppi di resistenza legati ai partiti oppositori agli occupanti nazisti e al regime di Vichy e corpi di spedizione supportati militarmente dall’esercito anglo-americano, con lo scopo di liberare la Francia dal nazifascismo. Naturalmente questo obiettivo non è l’unico che si coniuga con quello dei liberatori del CLN “italiano”, perché i francesi, mediante la manipolazione del motto “Liberté, Egalité et Fraternite”, continuarono a mantenere in vigore il loro sistema coloniale diretto, alla pari delle potenze coloniali europee. Per necessità di rafforzamento del nuovo esercito di resistenza, i francesi fecero ricorso ai soldati indigeni, provenienti dai paesi maghrebini e africani sub-sahariani colonizzati dalla Francia, che ricevettero addestramenti e benefici ben diversi da quelli bianchi. Infatti, per effetto della segregazione razziale e territoriale, i più alti titoli militari vennero conferiti ai soli francesi bianchi, riducendo i poveri soldati indigeni nel rango più basso del neo-Esercito francese, oltre a dover subire i pochi rifornimenti alimentari e i tentativi di assimilazione culturale coloniale forzata da parte dei generali della Francia libera. Stesso e grave trattamento giuridico e militare venne inflitto a noi napolitani e siciliani per volere del CLN, un metodo “democratico” per giustificare il colonialismo. Ormai quel famoso motto di cui molti soldati indigeni avevano creduto molto nella speranza di ottenere benefici sociali ed economici a loro favore divenne una vera illusione, perché la Francia era poca incline nel concedere una ampia garanzia di diritti, libertà e tutele ai suoi popoli colonizzati. Per un colonizzatore sarebbe un peccato liberare il suo colonizzato dalla sua oppressione, così come la pensa un oligarca e un imperialista. Quindi era necessario che la Francia avesse bisogno dei suoi cittadini per liberarsi dal nazifascismo, emarginando, a sua volta, quei soldati indigeni che si erano prodigati nell’essersi battuti per essa. Non va ignorato che le pesti devianti sociali favorite e tollerate dal colonialismo francese spinsero molti soldati indigeni a commettere vari crimini sessuali nei confronti delle donne residenti dei territori liberati, rimasti poi impuniti dal generale Alphonse Juin. Le violenze sessuali inflitte dai soldati indigeni alle povere donne napolitane degli ex-territori dell’Alta terra di Lavoro sono derivanti non tanto dall’incline di quei soldati ingiustamente discriminati alla loro “barbarie” ma dalla volontà dei generali francesi che li avevano corrotti dal punto di vista mentale e psicologico. Giustamente i movimenti nazionalisti anticoloniali non perdonarono la grave colpa dei generali e politici della Francia libera di aver condizionato negativamente la vita dei soldati indigeni, senza perdere l’occasione opportuna di promuovere le loro lotte per l’indipendenza dei loro popoli discriminati dalla Francia, dovendo poi far ricorso alla lotta armata legittima, come in Algeria dal 1954 al 1962. Grazie all’impegno e alla diffusione dell’indipendentismo arabo e moderno che alcuni soldati indigeni disertarono l’esercito francese e si unirono ai legittimi movimenti di liberazione nazionale dei propri popoli, come Ahmed Ben Bella che da soldato indigeno del reggimento dei fucilieri marocchini divenne una figura centrale del Fronte di Liberazione Nazionale algerino (FLN) fino alla sua nomina elettiva di primo Presidente ufficiale dell’Algeria.

Va chiarito, una volta per tutte, che non si può parlare di democrazia se viene imposto, all’interno di una determinata società civile, una separazione ingiustificata tra cittadini in base all’età, al genere, alla razza, all’opinione politica e al credo religioso. Neanche di libertà né di uguaglianza se un cittadino o una cittadina riceve dei trattamenti ben diversi dagli altri soltanto perché merita di vivere, per forza, nella emarginazione oppure perché dovrà subire altri dolori e ingiustizie che, di fatto, non dovrebbe ottenere. E’ da qui che nasce la vera oppressione!

Se si continua a riempirsi di bocche di quei valori, perché il mio popolo napolitano non può o non deve essere destinatario delle garanzie costituzionali alla pari di altri popoli d’Italia? Perché un cittadino e una cittadina napolitana deve accettare, PER FORZA, l’emigrazione per poter cercare il lavoro? Perché viene smascherato il vero volto della Resistenza partigiana? Ma soprattutto se è vero che i partigiani si era battuti nel darci un futuro migliore dal fascismo e da ogni forma di discriminazione? Invece avvenne l’esatto contrario. Non ci stupiamo che il CLN abbia assunto un atteggiamento piuttosto chiuso e duro nei confronti dei nostri contadini e abitanti napolitani, assieme le coraggiose donne, che protestarono per chiedere terra e diritti, e del popolo siciliano, il quale ebbe il coraggio di ribellarsi al colonialismo padano grazie all’operato del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS) che sostenne la legittima rivoluzione indipendentista popolare fino all’approvazione dello Statuto siciliano del 1946 che, tutt’oggi, non viene rispettato né applicato. Per frenare queste manifestazioni libere e popolari i partiti antifascisti intervennero sia per impedire che esse si mutassero in vere rivolte armate sia per favoreggiamento agli ascari locali (politici corrotti, nobili sfruttatori e mafiosi) e all’oligarchia padana, per non parlare di accuse e frasi che gettarono nel fango la dignità dei napolitani e siciliani, per es. l’ingiustificato paragone della ribellione dei contadini napolitani alla cieca barbarie e al collegamento alla criminalità organizzata, come avvenne esattamente nei confronti degli indipendentisti siciliani. I signori partigiani del CLN, alla pari dei colonizzatori sabaudi, si schierarono dalla parte degli ascari locali per impedire la rinascita sociale ed economica degli strati più poveri delle province napolitane e siciliane, rendendo il loro sogno di democrazia e libertà in una vera delusione agli occhi di chi si era battuto e aveva creduto nella Resistenza partigiana. Rocco Scotellaro, lo scrittore lucano-napolitano socialista, inizialmente aveva creduto al CLN per aver sperato che avrebbe fatto qualcosa per il popolo napolitano ma ci ricredette, deluso per l’incapacità del governo dell’CLN di risollevare le condizioni economiche dei napolitani e siciliani. Tale delusione avvenne pure a Danilo Dolci, l’attivista della non violenza in Sicilia.

Il nostro Nicola Zitara, anche se non prese parte alla Resistenza partigiana, espresse una ferma critica nei confronti della Resistenza partigiana. In particolare con la sua opera “Negare la negazione. Introduzione al separatismo rivoluzionario” (2001), Zitara afferma che la Resistenza partigiana non è stata una vera liberazione del popolo napolitano dal colonialismo padano ma una sua continuità, un’opera di convenienza politica ed economica per l’oligarchia padana fortemente legittimata dal CLN senza la minima garanzia di emancipazione sociale delle masse rurali e urbane napolitane. Questa visione critica si ricollega ai pensieri di Salvemini e Vito de Marco, i quali sono concordi che le decisioni delle sorti del popolo napolitano vengono prese mediante l’alleanza tra la borghesia industriale padana e i grandi proprietari terrieri napolitani a discapito delle esigenze sociali dei poveri contadini e cittadini. Quest’alleanza oligarchico-coloniale conferma la critica di Zitara, citando per esempio la scelta dell’avvocato liberale Enrico De Nicola come Capo provvisorio dello Stato e come primo Presidente della “Repubblica”. I leader dei partiti antifascisti, una volta pubblicati gli esiti del referendum istituzionale del 2 giugno, temettero una separazione territoriale dell’Italia per via della preferenza monarchica da parte dei cittadini napolitani (anche se la monarchia sabauda non RAPPRESENTAVA affatto il nostro popolo, come lo sarà l’attuale Repubblica) e per frenarla dovettero scegliere un monarchico napolitano. Sebbene avessero già scelto i nomi dei due candidati per la presidenza repubblicana, ovvero il siciliano Vittorio Emanuele Orlando (sostenuto dalle destre) e il napolitano Benedetto Croce (sostenuto dalle sinistre), la leadership antifascista padana accettò (non con gran fervore egualitario) l’avvocato Enrico De Nicola come candidato valido per ricoprire quell’incarico con l’obiettivo di garantire l’unità nazionale e politica dell’Italia repubblicana. In verità, a parte che vera e propria unità politica non ci fu a causa del servilismo di De Gasperi, l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri, verso la potenza occidentale timorosa della diffusione del comunismo sovietico che impedì l’ingresso dei partiti social-comunisti nel primo governo repubblicano, l’unità nazionale fu soltanto la scusa di rassicurare gli ascari locali (ovvero politici corrotti, grandi proprietari terrieri e boss mafiosi, tutti protetti dal nascente Stato coloniale) per evitare l’applicazione delle leggi italiane, tra cui la riforma agraria del sardo Antonio Segni del 1950 (ereditando, a sua volta, i precedenti decreti del calabro-napolitano Fausto Gullo del 1944) che, come al solito, desse benefici alla sola popolazione rurale padana, contribuendo a rafforzare la favola coloniale del “triangolo industriale Milano- Torino-Genova” e seppellendo, con ingiustizia, la civiltà agrario-industriale del popolo napolitano che, sotto i Borbone, ebbe industrie e terre demaniali per poter vivere liberamente e pacificamente. L’elezione di De Nicola come primo presidente della repubblica ripristinò il colonialismo padano a tutti gli effetti, dando piena libertà ai successivi governi filo-padani e agli ascari locali di commettere altri crimini disumani contro noi napolitani, i siciliani e i sardi, tra cui l’istigazione all’emigrazione promossa da tutte le aziende in mano all’oligarchia padana (es. FIAT, Ferrovie dello Stato), accompagnate dalle politiche degli stessi governi intenti a non danneggiare il sistema coloniale interno. In tutto questo sta a significare una cosa sola: Si inventarono la democrazia con inganni e truffe. Anche la Francia fece ricorso a tale metodo, pagandolo a caro prezzo: infatti i nazionalisti algerini, guidati da Ferhat Abbas, ammisero e denunciarono che le elezioni politiche del 1948 e del 1951 “concesse” da Parigi vennero truccate dai colonizzatori francesi per favorire illegalmente i partiti politici vicini al governo coloniale, ricevendo in risposta calunnie, silenzio e repressioni coloniali, sebbene fecero richieste pacifiche di diritti e autogoverno ormai inascoltati e messi da parte. Allora gli algerini capirono che l’unica soluzione di liberarsi dal colonialismo francese è di ottenere l’indipendenza nazionale, ritenendo fallito l’accordo pacifico con il governo di Parigi. L’Algeria non aveva altra scelta se non una guerra di liberazione nazionale contro un governo incapace e assassino che voleva distruggere le condizioni giuridiche ed economiche degli abitanti algerini, senza promettere delle graduali riforme a loro favore. Però il coraggio e la coscienza permise agli algerini di poter ottenere la loro indipendenza il 5 luglio 1962, dopo 7 anni di conflitto armato e 132 anni di colonialismo straniero. Così com’è avvenuto in Irlanda, in Nicaragua, nel Vietnam, in Mozambico, ad Angola, in Indonesia, a Timor-Est e nelle Filippine. In particolare, l’Irlanda e l’Algeria sono due paesi modello di liberazione nazionale nella dimostrazione di come un popolo sia SEMPRE il legittimo padrone del suo destino anziché delegare tale diritto ai colonizzatori o agli oligarchi, come il caso di Gandhi in India in cui il “Babu” inchinò il suo capo agli interessi dei colonizzatori europei che, a loro volta, contribuirono a rovinare la vita dell’innocente popolo asiatico, pur di concedere l’indipendenza ai danni degli indiani e dei pakistani. Tale ingiusta sorte avvenne nei paesi africani e latino-americani, in particolare a Cuba dove gli americani, anziché permettere al popolo isolano di costituire il suo governo in nome degli ideali di José Martí, dettero origine una serie di governi di protettorato americano fino alla rivoluzione popolare del 26 luglio.

Per fortuna noi napolitani siamo stati un popolo che ha saputo resistere alle prepotenze dei ricchi locali e degli invasori stranieri, dai viceré spagnoli ai francesi demagoghi (giacobini e napoleonici) e agli invasori piemontesi, in nome della Patria napolitana e dei suoi alti valori civili derivanti dalle opere illuminate di intellettuali e sovrani borbonici che servirono con affetto il nostro popolo nella valorizzazione e nel rispetto della sua indipendenza nazionale. Ferdinando II° di Borbone non tollerò indubbiamente qualsiasi tentativo di presa di potere e di ingerenza straniera che, di fatto, avrebbero distrutto la vita, l’immagine e la civiltà del popolo napolitano e, soprattutto, dei siciliani, in difesa dei quali si oppose fermamente alla tirannia locale del baronaggio isolano e all’imperialismo britannico, oltre al rifiuto dell’influenza austriaca di cui il nostro De’ Sivo ricordò positivamente la sacra liberazione dei napolitani dalle secolari invasioni straniere a partire dal 1734. Abbiamo avuto leggi che trasformarono la nostra terra da Paese arretrato e dipendente dai stranieri e signorotti locali a Paese libero, moderno e neutrale. Invece la Malaunità d’Italia ci portò via questo privilegio storico e siamo costretti a subire una serie di umiliazioni ingiustificate da parte dell’impunito ma imperdonabile colonialismo padano. La risposta alla domanda del citato titolo è SI’: la Resistenza partigiana “italiana” ha privilegiato la Padania a sfavore di noi napolitani, dei siciliani e dei sardi per evitare i timori dell’oligarchia padana appena uscita dal periodo del fascismo di Mussolini per poter passare alla Repubblica. Alla pari della Francia coloniale, l’Italia disunita non garantì né applicò i principi della Costituzione del 1948 ma deluse sempre di più il popolo napolitano, lasciandolo da solo e, molto peggio, costringendolo a soffrire il vergognoso status di inferiorità giuridica a differenza dei padani che, senza alcuna volontà, sono stati manipolati dalla loro oligarchia di essere considerati come cittadini territorialmente ed etnicamente superiori. Non c’è da meravigliarsi nel vedere un governo che, dietro la scusa della Costituzione, continui a legalizzare incessantemente il colonialismo interno per impedire il riscatto nazionale del popolo napolitano che, per diritto, deve uscire assolutamente dal suo forzato status di inferiorità giuridica. I napolitani devono recuperare la loro storia, i loro diritti, le loro libertà e le loro tutele in nome dei valori identitari civili e moderni senza rinnegare la necessità di riunificazione dell’amata Italia soggetta ai voleri del colonialismo padano. Come la Francia e l’Inghilterra discriminarono gli innocenti algerini e irlandesi, l’oligarchia padana e gli ascari locali stanno facendo la stessa cosa a noi napolitani, ai siciliani e ai sardi pur di non voler condannare il colonialismo interno con PROFONDA DISUMANITA’. La Resistenza partigiana, in quanto caratterizzata dal dominio della leadership politica padana intenzionata a far prevalere i loro interessi al di sopra della penisola italica, non ha valore per la sua inclinazione al colonialismo padano e non certamente perché i napolitani non vogliono più democrazia, anche se l’avevano avuta per via dei famosi “Sedili parlamentari”. Festa della liberazione? Non so se ha senso festeggiarla se continuiamo a essere trattati come una razza barbara senza pietà.

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