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MA I BRIGANTI CHIAMAVANO “MANGIAPOLENTA” I PIEMONTESI

Posted by on Ott 5, 2025

MA I BRIGANTI CHIAMAVANO “MANGIAPOLENTA” I PIEMONTESI

“Sorti se hai coraggio, mangiapolenta !”. Ancora il 29 luglio 1871, quando l’Italia era fatta e la stessa Roma era stata presa, il grido di sfida veniva lanciato da una banda di briganti contro una pattuglia di carabinieri che nelle montagne tra Barrea e Castel di Sangro faceva pattugliamento.

C’era tutto il disprezzo per i “nordici” in quell’appellativo, con il quale ancora per molto tempo si segnerà la differenza ideologica e culturale tra le due Italie. Vittorio Emanuele era passato per questi territori più di dieci anni prima, come abbiamo visto nella pagina accanto, ma l’Italia era ancora profondamente divisa, e forse lo è restata fino ai giorni nostri. C’era orgoglio in quei briganti e proprio in quella banda che ne aveva fatte di ogni tipo, anche a Pettorano, a qualche chilometro dal capoluogo che così festosamente nell’ottobre 1860 aveva accolto Vittorio Emanuele e il suo seguito. Era il brigante Croce Di Tola che, tornato in azione dal 1869 dopo essersi allontanato dall’Abruzzo per nove anni, a fasi alterne, insieme ad altro capobanda, nel settembre 1869 sequestrò ed uccise, in località “Le Coppe”, il guardaboschi Antonio D’Alessio, reo di aver “aver fatto la spia”, come fu scritto su un biglietto lasciato sul cadavere.

E fu il brigadiere Chiaffredo Bergia, dopo lunghe ricerche, ad avvicinarsi alla banda Di Tola. Peraltro, i briganti per primi affrontarono la pattuglia di carabinieri, forse per quel gusto di apparire gradassi, o forse per l’odio profondo che una guerra civile combattuta casa per casa aveva condensato tra i protagonisti ormai inaspriti nel decennio di incertezze  e di crudeltà inaudite. Si chiudeva alla fine di luglio 1871 una fase storica dell’unificazione: Croce Di Tola rendeva confessione nel verbale scritto dal pretore di Scanno, Raffaele Finamore, riportato per intero da Romano Canosa, nel suo “Storia del brigantaggio in Abruzzo dopo l’Unità”, Menabò, Ortona, 2010, pag. 194.

Tutti quegli anni erano stati costellati da episodi cruenti, poi ripercorsi dalla Corte d’Assise dell’Aquila in processi celebrati per molto tempo ancora: a leggerne i resoconti ci si convince che la realtà supera sempre la fantasia; ma il dato più rilevante viene da una violenza ostentata per incutere timore e rispetto, per fare in modo che quei “biglietti di ricatto”, che raggiungevano le persone più miti e meno schierate, servissero a conseguire uno scopo certo, antesignani dei “pizzini” di altre organizzazioni criminali.

Incutere rispetto e paura: forse anche per questo era andata malissimo ad un altro brigadiere, Cervelli, che proprio sulle tracce del Di Tola incontrò una morte “normale” per quei tempi, ma assolutamente orribile per il seguito: i briganti lo sventrarono e gli strapparono il cuore, gli intestini e i genitali. Monito che forse conseguì il fine. Di certo le cronache riprese dai verbali dei processi istruiti tra il 1860 e il 1873 hanno una grossa lacuna: gli episodi di inutile crudeltà allestiti dalle regie truppe sui miseri resti dei briganti. Rimanevano esibiti per settimane intere sul sagrato delle chiese, ripugnanti anche per la decomposizione e i fetori che emanavano, a ricordare a tutti quelli che dovevano passarvi davanti che uno Stato forte veniva a ristabilire l’ordine. Fuoco, Cedrone, Guerra, Cannone, Di Tola: nomi di disperati che non vollero piegarsi e che vissero il loro momento di gloria, cercando di riempire di contenuti ideologici una battaglia senza futuro, dato ormai lo scacchiere che si era definito in tutta Europa con la disfatta di Sedan per Napoleone III nel 1870. Piccole pedine che si muovevano senza strategia: ma con il divertimento di chiamare “mangiapolenta” uno del nord poco prima di aprire la battaglia.

fonte

https://ilvaschione.com/ma-i-briganti-chiamavano-mangiapolenta-i-piemontesi

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