Maggio 1944: la via dei marocchini
In questi giorni, mentre la memoria storica mi riporta inevitabilmente agli eventi che accompagnarono il tragico passaggio del fronte nelle nostre valli nel maggio del 1944, desidero fissare l’attenzione su un documento di particolare interesse storico.
Ho esaminato l’Ordine Generale n. 130, emanato dal Generale Alphonse Juin, comandante del Corpo di Spedizione Francese (C.E.F.). È un testo che, al di là del suo evidente valore militare, permette oggi di rileggere con profonda consapevolezza il ruolo delle truppe coloniali nordafricane nello sfondamento della Linea Gustav e, allo stesso tempo, le ferite strazianti, mai rimarginate, impresse nella carne e nella memoria delle popolazioni del basso Lazio. Questo foglio ingiallito non rappresenta soltanto la fredda testimonianza di una vittoria alleata; è una fonte preziosa per comprendere la complessità storica, politica e, soprattutto, l’immensa tragedia umana di quella drammatica stagione di guerra.
Si tratta di un reperto di eccezionale interesse sotto il profilo militare, politico e memoriale. Già nella sua struttura e nel linguaggio rigido ed enfatico si avvertono gli elementi tipici della retorica militare ufficiale: l’esaltazione del valore combattivo, la costruzione simbolica dell’eroismo e la ferma volontà di trasformare l’azione bellica in una memoria storica condivisa a uso e consumo dei vincitori.
Il documento si riferisce alle operazioni condotte dal 4° R.S.M. (Régiment de Spahis Marocains) tra l’11 maggio e il 2 giugno 1944, nel quadro dell’Operazione Diadem, l’offensiva alleata lanciata per frantumare la Linea Gustav, il formidabile sistema difensivo tedesco posto a sbarramento della strada per Roma.
In quel teatro di fango e roccia, si riconosce il ruolo strategicamente decisivo del C.E.F.: le truppe guidate da Juin riuscirono a penetrare nel settore dei Monti Aurunci, un’area montuosa considerata impraticabile dai comandi tedeschi. Aggirando le linee nemiche, determinarono il collasso dell’intero fronte.
Dal punto di vista storiografico, si osserva come il documento offra una ricostruzione quasi cronachistica delle operazioni, distinguendo nettamente due fasi.
L’asse Castelforte-Esperia (11-18 maggio).
Il reggimento operò sotto il comando del Tenente Colonnello de Lambilly, alla testa della 3ª Divisione di Fanteria Algerina, in uno dei settori più duramente contesi dell’intera offensiva.
La direttrice verso Roma (20 maggio – 2 giugno).
Il reparto passò alla 4ª Divisione Marocchina di Montagna, sotto la guida del Capo Squadrone Dodelier. È in questa precisa sequenza che il testo elenca l’avanzata verso Lenola, la conquista di Vallecorsa, il controllo delle valli del Rio Casale e dell’Amaseno, fino alla presa di Carpineto e Montenalico, tappe fondamentali per spalancare le porte della pianura romana.
La terminologia utilizzata svela senza ambiguità la funzione puramente celebrativa dell’Ordine Generale. Definire il 4° R.S.M. un “magnifico reggimento di cavalleria” non rispondeva soltanto a un debito di gratitudine, ma alla necessità politica di consolidare il mito delle truppe coloniali nordafricane come forza d’élite dell’esercito francese. In questo senso, si scorge dietro le parole un preciso calcolo geopolitico: riaffermare il prestigio internazionale della Francia Libera in una fase cruciale del conflitto.
Non meno significativo è il riferimento all’accordo di principio del Generale Charles de Gaulle, allora presidente del Governo Provvisorio della Repubblica Francese. Questa menzione non fu un semplice formalismo istituzionale. Essa testimoniava la volontà ferrea della Francia gaullista di legittimare il proprio ruolo nello scacchiere alleato, riaffermando la continuità dello Stato francese dopo la vergogna dell’occupazione e del regime di Vichy. Attraverso questi encomi ufficiali, Parigi cercava di ricostruire la propria immagine di grande potenza vincitrice.
Si vede poi come il documento non ometta il tema del sacrificio: l’accenno ai “duri sacrifici in uomini e materiali” e la morte dello stesso de Lambilly rientrano pienamente nella trasfigurazione della perdita umana in elemento fondativo dell’onore.
Ma una lettura storicamente e umanamente consapevole di questo documento impone di strappare il velo della retorica militare per guardare l’altro lato del fronte, quello immerso nel dolore e nell’orrore.
Le medesime località celebrate da Juin, Esperia, Lenola, Vallecorsa e i piccoli centri della Ciociaria, divennero, proprio in quelle stesse ore del maggio 1944, il teatro di un’inaudita e sistematica ondata di violenze perpetrate dai reparti coloniali contro la popolazione civile inerme. Quegli eventi, passati alla storia con il termine doloroso di “marocchinate”, rappresentano l’antitesi brutale di questo testo ufficiale.
Ancora oggi occorre denunciare la spaventosa ipocrisia e il cinismo di un comando che elogiava l’“ardore nell’inseguimento del nemico”, mentre quegli stessi soldati si abbandonavano a stupri di massa, saccheggi e assassinii ai danni di donne, bambini e vecchi già stremati dalla guerra.
Personalmente provo una profonda, straziante pietà per quelle comunità civili che videro il giorno della tanto attesa “liberazione” trasformarsi nel momento del loro più atroce martirio. Per quelle popolazioni, la libertà non ebbe il volto della pace, ma quello del terrore più cupo, inferto proprio da chi indossava la divisa dei liberatori.
È precisamente questa duplicità a rendere il documento un oggetto di straordinario, seppur doloroso, interesse. Se da un lato costituisce una fonte primaria per la ricostruzione tattica del maggio-giugno 1944, dall’altro si rivela come una testimonianza della distanza incolmabile che separa la memoria ufficiale dei vincitori dalla memoria civile delle vittime.
L’Ordine Generale n. 130 rimane così il riflesso indissolubile di una vicenda in cui la gloria della vittoria militare e la strategia politica convivono, nello stesso istante e sugli stessi sentieri, con il trauma collettivo più devastante. Un monito perenne su quanto possa essere selettivo l’inchiostro della storia ufficiale di fronte al grido degli innocenti.




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