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MARTIN LUTERO – Contro la rivolta contadina

Posted by on Dic 20, 2021

MARTIN LUTERO – Contro la rivolta contadina

Neppure è utile ai contadini
protestare che tutte le cose sono state create libere e comuni e che tutti siamo stati battezzati allo stesso modo;
Mosè non vale più né il Nuovo Testamento lo conserva;
v’è solo il nostro maestro Cristo, che ci pone corpo e beni sotto l’imperatore e il diritto secolare, quando dice:
«Date a Cesare quel che è di Cesare».­
Analogamente anche Paolo dice a tutti i cristiani battezzati…


“Ciascuno sia soggetto all’autorità”,
e Pietro: “Siate soggetti ad ogni potestà degli uomini”.
Noi siamo a seguire questo insegnamento di Cristo, come il Padre celeste ordina e dice…
“Questi è il mio diletto Figliolo, ascoltatelo”.
Infatti il battesimo non rende liberi corpo e beni, ma solo l’anima;
né il Vangelo rende comuni i beni, salvo quelli che alcuno di sua volontà voglia rendere tali, come fecero gli apostoli e i discepoli,
i quali non pretendevano che fossero comuni i beni di Pilato e di Erode,
come stoltamente vanno blaterando i nostri insensati contadini, ma solo i loro propri.
I nostri contadini invece vogliono che divengano comuni i beni altrui, pur continuando a tener per sé i propri;
mi sembra che dei bei cristiani davvero.
Io credo che non vi sia più alcun demonio nell’inferno, ma che tutti siano andati nei contadini.
Il loro delirio è veramente al di là e al di sopra di ogni misura. (Martin Lutero)

LUTERO CONTRO LA RIVOLTA CONTADINA

Nel corso del 1521 incominciò una nuova fase della prima rivoluzione borghese; la lotta di classe si inasprì e si differenziò portando a dei conflitti d’interessi anche all’interno di quel “fronte nazionale” che, fino a quel momento era stato tenuto insieme dalla necessità di una lotta unitaria contro Roma. Le forze della borghesia si scindono in modo sempre – più evidente in una destra, legata agli interessi delle autorità politiche regionali, ed in una sinistra radicale che vuole portare le riforme fino alle loro estreme conseguenze. Contemporaneamente si hanno i primi sintomi del sorgere di un movimento contadino e plebeo che, benché senza un programma ben definito, fa prevedere come anche l’uomo semplice, l’uomo che non conta nulla, l’uomo della “comunità umana”, non tarderà a far sentire la sua voce ed a porre le sue rivendicazioni.
Questa complessa situazione sociale si manifestò già durante il forzato soggiorno di Lutero nel castello di Wartburg: a Wittenberg e successivamente anche in altre città si formarono dei gruppi che chiedevano un ‘approfondimento’ della Riforma ed una sua ulteriore evoluzione tenendo conto delle esigenze e delle istanze poste dalla ‘base’. La borghesia più radicale si fece promotrice di un movimento tendente ad applicare gli insegnamenti di Lutero non solo alla vita spirituale e religiosa, ma anche a quella sociale. Molti monaci uscirono dai monasteri e molti sacerdoti decisero di sposarsi: nella sola Wittenberg tredici monaci agostiniani gettarono la loro tonaca alle ortiche. Il teologo Karlstadt predicò durante la messa di Natale del 1521 in abito borghese e impartì la Comunione sotto le due specie, quella del pane e del vino. Il Consiglio comunale, nella sua veste di “rappresentante della comunità umana e di quella dei fedeli” votò un nuovo ordinamento ecclesiastico che teneva conto delle riforme introdotte e le avallava. Questo movimento, partito dal basso, si estese rapidamente grazie alla predicazione dei “Profeti di Zwickau” che erano dei religiosi di estrazione plebea, fanatici propugnatori di un’evoluzione democratica della Riforma. Sotto il loro influsso, le folle prendevano d’assalto le parrocchie tenute da monaci e sacerdoti ligi a Roma ed asportavano dalle chiese le immagini dei santi e tutti gli oggetti del “culto idolatra”.

Queste interpretazioni estremiste degli insegnamenti della Riforma e soprattutto le loro manifestazioni pratiche non potevano rimanere senza eco e non potevano rimanere prive di un ben preciso significato politico e sociale. Nè potevano non essere considerate pericolose per gli interessi della borghesia possidente, per l’ordinamento dello Stato, e per la stessa opera riformatrice di Lutero.
E infatti Lutero si affrettò a lasciare il castello di Wartburg per accorrere a Wittenberg e prendere in mano la situazione. Nelle sue “prediche esortative” egli prese posizione contro ogni evoluzione radicale della Riforma e contro ogni azione rivoluzionaria che potesse portare a dei fondamentali mutamenti nell’ordinamento politico e sociale allora esistente. I suoi legami con la borghesia cittadina e con la Corte elettorale gli impongono di riportare la sua Riforma sui binari dell’ordine. Egli si preoccupa di spiegare subito che “la libertà del cristiano” deve essere intesa in senso spirituale, non già in senso materiale o politico, e che non bisogna spingersi troppo oltre sulla strada delle ‘novità’ perchè “la nostra fede ed il nostro sapere sono ancora troppo deboli e incompleti”. A Karlstadt viene proibito di predicare, mentre i “Profeti di Zwickau” vengono cacciati dalla città; il servizio divino viene ripristinato quasi completamente nelle sue forme tradizionali.
Alla fine di marzo del 1522 Lutero pubblica il suo scritto “Un sincero ammonimento a tutti i Cristiani sul modo di proteggersi dai disordini e dalle sedizioni”, in cui egli afferma che per l’elaborazione di riforme religiose o sociali sono competenti soltanto i più autorevoli specialisti in materia e le autorità riconosciute.
È a questo punto che Martin Lutero mette praticamente a disposizione delle “forze dell’ordine” del suo tempo il grande movimento popolare da lui suscitato. Ogni radicalizzazione del suo pensiero avrebbe danneggiato quella classe sociale di cui egli inconsciamente era il portavoce: la grande borghesia. Con le sue “Prediche esortative” egli blocca qualsiasi approfondimento della Riforma nelle Università dell’Elettorato di Sassonia e contemporaneamente assume delle posizioni classiste ben precise perdendo così quel significato politico che aveva fatto di lui il portabandiera degli strati più umili della popolazione e di quella irrequieta classe di piccoli nobili impoveriti e nemici della grande feudalità che erano scesi a difenderlo in campo aperto contro l’arcivescovo di Treviri.
Nello stesso tempo Lutero abbandona ogni apertura verso «l’unità della Chiesa e del sapere» ponendo dei limiti ben precisi tra la sua opera e la rivoluzione umanistica. La sua lotta contro la Scolastica e contro l’indiscussa autorità di Aristotele, contro la degenerazione e la corruzione della chiesa di Roma gli avevano guadagnato la stima e la simpatia di molti umanisti. Ma quando Lutero ruppe con Roma e soprattutto quando la sua azione fu coronata dal successo e dal plauso delle classi più abbienti, essi furono colti dal sospetto che, in fondo, accanto ad una potenza spirituale soffocata ormai dai compromessi della mondanità, la Chiesa di Roma, fosse sorta soltanto un’altra potenza spirituale viziata, fin sul nascere, da altri compromessi e da altri interessi mondani da difendere con la stessa spregiudicatezza, la Riforma. Si iniziò quindi un periodo di progressivo raffreddamento tra Umanesimo e Riforma e questo processo portò ad una definitiva rottura quando Lutero rispose con un libello intitolato “De servo arbitrio” (“Sulla volontà che è tutt’altro che libera”) allo scritto di Erasmo da Rotterdam “De libero arbitrio” (“Sulla libera volontà dell’uomo”).
Ma la prima rivoluzione borghese stava per raggiungere ormai la sua fase più acuta: la guerra dei contadini. La ribellione e la sedizione contro l’autorità costituita rappresentavano per Lutero una chiara manifestazione dell’opera del demonio; non c’è quindi da meravigliarsi se Lutero, profondamente imbevuto di ideologie borghesi, prese posizione contro le masse popolari che lottavano per il progresso sociale e confutò con odio e acrimonia i loro rappresentanti e ideologi. Il suo odio fu particolarmente feroce nei confronti di un predicatore che aveva a suo tempo fatto parte del circolo di Wittenberg: Thomas Münzer.
Questi si era convertito nel 1519 alle idee di Lutero e le aveva diffuse nell’Elettorato di Brandeburgo eleggendo a sua residenza e a suo centro d’azione la città di Zwickau, centro minerario e dell’industria tessile. Ma ben presto egli si discostò dagli insegnamenti del maestro: nella sua qualità di “figlio della classe lavoratrice”, egli era troppo legato all’uomo della semplice “comunità umana” e ne conosceva troppo bene le speranze e le esigenze. E’ per questo che Zwickau divenne il centro di un insegnamento religioso particolarmente ricco di contenuto sociale e progressista. Un insegnamento che non prevedeva l’ossequio alle autorità costituite ma un coraggioso proseguimento della lotta e il raggiungimento di una “Riforma del Popolo”. Un insegnamento che indusse Lutero a condannare violentemente “lo spirito sedizioso di Zwickau”, e questa condanna fu provocata dallo scritto di Münzer “Discorso per proteggere i cristiani dallo spirito materialista dei teologi di Wittenberg legati ai principi e alle autorità temporali”.

La terza fase della prima rivoluzione borghese in Germania, la Guerra dei Contadini, traeva le sue basi ideologiche dalle Tesi di Lutero del 1517 che avevano messo in crisi l’intero sistema dei rapporti feudali divenuti ormai anacronistici. Questa naturalmente era l’interpretazione della borghesia più radicale e degli strati popolari ed è naturale che gli obiettivi di una rivoluzione vengano identificati con quelli della parte più avanzata dei gruppi sociali che ad essa partecipano. Tuttavia la situazione non era tale da permettere ancora l’abbattimento completo delle strutture sociali ormai invecchiate.
La guerra dei Contadini va quindi vista, da un punto di vista storicistico, soltanto come un eroico tentativo fatto dall’uomo della comunità umana di entrare grazie alla forza delle armi, nel novero dei protagonisti e di assumere la direzione di una riforma veramente popolare. Tentativo che, in base alle obiettive condizioni storiche esistenti, era destinato all’insuccesso.
Il comportamento di Lutero in questa nuova fase della lotta di classe era perfettamente prevedibile sia per la sua mentalità classista che per i suoi legami con le classi dirigenti.
Quando la lotta delle masse contadine rivoluzionarie e dei loro alleati per la radicale trasformazione dei rapporti sociali, giuridici e politici era ormai entrata in una fase acuta, Lutero cercò di bloccarla con la sua “Esortazione alla pace”. Non essendo riuscito ad ottenere quanto si era proposto, il riformatore enunciò allora i suoi “Dodici articoli”, in cui, se da una parte accoglie le più elementari richieste della classe contadina, dall’altra condanna decisamente come “opera del demonio e ribellione al legittimo potere” ogni rivendicazione sull’abolizione della servitù della gleba e del pagamento delle decime. Contemporaneamente egli entra abilmente in polemica anche con le classi abbienti e con i signori feudali accusandoli di “condurre una vita priva di Dio ed egoistica”, tale da costituire un cattivo esempio per il popolo e da indurlo ad atti di irresponsabile ribellione: “È assolutamente intollerabile che tanti signori dilapidino enormi fortune per vestirsi, per mangiare in modo raffinato, per ubriacarsi oltre ogni limite… dimenticando che anche i poveri hanno le loro esigenze e hanno diritto di avere quanto è loro necessario per vivere”.
La sua “Esortazione alla pace” non ebbe alcun successo. Un suo viaggio nella Turingia, dove potè constatare l’influenza raggiunta dal “Predicatore di morte” Tommaso Münzer, lo riempì talmente di odio e di rabbia da fargli dimenticare il più elementare senso della misura. Il risultato di questo cieco odio fu uno scritto, “Contro le bande di contadini ladri e assassini” in cui esorta i principi a sterminare senza pietà i rivoltosi che avevano osato levarsi contro l’ordine sociale voluto da Dio stesso.
Lutero, in definitiva, di fronte all’acuirsi delle lotte di classe, era rimasto saldamente ancorato su quelle posizioni che, fin dal 1521 coincidevano apertamente con quelle della borghesia possidente. Con il suo rifiuto di appoggiare ogni lotta rivoluzionaria concreta e ogni cambiamento sociale troppo spinto, questo figlio di borghesi al servizio della Corte elettorale di Sassonia interpretava perfettamente gli interessi d’ordine di, quella classe di borghesi che non costituiva ancora una vera e propria ‘borghesia’ e che quindi non era ancora in grado di conquistare il potere politico nè aveva ancora la necessità di farlo.
Martin Lutero cercò successivamente di placare e di attenuare il suo odio contro i contadini. Nelle sue “Postille ad un duro libello contro i contadini” egli ammonisce i vincitori “a non comportarsi come dei tiranni sanguinari che continuano a spargere sangue anche dopo la battaglia” e a sospendere il macello dei rivoltosi concedendo il perdono ai superstiti. Ma egli predicava a dei sordi, perchè i vincitori si vendicarono terribilmente compiendo spaventose rappresaglie contro i contadini.

 * * * * *

I contadini prepararono la rivolta, rapinarono e saccheggiarono con empietà conventi e castelli che non erano loro, perciò meritarono doppiamente la morte del corpo e dell’anima come pubblici briganti e assassini da strada. Qualunque uomo che possa essere accusata di sedizione è già al bando di Dio e degli uomini, così che chi per primo voglia e possa ucciderlo agisce chiaramente in modo giusto. Contro chiunque sia manifestamente sedizioso qualunque uomo è insieme giudice e carnefice, così come, quando divampa un incendio, migliore è colui che riesce a spegnerlo.
La sedizione infatti non è solo un orrendo delitto, ma come un gran fuoco incendia e devasta un paese; essa porta pertanto con sé in un paese strage e spargimento di sangue, rende molti vedove e orfani, distrugge tutto come la più tremenda delle disgrazie. Per la qual cosa chiunque lo possa deve colpire, strozzare, accoppare in pubblico o in segreto, convinto che non esiste nulla di più velenoso, nocivo e diabolico di un sedizioso, appunto come si deve accoppare un cane arrabbiato, perché, se non lo ammazzi tu, esso ammazzerà te e tutta la contrada con te. (Martin Lutero).

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