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Melchiorre Delfico-L’ambiente napoletano

Posted by on Mag 23, 2022

Melchiorre Delfico-L’ambiente napoletano

Capitolo I° di “Melchiorre Delfico. Riforme politiche e riflessione teorica di un moderato meridionale“, Pisa, Edizioni ETS, 1996

di Gabriele Carletti

Il ritorno a Teramo nel 1768 segna per Melchiorre Delfico la fine di una lunga permanenza a Napoli, dove si era recato tredici anni prima, assieme ai fratelli maggiori Giamberardino e Gianfilippo, per completare gli studi. Durante il soggiorno partenopeo, interrotto perché malato di emottisi, il giovane intellettuale abruzzese (1) aveva seguito le lezioni di Antonio Genovesi e frequentato il gruppo che si era riunito attorno alla cattedra dell’abate (2), che dal 1754 al 1769 costituì il fulcro del movimento riformatore meridionale. Sarà questa «scuola» (3), composta da Longano, Galanti, Palmieri, Grimaldi, Filangieri, Pagano ed altri, ad imprimere una «benefica scossa» (4) alla cultura napoletana e avviare negli anni successivi un serrato e articolato dibattito sui problemi più urgenti del Regno, suggerendo le linee di un possibile rinnovamento della società civile attraverso proposte politiche che non di rado contrasteranno con l’angusta politica del governo borbonico, riluttante se non addirittura ostile a porre mano ad un vasto programma di riforme sociali (5).   

Dalla rilettura del genovesiano Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze (6), in cui più che altrove viene rivendicato il carattere pragmatico della cultura (7) e manifestata l’esigenza di «addentrarsi nei problemi concreti della economia, della società civile, della tecnica» (8),  la nuova generazione di intellettuali sembra maturare la convinzione della necessità di un impegno politico più diretto. Emergono, da questo che possiamo considerare il manifesto dell’illuminismo napoletano (9), non soltanto l’affermazione di un uso pratico del sapere, la fiduciosa considerazione della cultura come possibile e più efficace rimedio all’arretratezza sociale, la concezione di un tipo nuovo di intellettuale che si faccia promotore presso il potere politico del bene pubblico e del progresso civile, ma anche le prime indicazioni per l’immediata realizzazione di un nuovo impegno riformatore (10). Un riscatto politico, quello auspicato da Genovesi, che nasce dalla coscienza delle condizioni in cui versa la popolazione del Regno e dalla consapevolezza, soprattutto all’indomani della terribile carestia del 1764 (11), che l’origine dei mali sociali sia interamente da ricercare nella cattiva «costituzione politica» e nella debolezza e inefficienza dello Stato (12). Ma nessun programma di rinascita culturale ed economica del Paese sarebbe stato possibile senza una piena autonomia e indipendenza dello Stato napoletano dalla curia romana. Per questo egli riprende e accentua, nell’ultimo periodo della sua vita, la polemica anticuriale e giurisdizionalistica sferrando, con argomentazioni che erano state di Giannone (13), duri attacchi contro la Chiesa di Roma, la sua ingerenza nella sfera politico-civile, le sue pretese giurisdizionali, la sua progressiva politicizzazione che l’avevano allontanata dalla sua originaria purezza religiosa (14).

Alla lezione genovesiana non si sottrae Delfico. Del Maestro, che non esita a definire «padre e creatore dei suoi ingegni» (15), egli ha la massima stima:

Non sono certamente le idee astratte e le sublimi nozioni – scrive nell’Elogio del suo amico Grimaldi – che possono far meritare il titolo rispettabile di filosofo. Se la virtù non è posta in azione, se le grandi idee non diventano di qualche uso, se la fiaccola s’asconde sotto il moggio, non solo si è in colpa, ma si è rei di lesa umanità, colpa che meriterebbe maggior castigo che il disprezzo e l’oblio (16). 

Anche per lo scrittore teramano dunque la cultura deve avere nell’utilità la sua prerogativa e l’intellettuale deve abbandonare lo stato di isolata speculazione per far sì che la sua attività sia, come diceva Genovesi, «più pratica che teoria» (17), che il suo sapere, cioè, non rimanga sterile conoscenza o appannaggio di pochi eletti, ma tenda al perseguimento di finalità pratiche i cui benèfici effetti si estendano all’intera collettività. Per i sostenitori di questa concezione filosofica la ragione è essenzialmente uno strumento critico e operativo, di battaglia polemica e di azione politica e come tale non deve ostinarsi ad indagare l’essenza delle cose e tutto ciò che non può realmente conoscere. Al contrario, essa deve limitare la propria indagine alla sfera concreta, alla individuazione dei problemi reali degli uomini e alla loro effettiva soluzione (18). La conoscenza diventa così innanzitutto conoscenza di cose utili e necessarie al benessere e alla felicità del genere umano.

A questa nuova concezione della cultura e dell’intellettuale si ispirano gli scritti di Delfico relativi al periodo. I testi, sia che affrontino temi più di natura politico-filosofica che argomenti strettamente legati a problemi di ordine pratico, presentano tutti connotazioni politiche, essendo dettati da precise battaglie riformatrici.     

Un atteggiamento anticuriale e giurisdizionalistico, di ascendenza giannoniana e di eredità genovesiana, il nostro autore manifesta nei due lavori, con i quali inaugura nel 1768 la sua attività di scrittore (19), in difesa dei diritti del Regno di Napoli sui territori di Benevento, dal 1077 sotto il dominio pontificio, e di Ascoli Piceno, anch’esso dal 1266 annesso allo Stato ecclesiastico (20). Allorché «la Curia romana fece forse l’ultimo sforzo del suo Curialismo» (21), Delfico si inserì nella polemica anticuriale, che proprio nel corso degli anni Sessanta aveva riacquistato vigore. Nelle due Memorie denuncia le tendenze temporali dell’autorità ecclesiastica, dimostrando «false o insussistenti» le pretese giurisdizionali del pontefice  su quei possedimenti, ottenuti non già per legittimi diritti di sovranità, ma con l’usurpazione, titolo «vergognoso» perché «prodotto per dolo o per frode» (22).

Pur rappresentando un polo di forte aggregazione delle forze sociali del Regno e la piattaforma iniziale dell’alleanza tra intellettuali e potere politico, la lotta anticuriale, di cui la cacciata dei gesuiti da Napoli e dalla Sicilia nel 1767 può essere considerato «il momento più alto» (23), non si tradurrà in un profondo rinnovamento della società civile e in una completa autonomia e laicità dello Stato. Allo smantellamento dei numerosi collegi della Compagnia e alla requisizione di tutti i loro beni non seguirà di fatto nessuna organica riforma. Del tutto inadeguata risulterà la riorganizzazione dell’istruzione pubblica (24), per la quale anche Genovesi elaborerà un progetto (25), che non verrà però tenuto in considerazione, così come altrettanto fallimentare si rivelerà il tentativo di procedere, mediante la censuazione delle terre espropriate (26), alla formazione di una piccola proprietà contadina. A differenza di quelli toscani e lombardi, gli intellettuali napoletani non riusciranno ad avere un’«incidenza effettiva e piena» (27) sull’attività di governo, a causa della mancanza di un rapporto stretto e costante con il potere politico, dal quale rimarranno invece distinti e lontani. Ne scaturirà, in definitiva, un «riformismo debole» (28), di singole iniziative, che non sarà in grado di far decollare un programma di riforme di grande respiro.

Sebbene notevole sia stata l’influenza di Genovesi sul movimento illuminista meridionale, non tutte le molteplici espressioni della cultura riformistica degli anni Settanta e Ottanta possono essere ricondotte alla sola riflessione del pensatore salernitano (29). La lezione genovesiana continuerà a vivere nella seconda generazione dei riformatori napoletani soprattutto attraverso l’interesse per i problemi concreti e specifici della società civile, le numerose «indagini sistematiche sulla realtà fisica, demografica, economica, sociale del Regno» (30). Anche per i rappresentanti della corrente «più provinciale», «più tecnica e descrittiva» (31) della scuola di Genovesi, l’insegnamento del Maestro non sempre costituirà l’unica matrice culturale.

Lo stesso Delfico, sebbene riconosca il suo debito nei confronti dell’autore del Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, non trova in lui il pensatore che la «propria ragione gli faceva desiderare» (32), bensì il «pubblicista» che ricerca e analizza i mali economici e sociali della sua terra. «La fortuna però – scriverà più tardi – avendomi fatto pervenir nelle mani le immortali opere di Loke [sic] e di Condillac, parve che il mio spirito prendesse una nuova modificazione, e quindi una inclinazione pel vero, ed un gusto particolare per i morali sentimenti» (33). L’incontro con i due filosofi risale alla metà degli anni Sessanta, prima che l’«amor di patria» portasse il nostro autore ad occuparsi di questioni giurisdizionalistiche. A Locke egli giunge attraverso Genovesi, che a Napoli è uno dei maggiori estimatori e seguaci del filosofo inglese. Già nei primi decenni del ‘700 Locke non era affatto ignorato, dal momento che la sua dottrina, scriveva Paolo Mattia Doria nel 1732, era insegnata «in Roma, in Napoli e nelle altri parti d’Italia» e annoverava un «buon numero di seguaci» (34). E’ merito tuttavia di Genovesi averne ripreso la filosofia e superato l’opposizione al lockismo che si era diffusa nel Regno e negli altri Stati italiani durante la prima metà del XVIII secolo, in seguito alla condanna di Clemente XI [19 giugno 1734] dell’Essay Concerning Human Understanding (di cui circolava a Napoli una traduzione in francese del 1723(35)) e alle critiche mosse da alcuni autori tra cui lo stesso Doria, Muratori e Gerdil (36). Alla lettura di Condillac, invece, è indotto, molto probabilmente, dalla diffusione che la dottrina del sensista francese trova in Italia (dove avrà presto assai più seguaci che oppositori (37)) durante la sua permanenza a Parma dal 1758 al 1767, quando già egli era noto per aver pubblicato l’Essai sur l’origine des connaissances humaines [1746], il Traité des systèmes [1749] e, soprattutto, il Traité des sensations [1754]. Tale fortuna è alimentata anche dai numerosi legami che Condillac stringe con intellettuali italiani e dai diversi viaggi che egli compie nella Penisola, uno dei quali a Napoli nel giugno del 1766 (38).

Più graduale e meno appassionata è la «scoperta» di Vico, nonostante questi continuasse a suscitare interesse a Napoli nella seconda metà del XVIII secolo. Condizionato forse (ancora una volta) da Genovesi, al quale la dottrina vichiana rimase piuttosto estranea, Delfico si rivolgerà a Vico soltanto agli inizi degli anni Novanta, dopo che Filangieri nella Scienza della legislazione e più ancora Pagano nei Saggi politici (39) si saranno richiamati a lui. Al filosofo napoletano egli renderà omaggio soprattutto nelle Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana del 1791, in cui, peraltro, la fiducia nel razionalismo legislativo e nella perfettibilità umana lo allontaneranno dalla visione vichiana della storia. Del celebre autore della Scienza nuova, definito ora «dottissimo», ora «sagacissimo», ora «sommo» e «profondo filosofo», che aveva «annoverato la monarchia nella democrazia», «conoscitore dei sociali rapporti» (40), lo scrittore teramano apprezzerà le ricerche erudite sul diritto romano e sulla sua storia, di cui si servirà per dimostrare «qual torbida anzi fangosa origine» (41) vantasse la giurisprudenza del suo tempo. Ammirazione manifesterà anche per le sue «filologiche cognizioni» e per la sua «filosofia indagatrice delle origini sociali», in particolare per il «principio naturale politico» secondo cui «nel comune corso delle nazioni le società primitive cominciarono sempre dall’aristocrazia», spesso causa, assieme alla feudalità, di «governi barbari» (42). Ma da Vico dissentirà per quanto riguarda il ruolo della Provvidenza nella storia, ritenendo il corso delle nazioni e il succedersi delle diverse forme sociali più «effetto progressivo» che non della Provvidenza (43). Eppure, quando nel 1810 gli sembrerà che Napoli «incominci a risorgere» egli auspicherà che assieme a Genovesi risorga anche Vico, entrambi, confiderà ad un amico, «nomi sempre sacri» (44)all’animo suo.

Già nel Saggio filosofico sul matrimonio, apparso a Teramo nel 1774, alcuni anni dopo il suo ritorno in provincia, s’intravede l’orientamento filosofico dello scrittore abruzzese basato su una visione tutta empiristica e sensistica dei rapporti umani, che indurrà la Congregazione del Sant’Uffizio a porre l’opuscolo nell’Index librorum prohibitorum il 19 gennaio 1776 (45). L’opera è una vera e propria esaltazione sia dello stato coniugale che dell’amore, inteso come «desiderio», come «piacere» fisico ma soprattutto morale. In polemica con Rousseau, Delfico considera il vincolo matrimoniale una fonte continua «di sensazioni e di sentimenti aggradevoli» (46)  e sostiene, richiamandosi a  Hume (47), che esso debba essere il più possibile completo e duraturo. La critica del celibato e più ancora del libertinaggio è l’occasione per un’attenta disamina della condizione della donna. Nel Saggio filosofico il Teramano si fa sostenitore della sua emancipazione e di una sua rivalutazione nella famiglia e nella società, fino a rivendicare una legislazione sulla parità dei diritti e dei doveri fra i sessi, tesi che egli ribadirà anche in età matura (48). Totale è la fiducia nella capacità delle leggi di distruggere vecchie idee e antichi pregiudizi che per secoli avevano reso infelice la vita matrimoniale, soprattutto alle donne, come il «sublime» Thomas (49) aveva dimostrato. Se è vero infatti, come egli crede, che la nostra condizione è determinata più che dalla natura, dalla storia, la filosofia e le leggi possono realmente, se finalizzate al benessere degli uomini, «formare il codice della felicità»; una felicità non assoluta («della quale la natura umana non è capace»), ma relativa, «che dipende moltissimo dalle circostanze, nelle quali si trovano le persone, e dalle loro combinazioni» (50). Occorre pertanto che le leggi vengano «coniate coll’impronto [sic]  dell’eguaglianza» (51), poiché ogni qualvolta esse favoriscono il forte e danneggiano il debole si procede nella direzione contraria ai principî dell’umanità. La richiesta di buone e giuste leggi rivela una componente razionalistica riconducibile alla identificazione illuministica di natura e ragione, contemperata da un relativismo giuridico, di matrice montesquiana (52). Nel Saggio filosofico esso si configura come rifiuto di adottare vecchi sistemi di legislazione poiché, essendo le nostre costituzioni politiche assolutamente diverse da quelle degli antichi, «non sono applicabili allo stato presente» se non a condizione di «grandi inconvenienti sociali» (53). 

Del 1775 sono gli Indizi di morale, interrotti per ordine dell’assessore Pietro Paolillo che ne dispone il sequestro mentre sono ancora in corso di stampa (54), i quali «svelano assai più a fondo e gl’ideali politici del Delfico e la sua cultura» (55). Sul piano filosofico infatti essi segnano una piena adesione all’empirismo e al sensismo di Locke e Condillac: «In questo Secolo – scrive – che la dipendenza delle nostre cognizioni dai sensi è passata in assioma, non si può contrastare questa verità, senza ritornare al fantastico Regno delle idee innate» (56). Il Teramano riconosce alla morale il fondamento empirico proprio delle scienze fisiche e riconduce l’origine dei sentimenti morali alle sensazioni, di cui il piacere e il dolore costituiscono la fonte primaria, sebbene gli stati di dolore siano nella vita più frequenti e immediati e restino più facilmente impressi degli stati di piacere, assai più rari e complessi. «E’ dal male necessario che viene il bene conseguente» (57), afferma rievocando il concetto lockiano secondo cui è il dolore e non il piacere la grande molla dell’agire umano (58). E’ il disagio cioè per la privazione di una cosa, che stimola il desiderio del bene da acquisire e spinge a ricercare i mezzi per poterlo conseguire, anche se «bisogna avere sentito e conosciuto il dolore per far del bene, bisogna avere conosciuti e sentiti i piaceri per saperlo fare» (59).

Dalle idee filosofiche di Locke e Condillac Delfico non si discosterà più, restando sino alla fine legato alla dottrina sensistica. Confesserà ad un amico nel 1826: «Dopoché il mio spirito soffrì la modificazione dal Trattato delle sensazioni, non l’ho turbato più perché mi vi sono trovato comodo, non trascurando però le successive osservazioni le quali hanno potuto migliorarlo» (60). Testimonianza di questa sua militanza moderata, problematica, è un gruppo di pagine sparse, ancora inedite (61), databili tra il 1818 e il 1819, destinate forse a far parte di un’opera filosofica mai terminata (62). In esse egli si mostra assertore della validità del pensiero empirico-sensistico:

Lo Scolasticismo – si legge all’inizio di quella che sarebbe stata la Prefazione al volume – sparse l’oscurità su tutte le Scienze e questa caligine non è ancora dileguata. Dobbiamo a Bacone, l’aver indicate le prime tracce della nuova strada: a Locke di averla costruita ed estesa in tutto il mondo della conoscenza: a Hume, a Bonnet (63), a Condillac, di averla perfezionata ed abbellita. Essi hanno condotti gli spiriti per la strada della Realtà; per quella semplice via che ci ha disegnata la Natura, per andare al Vero ed alla Felicità (64).

Ma subito dopo egli afferma:

Senza pretendere alla gloria d’inventore io mi sono studiato di profittare dei lumi e delle osservazioni dei migliori Filosofi del secolo e combinandoli per i lati di vera affinità, ho cercato di farne un corpo omogeneo e regolare. Non ho trasgredito però la prima regola della ragione, di esaminare le idee altrui prima di accettarle, e profittarne per ragione e non per autorità; per cui in più occasioni mi sono allontanato dall’opinione dei miei Maestri (65).

Nello scritto, oltre a quelle di Locke e Condillac, Delfico prende in esame le teorie di Gall (66) e di Spurzheim(67), di Cuvier (68) e di Bonstetten (69), di Broussais (70) e di Hahnemann (71) («il gran fondatore del medico sapere» (72)), nonché quelle degli ideologi Cabanis (73) (altrove definito «il maggior filosofo forse che abbia avuto la facoltà medica da Ippocrate ai nostri tempi» (74), la cui filosofia risulta «più esatta di quella di Condillac» (75)) e Destutt de Tracy, con cui terrà rapporto epistolare (77). Mostra altresì interesse per le concezioni di Laromiguière (77), Degérando (78) e Maine de Biran (79), i quali pur legati all’ambiente o all’indirizzo idéologique se ne distaccarono dopo aver criticato, dei maggiori e più noti interpreti del sensismo, la riduzione di tutte le idee alla solafacoltà di sentire e la negazione dell’esistenza di un’attività autonoma dall’organisation physique. Non mancano riferimenti a Kant (non certo esente da «inesattezze ed errori») e a Leibniz al quale il filosofo di Königsberg deve «l’aver veduto nelle idee altro che la rappresentanza degli oggetti esterni» differenziandosi così inequivocabilmente dalla concezione «che fa del senso il principio generatore delle facoltà intellettuali» (80.

Nonostante le non poche affinità, Delfico non tace il suo dissenso di fronte alle posizioni di alcuni idéologues. Senza rettificare le proprie convinzioni, egli si guarda bene dal seguire la teoria sensistica fin nelle estreme implicazioni, trovandosi così talora più vicino all’eclettico e «sommo filosofo» (81) Laromiguière, l’ideologo che «ha trattato meglio le differenti origini delle idee» (82)e la cui dottrina è «chiarissima e … molto esatta» (83, che al fisiologo Cabanis, uno dei pochi ad aver posseduto «lo spirito d’investigazione e di analisi e profondità di vedute», anche se l’idea che il pensiero sia esclusivamente «un prodotto materiale del cervello» lo induce a credere che perfino «il genio talvolta devia» (84).

Nello scritto il Teramano si esprime a favore di una concezione dualistica del processo conoscitivo, in virtù della quale i sensi non sarebbero più, come aveva fino allora sostenuto (85), i «soli conduttori» delle nostre idee e sensazioni, ma concorrerebbero alla loro determinazione soltanto in parte, essendo alcune di esse «prodotte dalla natura della nostra intelligenza» (86). Il testo, pertanto, smentisce l’idea di un Delfico irriducibile paladino del materialismo tout court e di una sua acritica ricezione, sgombrando il campo da certe valutazioni troppo affrettate e preconcette (87) che l’hanno «collocato e sacrificato entro prospettive inadeguate» (88).

L’elaborazione di un sistema ideologico «perfetto» appare a Delfico ancora assai lontana e i tentativi finora operati non hanno portato che a due contrapposti orientamenti, entrambi estremistici ed ugualmente fallaci: «La scienza dell’intelligenza ha condotto degli uomini di un raro talento [«Locke, Condillac, Cabanis e Tracy»] al Materialismo, ed altri [«Fichte e Schelling» (89)] ad una dottrina più nobile, ma pur falsa, l’Idealismo assoluto» (90). La nuova filosofia non potrà che poggiare sull’esperienza e sull’osservazione: essa dovrà scacciare «l’oscuro fantasma delle idee innate»  e  fondarsi  sulla teoria delle sensazioni e su quella «scienza della realtà» che è la biologia (non ancora perfezionata, «ma dove ci manca val meglio rimanersi nello stato d’ignoranza», piuttosto che intraprendere «la strada degli errori» (91)), così da evitare l’errore dei metafisici che, per averle trascurate, caddero in «incomprensibili astrazioni» e «si allontanarono sovente dalla strada del vero» (92).

Ma torniamo agli Indizi di morale in cui Delfico, abbiamo visto, accoglie il principio empirico della sensibilità fisica, che pone alla base delle idee morali. Dalla sensibilità fisica si passa a quella intellettuale e da essere sensibile l’uomo diventa essere pensante quando, generalizzando le idee, riesce a formare delle nozioni le quali, divenute parte intrinseca della sua natura, sviluppano un sistema di conoscenze sempre corrispondente all’attualità dei suoi bisogni, che variano con il variare delle epoche storiche e della vita politica e sociale. Dal momento dunque che è nella società che gli uomini acquisiscono le prime nozioni di moralità e le loro azioni diventano utili o dannose, ne consegue che la sfera delle loro idee e con essa quella delle loro attività si dilatano soprattutto in quelle forme politiche in cui maggiormente cresce la possibilità di comprensione della qualità degli oggetti e gli individui sono messi nelle condizioni che meglio permettono la individuazione dell’«amor proprio». «E’ nel passaggio dall’Aristocrazia allo stato popolare», scrive Delfico, che «le nazioni godono del colmo della virtù» e «nasce quella gara di Eroismo che è difficile a trovarsi nelle Monarchie» e che si verifica ogni qualvolta «l’interesse di tutti i particolari va a riunirsi col pubblico» (93) e i cittadini partecipano maggiormente alla sovranità e al potere.

L’affermazione non si concreta in una scelta della democrazia come forma di governo (tanto meno di una democrazia di stampo roussoiano), né in una rivendicazione di ordinamenti politici alternativi a quelli in cui si incarna la monarchia borbonica. L’allusione alla repubblica resta nel nostro autore vaga, sottintesa e comunque priva di un reale contenuto politico-istituzionale (94), mentre egli non nasconde la propria simpatia per il despotisme éclairé (95). In polemica con alcuni «cattivi politici», sosterrà che «la legge universale del bene pubblico è adattabile ed eseguibile sotto qualunque specie di governo», ma che «la regolare monarchia non toglie nulla alla migliore forma di governo possibile; che anzi è forse la sola che possa lungamente sostenerlo» (96). Il problema fondamentale che si pone dunque non è tanto quello della forma istituzionale, quanto quello di  garantire la regolarità della monarchia, il suo corretto e completo funzionamento e di assicurare  le migliori leggi ed un maggiore progresso sociale.

La risposta delficina al primo interrogativo, come vedremo, è una perentoria asserzione del principio di unità del potere supremo. Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, egli non riesce ad ipotizzare nessun’altra soluzione se non quella legata alla figura del principe illuminato, sensibile allo spirito filosofico dell’epoca, che utilizza il proprio potere assoluto per combattere abusi ed angherie e provvedere alla prosperità dello Stato e al benessere dei cittadini (97). Mentre in Francia, già verso la metà degli anni Settanta, appare a molti evidente la incapacità dell’assolutismo monarchico di promuovere un ampio rinnovamento (98), in Italia, la convinzione che il potere assoluto fosse disponibile a recepire le istanze degli illuministi e a tradurle in coerenti iniziative riformatrici permarrà fino alle soglie dell’ultimo decennio del secolo XVIII. In realtà, l’adesione degli intellettuali al dispotismo illuminato non sempre si rivelerà entusiastica e incondizionata, finché verso la fine degli anni Ottanta molti di essi mostreranno crescenti perplessità nei confronti del riformismo monarchico e inizieranno ad interrogarsi sull’opportunità di mantenere il loro appoggio all’azione dei governi, che, del resto, si faceva sempre più blanda, se non impotente addirittura.

A favore di una concezione nuova della politica, tutta proiettata verso finalità pratiche ed esperienze operative di trasformazione della realtà sociale, si schierano quanti, compreso Delfico, fissano, come criterio politico prioritario e più qualificante l’attività e la natura stessa del governo, la ricerca della «pubblica felicità». Per il Nostro, il perseguimento dell’interesse pubblico altro non è che l’instaurazione di un nuovo ordine sociale, in cui i cittadini con i loro diritti e i loro interessi siano posti tutti sullo stesso piano. «La Giustizia – osserva in un passo in cui si sente Locke – è la conservazione de’ diritti e della proprietà nel senso il più esteso. […] L’uomo in società acquista nuovi dritti, e quelli che prima aveva sono nell’unione convalidati» (99). Più la società si sviluppa, più si moltiplicano i bisogni che danno origine a nuovi vincoli sociali, da cui scaturiscono ulteriori diritti che le leggi positive devono riconoscere e tutelare. Tutte le sue speranze sono riposte «nel cuore de’ Principi e nello spirito de’ Filosofi» (100).  Compito del monarca è quello di adoperarsi in tutti i modi per assicurare «la diminuzione de’ mali e la moltiplicazione dei beni» (101) della collettività, mentre spetta al philosophe accelerare questa presa di coscienza da parte dello Stato e dell’opinione pubblica così da  abbreviare il tempo che separa da una necessaria riforma della legislazione.

L’idea di un radicale cambiamento del sistema legislativo (cui compete rendere gli uomini «virtuosi e felici») ha origine dalla distinzione che il giovane intellettuale teramano opera tra bontà assoluta e bontà relativa delle leggi, di derivazione montesquiana (102). L’autore dell’Esprit des lois aveva infatti distinto  le leggi di natura, derivanti «uniquement de la constitution de notre être» (103), dalle leggi politiche e civili che regolano la vita delle società e che nascono invece dalle diverse realtà storiche e ambientali, per cui «elles doivent être tellement propres au peuple pour lequel elles sont faites, que c’est un très grand hazard si celles d’une nation peuvent convenir à une autre» (104). Questa distinzione, che sarà ripresa anche da Filangieri (105), viene accolta da Delfico che riconosce due specie di giustizia, l’una «assoluta e naturale», che «sorge immediatamente dai rapporti che nascono ammessa l’esistenza della specie», l’altra «positiva», alla cui determinazione concorrono «le qualità e le diverse forme, il costume vario delle nazioni e certe circostanze particolari» (106). Ne discende che non soltanto una legislazione adatta  ad una nazione può non essere conveniente ad un’altra, ma addirittura un codice, inizialmente ritenuto buono e giusto per un popolo, può con il passare del tempo e con il variare delle circostanze rivelarsi inutile e dannoso. E’ su questa premessa storicistica che il Teramano fonda la convinzione che «le leggi e l’applicazione della Giustizia alle azioni umane dovrebbero di tempo in tempo esser cambiate, riformate e corrette» (107). Il nuovo ordine giuridico si configura non come semplice modifica, ma come abrogazione della vecchia e anacronistica codificazione in vigore, sorretta per secoli dal pregiudizio e dall’ignoranza, in cambio di un sistema normativo più rispondente all’evoluzione della società civile e allo sviluppo dei rapporti umani. 

La riforma della legislazione prende  le mosse dall’esigenza politica di ricercare la maggiore felicità possibile dei cittadini. Sottovalutare gli obiettivi pratici, le destinazioni concrete degli Indizi di morale significherebbe ignorare la valenza stessa non soltanto dell’opera ma dell’intera produzione delficina del periodo considerato. Vi è, da parte del nostro autore, una svalutazione della politica in quanto problema teorico, a favore di un impegno politico più immediatamente finalizzato alla soluzione di questioni politiche contingenti. Egli pertanto non si pone il problema tradizionale dell’origine dello Stato (fatica «se non impossibile … almeno inutile» (108)), a lungo dibattuto dai giusnaturalisti moderni, né il suo interesse è rivolto a dare una spiegazione, alla maniera di Montesquieu, della varietà delle società umane e dei loro rispettivi governi. A lui basta che gli uomini siano «in società adunati» perché il problema fondamentale diventi la individuazione e il perseguimento del bene pubblico, realizzato attraverso un’avveduta e coraggiosa politica di riforme. Un processo di trasformazione che miri innanzitutto all’uguaglianza o, com’egli la definisce, all’«Eguaglianza Sociale» (nel senso che è nella società che essa viene stabilita), la quale non ha niente a che vedere con quell’uguaglianza che «nasce da certi sentimenti malinconici e solitarj», né con l’altra, contraria all’ordine sociale, che «è ispirata da una frenetica immaginazione» (109). Alla «fatale» comunione dei beni, fomite di disordini e di eterne contese, lo scrittore abruzzese contrapporrà sempre il principio della proprietà libera e divisa. Ciò che egli rivendica è «quell’Eguaglianza che ci fa godere la libertà Politica, che ci rende sicuri e tranquilli, che accresce la nostra esistenza, e che ci rende dipendenti dalle sole leggi, prima e principal base dell’Eguaglianza» (110). Si tratta, in altri termini, di quella che Constant chiama la «libertà dei moderni» (111). Questa, com’è noto, diversamente da quella degli antichi, che assoggettavano l’individuo all’autorità della collettività, si fonda sulla difesa dell’indipendenza privata e degli interessi particolari e sull’esercizio di una serie di diritti civili tra cui l’uguaglianza di fronte alla legge, la possibilità di manifestare la propria opinione, di circolare senza alcuna restrizione, di esercitare l’attività più propizia, di disporre liberamente dei propri beni (112). Diverso è anche il modo di partecipare alla vita politica. Mentre gli antichi esercitavano «collectivement, mais directement, plusieurs parties de la souveraineté toute entière», i moderni, invece, si limiterebbero ad «influer sur l’administration du Gouvernement» attraverso «des représentations, des pétitions, des demandes, que l’autorité est plus ou moins obligée de prendre en considération» (113).

Il problema dell’uguaglianza, di cui le garanzie politiche costituiscono una imprescindibile componente, consente a Delfico di condurre a fondo l’attacco contro la struttura feudale della società napoletana, in cui ancora assai diffusa e radicata è l’ineguaglianza sia essa generata dall’«abuso del potere» che da quello «delle cose». La continua e ingiusta usurpazione dell’autorità pubblica da parte di forze che nutrono «sentimenti particolari» in contrasto coll’«utile comune» alimenta un principio di dissoluzione della società.

Una delle classi che si concentrano nella Società fino a formare un corpo nell’altro è quella della Nobiltà, l’altra è quella del Sacerdozio. Tutta la Storia Politica d’Europa ci mostra coll’esempio come l’autorità Sovrana ha dovuto essere in continua guerra per ritener nei loro limiti queste forze, e non è che in questo secolo, che esse sieno alquanto ridotte dentro i loro naturali confini (114).

L’illuminista abruzzese ha ravvisato i nemici contro i quali combattere e denunciato i danni che essi continuano a produrre nella vita civile. E accolto è altresì il principio della indivisibilità della sovranità, di cui egli condanna qualsiasi forma di appropriazione da parte di classi, contro le quali rivendica un potere unico e assoluto capace di assicurare l’unità del corpo sociale.

Altrettanto nefasto e contrario all’ordine sociale è l’ingiusto «addensamento» delle ricchezze nelle mani di pochi, perché distrugge l’uguaglianza e fa perdere di vista il «principio civile dell’utile comune», facendo passare gli uomini da una necessaria e libera sottomissione all’autorità delle leggi, «all’arbitraria dipendenza degl’individui che ne sono i possessori» (115). Da questa alterazione il Teramano teme il generarsi di «dispotiche aristocrazie», spesso causa di «frequenti rivoluzioni», di «mostri politici» e di «feroci convulsioni negli Stati» (116) Un pericolo che potrebbe essere scongiurato se solo si liberasse la proprietà da tutte le pastoie feudali, la si rendesse sicura e si operasse una sua maggiore divisione  moltiplicando il numero dei piccoli proprietari. La realizzazione di una più equa distribuzione della proprietà terriera è il principio su cui si basano tutte le «moderate Monarchie», poiché è con essa che si assicura l’attaccamento dei cittadini alla terra e allo Stato. «Conosciuti i mali che provengono dall’ineguaglianza – afferma a conclusione del capitolo sulla proprietà, con un linguaggio che sembra anticipare quello dei giacobini di fine secolo – deve essere un canone politico quello di ravvicinare gli estremi, e non dar luogo ad altre ricompense che a quelle del merito personale e dell’industria» (117). Al contrario, il persistere dell’ineguaglianza non fa che produrre «lusso e corruzione» ed aggravare la già precaria condizione dei più miserevoli, privati della loro stessa dignità perché costretti a mercanteggiare persino «la vita, l’onore, la stima, la virtù, ed i più sacrosanti doveri» (118).

E’, quello del lusso, un tema che non trova negli scritti delficini un’organica e specifica trattazione, ma che tuttavia riemerge e traspare costantemente. E non può non essere altrimenti, visto che nel Settecento il dibattito sul lusso trascende il contesto puramente economico. Sull’argomento si sviluppa una vera e propria disputa che percorre l’intero secolo dei lumi (119). Ad iniziarla era stata l’affermazione, nel 1714, di Bernard Mandeville sulla positività del lusso (120), ripresa con sfumature e toni diversi da autori quali Melon, Montesquieu, Voltaire, Butel-Dumont ed altri, alla quale si era contrapposta la condanna di Rousseau contenuta nel Discours sur les sciences et les arts. Alla querelle non si sottrassero gli illuministi meridionali, che fecero proprie le tesi dei più noti sostenitori o detrattori del lusso, introducendo nel dibattito nuove considerazioni legate alla realtà socio-economica del Regno napoletano (121).

Sul problema era intervenuto anche Genovesi con il capitolo decimo della prima parte delle Lezioni di commercio. Riprendendo la tesi di Galiani sulla possibilità dei consumi voluttuari di giovare allo sviluppo economico e sociale del Paese (122), egli aveva dato del fenomeno una valutazione sostanzialmente positiva, convinto che vi potesse essere un grado di lusso, che non solo non fosse «da dirsi vizio», ma che fosse «virtù», purché «moderato» e non «pazzo» (123), tale cioè da incentivare quelle spese stolte e vane che erano solo causa di mali fisici e politici. In quello che aveva definito «il naturale istinto di distinguersi» l’abate salernitano aveva individuato un principio motore capace di determinare una generale mobilità delle ricchezze e un dinamismo interno i cui effetti non solo si sarebbero estesi all’intero corpo sociale, ma sarebbero stati tanto più sensibili quanto maggiori fossero stati in esso le disuguaglianze. Una sorta di «legge dell’equilibrio» in virtù della quale «i ricchi avrebbero restituito a i poveri quel che avevano preso di soverchio del comune patrimonio: e […] gli schiavi sarebbero tornati liberi, e i liberi schiavi» (124).

In direzione diversa da quella genovesiana si muove invece Delfico per il quale il lusso perde qualsiasi valenza positiva sia dal punto di vista economico, come generatore di ricchezza, sia da quello politico, come fattore di riequilibrio e di trasformazione della società feudale. Il suo carattere pernicioso, denunciato dallo stesso Filangieri ma da questi ricondotto ai tempi lontani delle «nazioni barbare», ai «tempi feroci e poveri della feudalità» (125),  è per lo scrittore abruzzese ravvisabile nella stessa società contemporanea. Riecheggiando motivi roussoiani del Discours sur les sciences et les arts, egli esclude che il lusso sortisca altri effetti se non quelli di «moltiplicare gli oziosi», «rendere frivoli» gli uomini, «corrompere il gusto» e aprire la strada alla corruzione, poiché essendo un concetto «relativo» e «indefinito» è assai difficile da soddisfare (126). Ciò vale a maggior ragione per il Regno di Napoli dove, a causa delle profonde differenziazioni sociali, i consumi voluttuari non fanno che accentuare (invece di ridurre) il divario fra le classi, risultando vantaggiosi solo per la classe superiore, mentre lasciano quella inferiore nella miseria degradante. L’idea del lusso come fattore di distinzione sociale non fa che ingenerare, nella parte più agiata della collettività, la convinzione che le spese voluttuarie assicurino tanto maggior prestigio e potere quanto più appaiano fastose e ostentate. Essa determina, pertanto, il diffondersi di un «lusso insano ed infecondo, che lungi di accrescere la popolazione, la diminuisce, e quasi la estingue» (127).

Al pari di Doria, Longano, Palmieri, Galanti ed altri (128), i quali ritengono che il fenomeno del lusso vada considerato non «in generale», ma posto «relativamente agli Stati particolari» (129), tenendo presente cioè le condizioni storiche e sociali di ciascuno di essi,  Delfico non vede nel lusso quella molla capace di far decollare lo sviluppo economico del Regno. Teme, al contrario, che una sua diffusione distolga l’impiego di capitali dai settori produttivi o, come aveva affermato Muratori (130), da imprese di pubblica utilità, provocando, in una società fortemente stratificata, quale quella napoletana, una crescita differenziata delle sue diverse realtà economiche che finirebbe per rendere ancora più stridente il contrasto tra capitale e province (131). Nessuna utilità dunque esso reca all’economia, per cui è valido anzi il principio opposto, secondo cui «è giusto quello solo ch’è necessario» (132).

Dopo il sequestro degli Indizi di morale e la messa all’«Indice» del Saggio filosofico, Delfico incorre in un nuovo spiacevole episodio con le autorità provinciali. Soprattutto a causa del vescovo Pirelli e dell’assessore Giacinto Dragonetti, con cui pure aveva avuto rapporti di amicizia, è ingiustamente inquisito e condannato per la fuga di certe monache dal monastero di S. Matteo di Teramo (133). L’exequatur del Tribunale del capoluogo abruzzese [5 febbraio 1778] con il conseguente ordine di carcerazione, emesso nei confronti suoi e di altri «lajci seduttori» (134), presunti responsabili dell’insubordinazione, lo costringono ad allontanarsi dalla città e a recarsi a Napoli, dove rimarrà circa tre anni, fino alla conclusione della vicenda giudiziaria, giunta con l’indulto regio del 17 giugno 1780.

Questo secondo soggiorno partenopeo, avvenuto a dieci anni di distanza dal primo, si rivela assai fecondo per lo scrittore teramano che ha l’occasione di  rinsaldare i legami con gli ambienti riformatori della capitale e stringere rapporti con vari esponenti della cultura, quali tra gli altri i fratelli Di Gennaro e Grimaldi, Filangieri, Pagano, Torcia e Fortis. Rispetto a uno dei motivi fondamentali del pensiero politico illuministico napoletano, presto matura la convinzione che la provincia possa imprimere, attraverso la denuncia dei mali prodotti dal sistema feudale, un nuovo e maggiore impulso alla politica governativa (135). Si delinea per il Nostro la necessità di una ridefinizione del rapporto tra i centri lontani più sani ed attivi e quella Napoli corrotta ed inerte il cui governo sembra disattendere le aspettative di quanti nell’opzione di un deciso programma di riforme confidano per un cambiamento dell’assetto sociale esistente. Un contrasto, quello ora ricordato, le cui radici affondano per Delfico direttamente nel sistema feudale e negli abusi della classe baronale. La «dura condizione» della provincia, scriverà nel 1785, si determinò allorché soltanto i baroni e non più gli «amati sudditi» poterono rappresentare al sovrano i pubblici bisogni, così che «la voce generale dello stato non fu più ascoltata e l’arbitrio assoluto occupò il governo» (136). Responsabili ne erano gli stessi baroni che, vissuti quasi sempre in provincia, si erano d’improvviso riversati in numero cospicuo nel capoluogo partenopeo per accrescere il proprio prestigio, esercitare una più diretta e pressante influenza sugli uomini di corte e rafforzare altresì il proprio spirito di corpo (137).

Ritornato a Teramo Delfico pubblica nel 1782 il Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, che gli varrà l’anno successivo [20 giugno 1783] la nomina ad Assessore militare della sua provincia, a riprova dell’avvenuta riabilitazione presso la corte partenopea. Lo scritto, apparso all’indomani dell’ordinanza del 25 gennaio 1782 sulle milizie provinciali (138) e dedicato all’amico Filangieri, di cui si avverte talvolta l’influenza in alcune tesi (139), inaugura un’intensa stagione che vede l’illuminista abruzzese farsi promotore di numerose riforme. Nel Discorso la questione militare acquista rilevanza politica, avendo intuito l’Autore l’importanza che una buona costituzione militare poteva assumere per la vita di uno Stato, non soltanto in tema di sicurezza, ma anche, soprattutto, di progresso civile. Tra i due modelli allora più accreditati (140), ispirati l’uno all’ideale del «cittadino-soldato» e fondato sul valore di virtù e di amor di patria, proprio delle repubbliche; l’altro, a quello dell’esercito professionale, permanente o mercenario, animato dall’onore più che dalla virtù e tipico dei governi monarchici, le preferenze del Teramano vanno senza dubbio al primo. Basti pensare al rifiuto della figura del «perpetuus Miles», che se «non è consumato dalla guerra – afferma – è reso inutile dalla pace» fino a divenire «un essere parassitico del sistema sociale» (141). Più ancora, si pensi alla denuncia dei danni che provoca il mantenimento di «un corpo eterogeneo alla società», quale la milizia perpetua, «disapprovabile agli occhi della ragione» poiché i militari, abusando delle loro prerogative, diventano nemici ed oppressori del popolo e finiscono per nutrire interessi e sentimenti ad esso contrari. Oppure si pensi, infine, alla condanna, di stampo machiavelliano, delle truppe mercenarie (o «truppa comprata») assoldate dalla «feudale aristocrazia» contro l’autorità sovrana (142). Non per questo tuttavia la figura del soldato sembra destinata a scomparire. Al contrario, ciò a cui egli mira è  distruggere lo spirito di corpo dei militari, quel «sentimento dissociale» che li porta a disprezzare la vita civile e che fa di loro una classe di privilegiati distinta dal corpo sociale e come tale avversata dalla popolazione, stanca dei suoi continui soprusi ed angherie.

Riecheggia in questa contrapposizione tra soldati e cittadini, tra truppe regolari e popolazione civile, il Rousseau delle Considérations sur le gouvernement de Pologne (pubblicate la prima volta nello stesso anno del Discorso (143)), con il quale Delfico denota, in più di un’occasione, una certa affinità di vedute sul sistema militare, difficilmente riducibili a semplici coincidenze. La corrispondenza appare  evidente soprattutto laddove il Teramano avverte il bisogno di ricomporre l’unità del corpo sociale e cerca di individuare un «punto di riunione comune» tra le parti. Perché questo avvenga egli ritiene che occorra innanzitutto rimuovere certe convinzioni radicate nell’opinione pubblica, affinché i cittadini non guardino più il soldato «come un nemico domestico» destinato alla pubblica repressione, ma «come il ministro della loro sicurezza», con un forte «sentimento di attaccamento per la patria» (144). La tesi si ritrova, quasi negli stessi termini, formulata nelle Considérations: «Il faudroit commencer – scrive Rousseau – par changer sur ce point l’opinion publique  […], et faire qu’on ne regardât plus en Pologne un soldat comme un bandit […], mais comme un Citoyen qui sert la patrie et qui est à son devoir» (145).

Bisogna per Delfico che non soltanto si recuperi quell’antica «coltura delle maniere», che pure in passato aveva contraddistinto lo spirito militare, ma si aggiunga ad essa una nuova «educazione pubblica», cosicché il «catechismo di onore», le «istruzioni di condotta» e l’osservanza dei propri doveri si combinino con quelli di «buon cittadino». Allora, divenuto la parte più onesta del Paese, il militare potrebbe assumere un ruolo di primo piano nella trasformazione della società, contribuendo «infinitamente al costume ed al miglioramento pratico della morale» (146). Questa compenetrazione tra antichi valori e nuova sensibilità civica si realizza pienamente solo quando la qualità di soldato si riunisce a quella di cittadino, così che i due termini diventano sinonimi fra loro. La ragione e la storia, afferma, non fanno che confermare questo principio: «che il buono e il vero soldato, deve essere il cittadino» (147).

L’idea, certo non nuova,  di affidare ai cittadini la difesa della patria è anch’essa una mediazione della nota tesi roussoiana del cittadino-soldato espressa nelle Considérations: «L’Etat ne doit pas rester sans defenseurs […]; mais ses vrais defenseurs sont ses membres. Tout citoyen doit être soldat par devoir, nul ne doit l’être par métier»; pertanto, ogni nazione libera «il faut qu’elle trouve au besoin cette armée dans ses habitans» (148). Sempre da Rousseau, infine, è ripresa la proposta di un addestramento delle milizie da compiersi limitatamente e in tempi e luoghi che non danneggino l’attività economica dei singoli (149).

In questo tentativo di riqualificazione del ruolo del militare Delfico sembra cercare i propri punti di riferimento più che nelle antiche repubbliche, nelle esperienze dei moderni, nella storia recente di paesi quali la Svizzera, la Corsica, la Polonia, la lontana America. Del passato egli non ammira né il mondo ellenico, né quello romano, bensì gli antichi popoli italici: i Piceni, i Sanniti, i Marsi, i cui esempi di «virtù» costituiscono la migliore tradizione di un modello italico (150) che si configura come il solo meritevole di essere riscoperto. Antichi sentimenti ed ideali, da tempo trascurati o abbandonati, che egli vorrebbe far rivivere e innestare nella società contemporanea, quasi a creare un «modello di monarchia virtuosa» (151), fondata sul superamento della rigida contrapposizione tra monarchia e repubblica e sulla necessità di estendere, in contrasto con Montesquieu, la pratica della virtù alla stessa monarchia (152).

Ad alimentare la fiducia nei primi anni Ottanta che si potesse realizzare sul piano legislativo e amministrativo quanto si veniva sostenendo su quello dottrinario, contribuirono sia  la istituzione della Reale Accademia di Scienze e Belle Lettere (che però tradì presto le attese suscitate (153)), che quella del Supremo Consiglio delle Finanze. Sorto nel 1782, il Consiglio si prefiggeva «di riformare gli antichi e perniciosi abusi del confuso sistema e di restituire efficacemente l’abbattuto vigore alla Nazione promuovendo i sicuri canali della ricchezza dei sudditi e dello Stato» (154).

La nascita del nuovo organismo viene accolta con soddisfazione dal riformatore abruzzese: «Questo Consiglio – confida a Fortis – ha fatto mettere la Nazione in qualche speranza». Egli non nasconde tuttavia una certa preoccupazione sia perché i suoi membri sarebbero «in contraddizioni d’idee, di sentimenti, d’abitudini, di carattere», sia perché fra tutti, «i soli buon uomini» non sarebbero che «il Marchese [Domenico] Grimaldi, Acton ed un altro» (155). Con impazienza attende che il Consiglio inizi ad operare. Ad esso vorrebbe sottoporre il suo ultimo lavoro, Memoria sulla coltivazione del riso nella provincia di Teramo, terminato alla fine del 1782 e pubblicato a Napoli l’anno successivo. Considerato «forse il più limpido e ragionato dei numerosi suoi scritti economici di quegli anni» (156), il testo, che rese noto l’Autore anche fuori i confini del Regno (157), è una dura requisitoria contro il persistere di certi abusi economici e politici, responsabili di mantenere tale coltivazione in uno stato di sottosviluppo (158).

Cultura economica e argomentazioni politiche si fondono nella Memoria. La questione della risicoltura, inserita in un progetto di rinnovamento del sistema produttivo e distributivo del capoluogo abruzzese, è l’occasione per una lunga disamina della necessità dello sviluppo economico. Troppo grande è il divario che separa il Regno napoletano dalla «più ricca», «più gaja», «più felice» Lombardia (159). Ancor più grave è la condizione della provincia teramana, oppressa e schiacciata da pesanti imposizioni feudali e da un «sipario politico», quale il Tribunale della Grascia, istituito lungo il confine tra gli Abruzzi e lo Stato pontificio e simile per alcuni versi a quello «più odioso dell’inquisizione», che impedisce ai due Stati pacifici di scambiarsi liberamente i prodotti, fomentando dovunque corruzione e violenza (160). E’ la conferma dell’assenza dello Stato, della sua incapacità di combattere le antiche piaghe del Paese.  Una resa, questa, di cui, ironia della sorte, è in parte responsabile la stessa famiglia Delfico (161) e che si ripercuote negativamente sugli agricoltori i quali,  perdendo ogni incentivo verso qualsiasi attività economica, finiscono per  assumere nei confronti della vita e della società un atteggiamento di assoluta apatia e di rassegnata sottomissione (162).

La risposta delficina è un ammodernamento della tecnica di produzione e della rimozione di tutti gli ostacoli, compresi i controlli e le restrizioni governative, che impediscono la realizzazione di un’economia di mercato. Tale convinzione si fonda sulla certezza che la libertà (di produzione, di consumo, di commercio, di concorrenza) favorisca un progresso e uno sviluppo economico tali da recare benefici sia ai privati cittadini che allo Stato stesso (163). Liberista convinto (164), egli è tuttavia consapevole del ruolo che lo Stato è chiamato a svolgere in un sistema economico imperniato sulla libertà di scambio, creando le condizioni necessarie per la sua piena attuazione, prima fra tutte il superamento della «separazione politica» tra i due Stati confinanti.     

Nell’estate dell’83 Delfico è di nuovo a Napoli, dove si fermerà fino alla fine dell’anno. Ma non sarà questa una permanenza piacevole. All’entusiasmo iniziale, infatti, subentrerà presto un sentimento di profonda amarezza per l’andamento della vita politica della capitale. Egli prende coscienza della incapacità dello Stato di dar vita ad un programma organico di risanamento dell’economia del Paese, messa di nuovo a dura prova dal terribile terremoto calabrese della primavera del 1783 (165). La condotta della corte borbonica appare quanto mai improvvisata e piena di «incertezze, esitazioni, contraddizioni», a causa della mancanza «di un centro direttivo, di un criterio unitario e di efficace coordinamento» (166). Nelle lettere a Fortis, a favore del quale si adopererà invano perché ottenga il posto di Naturalista del Regno, si coglie una certa sfiducia nei confronti del macchinoso e intricato apparato amministrativo-governativo, oltre che costernazione per le rivalità e le gelosie che in esso serpeggiano. «Fuggi sì fuggi – scrive all’amico – tu che puoi da un paese dove tutto è goffaggine ed impostura» (167) e del quale egli teme «tanto e l’invidia e la scioccheria Napoletana» (168) e sempre meno sopporta «tutte quelle maniere stancanti e nojose che fanno perder la pazienza ai Galantuomini» (169). E maggiore è lo sconforto che prova dinanzi alla miseria e alla degradazione in cui viene lasciata la popolazione:

Venerdì andiedi a Manfredonia, che non ha nulla di considerevole né d’antico né di moderno. Tutti i nostri Paesi fanno pietà, ed io sostituisco alla comune frase – il piacer di vedere – il dolor di vedere. Quanto più vedo questa parte del Regno, più sento orrore della barbara Legislazione, e della sciocca e timida Amministrazione delle nostre cose (170).

Un giudizio altrettanto severo esprime nella pur breve ma incisiva ricognizione geografico-economica del tratto costiero che va dal Fortore al Tronto (171). La responsabilità della «desolazione afflittiva» di vaste zone di quel territorio è dal Delfico ricondotta alle «avarie che vi commettono i loro ministri» e all’«importuno accrescimento delle dogane» (172) e di altri ostacoli economici. E’ abitudine ormai comune «chiuder gli occhj per non veder la luce» (173), tanto che, conclude con una nota di pessimismo, «son quasi sicuro che non vi è anima in Napoli che nudrisca il vero sentimento di Pubblico bene», mentre «è la vanità e l’interesse nel senso il più basso, che occupano laidamente i spiriti» (174). E ancora, a proposito dell’«odio generale» per la capitale:

Chi non naviga nella nave della malvagità, chi non ha al timone la sozza gabala, chi non si spinge avanti coi remi della corruzione, e colle vele dell’adulazione e della calunnia, è quasi sicuro di naufragare; e se giunge a prender porto, è dopo mille tempeste, mille scoglio che lo fanno essere molto mal capitato (175).

Senza stratagemmi è diventato pressoché impossibile ottenere qualsiasi utile risultato dai pubblici amministratori, giacché «tutto divien gelo innanzi ad essi. Questo caratterizza le nostre grandi anime politiche» (176). Dalla corrispondenza con l’amico emerge chiara la sfiducia nell’azione riformatrice del governo. Se da un lato egli continua a battersi per un rinnovamento della società meridionale, dall’altro cresce la sua diffidenza nei confronti degli uomini di corte, assieme ad una certa inquietudine per l’avvenire.

Ritornato a Teramo Delfico è raggiunto, nel febbraio del 1784, dalla notizia della scomparsa dell’amico Francescantonio Grimaldi, cui dedica, come ultimo tributo, un Elogio (177) che ne rievoca il pensiero e il valore. Dopo un rapido excursus delle opere giovanili (178), lo scrittore abruzzese si sofferma sulle Riflessioni sopra l’ineguaglianza tra gli uomini, pubblicate a Napoli in tre volumi tra il 1779 e il 1780. L’opera si colloca nel filone anti-roussoiano, che si sviluppa in Italia negli anni Settanta e Ottanta, a cui appartengono numerosi scrittori politici quali Isidoro Bianchi, Antonio Pepi, Gianrinaldo Carli ed altri (179), che conducono una dura offensiva contro i «velenosi scritti» del «seducente Rousseau» (180). In particolare, Grimaldi confuta le tesi roussoiane  sull’uguaglianza  tra  gli uomini,  correggendo quei «paradossi», scrive Delfico, che «fra molte vere e nobili osservazioni» (181) sono racchiusi nel Discours sur l’origine de l’inégalité. Contrariamente al Ginevrino, che ritiene l’ineguaglianza essere «presque nulle dans l’Etat de Nature» (182), Grimaldi ne afferma il principio dell’origine naturale, smentendo quanti sostenevano che gli uomini nascono eguali. Egli si pone espressamente lo scopo di considerare gli uomini non «quali potrebbono, o dovrebbono essere, ma quali per fatto sono» (183). Solo «osservando», «comparando», e non già «sistemando», era possibile gettare le basi di una nuova «scienza dell’uomo» (184) che, poggiando sui fatti e non sulle ipotesi, permettesse di penetrare la natura umana e di cogliere la sua «essenza» fisica, morale e politica.

Avvalendosi del metodo empirico-sperimentale Grimaldi aveva affermato l’assoluta ineguaglianza degli esseri umani. Pur essendo in potenza eguali, avendo tutti un «diritto a vivere e vivere felicemente» (185), riconosce che tale «diritto generale» si realizza  per ciascun individuo in maniera peculiare. Vi è fra gli uomini una diversità nella forza, nel temperamento,  nelle passioni, nella sensibilità, che deriva direttamente dalla natura. Ad accentuare poi tale differenza concorrono i fattori fisico-ambientali, che determinano a loro volta un differente modo di vivere. Ancora più manifesta, anche se « meno fastidiosa», è la diseguaglianza morale, conseguenza diretta di quella fisica,  generata da uno sviluppo difforme delle facoltà intellettive degli uomini. Sebbene infatti egualmente sensibili e suscettibili d’infiniti bisogni, essi modificano profondamente il loro carattere in ragione della loro capacità di sentire, di pensare e di volere e delle differenti circostanze in cui vengono a trovarsi. Vi è infine la diseguaglianza politica stabilita dalla società, nonostante il suo grado di civilizzazione.

La tesi grimaldiana della naturalità della disuguaglianza, inizialmente accolta anche da Pagano (186), non presenta per Delfico alcun carattere di legittimazione dell’esistente o di smentita del processo di rinnovamento (187). Egli interpreta le Riflessioni in chiave riformistica e antifeudale, soprattutto la terza parte, quella relativa all’ineguaglianza politica. Se è vero che la società non è in grado di annullare questa diversità, può tuttavia offrire ai suoi componenti «inimmaginabili gradi di perfettibilità» (188). Non soltanto Delfico non ritiene corruttrice la società, ma considera lo stato sociale, come dirà in altra occasione, «il vero stato di natura» (189) dell’uomo. Per questo polemizza  indirettamente con Rousseau: interpreta il Discours sur l’origine de l’inégalité, come spesso accadeva, quasi un invito a «détruire les Sociétés» e «retourner vivre dans les forêts avec les Ours» (190). «Quando si considerano – scrive – le società civilizzate, e la perfettibilità, della quale sono capaci, bisogna aver lo spirito falso per aborrirle, o per preferire ad esse uno stato naturale, che non esisté giammai in natura» (191). Proprio perché artificiale e non naturale l’ineguaglianza sancita dalla società può essere sensibilmente limitata, a condizione che legislatore e governo creino le circostanze necessarie capaci di dare ai cittadini una nuova determinazione in grado di fare la loro «felicità relativa».

Il passaggio da uno stato di barbarie ad uno di civiltà non si realizza, aveva affermato Grimaldi alludendo alla situazione del Regno borbonico, «se la plebe, il popolo, o la moltitudine oppressa da’ Nobili, non acquista un grado di libertà e di sicurezza eguagliando i suoi diritti a quelli de’ Nobili» (192). La causa più grave del malessere nel Meridione è l’enorme sperequazione sociale data dalla proprietà fondiaria. Nelle nazioni in cui il livello di civiltà è elevato, «la graduazione delle ricchezze, e degli onori è più regolare e più proporzionatamente distribuita» (193) di quanto non lo sia nello Stato napoletano. Il problema di una più equa distribuzione dei fondi si risolve per Grimaldi, come già per Genovesi, nella formazione della piccola proprietà terriera. I possedimenti non devono essere più ripartiti solo tra pochi grandi proprietari, ma tra l’intera popolazione, che può così elevare il proprio tenore di vita, liberarsi dal dominio dei nobili e acquistare una propria autonomia e libertà personali. Sul tappeto l’autore delle Riflessioni pone la questione dell’eversione della feudalità come base dell’eguaglianza civile e sociale del Regno di Napoli.

La lotta contro le prerogative del baronaggio napoletano viene pienamente condivisa da Delfico che si oppone con sempre maggiore fermezza ai privilegi e ai diritti feudali, alle grandi concentrazioni latifondistiche, in nome di una diversa distribuzione e mobilità della terra. E’ convinto che una nuova legislazione sia sufficiente a rimuovere dalle radici iniquità e soprusi della classe baronale. Tanto più che l’idea di una grande riforma legislativa sembra destinata a non rimanere più un sogno, specie dopo la pubblicazione nel 1783 del terzo e quarto volume della Scienza della legislazione di Filangieri. Gli scritti accendono in lui «le più lusinghiere speranze» (194), non soltanto perché contengono il più esplicito e violento attacco contro il sistema feudale, ma, soprattutto, perché delineano un piano di rinnovamento in molti settori della vita associata che, sebbene sarà completato negli anni successivi, già si configura come il tentativo più riuscito di fondare «un modello di società compiuto» (195).

Può apparire strano come Delfico non s’interroghi sul perché lo Stato storico (borbonico-feudale) avrebbe dovuto imprimere una sterzata alla propria politica e concepire un ordinamento che abolisse privilegi e distinzioni codificati nei secoli. Molto verosimilmente egli continua ad illudersi che per scuotere il governo potesse bastare la semplice  denuncia delle gravi anomalie del sistema, mostrando per contro la legittimità e la giustezza delle proprie rivendicazioni. E’ qui ravvisabile il limite del riformismo delficino, che è poi quello di tutti i riformatori degli anni Ottanta. Esso consiste, come ha rilevato Furio Diaz, nella

sproporzione tra la portata universale, rivoluzionaria, delle loro idee e il mezzo pratico, gli strumenti politici con cui si pensò di poterle attuare. E’ il dramma […] fra la prospettiva di una radicale trasformazione dello stato cui i loro principî portavano e la riluttanza ad abbandonare il sogno del despota ragionevole […], per affidarsi invece al libero gioco delle forze politiche e sociali (196).

Una particolare attenzione il Teramano rivolge infine all’ultimo incompiuto lavoro di Grimaldi, gli Annali del Regno di Napoli (197). Sin da ora  emerge chiara nel Nostro l’idea di una storia non più concepita come piacevole passatempo per «gli oziosi e gli annojati», ma in funzione «d’un utile presente» (198) per l’umanità e, in particolare, per la nazione per la quale si scrive. Ciò che interessa non è più il nudo racconto di fatti isolati o di particolarità legate a circostanze del momento, bensì la conoscenza delle cause che stanno dietro i fenomeni e la vita morale delle nazioni.

Alla fine di giugno del 1785 Delfico si trasferisce di nuovo a Napoli, dove si trattiene, salvo una breve parentesi nella città natale nell’estate dell’86, fino alla metà del 1788. Risale a questo periodo l’incontro con il danese, di origine tedesca, Friedrich Münter, venuto in Italia nell’autunno del 1784 con l’incarico di propagandare l’Ordine degli Illuminati di Baviera (199). Dopo aver toccato varie città della Penisola, il 1° settembre 1785, »annus mirabilis» (200) per la storia della massoneria italiana, il giovane emissario giunge a Napoli, fermandovisi fin verso la fine di ottobre, per poi farvi ritorno dal febbraio all’aprile del 1786 e, di nuovo, nei mesi di ottobre e novembre dello stesso anno (201).

Nel capoluogo partenopeo Münter trova la massoneria in uno stato di «incertezza» sia per l’eccessiva fioritura di logge tra loro contrapposte, dilaniate da rivalità e da discordie interne (202), sia per «l’esistenza di varie organizzazioni pseudo, para o anti-Massoniche» (203). Ciò nonostante, grande è il fermento che il fenomeno latomistico provoca non soltanto a Napoli, divenuta uno dei centri più importanti della massoneria in Italia, ma anche in molte altre città del Regno dove sorgono numerose logge (204). E sebbene il numero degli affiliati alla massoneria risulti relativamente esiguo, molti di più sono i simpatizzanti e i frequentatori di ambienti massonici. Soprattutto nei circoli e nei salotti culturali, in cui si incontrano i migliori ingegni del Paese e gli esponenti di spicco del riformismo meridionale, le idee e gli ideali massonici trovano ampia e libera circolazione. In tal senso la massoneria può svolgere una funzione ideologica e politica di rilievo sia nel favorire la formazione di una mentalità nuova, sia nell’incoraggiare il progetto riformatore di rigenerazione della società civile. Ciò determina «una quasi completa compenetrazione» tra il mondo della Fratellanza e quello delle lumières (205). Sul piano politico questo intreccio si traduce, almeno fino agli eventi rivoluzionari dell’89, in un atteggiamento di sostanziale adesione e di intensa collaborazione con la politica monarchica, anche da parte di quei massoni futuri esponenti del giacobinismo partenopeo (206). A dare un più deciso contenuto politico eversivo alla massoneria è proprio Friedrich Münter che nei diversi soggiorni napoletani ha modo di diffondere le idee radicali degli «Illuminati», la cui attività era stata proibita in Baviera dalle autorità. L’idea di un sovvertimento dell’ordine politico a Napoli non è ancora realizzabile nel 1785-86, ma il messaggio rivoluzionario del vescovo danese contribuisce a rafforzare la volontà di trasformazione dell’Antico Regime. Molti di coloro che aderiscono alla loggia napoletana degli «Illuminati» (207), abbandoneranno negli anni successivi le posizioni monarchiche per condividere la scelta repubblicana e giacobina.        

Tra le persone incontrate da Münter nel capoluogo partenopeo vi è lo stesso Delfico, in genere curiosamente dimenticato dal novero dei conoscenti napoletani del Danese. Eppure, l’illuminista teramano, sebbene non compaia in nessuno degli elenchi (finora conosciuti) di affiliati a logge massoniche (208), pur essendo un abituale frequentatore della villa dei fratelli Di Gennaro (209), luogo di incontro anche di esponenti della massoneria, e amico egli stesso di molti massoni, è legato a Münter da profonda amicizia (210), come pure alla sorella di lui, Federica Brun, venuta a Napoli nel 1796 e poi ancora nel 1809-10. Nell’ottobre del 1786 Münter visita con Delfico, Filangieri e lo storico tedesco Heeren, le rovine di Pestum (211). Durante il ritorno,  il Danese scopre con sgomento che il Teramano «ist Materialist» (212) e che non riesce a convincersi dell’esistenza dell’immortalità dell’anima. Ma la loro amicizia non ne viene assolutamente scalfita. Di essa è testimonianza una corrispondenza più che trentennale,  pur se non sempre continua, non ancora del tutto pubblicata (213).

Nel settembre del 1786, mentre il Danese si trova a Roma per costituire una loggia di «Illuminati», Delfico lo raggiunge con una lettera invitandolo a non trascurare gli amici per colpa «de’ Templari» e a far ritorno a Napoli dove è «amato con sensibilità meridionale» (214). E’ lecito supporre che l’amicizia tra i due vada al di là degli interessi massonici. Tale ipotesi trova conferma nella corrispondenza futura, dove i riferimenti alla massoneria sono del tutto assenti, salvo qualche breve cenno di saluto di Münter per alcuni massoni napoletani dei quali, ad esclusione di Donato Tommasi, sembra nel tempo non avere più notizie. Altrettanto assenti sono le considerazioni sulle vicende politiche del tempo. Nelle lettere, alcune delle quali personali, ma tutte comunque molto confidenziali, i due amici, oltre a manifestarsi reciproca stima, discorrono di argomenti relativi ai loro studi. Non mancano talune considerazioni di Münter sulle opere delficine, verso cui esprime tutta la propria ammirazione, pur non tacendo talvolta un certo dissenso (215). Ma l’interesse che più di ogni altro li unisce resta la passione per l’archeologia (216) e, soprattutto, per la numismatica (217). Per anni Delfico e Münter (il quale ama considerarsi «l’unico nel settentrione che [di numismatica] sappia qualche cosa» (218)) continueranno a scambiarsi notizie e aggiornamenti e ciascuno contribuirà ad arricchire la collezione dell’altro attraverso l’invio di pezzi rari se non addirittura unici.

A Napoli Delfico pubblica nel 1785 la Memoria sul Tribunal della Grascia, considerata, assieme a pochi altri testi, «il vangelo del liberismo napoletano» (219) dell’epoca. Lo scritto riprende l’attacco contro il «terribile mostro» della Grascia, già portato nella Memoria sulla coltivazione del riso, ma condotto ora con maggior vigore e chiarezza, attraverso la ricostruzione della sua storia, per mostrarne gli abusi perpetrati e gli effetti deleteri prodotti sulle popolazioni, cadute in «un languore di dissoluzione» (220).

Sfatata è la convinzione, per cui il Tribunale era sorto, che le esportazioni delle derrate e delle materie prime potessero nuocere al Paese e metterne in pericolo l’esistenza. Il principio della libertà di commercio e dell’abolizione del sistema protezionistico, a proposito del quale vengono fatti i nomi di Verri, Genovesi, Filangieri e del celebre Smith (di cui il Teramano è uno dei primi in Italia a citare La ricchezza delle nazioni), trova nella Memoria un’ulteriore conferma. Neppure l’opposizione ad esso dell’«illustre» Necker, più volte citato con ammirazione nello scritto, riesce a dissuadere  Delfico, il quale ritiene che  senza uguali circostanze assai difficilmente due Stati come la Francia e il Regno di Napoli possono essere suscettibili delle medesime leggi.

Sotto accusa è l’amministrazione pubblica, il cui fiscalismo esasperato aveva creato ingenti danni all’economia dei territori confinanti con lo Stato pontificio. Ma responsabilità gravavano anche sul  governo per aver lasciato quelli all’arbitrio degli ufficiali della Grascia e alla mercé dei ricchi proprietari, preoccupato dei problemi della sola capitale e incurante di quelli delle province. Vi è per la prima volta nella Memoria una lucida, amara denuncia di una società divisa tra pochi grandi proprietari che affollano il capoluogo partenopeo  rendendolo ogni giorno più «terribile e pericoloso» e un popolo «numeroso e miserabile» che diviene «timido e tumultuoso ad ogni ombra di timore» (221). Ma la condanna di questo dualismo non sfocia in un progetto organico di trasformazione dell’assetto socio-economico del Regno né in un totale riequilibrio tra le classi esistenti, come pure era stato sollecitato negli Indizi di morale (222). Il programma dell’illuminista abruzzese non va al di là della rivendicazione di una maggiore «multiplicazione dei proprietarj». Una proposta, questa, resa ancora più moderata dal fatto che egli ritiene, quella tra possidenti e non possidenti, una ineguaglianza generata non dalle leggi dello Stato, ma dalla natura e come tale «indistruggibile» (223).

La richiesta al sovrano di accrescere il numero dei proprietari sembrerebbe in contraddizione con il principio dell’origine naturale della diseguaglianza economica dei cittadini, che preclude qualsiasi possibilità di superare la contrapposizione tra proprietari e non. In realtà, lo contraddirebbe se Delfico rivendicasse una eguale o generale divisione della proprietà privata. Ma tale ipotesi non viene neppure presa in considerazione dal nostro autore, il quale si limita a riconoscere a tutti soltanto un eguale diritto alla proprietà, salvo poi lasciare alle leggi di mercato il compito di determinarne l’esercizio e le modalità di applicazione, a tutto vantaggio dei più facoltosi. In sostanza, nella soluzione delficina la dicotomia tra possidenti (di cui occorre sempre «render salvi i dritti» (224)) e non possidenti continua a sussistere, sebbene il rapporto tra le due categorie risulti mutato, in virtù di una concezione non più feudale ma borghese della proprietà privata.

Sul tema della proprietà Delfico ritorna nel Discorso sul Tavoliere di Puglia, pubblicato a Napoli nella prima metà del 1788, in cui rivendica, dopo un’aspra requisitoria contro le concentrazioni latifondistiche e il mantenimento delle rendite, la divisione di quelle terre in favore dei contadini e un diverso ruolo dell’agricoltura, non più limitata e subordinata alla pastorizia. In un Paese così «infelicemente» amministrato, dove regna una troppo marcata diseguaglianza e una «ripugnante ed infelice» contrapposizione tra ricchi e poveri, l’aumento dei proprietari è un obiettivo che risponde non soltanto a criteri di giustizia sociale, ma anche ad una necessità dello Stato. Tutti «i più savj governi distinsero sempre la classe dei proprietarj, come quella che dava il vero carattere di cittadino» (225). La proprietà infatti è «il primo e più saldo principio della Società», poiché crea nei proprietari «sempre affezione» (226)  nei confronti dello Stato, a cui essi chiedono di riconoscere e tutelare i loro diritti, interessati come sono, più di ogni altra classe, al buon funzionamento delle sue istituzioni e alla corretta applicazione delle sue leggi. Viene qui stabilito il nesso proprietà-cittadino, secondo cui è la proprietà a conferire la qualificazione di cittadino. E sebbene questa non sembri costituire una discriminante per i cittadini sul piano politico, si desume tuttavia dalle argomentazioni del Discorso che solo i proprietari possono essere considerati cittadini a pieno titolo.

Molto probabilmente Delfico mutua il binomio proprietà-cittadino da Filangieri, il quale aveva affermato che «la proprietà è quella che genera il cittadino, ed il suolo è quello che l’unisce alla patria» (227). Ma può egli averlo ripreso anche da Georg Ludwig Schmidt d’Avenstein. Nei Principes de la législation universelle, la cui prima edizione, uscita ad Amsterdam nel 1776, era posseduta da Filangieri (228) e presumibilmente quindi conosciuta pure da Delfico, il Bernese aveva scritto, quasi negli stessi termini del Napoletano e del Teramano, che il possesso di beni stabili «attache [les propriétaires] à l’Etat d’une manière intime, & les fait parteciper plus immédiatement aux malheurs & au bien-être de la Société», essendo, rispetto ai nullatenenti, interessati «plus vivement au bon ordre du pays, dont ils possèdent une partie» (229). Di nuovo vi è, da parte del pensatore abruzzese, l’affermazione del diritto ad una piena e libera disponibilità della cosa di cui si è proprietari; la piena disponibilità però non può in nessun caso essere intesa come attribuzione al proprietario di un potere arbitrario sul bene, ma solo come riconoscimento della più ampia libertà di fare il miglior uso del medesimo.   Resta da vedere tuttavia attraverso quale provvedimento Delfico intenda realizzare il principio della divisione e distribuzione delle ricchezze, onde evitare quella concentrazione di beni che è all’origine di gravi squilibri nella società. Nella assegnazione delle terre del Tavoliere «si dovrebbero preferire – egli afferma – fra i possessori attuali quelli soltanto, che non hanno alcuna proprietà, oppure che l’hanno tale da non poter dare un risultato offensivo de’ principj stabiliti» (230). Ma la proposta, senza dubbio innovatrice, perde gran parte della sua efficacia perché non correlata con misure sufficientemente adeguate. Soprattutto l’idea di escludere i grandi possidenti soltanto dalla concessione di nuovi fondi, senza tuttavia intaccare minimamente la loro proprietà, evidenzia, come è stato sostenuto (231), quanto grande sia ancora la distanza tra la volontà di abbattere l’antico sistema e le scelte politiche indicate per attuarla. Egli teme infatti che l’indebolimento dell’istituto della proprietà o la violazione del diritto di proprietà, compreso quello degli stessi feudatari, possa aprire la strada a quella comunione dei beni, «madre di discordie e di risse», dal Nostro sempre osteggiata, convinto della necessità di una «proprietà libera, e sicura, e proporzionatamente ripartita» (232).

In quest’ultimo soggiorno napoletano prima dello scoppio della rivoluzione francese, Delfico si attiva non poco, presso le Segreterie della capitale, per sollecitare iniziative e soluzioni di problemi riguardanti la sua provincia. Ma le sue istanze non sempre trovano il riscontro desiderato. Se, dopo varie insistenze, ottiene il ripristino a Teramo del «Tribunale collegiato» (233), in luogo dei magistrati unici, «più agevolmente portati all’abuso del potere» (234) , non altrettanta fortuna incontreranno invece le sue richieste di abolizione della servitù degli Stucchi (235) e di istituzione di una piccola Università a Teramo (236), per la quale propone come insegnanti i concittadini Thaulero (237), Michitelli (238), Carlucci (239), Comi (240) e Forti (241), con la soprintendenza del fratello Gianfilippo (242).

Soprattutto nella corrispondenza con i familiari si coglie lo stato della sua crescente insofferenza nei confronti del mondo politico partenopeo. «Nella settimana di Pasqua – scrive da Napoli l’8 aprile 1786 – vorrei scappare per qualche giorno da quest’aria noiosa e sudicia, che affetta egualmente lo spirito e il corpo; e parmi di sentirne un vero bisogno, giacché qui non si respira mai liberamente, ma a stento» (243). Aveva da poco presentato al sovrano la Memoria sull’abolizione degli Stucchi, la quale, accolta da questi favorevolmente, era stata rimessa al Supremo Consiglio delle Finanze, dove però, nonostante alcune sue pressioni, si era arenata a causa delle lungaggini burocratiche. Ed egli commenta amaramente: «Ecco il Consiglio delle Finanze! Vedete, se non è cosa da far cadere le braccia ad ogni buon Cittadino!» (244).

Delusione proverà anche sul finire del 1786 quando il governo incaricherà, al suo posto, un «forestiero» [Luigi Targioni], che godeva «favore e parzialità», di recarsi in Puglia per valutare la migliore utilizzazione del Tavoliere (245). Né maggiore fortuna avrà la sua petizione al governo nel marzo del 1787 per ottenere l’impiego di Amministratore delle Dogane della provincia di Lecce, divenuto vacante per il passaggio di Giuseppe Palmieri al Consiglio delle Finanze. Proprio il Consiglio delle Finanze sembrava poi disattendere le aspettative di rinnovamento suscitate al momento della sua istituzione. La nomina a direttore di Ferdinando Corradini (uomo «ambizioso», di cui finora «il Pubblico non ha potuto essere molto contento perché non ne ha ricevuto bene» (246)) e quella a consigliere del giudice De Meo, già membro soprannumerario («e che per utile pubblico sarebbe dovuto essere sempre tale, o anzi ex numero per la sua bufalaggine» (247)) e dello stesso marchese Palmieri («Ecco il terzo militare – commenta deluso – che siede nel Consiglio delle Finanze!» (248)) non fanno che rafforzarlo in quest’idea. E intanto per le sue memorie, compresa la prima, quella sulla coltivazione del riso, egli continua a ricevere soltanto promesse.

 Oh che pena – confida al fratello – il veder questo nuovo direttore. […] Ci vuol pazienza è vero, ma chi non la perderebbe? Dir che non v’è tempo, è una ragione ammettibile per cinque, per 10, per 20 volte, ma poi finisce di esser ragione, scusa, menzogna e diventa qualche cosa di peggio (249).

E ancora:

 Gran diavolo! Non abbiamo davvero dove vivere: la Provincia e la Capitale sono egualmente infelici per un galantuomo, per un’anima sensibile […]. Pare che non vi sia altra  riserva, che il più vero ritiro […]. Lasciamo quest’articolo – conclude – perché non sarei capace di moderazione; e comprendo che è la sola virtù, che deve restare agli schiavi. Chi non vuol esserlo, non viva qui […]. Il Paese non dà notizia: omicidj e furti quanti ne volete (250). 

Malgrado ciò, Delfico si ferma ancora un anno nella capitale, forse per l’aspirazione che costantemente coltiva di vedere premiato il proprio impegno riformatore con un incarico governativo. E’ questo un obiettivo che per quanto lungamente rincorso non verrà mai raggiunto, ricevendo egli in cambio «onori più ideali che reali» (251), ma per la cui realizzazione riuscirà a sopportare situazioni altrimenti insostenibili. Accade spesso, così, che nel presentare o esporre il contenuto delle proprie memorie al Sovrano o ad altre personalità influenti della politica napoletana, il Teramano non manchi di perorare la causa personale. Sollecita, in particolare, un impiego nel Consiglio delle Finanze, presso il quale già nel giugno del 1784 aveva chiesto ed ottenuto dalla Reale Segreteria di Guerra, in quanto Assessore militare, di essere distaccato, grazie anche all’interessamento del marchese Filippo Mazzocchi, membro del Supremo Consiglio, di cui suo fratello Gianfilippo era divenuto cognato. A tal fine, egli mantiene rapporti amichevoli anche con esponenti politici di cui in privato esprime giudizi tutt’altro che lusinghieri. E’ il caso del potente direttore delle Finanze, Ferdinando Corradini, verso cui, abbiamo visto, il Teramano non nutre alcuna stima, ma che, tuttavia, si guarda bene dal «disgustare» per «non far male alla cosa» [questione della Grascia] e per non «averlo contrario», qualora si presentasse «qualche occasione» per lui (252). Nel frattempo, si munisce di «pazienza e moderazione». E armato di queste qualità  si adopera attivamente a Napoli sia per la cosa pubblica che per gli affari privati, suoi, della sua famiglia e del suo amico Fortis, sebbene egli non si ritenga «fatto per la Politica» (253)  perché troppo poco diplomatico.

Alla fine di giugno del 1788, Delfico si congeda dalla capitale e fa ritorno a Teramo, non senza aver presentato a Ferdinando IV il suo più recente lavoro, Memoria per la vendita de’ beni dello Stato d’Atri (254). Lo scritto  rappresenta un momento rilevante nella produzione delficina degli anni Ottanta poiché in esso il Teramano non si pone più soltanto dalla parte della provincia, ma si erge anche a difesa dello Stato contro le ingerenze e le usurpazioni della classe baronale (255). Delfico si rende conto che, per quanto importante, la denuncia dei mali della provincia non è più sufficiente per mettere in crisi l’Antico Regime. Occorre condurre un attacco più diretto contro le strutture stesse del sistema, fino a contestarne la legittimità. Ed è quanto egli si prefigge in questo scritto, che più di ogni altro richiama alla memoria la dura condanna del sistema feudale pronunciata da Filangieri (256). Sorti quando ancora lo Stato era ben lontano dall’essere costituito, i feudi diedero luogo a quella feudale aristocrazia che rappresenta «la più impropria forma di governo» mai esistita. A questa seguì una seconda epoca feudale, più dannosa della precedente, che ebbe inizio  e si diffuse con la giurisdizione baronale, («nuova mostruosità politica»), la quale «dimezzando» la sovranità «alterò la costituzione del Regno» (257).

Il rifiuto delficino della giurisdizione feudale ricalca alcune caratteristiche della sovranità roussoiana (258), quali quelle della indivisibilità e inalienabilità, anche se il pensatore abruzzese ritiene, diversamente dall’autore del Contrat social, che la sovranità possa risiedere tanto nella collettività quanto nel singolo principe. Non nasconde, anzi, la propria preferenza per la monarchia, nella quale distingue la titolarità della sovranità, appartenente al solo monarca, dal suo esercizio, affidato a diversi individui o gruppi che lo esercitano in suo nome, essendo egli solo «il fonte di ogni potere». Ne consegue  che l’alienazione o l’usurpazione di una parte della sovranità, qual è appunto la giurisdizione, dev’essere ritenuta «non solo un atto nullo, ma anche ingiusto» (259). E questo sia perché la giurisdizione, al pari della sovranità, è indivisibile e inalienabile; sia perché altrimenti il principe o sovrano non sarebbe più in grado di garantire l’esistenza e la sicurezza dei cittadini, che costituiscono la vera ragione per cui gli uomini decisero di riunirsi in società. Ma sul patto sociale, sulle sue modalità e condizioni Delfico non si dilunga, né tanto meno si sofferma sulla sovranità e sui diritti del popolo che di quella sarebbe originariamente il titolare. Netto è il distacco non soltanto da Rousseau, ma anche da Filangieri, il quale insiste, a differenza del Nostro, sulla necessità del consenso (tacito o espresso) del popolo come legittimazione dell’operato del re, che lungi dal considerare il «proprietario assoluto», giudica molto più roussoianamente un «semplice amministratore della sovranità» (260).

Obiettivo prioritario di Delfico resta quello di evidenziare l’inconciliabilità tra la sovranità monarchica ed il potere giurisdizionale dei feudatari, il quale distrugge quella unità dei poteri, che in una monarchia appartiene ad uno solo e finisce per generare «uno stato nell’altro» (261) ed una serie di disordini provocati dall’uso arbitrario di tale autorità. Contro l’indebita appropriazione dei feudatari di una prerogativa sovrana, lo scrittore teramano è tutto dalla parte del re al quale riconosce il diritto «assoluto» di reintegrare quel potere alla Corona.  Altrettanto netta è la presa di posizione contro la concessione dell’indennizzo ai baroni in caso di revoca dei loro poteri giurisdizionali.

Ancora alla vigilia dell’89 Delfico vede nel dispotismo illuminato la sola risposta politica ai problemi della società napoletana. Di fronte all’esistenza di una classe baronale, il cui potere non sembra affatto indebolito dalle critiche dei riformatori e alla mancanza, al tempo stesso, di idee e forze nuove su cui imperniare nell’immediato soluzioni politiche alternative, il monarca continua a rimanere il principale punto di raccordo della protesta antifeudale; la sua sovranità, piena e indivisibile, costituisce l’esplicita negazione della giurisdizione baronale.

Passando dal piano teorico a quello pratico, Delfico rivendica, per lo Stato d’Atri, la vendita in allodio (262)dei feudi rientrati nel demanio della Corona per diritto di devoluzione. Il provvedimento, apparso a taluni un «parzialissimo dispositivo» (263) perché limitato ai soli feudi devoluti e non all’intera struttura feudale, costituisce una novità nella lotta all’Antico Regime, in quanto pone sul tappeto il problema della eversione della feudalità, indicando insieme gli strumenti concreti attraverso i quali realizzarla. La proposta prende le mosse dal rifiuto, già altrove manifestato, di una proprietà interamente accumulata nelle mani di pochi, la cui persistenza, osserva il pensatore abruzzese, quasi a presagire i futuri sconvolgimenti di fine secolo, potrebbe «alterare il costume e cambiare la costituzione» stessa del Paese (264). Vi è nella Memoria una radicalizzazione dell’attacco contro il sistema feudale e la giurisdizione baronale in particolare, che non solo verrà conservata negli anni successivi, ma addirittura accentuata sotto la spinta della rivoluzione francese. Il progetto, infatti, inizialmente riferito al solo Stato d’Atri, sarà nel 1790 ripreso da Delfico, incoraggiato anche dalla nomina, nel gennaio di quell’anno, dell’amico Domenico Di Gennaro ad Intendente generale dei Reali Stati Allodiali, nelle Riflessioni su la vendita dei feudi  ed esteso a tutti i feudi devoluti del Regno, e non invece, come è stato ipotizzato (265), ai feudi in assoluto.

Nel frattempo, in attesa di una svolta del governo napoletano verso una politica più decisa e intraprendente, Delfico ritorna a Teramo, dove alla fine di luglio del 1788 viene raggiunto dalla notizia della morte del «buon» Filangieri (266). La visita nei mesi successivi del consigliere delle Finanze Nicola Codronchi più che entusiasmarlo lo preoccupa, perché teme che sia stato «spedito in Abruzzo – scrive – ad oggetto principalmente di rovesciare il bene che ho procurato di fare» e si rammarica che «il Visitatore scorre piuttosto che visitare, e prende dalle persone indistintamente delle notizie, onde sarà più carico di pregiudizi che di verità» e «la povera Nazione – conclude – ride di tante burratinate [sic]» (267).

Nell’estate dell’88 Delfico sente che una fase della sua attività teorica e politica è definitivamente conclusa e coglie di buon grado l’occasione di accompagnare il nipote Orazio all’Università a Pavia per sottrarsi ad un ambiente dove gli era diventato penoso vivere, sia nella provincia, per la quale prova «indifferenza», che nella capitale, il cui ricordo gli provoca «spesso ribrezzo» e dalla quale è bene che egli si allontani per qualche tempo, «perché altrimenti – confida ad un amico – vi tornerei  pieno  di  fastidio, che  non  è una disposizione favorevole per esser ben ricevuto» (268). E difatti egli vi farà ritorno pieno di entusiasmo e speranze, dopo il soggiorno di un anno in alcuni Stati italiani e sotto l’influenza degli eventi rivoluzionari dell’Ottantanove.

(1) Era nato il 1° agosto 1744 in un paesino vicino Teramo, Leognano, dove i genitori, Berardo e Margherita Civico, si erano rifugiati durante l’invasione austriaca del Regno di Napoli. Morirà a Teramo il 21 giugno 1835, all’età di novantun anni. Per le notizie biografiche, la migliore fonte resta quella del nipote G. DE FILIPPIS-DELFICO, Della vita e delle opere di Melchiorre Delfico. Libri due, Angeletti, Teramo 1836, arricchita di un’elencazione degli scritti editi ed inediti del Nostro (alcuni dei quali successivamente pubblicati), nonché di quelli non terminati e dei frammenti. Rimasta incompiuta, l’opera continuò sul «Giornale abruzzese di scienze lettere e arti», a. VI (1841), vol. XVIII, n. LIV, pp. 147-73  e  a. VII (1843), vol. XXI, n. LXIII, pp. 129-53, col titolo Notizie intorno alle opinioni filosofiche ed alle opere di Melchiorre Delfico e, sempre sulla stessa rivista, a. VII (1843), vol. XXII, n. LXVI, pp. 163-71, col titolo Notizie sulla vita e sulle opere di Melchiorre Delfico

(2) Molti degli amici e dei discepoli del Salernitano furono abruzzesi. Fra loro ricordiamo, oltre ai fratelli Delfico, il teatino Romualdo de Sterlich, Tommaso Maria Verri di Archi, Giuseppe De Sanctis di Penne, l’aquilano Giacinto Dragonetti, Giovanni Alò di Roccaraso, il teramano Giammichele Thaulero e Troiano Odazi di Atri, che nel 1781 successe al Maestro nella cattedra di economia. Sulla presenza anche in Abruzzo di quello che è stato definito il «partito genovesiano», cfr. G. DE LUCIA, Abruzzo  borbonico. Cultura, società, economia tra Sette e Ottocento, Cannarsa, Vasto 1984, pp. 23-31 e 46-49; U. RUSSO,  Studi sul Settecento in Abruzzo, Solfanelli, Chieti 1990, pp. 25-31 e 53-63.

(3) A proposito della «scuola genovesiana», cfr. E. CHIOSI, Andrea Serrao. Apologia e crisi del regalismo nel Settecento napoletano, Jovene, Napoli 1981, sp. pp. 131-38.

(4) F. DIAZ, Dal movimento dei lumi al movimento dei popoli, Il Mulino, Bologna 1986,  p. 317.

(5) Sul riformismo borbonico, cfr. F. VALSECCHI, Il riformismo borbonico in Italia, Bonacci, Roma 1990, pp. 103-55;  I Borbone di Napoli e i Borbone di Spagna, a cura di M. Di Pinto, Guida, Napoli 1985, vol. I; E. CHIOSI, Il Regno dal 1734 al 1799, in Storia del Mezzogiorno, vol. IV, t. II, Il Regno dagli Angioini ai Borboni, Edizioni del Sole, Roma 1986, pp. 373-467, e la sintesi di a. M. RAO, Il riformismo borbonico a Napoli, in Storia della società italiana, vol. 12, Il secolo dei lumi e delle riforme, Teti, Milano 1989, pp. 215-90,  e la ricca bibliografia in essa contenuta.

(6) Lo scritto, dedicato a Bartolomeo Intieri e pubblicato assieme al Ragionamento sopra i mezzi più necessari per far rifiorire l’agricoltura dell’abate Ubaldo Montelatici colla Relazione dell’erba orobanche detta volgarmente succiamele e del modo di estirparla di Pier-Antonio Micheli, uscì a Napoli nel 1753.

(7)Sul legame nel Discorso genovesiano tra contenuti culturali e bisogni della società, cfr. E. PII, Antonio Genovesi. Dalla politica economica alla «politica civile», Olschki, Firenze 1984, p. 25 sgg.

(8) F. DIAZ, Illuministi meridionali, in Storia della Letteratura Italiana, vol. VI, Il Settecento, Garzanti, Milano 19882, p. 230.

(9) Cfr. F. VENTURI, Nota introduttiva [ad A. Genovesi], in Riformatori napoletani, cit., p. 18; G. GALASSO, Illuminismo napoletano e illuminismo europeo, in Id., La filosofia in soccorso de’ governi. La cultura napoletana del Settecento, Guida, Napoli 1989, p. 31.

(10) Cfr. PII, Antonio Genovesi, cit., pp. 23-44; GALASSO, La filosofia in soccorso de’ governi, cit., p. 32 sgg.; GIARRIZZO, Vico, la politica e la storia, cit., pp. 202-206; R. VILLARI, Antonio Genovesi e la ricerca delle forze motrici dello sviluppo sociale, in Id., Ribelli e riformatori dal XVI al XVIII secolo, Editori Riuniti, Roma 1983, pp. 135-59.

(11) Sulle drammatiche conseguenze che tale carestia ebbe sulla società meridionale, cfr. F. VENTURI, 1764: Napoli nell’anno della fame, in «Rivista storica italiana», a. LXXXV (1973), fasc. II, pp. 394-472, ora in Settecento riformatore, vol. V, L’Italia dei lumi (1764-1790), t.I, La rivoluzione di Corsica. Le grandi carestie degli anni sessanta. La Lombardia delle riforme, Einaudi, Torino 1987, pp. 221-305; P. VILLANI, Una battaglia politica di Bernardo Tanucci. La carestia del 1764 e la questione annonaria a Napoli, in Studi in onore di Nino Cortese, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1976, pp. 611-66.

(12) Un attento esame delle cause dell’arretratezza del Regno Genovesi conduce nelle Lettere accademiche, apparse a Napoli nel 1764 e poi in versione riveduta nel 1769, e nelle Lezioni di commercio, uscite a Napoli nel 1765 (vol. I) e nel 1767 (vol. II) cui seguì nel 1768-70 una seconda edizione riveduta ed accresciuta dall’Autore. Sul valore delle due opere, cfr. le notazioni critiche di F. VENTURI, Settecento riformatore, vol. I, Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino 1969, pp. 603-44, e di V. FERRONE, I profeti dell’Illuminismo. Le metamorfosi della ragione nel tardo settecento italiano, Laterza, Roma-Bari 1989, p. 188 sgg.

(13) Per una valutazione dell’influenza di Giannone sulla cultura napoletana del XVIII secolo oltre al lavoro sempre valido di L. MARINI, Pietro Giannone e il giannonismo a Napoli nel Settecento. Lo svolgimento della coscienza politica del ceto intellettuale del regno, Laterza, Bari 1950, cfr. G. RICUPERATI, L’esperienza civile e religiosa di Pietro Giannone, Ricciardi, Milano-Napoli 1970; Pietro Giannone e il suo tempo, a cura di R. Ajello, Jovene, Napoli 1980, 2 voll., sp. il contributo di E. CHIOSI, La tradizione giannoniana nella seconda metà del Settecento, vol. II, pp. 744-80.

(14) Si veda il cap. XXII, Dello Stato e delle naturali forze del regno di Napoli rispetto all’arti e al commercio, della prima parte delle Lezioni di commercio in cui Genovesi esclude qualsiasi possibilità di riscatto morale e politico del Regno borbonico senza l’esistenza di uno Stato sovrano, autonomo e indipendente dalla Curia di Roma, «vera padrona» della Corte napoletana e responsabile di aver aperto «certe piaghe, che difficil cosa è, che si possono interamente per lungo tempo rammarginare» (Lezioni di commercio, Napoli, Stamperia Simoniana, 17682, p. 497). Sulla posizione di Genovesi nei confronti dell’autorità temporale e dottrinale della Chiesa, cfr. PII, Antonio Genovesi, cit., p. 158 sgg.; GALASSO, La filosofia in soccorso de’ governi, cit., p. 383 sgg.

(15) M. DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi [Napoli 1784], in Opere complete, vol. III, Fabbri, Teramo 1903, p. 256. La raccolta, che non esaurisce tutti gli scritti delficini (alcuni dei quali pubblicati successivamente, altri ancora inediti), esce a Teramo dal 1901 al 1904, in quattro volumi, a cura di G. Pannella e L. Savorini. Si veda inoltre la lettera di Delfico a Pasquale Borrelli del 19 dicembre 1834, in cui scrive che a Napoli era bastato «un Genovesi per far comparire un’epoca nuova, ed abbassare il dominante pregiudizio» (Opere complete, cit., vol. IV, p. 313).

(16) DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi cit., p. 244. All’inizio della sua attività di scrittore aveva affermato: «Tanto è più grande un’idea quanto maggiori verità illumina e produce; tanto è più grande un bene, quanto è più facilmente fecondo di analoghi prodotti; e tanto è più meravigliosa un’operazione politica ed utile, quanti maggiori beneficj rispande dal centro a tutta la circonferenza sociale» (Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale [Teramo 1782], in Opere complete, cit., vol. III, p. 154).

(17) A. GENOVESI, Lettere accademiche su la questione se sieno più felici gl’ignoranti che gli scienziati [Napoli 1764], Lettera XI, in Autobiografia, lettere e altri scritti, a cura di G. Savarese, Feltrinelli, Milano 1962, p. 497.

(18) A questa concezione Delfico resterà legato. Si veda, in proposito, la Seconda memoria su la perfettibilità organica considerata come il principio fisico dell’educazione (1815), in Opere complete, cit., vol. III, p. 548, in cui afferma: «Se ci può essere interdetta la cognizione delle prime cause, la natura ci somministra sempre dei mezzi per progredire nella cognizione dei fatti, i quali nella loro dipendenza l’uno dall’altro, ci indicano i rapporti più importanti ed i mezzi per produrre gli effetti che si hanno in mira».

(19) Lo stesso Delfico ricorderà in una Memoria autobiografica mai terminata di aver dedicato i suoi due primi lavori a «particolari ricerche storico-diplomatiche, che interessavano il così detto Diritto pubblico del Regno collo Stato confinante». Cfr. il testo, ancora inedito, conservato presso la BPT, fondo «Manoscritti Delfico», Misc. 3, n. 846.

(20) Le due Memorie, dal titolo Intorno a’ dritti sovrani di Napoli sulla città di Benevento e Saggio istorico delle ragioni dei Sovrani di Napoli sopra la città d’Ascoli d’Abruzzo oggi nella Marca, furono commissionate a Delfico dall’avvocato della Corona Ferdinando De Leon. Della prima, tuttora inedita, esiste una copia autografa presso l’AST, «Fondo Delfico», b.16, fasc. 178, dal titolo Del territorio beneventano. La seconda, invece, fu pubblicata la prima volta su «La Rivista abruzzese di scienze e lettere» nel 1890 (a. V, fasc. I, pp. 22-30; fasc. III-IV, pp. 142-68; fasc. V-VI, pp. 248-61; fasc. VII, pp. 305-22 e fasc. VIII, pp. 358-65), preceduta dalle Notizie di L. Volpicella sulle vicende del manoscritto. Il Saggio istorico è stato riedito nelle Opere complete, cit., vol. III, pp. 9-80.

(21) M. DELFICO, Relazione risponsiva alle accuse, inviata da Teramo il 18 dicembre 1793 a Nicola  Codronchi, in L. TOSSINI, Autodifesa di un illuminista, in «Archivio storico per le province napoletane», terza serie, a. XVI (1977), p. 87. Delfico si riferisce alla reazione della Santa Sede contro i provvedimenti anti-ecclesiastici adottati nel corso degli anni Sessanta da Filippo di Borbone, duca di Parma, tramite il suo segretario di Stato Guillaume Du Tillot. Misure che culminarono con il decreto del 16 gennaio 1768 che proibiva ai sudditi del ducato di appellarsi ai tribunali stranieri e prescriveva l’exequatur per le bolle pontificie e per tutte le disposizioni delle autorità ecclesiastiche. Ad esse la Santa Sede rispose con il breve del 30 gennaio 1768, noto come Monitorium, rivendicando i diritti pontifici sul ducato, annullando in blocco i provvedimenti presi in materia ecclesiastica, comminando la scomunica a chi aveva partecipato alla emanazione del decreto del ’68. Al Monitorium pontificio Du Tillot reagì espellendo il 7 febbraio 1768 i gesuiti da Parma.

(22) DELFICO, Del territorio beneventano, cit., p. 17.

(23) Cfr. CHIOSI, Il Regno dal 1734 al 1799, cit., p. 430.

(24) Cfr., a tale proposito, E. CHIOSI, Intellettuali e plebe. Il problema dell’istruzione elementare nel Settecento napoletano, in «Rivista storica italiana», a. C (1988), fasc. I, p. 155 sgg.

(25) Il testo del piano genovesiano è in A. ZAZO, Antonio Genovesi e il suo contributo alle riforme scolastiche nel napoletano (1767-1769), in «Samnium», a. II (1929), pp. 41-68.

(26) Sulla censuazione, cfr. F. RENDA, Bernardo Tanucci e la Sicilia, in I Borbone di Napoli e i Borboni di Spagna, cit., vol. I, p. 251 sgg.

(27) GALASSO, La filosofia in soccorso de’ governi, cit., p. 55.

(28) CARPANETTO-RICUPERATI, L’Italia del Settecento, cit., p. 265.

(29) Cfr. FERRONE, I profeti dell’Illuminismo, cit., p. 158.

(30) GALASSO, La filosofia in soccorso de’ governi, cit., p. 33.

(31) VENTURI, Introduzione ai Riformatori napoletani, cit., p. XVI; Il movimento riformatore degli illuministi meridionali, in «Rivista storica italiana», a. LXXIV (1962), fasc. I, p. 18.

(32) DE FILIPPIS-DELFICO, Della vita e delle opere di Melchiorre Delfico, cit., p. 11.

(33) DELFICO, Memoria autobiografica, cit.

(34) Prendo la notizia da G. MAUGAIN, Étude sur l’évolution intellectuelle de l’Italie de 1657 à 1750 environ, Hachette, Paris 1909, p. 222.

(35) E’ questa traduzione francese di Pierre Coste che Doria dichiara, nella Prefazione alla Filosofia di Platone [1728], di aver utilizzato per muovere le sue opposizioni a Locke. L’Essay fu tradotto in italiano nel 1775 da Francesco Soave, che Delfico conoscerà a Milano nel dicembre del 1788. In precedenza, del filosofo inglese erano state tradotte L’arte dell’educare i fanciulli [Verona 1736]; L’educazione de’ Figliuoli [Lucca 1750]; Della Educazione dei Fanciulli [Venezia 1751]; Ragionamento sopra la moneta, l’Interesse del Danaro, le Finanze e il commercio [Firenze 1751]; Il governo civile [Amsterdam 1773].

(36) Su tale opposizione, che tuttavia non impedirà alla dottrina di Locke di trionfare nella seconda metà del Settecento, cfr. MAUGAIN, Étude sur l’évolution intellectuelle de l’Italie, cit., pp. 223-32; G. CAPONE BRAGA, La filosofia francese e italiana del Settecento, Edizioni delle «Pagine critiche», Arezzo 1920, vol. II, pp. 16-17; M.F. SCIACCA, La filosofia nell’età del Risorgimento, Vallardi, Milano 1948, pp. 81-87.

(37) Sulla fortuna del pensiero condillachiano in Italia, cfr. B. PERGOLI, Il Condillac in Italia, Montanari, Faenza 1903, p. 33 sgg.; CAPONE BRAGA, La filosofia francese e italiana del Settecento, cit., vol. II, pp. 27-34.

(38) Cfr. H. BÉDARIDA, Parme et la France de 1748 à 1789, Champion, Paris 1928, p. 419 sgg.

(39) Sulla presenza di alcuni temi vichiani nei Saggi politici, cfr. G. SOLARI, Studi su Francesco Mario Pagano, a cura di L. Firpo, Giappichelli, Torino 1963, pp. 165-92; M.C. PITASSI, Francesco Mario Pagano tra Vico e materialismo francese, in «Rivista di filosofia», 24 (1982), pp. 333-60; E. PII, Progresso e poteri nei Saggi politici (1791-92) di F.M. Pagano, in «Il Pensiero politico», a. XXVIII (1995), n. 1, p. 58 sgg.

(40) Cfr. M. DELFICO, Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de’ suoi cultori, in Opere complete, cit., vol. I, pp. 136, 153, 197; Memorie storiche della Repubblica di S. Marino [Milano 1804], in Opere complete, cit., vol. I, p. 465; Pensieri su l’istoria e sull’incertezza ed inutilità della medesima [Forlì 1808], in Opere complete, cit., vol. II, p. 135.

(41) DELFICO, Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de’ suoi cultori, cit., p. 105.

(42) Ivi, pp. 126 e 197.

(43) Cfr. inedito delficino, in BPT, Misc. 2, n. 550. Delfico allude probabilmente alla Conchiusione dei Principj di Scienza nuova [17443], in cui Vico, condannando «la barbarie della riflessione», rifiuta l’idea di una ragione svincolata dalla concezione provvidenzialistica della storia. (Cfr. Opere di Giambattista Vico, a cura di F. Nicolini,  Ricciardi, Milano-Napoli 1953, pp. 866-67).

(44) Lettera a Friedrich Münter del 16 febbraio, in A. DI NARDO, Storia e scienza in Melchiorre Delfico. (Studi e ricerche), Libera Università Abruzzese degli Studi «G. D’Annunzio», Facoltà di Lettere e Filosofia, Chieti 1978, p. 149. Sulla presenza nel pensiero delficino di un «assimilato vichismo», cfr. M. AGRIMI, La vicenda rivoluzionaria e le riflessioni sulla storia: Melchiorre Delfico, in «Itinerari», a. XXIII (1984), n. 3, pp. 75-108. Diversa è la tesi di C. GHISALBERTI, La giurisprudenza romana nel pensiero di Melchiorre Delfico, in «Rivista italiana per le scienze giuridiche», a. VIII (1954), vol. VII, parte II, p. 444 sgg., il quale esclude «una derivazione vichiana» del Teramano.

(45) Il provvedimento provocò in Delfico grande sdegno, tanto che, ancora vent’anni dopo, ricordando le vicende del Saggio filosofico, egli parlerà della Congregazione dell’Indice come di «quel sinedrio dell’ignoranza in cui sono frequentemente oltraggiate la ragione e i dritti della Sovranità» (Relazione risponsiva alle accuse, cit., p. 89). Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni biografi (cfr. N. PALMA, Storia della città e diocesi di Teramo vol. V, [1835-36], Cassa di risparmio della provincia di Teramo, Teramo 1981, p. 255; G. CANTALAMESSA CARBONI, Sulla vita e sugli scritti del Commendatore Melchiorre de’ Marchesi Delfico, t. LXV del «Giornale arcadico», Roma 1835, p. 9), Delfico non rinnegò mai il contenuto dell’opera alla quale riconosceva «giustezza di sentimenti ed utilità di proposte», tanto che egli, ormai avanti negli anni, avrebbe meditato di ritornare sull’argomento per arricchirlo di nuove considerazioni con un volume, mai concluso, dal titolo Nuove osservazioni dell’Autore del Saggio filosofico sul matrimonio intorno allo stesso argomento (cfr. DE FILIPPIS-DELFICO, Notizie intorno alle opinioni filosofiche ed alle opere di Melchiorre Delfico, cit., 1843, vol. XXI, n. LXIII, p. 130).

(46) M. DELFICO, Saggio filosofico sul matrimonio, in  Opere complete, cit., vol. III,  p. 126.

Delfico si riferisce con ogni probabilità alle considerazioni che il Ginevrino fa sul matrimonio nel libro quinto dell’Émile e ne La Nouvelle Héloïse, in Oeuvres complètes de Jean-Jacques Rousseau, II, Gallimard, Paris 1961, in particolare, sixième partie, lettre VI e lettre VII, pp. 664-86.

(47) Cfr. D. HUME, Saggi morali, politici e letterari, parte I, cap. XIX, Sulla poligamia e il divorzio [Edimburgo 1742],  in Id., Opere, a cura di E. Lecaldano e E. Mistretta, vol. II, Laterza, Bari 1971, pp. 590-600. Sulla fortuna del filosofo scozzese in Italia, cfr. M. BALDI, David Hume nel Settecento italiano: filosofia ed economia, La Nuova Italia, Firenze 1983.

(48) Sulla condizione ed emancipazione della donna Delfico si soffermerà a lungo nello scritto Della preferenza de’ sessi. Lettera all’ornatissima signora contessa Chiara Mucciarelli Simonetti del 12 marzo 1827, pubblicata a Siena nel 1829 ed ora in Opere complete, cit., vol. IV, pp. 31-45. Alle tesi delficine replicherà alcuni anni dopo F. MARTIGIANI, Sulla preferenza dei sessi del Consigliere Commendator Delfico. Lettera di F. Martigiani ad A*** Z***, in «Giornale abruzzese di scienze lettere e arti», a. III (1838), vol. VIII, n. XXIII, pp. 97-107 e n. XXIV, pp. 156-68.

(49) Antoine-Léonard Thomas [1732-85], letterato francese, pubblicò nel 1772 l’Essai sur le caractère, les moeurs et l’esprit des femmes dans les différents siècles. In Italia, dove venne tradotta l’anno successivo da Ludovico Antonio Loschi, l’opera suscitò reazioni contrastanti e se da molti fu ritenuta favorevole alla donna, ad altri apparve ad essa contraria.

(50) DELFICO, Saggio filosofico sul matrimonio, cit., pp. 112  e  102.

(51) Ivi, p. 136.

(52) Sulla coesistenza di una componente razionalistica e di una relativistica, cfr. S. ARMELLINI, Le due «anime» dell’illuminismo giuridico e politico italiano, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», a. LV (1978), n. 2, pp. 253-93, ora in Libertà e organizzazione. Il riformismo di Carlantonio Pilati, Jaca Book, Milano 1991, pp. 13-55.

(53) DELFICO, Saggio filosofico sul matrimonio, cit.,  p. 134.

(54) Invano Delfico chiese al Sovrano la revoca del sequestro dell’opera avendo egli in precedenza domandato ed ottenuto dal tribunale l’imprimatur per la pubblicazione. Era convinto che il provvedimento contro gli Indizi di morale, accusati di essere il libro «d’una setta irreligiosa», fosse opera non soltanto del magistrato ma di «uomini che avevano la disgrazia d’essere infetti di terribili mali del cuore e dello spirito», confermando così la presenza in città di una forte opposizione nei suoi confronti. (Cfr. la Supplica delficina al Re pubblicata da V. CLEMENTE, Città e provincia di Teramo nei primi anni di Niccola Palma: la «rinascenza teramana» (1777-1790), in Atti del quarto convegno Niccola Palma nel II centenario della nascita, vol. I, Centro abruzzese di ricerche storiche, Teramo 1980, pp. 119-21, nota 21. Le citazioni sono a p. 120). Ancora nel 1793, tornando colla mente a quell’«oscura ed irregolare procedura», Delfico ricorderà come in quegli anni a Teramo, «sotto l’apparenza di voler scoprire una setta immaginaria ed impossibile, si era formata una setta d’oppressione contro qualche innocente creatura» (Relazione risponsiva alle accuse, cit., p. 91). All’accusa di settarismo, montata dalle forze reazionarie contro le menti più intelligenti e progressiste della città, non sfuggì lo stesso Delfico. Cfr. il  Notamento dei rei di Stato nella provincia di Teramo del 1801, redatto dal preside Giovan Battista Rodìo, in cui si legge che egli «fin dal 1775 fu scoverto per uno dei Settarj esistenti allora in Teramo per cooperare per fondarvi la Democrazia in rovescio della Monarchia» (in G. DE CAESARIS, Alcuni rei di Stato nella provincia di Teramo nel 1799, in Atti del convegno storico abruzzese-molisano, De Arcangelis, Casalbordino 1935, vol. II, p. 737). La stessa accusa era stata formulata da Mons. Luigi Pirelli, dal 1777 vescovo di Teramo, nella Relazione alla Sacra Congregazione del Concilio del 14 febbraio 1778, in cui Delfico viene indicato  fra i «rei più perversi» e «li capi settarj» del capoluogo abruzzese (in V. CLEMENTE, Rinascenza teramana e riformismo napoletano (1777-1798). L’attività di Melchiorre Delfico presso il Consiglio delle Finanze, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1981, pp. 86-99. La citazione è a p. 94).

(55) GAROSCI, San Marino, cit., p. 167.

(56) M. DELFICO, Indizi di morale, in Opere complete, cit., vol. I, p. 18.

(57) Ivi, p. 15.

(58) Cfr. J. LOCKE, Essay on Human Understanding, in Works, vol. I, Scientia Verlag, Aalen 1963, Book II, Ch. XX, n. 6, pp. 232-33.

(59) DELFICO, Indizi di morale, cit., p. 15.

(60) Lettera di Delfico a Luigi Dragonetti del 10 luglio, in Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti, a cura del marchese G. Dragonetti suo figlio, Uffizio della Rassegna Nazionale, Firenze 1886, p. 122. La lettera è stata riedita nelle Opere complete, cit., vol. IV, p. 54.

(61) I manoscritti sono conservati presso la BPT, Misc. 2, nn. 586; 821; 825; 828-31;  833-37  e  Misc. 4,  n. 983.

(62) Gli appunti potrebbero riguardare il Discorso sulle Scienze morali annoverato dal De Filippis-Delfico (Della vita e delle opere di Melchiorre Delfico, cit., p. 118) tra gli scritti inediti del Teramano, il cui testo è tuttora irreperito. L’opera rimase comunque incompleta dal momento che Delfico «non potendo soddisfare al lavoro immaginato» decise di «abbreviare il travaglio» accontentandosi di scrivere nel 1819 una memoria, mai pubblicata, dal titolo Pochi cenni sui principii delle scienze morali, accolta con favore dalla Reale Accademia delle Scienze di Napoli. Cfr. la lettera di Delfico a Dragonetti del 10 luglio 1826, in Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti, cit., p. 121.

(63) Charles Bonnet [1720-93], filosofo e naturalista svizzero, scoprì la partenogenesi degli afidi. In seguito si dedicò agli studi psicologici e filosofici pubblicando nel 1754 l’Essai de psycologie e nel 1759 l’Essai analytique sur les facultés de l’âme in cui cercò di conciliare il sensismo di Condillac, cui si ispirava, con vedute spiritualistiche.

(64) Inedito delficino, cit., Misc. 2, n. 586. Quasi negli stessi termini Delfico si era espresso qualche anno prima quando, auspicando una maggiore diffusione della dottrina sensistica, aveva elogiato la «filosofia di Locke, estesa poi e portata alle più utili applicazioni da Condillac, Bonnet e Tracy, ed abbracciata dai più leali amici della ragione» (Nuove ricerche sul Bello [Napoli 1818], in Opere complete, cit., vol. II, p. 194. Cfr., inoltre, La Delficina, o sia raccolta di pensieri di Melchiorre Delfico sopra svariati argomenti rinvenuta fra gli scritti postumi, a cura di G. De Filippis-Delfico, pe’ tipi del Trombetta, Napoli 1841, n. LVI, p. 40).

(65) Inedito delficino, cit., Misc. 2, n. 586.

(66) Franz Joseph Gall [1758-1828], medico tedesco, fondatore assieme a J.C. Spurzheim della frenologia, concezione, oggi superata, che riteneva le caratteristiche psichiche localizzate in parti specifiche del cervello. Tra il 1810 e il 1819 scrisse Anatomie et physiologie du système nerveux, ripubblicato, con molte variazioni, nel 1822 col titolo Sur les fonctions du cerveau.

(67) Johann Christoph Spurzheim [1776-1832], medico tedesco, compì importanti studi sul sistema nervoso centrale. Con F.J. Gall, di cui fu discepolo, fondò la frenologia e con lui scrisse nel 1809 Recherches sur le système nerveux en général et sur celui du cerveau en particulier. Del 1820 è l’altra sua opera di successo, Essai philosophique sur la nature morale et intellectuelle de l’homme.

(68) Georges-Léopold-Chrétien Cuvier [1769-1832], naturalista francese, autore di mirabili scoperte paleontologiche, sostenne la teoria dei cataclismi, secondo la quale le variazioni dei fossili erano dovute a sconvolgimenti della superficie terrestre. Ottenuta la cattedra di storia naturale al Jardin des Plantes di Parigi, ebbe nel 1802 quella di anatomia comparata, di cui fu insigne studioso. Scrisse Leçons d’anatomie comparée [1800-1805] e Recherches sur les ossements fossiles [1812-22].

(69) Charles Victor de Bonstetten [1745-1832], scrittore svizzero, si occupò di problemi di estetica dando notevole rilievo alle funzioni dell’immaginazione e di questioni filosofiche e psicologiche, che trattò dal punto di vista dello psicologismo di Charles Bonnet, di cui fu discepolo. Tra i suoi scritti più importanti ricordiamo Essai sur la nature et les lois de l’imagination [1807] e Études de l’homme [1821].

(70) François-Joseph-Victor Broussais [1772-1838], medico francese, elaborò la dottrina, che prese il nome di broussaismo, secondo la quale le manifestazioni morbose sarebbero tutte riconducibili ad irritazioni dell’organismo e curabili con il salasso, per mezzo di sanguisughe. Tale teoria fu svolta nell’Histoire des phlegmasies chroniques [1808].

(71) Christian Friedrich Samuel Hahnemann [1755-1843], medico tedesco, fondatore della omeopatia, terapia che consiste nel somministrare gradualmente al paziente sostanze che producono manifestazioni somatiche simili a quelle della malattia da curare. Elaborò il suo sistema nell’opera Organon der rationellen Heilkunst [1810], cui seguì l’anno successivo Reine Arzneimittelehre, nella quale espose i sintomi che l’uso di diverse droghe avevano prodotto su individui sani.

(72) Inedito delficino,  cit., Misc. 2, n. 825.

(73) Evidente appare il debito del pensatore abruzzese nei confronti di Pierre-Jean-Georges Cabanis [1757-1808], sostenitore della sensibilità fisica quale fondamento dell’attività umana, anche se, in contrasto con Condillac, ritenne che le idee e le determinazioni morali non si formassero tutte dalle sensations, né dipendessero unicamente da «objets extérieurs», ma fossero ugualmente prodotte da «impressions internes», originate da organi interni che restavano per lo più «inapperçues». Alle teorie del Du degré de certitude de la médecine [1797] e più ancora a quelle dei Rapports du physique et du moral de l’homme [1802], l’opera più importante del filosofo francese, Delfico si richiama per sostenere l’importanza dello studio della «fisiologia e di altre fisiche cognizioni» e del fenomeno dell’imitazione ai fini del progressivo miglioramento della specie umana. Gli scritti delficini che maggiormente risentono di tale influenza sono le Ricerche su la sensibilità imitativa considerata come il principio fisico della sociabilità della specie e del civilizzamento dei popoli e delle Nazioni [1813], in Opere complete, cit., vol. III, pp. 471-97; la Memoria su la perfettibilità organica considerata come il principio fisico dell’educazione con alcune vedute sulla medesima [1814], cui segue l’anno successivo la Seconda memoria, in Opere complete, cit., vol. III, rispettivamente a pp. 501-28 e pp. 531-50; Della importanza di far precedere le cognizioni fisiologiche allo studio della filosofia intellettuale [1823], in Opere complete, cit., vol. III, pp. 567-88.

(74) DELFICO, Ricerche su la sensibilità imitativa, cit., p. 481.

(75) Inedito delficino,  cit.,  Misc. 2, n. 833 (4).

(76) Interessanti sono le lettere che Delfico e Antoine-Louis-Claude Destutt de Tracy [1754-1836], assertore di una scienza dell’uomo rigorosamente anti-metafisica e fenomenistica, basata su presupposti sensistici e da lui chiamata idéologie, si scambiarono negli anni 1816-20. Dal breve carteggio emerge l’«alta stima» e la «grande considerazione» che Tracy ha dell’intellettuale abruzzese a cui scrive: «Vous avez traité deux sugets bien importants, les vices de la jurisprudence [Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de’ suoi cultori] et des abus que l’on a fait de l’histoire [Pensieri su l’istoria e sull’incertezza ed inutilità della medesima]; ce sont en effet là deux grands moyens d’enchainer et d’aveugler les hommes». Pertanto, conclude, «c’est moi, monsieur, qui dois me déclarer votre disciple, non pas parce que vous avez quelques années de plus, mais parce que vous les avez mieux employées et parce qu’en d’epit d’elles vous avez mieux que moi consecré vos sens et surtout le sens intellettuel». Le lettere di Tracy a Delfico sono pubblicate nelle Opere complete, cit., vol. IV, pp. 232-40. La citazione, tratta dalla lettera del 23 Septembre 1816, è a p. 232. All’ amico teramano il filosofo francese invia anche alcuni suoi scritti, ricevendone consenso e ammirazione, quali il Traité de la volonté et de ses effets del 1815, l’ultima parte della sua opera più vasta e importante, gli Éléments d’idéologie, tradotti in italiano nel 1817 da Luigi Compagnoni, i Principes logiques, ou Recueil de faits relatifs à l’intelligence humaine del 1817 e il Commentaire sur l«Esprit des Lois» de Montesquieu del 1819. Sul contributo di Delfico alla diffusione della dottrina di Tracy nel Regno di Napoli, cfr. F. VENTURI, Destutt de Tracy e le rivoluzioni liberali, in «Rivista storica italiana», a. LXXXIV (1972), fasc. II, pp. 467-69.

(77) Pierre Laromiguière [1756-1837] sostenne, in contrasto con Condillac, che in precedenza aveva seguito, l’azione di un sentimento interno riflesso, distinto dalle sensazioni passive provenienti dall’esterno. Suo obiettivo fu quello di conciliare ecletticamente l’empirismo di Bacone e di Locke con nuove istanze, anche di tipo spiritualistico. Grande successo ottenne con le Leçons de Philosophie [1815], tenute alla Facoltà di Lettere di Parigi, di cui era divenuto professore di filosofia nel 1809, ma notevole fortuna aveva  avuto anche con Les paradoxes de Condillac [1805].

(78) Joseph-Marie Degérando [1772-1842] dapprima seguace dell’indirizzo idéologique, se ne allontanò tentando di recuperare nell’uomo una attività intérieure. Tali temi egli sviluppò nel Des signes et de l’art de penser considérés dans leurs rapports mutuels [1800] e ancor più nel De la génération des connaissances humaines [1802].

(79) Il francese François-Pierre Maine de Biran [1766-1824] rivendicò, in polemica con l’orientamento di molti idéologues, non solo l’esistenza ma anche la centralità nell’uomo di una realtà psichica intérieure, sostenendo la necessità di uno studio psicologico che ne indagasse la funzione. Di lui ricordiamo principalmente Influence de l’habitude sur la faculté de penser [1802] e Mémoire sur la décomposition de la pensée [1805].

(80) Inedito delficino, cit., Misc. 2, n. 833 (4).

(81) DELFICO, Della importanza di far precedere le cognizioni fisiologiche allo studio della filosofia intellettuale, cit., p. 582.

(82) Inedito delficino, cit., Misc. 2, n. 833 (3).

(83) Ivi, n. 833 (4).

(84) Ibidem.

(85) Cfr. DELFICO, Nuove ricerche sul Bello, cit., p. 203.

(86) Inedito delficino, cit., Misc. 2, n. 833 (4). Pertanto, conclude Delfico, «la Filosofia che mette tutto l’intendimento nell’azione de’ sensi, è uno de’ più gravi errori che disonorano lo Spirito umano».

(87) Mi riferisco in particolare a GENTILE, Dal Genovesi al Galluppi, cit., pp. 18-87 e ai numerosi autori che sulla scorta della sua interpretazione hanno ribadito la totale dipendenza del Teramano dall’idéologie française. Cfr. Ettore ROTA, Razionalismo e storicismo. (Rapporti di pensiero tra Italia e Francia avanti e dopo la Rivoluzione francese), in «Nuova rivista storica», a. I (1917), fasc. II, pp. 301-303; CAPONE BRAGA, La filosofia francese e italiana del Settecento, cit., vol. II, sp. il paragrafo Il Delfico e gl’ideologi, pp. 184-203;  SCIACCA, La filosofia nell’età del Risorgimento, cit., pp. 152-61.

(88) S. MORAVIA, Il pensiero degli idéologues. Scienza e filosofia in Francia (1780-1815), La Nuova Italia, Firenze 1974, p. 325. A questo lavoro rinviamo inoltre per un esame puntuale delle dottrine filosofiche e scientifiche degli idéologues.

(89) Inedito delficino, cit., n. 833 (3).

(90) Inedito delficino, cit., n. 833 (4).

(91) DELFICO, Della importanza di far precedere le cognizioni fisiologiche allo studio della filosofia intellettuale, cit., p. 577. Delle tre scuole filosofiche allora esistenti in Europa, la francese, la scozzese e la tedesca, la più valida secondo Delfico è senza dubbio la prima poiché «si eleva sull’esperienza e l’osservazione, cioè sul conoscimento dei fatti della natura; l’altra si vuol fondata sulla ragione pura: espressione difficile ad intendersi benché gli adepti se ne vantino, mentre generalmente i più intelligenti hanno riconosciuta l’oscurità dell’intiero sistema […]. La terza finalmente, benché volesse partecipare dell’una e dell’altra, non si trova perciò bene avviata al tempio della Concordia» (ibid.).

(92) Ivi, p. 573.

(93) DELFICO, Indizi di morale, cit., p. 36.

(94) Sul mancato sviluppo in Italia di un pensiero repubblicano, cfr. F. DIAZ, L’idea repubblicana nel Settecento italiano fino alla rivoluzione francese, in Per una storia illuministica, cit., pp. 423-63.

(95) Sull’ambiguità concettuale di tale espressione cfr. M. BAZZOLI, Il pensiero politico dell’assolutismo illuminato, La Nuova Italia, Firenze 1986, pp. 1-24; L. GUERCI, L’Europa del Settecento. Permanenze e mutamenti, Utet, Torino 1988, pp. 501-508.

(96) DELFICO, Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, cit., p. 169.

(97) Sulla convinzione che il potere assoluto, di cui molti abusavano, potesse divenire nelle mani di un sovrano equo uno strumento non soltanto utile ma necessario per il rinnovamento del Paese, cfr. BAZZOLI, Il pensiero politico dell’assolutismo illuminato, cit., p. 54 sgg.; G. GUSDORF, Teoria e pratica: il dispotismo illuminato, in Le scienze umane nel secolo dei lumi, La Nuova Italia, Firenze 1980, p. 497 sgg.

(98) Sulle difficoltà della monarchia francese di dar vita in quegli anni ad un organico programma di riforme, cfr. F. DIAZ, Filosofia e politica nel Settecento francese, Utet, Torino 1962, pp. 565-641; GUERCI, L’Europa del Settecento, cit., pp. 606-24.

(99) DELFICO, Indizi di morale, cit., p. 73.

(100) Ivi, p. 74.

(101) Ivi, p. 17.

(102) Sulla fortuna di Montesquieu in Italia, cfr. P. BERSELLI AMBRI, L’opera di Montesquieu nel Settecento italiano, Olschki, Firenze 1960; S. ROTTA, Montesquieu nel Settecento italiano: note e ricerche, in Materiali per una storia della cultura giuridica, a cura di G. Tarello, vol. I, Il Mulino, Bologna 1971, pp. 57-209.

(103) Ch.-L. MONTESQUIEU, De l’Esprit des loix, in Oeuvres, Arkstée  et  Merkus, Amsterdam-Leipzig  1764, tome premier, livre I, chap. II, p. 7.

(104) Ivi,  tome premier, livre I, chap. III,  p. 14.

(105) Cfr. G. FILANGIERI, La scienza della legislazione e gli opuscoli scelti, col commento intorno alla medesima di Beniamino Constant, vol. I, Borroni e Scotti, Milano 1855, lib. I, capp. IV-V,  pp. 64-73.  L’opera uscì a Napoli in otto volumi, di cui i primi due apparvero nel 1780, il terzo e il quarto nel 1783 (messi all’«Indice» l’anno successivo), il quinto, il sesto e il settimo nel 1785, mentre l’ottavo fu pubblicato postumo nel 1791. Per un approfondimento dei concetti di «bontà assoluta» e di «bontà relativa» delle leggi, cfr. S. COTTA, Gaetano Filangieri e il problema della legge, Giappichelli, Torino 1954, pp. 104-24. Sul rapporto tra leggi e ambiente sociale, in particolare tra leggi e costumi, cfr. A. ANDREATTA, Gaetano Filangieri: legge, costume e legislazione sui costumi, in Atti del convegno Gaetano Filangieri e l’Illuminismo europeo, Guida, Napoli 1991, pp. 165-99.

(106) DELFICO, Indizi di morale, cit., p. 75.

(107) Ibid.

(108) Ivi, p. 44.

(109) Ibid.

(110) Ibid.

(111) Si veda il celebre discorso De la liberté des anciens comparée à celle des modernes che Benjamin Constant tenne il 14 febbraio 1819 all’Athénée royal di Parigi. Cito dal testo riprodotto nell’antologia Benjamin Constant, a cura di C. Cordié, Hoepli, Milano 1946, pp. 201-31.

(112) Cfr. CONSTANT, De la liberté des anciens, cit., pp. 203 e 212-13. Per una ricostruzione del dibattito politico nel XVIII secolo sulla distinzione tra le due libertà rinvio a L. GUERCI, Libertà degli antichi e libertà dei moderni. Sparta, Atene e i «philosophes» nella Francia del Settecento, Guida, Napoli 1979.

(113) CONSTANT, De la liberté des anciens comparée à celle des modernes, cit., p. 204.

(114) DELFICO, Indizi di morale, cit., p. 46.

(115)  Ibid.  

(116) Ivi, p. 47.

(117) Ivi, pp. 48-49.

(118) Ivi, p. 47.

(119) Per una ricognizione di tale dibattito, oltre alle fondamentali opere di A. MORIZE, L’apologie du luxe au XVIIIe  siècle et «Le Mondain» de Voltaire [Paris 1909], Slatkine, Genève 1970, e di W. SOMBART, Luxus und Kapitalismus, Duncker-Humblot, München-Leipzig 1913 (trad. it., Lusso e capitalismo, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1982), cfr. M.R. DE LABRIOLLE-RUTHERFORD, L’évolution de la notion du luxe depuis Mandeville jusqu’à la Révolution, in «Studies on Voltaire and the Eighteenth Century», vol. XXVI, 1963, pp. 1025-36; H. KORTUM, Frugalité et luxe à travers la querelle des anciens et des modernes, in «Studies on Voltaire and the Eighteenth Century», vol. LVI, 1967, pp. 765-73;  La polemica sul lusso nel Settecento francese, a cura di C. Borghero, Einaudi, Torino 1974.

(120) The Fable of the Bees: or Private Vices, Public Benefits (trad. it., La favola delle api, a cura di C. Parlato Valenziano, Boringhieri, Torino 1961).

(121)  Cfr. P. FRASCANI, Il dibattito sul lusso nella cultura napoletana del ‘700, in «Critica storica», a. XI (1974), n. 3,  pp. 397-424.

(122) Cfr. F. GALIANI, Della moneta [Napoli 1751], in Opere, a cura di F. Diaz e L. Guerci, Ricciardi, Milano-Napoli 1975, lib. 4°, appendice cap. I, Digressione intorno al lusso considerato generalmente, pp. 211-13.

(123) GENOVESI,  Lezioni di commercio, cit., pag. 194. Sulla distinzione in Genovesi tra lusso utile e lusso nocivo, cfr. PII, Antonio Genovesi, cit., pp. 196-203.

(124) GENOVESI, Lezioni di commercio, cit., p. 211. La tesi è ribadita nelle Note che il Genovesi appone alla seconda edizione napoletana [1777] dello Spirito delle leggi di Montesquieu. Cfr. E. DE MAS, Montesquieu, Genovesi e le edizioni italiane dello «Spirito delle leggi», Le Monnier, Firenze 1971, p. 137.

(125) FILANGIERI, La scienza della legislazione, cit., lib. II, cap. XXXVII, p. 339.

(126) Cfr. DELFICO, Saggio filosofico sul matrimonio, cit., p. 105  e  Memoria contro l’aumento dei soldi ai Magistrati (databile tra la seconda metà del 1790 e la prima metà del 1791), in CLEMENTE, Rinascenza teramana e riformismo napoletano, cit., p. 395.

(127) M. DELFICO, Sull’importanza di abolire la giurisdizione feudale, e sul modo [1790], in CLEMENTE, Rinascenza teramana e riformismo napoletano, cit., p. 358.

(128) Per un’esame delle posizioni di questi autori nei confronti del lusso, cfr. P. FRASCANI, Il dibattito sul lusso nella cultura napoletana del ‘700, cit., p. 400 sgg.

(129) Cfr. il commento di Francesco Longano alla traduzione italiana del Saggio politico sul commercio di Jean-François Melon, presso Vincenzo Flauto, Napoli 1778, pp. 162-63.

(130) Per Ludovico Antonio Muratori nessuna «Prammatica ben pensata impedisce al Nobile facoltoso il distinguersi da chi meno abbonda di roba». Ma «se pur questi volesse rendere sopra gli altri suoi pari glorioso il suo nome: perché non mettersi ad alzare Edifizj in prò del Pubblico, come Ponti, Canali, Monti della Carità, Accademie utili per le Scienze, Seminari, Biblioteche, Ospizj, per impiegare in lavori la Povera gente, Spedali per soccorso de gl’Infermi e de gl’Invalidi, e altre simili Opere in benefizio della sua Città? Questo sì, e non già le vane transitorie comparse, formerebbero una soda distinzione fra lui e gli altri Cittadini» (Della pubblica felicità, oggetto de’ buoni principi, s.e., Lucca 1749, p. 145).

(131) Cfr. DELFICO, Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de’ suoi cultori, cit., vol. I, p. 217; Sull’importanza di abolire la giurisdizione feudale, e sul modo, cit., pp. 357-58. Lo stesso timore aveva manifestato Doria nello scritto Del commercio del Regno di Napoli [1740], in E. VIDAL, Il pensiero civile di Paolo Mattia Doria negli scritti inediti, Giuffrè, Milano 1953, p. 209.

(132) DELFICO, Memoria contro l’aumento dei soldi ai Magistrati,  cit., p. 395.

(133) Per una ricostruzione dell’intera vicenda rinvio a CLEMENTE, Rinascenza teramana e riformismo napoletano, cit., pp. 71-85. E’ curioso come l’accanimento che Dragonetti mostra in occasione della fuga delle monache contrasti con quanto aveva scritto nella lettera a Delfico dell’8 agosto 1774 in cui elogiava l’«anonimo» autore del Saggio filosofico sul matrimonio: «Verrà dunque il fortunato dì in cui si spianteranno da’ fondamenti i Chiostri, i Monasteri, le Clausure, e  de’ loro avanzi, e rottami si formerà un trofeo all’illustre Autore restauratore della natura». E infine, dopo averlo ringraziato per avergli inviato l’opera, così concludeva:«Mi avanzo a pregarvi di significarmi il nome dell’Autore acciocché possa unirlo co’ nomi celebri de’ Montesquieu, e de’ Rousseau, che formano l’oggetto della mia ammirazione» (in CLEMENTE, Rinascenza teramana e riformismo napoletano, cit., pp. 36-37).

(134) L’espressione è ricorrente nella Relazione di Mons. Luigi Pirelli alla Sacra Congregazione del Concilio del 14 febbraio 1778, cit., pp. 86-99.

(135) Cfr., in proposito, VENTURI, Nota introduttiva [a M. Delfico], cit., p. 1161 sgg.; Il movimento riformatore, cit., pp. 17-18; GAROSCI, San Marino, cit., p. 171.

(136) M. DELFICO, Memoria sul Tribunal della Grascia e sulle leggi economiche nelle provincie confinanti del Regno [Napoli 1785], in Opere complete, cit., vol. III, p. 287. Sulla condizione della provincia teramana nella seconda metà del Settecento, cfr. V. CLEMENTE, La provincia di Teramo nell’età della defeudalizzazione, in «Storia e civiltà», a. II (1986), n. 1-2, pp. 56-91; n. 3-4, pp. 213-60; a. III (1987), n. 1-2, pp. 25-61; n. 3-4, pp. 155-92.

(137) «Allora fu che Napoli divenne la sede d’un corpo aristocratico […]; e crescendo sproporzionatamente la capitale d’un piccolo regno, si formò un capo mostruoso, che mentre attraeva a sè tutta la sostanza nutritiva, le altre parti del corpo caddero in una incurabile atrofia» (Memoria sul Tribunal della Grascia, cit., p. 287). Ancor più desolante sarà il quadro che Delfico delineerà nel 1791, di un Regno ormai visibilmente «diviso in due parti nella più strana maniera» (Ricerche sul vero carattere della giurisprudenza romana e de’ suoi cultori, cit., p. 216), in cui capitale e province corrono, anche se per ragioni opposte, verso il proprio annientamento. E maggiore sarà anche la sua avversione per la capitale partenopea, fino a trasformarsi, negli anni Novanta, in un vero e proprio «odio indelebile» a causa della repressione borbonica che violenta e indiscriminata si abbatterà su di essa nel tentativo di arrestare il contagio rivoluzionario. «Le capitali – scriverà in un foglio rimasto inedito – non si mantengono che alle spese dello Stato. Tal fu di Roma, e la storia presente lo comprova tuttogiorno. Esse sono sempre per necessità il focolare delle rivoluzioni per la miseria e per i sentimenti soggetti ad una improba comunicazione e propagazione» (BPT, Misc. 2, n. 577).

(138) L’ordinanza muoveva dal presupposto «che ogni Cittadino è difensore nato della sua Patria, e del suo Re» e «che un esercito composto di soldati stipendiati, ed unicamente addetti alle militari funzioni, non poteva essere molto numeroso senza nuocere all’agricoltura, alle arti, al commercio, colla privazione di tante braccia utili, e senza gravare il popolo coll’eccedenti contribuzioni, che il suo mantenimento richiederebbe» (F. AMMIRATI, Il puro gius feodale napoletano, ossia raccolta delle leggi feodali del Regno, Michele Migliaccio, Napoli 1794, t. II, p. 225). Sul dibattito che si sviluppa nel Regno borbonico intorno alle riforme militari, cfr. la sintesi, ricca di riferimenti bibliografici, di a. M. RAO, Esercito e società a Napoli nelle riforme del secondo Settecento, in «Studi storici», a. 28 (1987), n. 3, pp. 623-77.

(139) Cfr. FILANGIERI, La scienza della legislazione, cit., lib. II, cap. VII, pp. 215-25.

(140) Cfr. a. M. RAO, Organizzazione militare e modelli politici a Napoli fra illuminismo e rivoluzione, in Modelli nella storia del pensiero politico, vol. II, La rivoluzione francese e i modelli politici, a cura di V.I. Comparato, Olschki, Firenze 1989, pp. 39-63.

(141) DELFICO, Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, cit., p. 162.

(142) Cfr. ivi, pp. 159-61  e  172.

(143) Non è escluso che Delfico abbia potuto conoscere il testo roussoiano tramite il suo amico teatino Romualdo de Sterlich, il quale era solito richiedere con tempestività ogni nuova pubblicazione del Ginevrino. Sull’interesse del marchese de Sterlich per la pubblicistica d’oltralpe ed in particolare per quella dell’autore del Contrat social, cfr. U. RUSSO, L’accesso a Rousseau, in Studi sul Settecento in Abruzzo, cit., pp. 65-86.

(144) DELFICO, Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, cit., p. 164.

(145) J.-J. ROUSSEAU, Considérations sur le gouvernement de Pologne et sur sa réformation projettée [1771], in Oeuvres complètes, cit.,  vol. III, 1964,  p. 1016.

(146) DELFICO, Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, cit., p. 166.

(147) Ivi, p. 168.

(148) ROUSSEAU, Considérations sur le gouvernement de Pologne et sur sa réformation projettée, cit., p. 1014.

(149) Cfr. DELFICO, Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, cit., p. 171, e ROUSSEAU, Considérations sur le gouvernement de Pologne et sur sa réformation projettée, cit., p. 1016.

(150) Sulla fortuna del «modello italico» tra i riformatori napoletani della seconda metà del Settecento, cfr. GIARRIZZO, Vico, la politica e la storia, cit., p. 198 sgg.

(151) RAO, Organizzazione militare e modelli politici a Napoli fra illuminismo e rivoluzione, cit., p. 56.

(152) «Misantropi della ragione e della società – scrive Delfico rivolgendosi agli ‘odiatori’ del sistema monarchico – se conosceste ciò che caratterizza la vera società, conoscereste facilmente, che tutti i più sublimi sentimenti di virtù, e le più nobili idee della ragione possono egualmente albergare nelle reggie, nei senati e nelle popolari adunanze […]. Possono perciò nella monarchia sorgere e regnare i più nobili sentimenti dell’animo e dar luogo per conseguenza all’espressione dei medesimi, che è ciò che chiamasi virtù» (Discorso sullo stabilimento della milizia provinciale, cit., p. 169).

(153) Cfr. E. CHIOSI, «Humanites» e scienze. La Reale Accademia napoletana di Ferdinando IV: storia di un progetto, in «Studi storici», a. 30 (1989), n. 2, pp. 435-56. Per una ricostruzione dell’ambiente accademico-scientifico del tempo, cfr. G. GALASSO, Scienze, istituzioni e attrezzature scientifiche nella Napoli del Settecento, in L’età dei lumi. Studi storici sul Settecento europeo in onore di Franco Venturi, a cura di R. Ajello, M. Firpo, L. Guerci, G. Ricuperati, vol. I, Jovene, Napoli 1985, pp. 191-228, ora anche in La filosofia in soccorso de’ governi, cit., pp. 137-68.

(154) Cfr. Regolamento per lo stabilimento del Consiglio di Azienda, Caserta, 19 ottobre 1782, citato da VILLANI, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, cit., p. 177.

(155) Lettera da Teramo del 24 dicembre 1782, in M.G. RICCOBONO, Contributo per l’epistolario di Melchiorre Delfico, in «Rassegna della letteratura italiana», a. 87 (1983), serie VIII, n. 3, p. 404.

(156) VENTURI, Nota introduttiva  [a  M. Delfico], cit., p. 1168.

(157) Si veda l’elogio che della Memoria fece il «Nuovo Giornale enciclopedico» di Vicenza, nel fascicolo di ottobre del 1783, che sottolineò il coraggio civico dell’Autore e riconobbe nell’opuscolo «cose atte ad interessare, non che l’Italia, tutta l’Europa».

(158) Favorevole nel 1783 ad un più moderno sviluppo dell’attività risiera per una ripresa economica della sua provincia, Delfico assumerà alcuni anni più tardi un atteggiamento decisamente contrario alla risicoltura. Su tale mutamento, cfr. V. CLEMENTE, Cronache della defeudalizzazione in provincia di Teramo: le risaie atriane (1734-1831), in «Itinerari», a. XXIV (1985), n. 1-2-3, pp. 21-154.

(159) Cfr. L. FACCINI, L’economia risicola lombarda dagli inizi del XVIII secolo all’Unità, Sugarco, Milano 1976; La Lombardia fra ‘600 e ‘700, Angeli, Milano 1988, sp. pp. 224-55.

(160) Cfr. M. DELFICO, Memoria sulla coltivazione del riso nella provincia di Teramo, in Opere complete, cit., vol. III, pp. 191-92.

(161) Nel 1768 Giamberardino Delfico successe a Nicola Sanseverino nell’amministrazione dello «Stato» d’Atri, appartenuto alla famiglia atriana degli Acquaviva e devoluto nel 1760 alla Corona, per l’estinguersi degli aventi diritto alla successione. Esercitata fino all’avvento dei Francesi nel Regno, nel 1798, la gestione Delfico si rivelò talvolta ambigua e personalistica, tanto da provocare disappunto e sospetto presso la stessa amministrazione centrale che, in più di un’occasione, fu costretta ad inquisire sull’operato dell’«abile» amministratore. Cfr. G. INCARNATO, Grano, riso … e riforme nel teramano nella seconda metà del secolo XVIII, in Problemi di storia delle campagne meridionali nell’età moderna e contemporanea, a cura di A. Massafra, Dedalo, Bari 1981, pp. 353-74; In margine «all’elevato dibattito» sull’eversione della feudalità nel Regno di Napoli; prassi e realtà dell’amministrazione degli allodiali d’Atri alla vigilia della devoluzione della feudalità, in Atti del sesto convegno Gli Acquaviva d’Aragona duchi di Atri e conti di S. Flaviano, t. II, Centro abruzzese di ricerche storiche, Teramo 1986, pp. 5-98.

(162) Cfr. DELFICO, Memoria sulla coltivazione del riso nella provincia di Teramo, cit., pp. 200, 210 e  216.

(163) Manca uno studio recente sul pensiero economico delficino su cui, peraltro, è stata posta in genere scarsa attenzione. Per un primo approccio, cfr. O. NUCCIO, Melchiorre Delfico, in appendice alla ristampa anastatica di Scrittori classici italiani di economia politica, a cura di P. Custodi, t. XXXIX, Bizzarri, Roma 1967, pp. I-XXI, ora in  Economisti e riformisti meridionali del ‘700, Bizzarri, Roma 1971, pp. 245-62; A. DI NARDO, La scienza economica nel programma delficino, in Storia e scienza in Melchiorre Delfico, cit., pp. 55-76.

(164) Un’adesione ancora più totale alle idee liberiste Delfico mostrerà nella Memoria sulla libertà del commercio, scritta tra il 1789 e il 1790, su invito dell’Accademia di Padova agli scrittori italiani di occuparsi del problema della libertà di commercio. Stampato la prima volta nel 1805 a Milano, presso Destefanis, nel t. XXXIX della citata raccolta Scrittori classici italiani di economia politica, l’opuscolo è stato recentemente riedito (De Petris, Teramo 1985) con un’introduzione di M. Finoia. Lo scritto, in cui l’Autore si propone di «vedere se la libertà generale ed assoluta sia una condizione necessaria per godere di un felice commercio, e stabilire un sistema di economia secondo i principi della ragione; oppure se per l’utile dello stato possa essere ristretta, o direttamente con divieto o indirettamente con imposizioni» (p. 6  dell’edizione De Petris), rappresenta una vera esaltazione del principio del laissez-faire, contro ogni sistema vincolistico. Cfr. M. FINOIA, Introduzione, in DELFICO, Memoria sulla libertà del commercio, cit., p. XIV sgg.; F. DI BATTISTA, Dalla tradizione genovesiana agli economisti liberali, Cacucci, Bari 1990, p. 123. Sul problema Delfico tornerà alcuni anni dopo con il Ragionamento su le carestie, composto, affermerà, «solo per dare qualche eccezione agli eccessivi principii di libertà in economia» (lettera a Luigi Dragonetti del 10 luglio 1826, in Spigolature nel carteggio letterario e politico del march. Luigi Dragonetti, cit., p. 121. Il testo, letto il 1° dicembre 1818 nella Reale Accademia delle Scienze di Napoli e pubblicato nel 1825 negli Atti dell’Accademia stessa (vol. II, parte I, pp. 3-43) è stato riedito a Teramo nel 1985  assieme alla Memoria sulla libertà del commercio. Di fronte al «terribile flagello» della carestia che ricompare «sovente inaspettato, furibondo, irreparabile» (ivi, p. 47), lo scrittore meridionale apporta alcune «modificazioni e moderazioni» al principio della libertà assoluta e illimitata di commercio, auspicando nel mercato l’intervento diretto dello Stato, cui riconosce il compito di prevenire in futuro il ritorno di simili avvenimenti.

(165) Cfr. A. PLACANICA, Michele Torcia e il terremoto del 1783: storia naturale e riformismo politico, in «Rivista storica italiana», a. XCV (1983), fasc. II, pp. 419-46; L’Iliade funesta. Storia del terremoto calabro-messinese del 1783, Casa del Libro, Roma 1984; Il filosofo e la catastrofe. Un terremoto del settecento, Einaudi, Torino 1985.

(166) VILLANI, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, cit., p. 285.

(167) Lettera al Fortis del 16 ottobre 1783, da Napoli, in RICCOBONO, Contributo per l’epistolario di Melchiorre Delfico, cit., p. 394.

(168) Lettera al Fortis del 28 febbraio 1784, da Teramo, conservata presso la BGSM, SM-M76 1, n. 48.

(169) Lettera al Fortis del 18 marzo 1784, da Teramo, in BGSM, n. 41.

(170) Lettera al Fortis del 7 dicembre 1783, da Foggia, in BGSM, n. 15.

(171) Cfr. L. TOSSINI, Una lettera inedita di Melchiorre Delfico a Michele Torcia, in «Nord e Sud», a. XXIV (1977), terza serie, n. 31-32, pp. 191-99. La lettera è datata Teramo, 7 ottobre 1784.

(172) Ivi, pp. 193  e  195.

(173) Lettera al Fortis del 28 gennaio 1784, da Teramo, in BGSM, n. 45.

(174) Lettera al Fortis del 28 giugno 1784, da Teramo, in BGSM, n. 31.

(175) Lettera al Fortis del 19 agosto 1784, da Teramo, in BGSM, n. 27.

(176) Ibid.

(177) L’Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi fu terminato nel maggio del 1784 e pubblicato a Napoli nell’estate di quell’anno, dopo aver avuto l’approvazione del revisore nella persona dell’abruzzese Troiano Odazi.

(178) Delfico ammira soprattutto la Vita di Ansaldo Grimaldi [Napoli 1769], poiché in essa l’Autore era riuscito a saldare la vicenda dell’uomo di Stato genovese con la storia politica dello Stato stesso e a far vedere come la mancanza di costituzioni e di leggi fondamentali tenesse lo Stato «in continua rivoluzione» (Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 235).

(179) Per una prima rassegna dei critici italiani delle teorie politiche roussoiane, cfr. S. ROTA GHIBAUDI, La fortuna di Rousseau in Italia (1750-1815), Giappichelli, Torino 1961, p. 47 sgg. Un contributo è venuto anche da FERRONE, I profeti dell’Illuminismo, cit., p. 301 sgg.

(180) G. CARLI, L’uomo libero o sia ragionamento sulla libertà naturale e civile dell’uomo [Lione 1778], in Opere, t. XVIII, Imp. Monastero di S. Ambrogio Maggiore, Milano 1787, p. 8. Sulla opposizione di Carli al Ginevrino, cfr. M. FANCELLI, I critici italiani del Rousseau e il pensiero politico di G. R. Carli, in «Rivista internazionale di filosofia del diritto», a. XXV (1948), fasc. III-IV, pp. 249-99.

(181) DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 245.

(182) J.-J. ROUSSEAU, Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, in  Oeuvres complètes,  vol. III,  cit., p. 193.

(183) F. GRIMALDI, Riflessioni sopra l’ineguaglianza tra gli uomini, presso Vincenzo Mazzola-Vocola, parte I, Napoli 1779, p. XI.

(184) L’espressione, ricorrente nelle Riflessioni, è mutuata da Hume (verso cui Grimaldi nutre ammirazione), il quale nel Treatise of Uman Nature [1739] si era prefisso come scopo la costituzione di una scienza dell’uomo fondata sull’esperienza e sull’osservazione, capace di rappresentare la conoscenza fondamentale dell’uomo e di sostituirsi alla ontologia e alla teologia.

(185) GRIMALDI, Riflessioni sopra l’ineguaglianza tra gli uomini, cit., parte III [1780], p. 128.

(186) Dopo aver condiviso nella prima edizione dei Saggi politici [1783-85] la tesi dell’«acuto pensatore» delle Riflessioni, Pagano se ne distaccherà, tanto che nell’edizione del 1791-92 l’elogio a Grimaldi non viene riprodotto. Cfr., in proposito, B. SASSO, I «Saggi politici» di F. M. Pagano dalla prima alla seconda edizione, in Atti dell’Accademia di scienze morali e politiche, vol. XCIII (1982), p. 134 sgg.

(187) Considerazioni sul carattere conservatore dell’illuminismo di Grimaldi si trovano in FERRONE, I profeti dell’Illuminismo, cit., pp. 312-37.

(188) DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 249.

(189) DELFICO, Nuove ricerche sul Bello, cit., p. 195.

(190) L’espressione è utilizzata da Rousseau per replicare agli avversari che lo accusavano di agognare un effettivo ritorno allo stato di natura (cfr. Discours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes, cit., note IX, p. 207). 

(191) DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 250.

(192) GRIMALDI, Riflessioni sopra l’ineguaglianza tra gli uomini, cit., parte III,  pp. 32-33.

(193) Ivi, p. 47.

(194) DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 252.

(195) CARPANETTO-RICUPERATI, L’Italia del Settecento, cit., p. 362. Sull’interpretazione della Scienza della legislazione non come mera costruzione razionale ma come progetto teorico e pratico per un radicale mutamento del sistema, cfr.R. FEOLA, Utopia e prassi. L’opera di Gaetano Filangieri ed il riformismo nelle Sicilie, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1989, pp. 7-67, che riproduce, ampliandolo, l’intervento al convegno Gaetano Filangieri e l’Illuminismo europeo (cfr. Atti, cit., pp. 295-335).

(196) DIAZ, Per una storia illuministica, cit., p. 621.

(197) Lo scritto offre a Delfico l’opportunità di anticipare alcune vedute sulla storia che troveranno completa elaborazione nei famosi Pensieri su l’istoria.

(198) DELFICO, Elogio del marchese D. Francescantonio Grimaldi, cit., p. 253.

(199) Su tale associazione, fondata il 1° maggio 1776 ad Ingolstadt da Adam Weishaupt, cfr. C. FRANCOVICH, Gli Illuminati di Baviera, in Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, La Nuova Italia, Firenze 1974, pp. 309-34.

(200) Cfr. G. GIARRIZZO, Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, Marsilio, Venezia 1994, p. 311 sgg.

(201) Sul viaggio di Münter in Italia, cfr. B. CROCE, Friedrich Münter e la massoneria di Napoli nel 1785-1786, in Aneddoti di varia letteratura, vol. III, Laterza, Bari, 1954, pp. 168-80; FRANCOVICH, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, cit., pp. 381-433; P. BECCHI, Vico e Filangieri in Germania, Jovene, Napoli 1986, pp. 123-29. Notizie più dettagliate sono contenute in F. MÜNTER, Nachrichten von Neapel und Sicilien, auf einer Reise in den Jahren 1785 und 1786 gesammelt, bey Christian Gottlob Proft, Kopenhagen 1790, e nei suoi Diari, pubblicati postumi, Aus den Tagebüchern Friedrich Münters. Wander- und Lehrjahre eines dänischen Gelehrten, herausgegeben von Ø. Andreasen, Zweiter Teil 1785-1787, P. Haasse, Kopenhagen-Leipzig 1937.

(202) Cfr. FRANCOVICH, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, cit., p. 304 sgg.

(203) Ed STOLPER, La massoneria settecentesca nel Regno di Napoli, in «Rivista massonica», LXVI, 1975, n. 7, pp. 409-10. Dell’Autore si vedano inoltre gli altri interventi sull’argomento apparsi, con il medesimo titolo, nella stessa rivista, LXV, 1974, n. 10, pp. 591-606; LXVI, 1975, n. 9, pp. 527-34; n. 10, pp. 594-618; LXVII, 1976, n. 1, pp. 47-50; n. 3, pp. 139-42; n. 4, pp. 232-36. 

(204)  Sullo sviluppo della Fratellanza massonica nel Regno di Napoli nell’ultimo ventennio del Settecento, cfr. R. FEOLA, Dall’illuminismo alla Restaurazione. Donato Tommasi e la legislazione delle Sicilie, Jovene, Napoli 1977, pp. 3-31; F. BRAMATO, Napoli massonica nel Settecento. Dalle origini al 1789, Longo, Ravenna 1980, p. 55 sgg.; La massoneria a Napoli dal 1789 al 1799, in «Rivista italiana di studi napoleonici», a. XXIII (1986), n. 2, pp. 19-41; T. PEDÌO, La congiura giacobina del 1794 nel Regno di Napoli, Levante, Bari 1986, pp. 31-86; FERRONE, I profeti dell’Illuminismo, cit., pp. 208-77; La massoneria settecentesca in Piemonte e nel Regno di Napoli, in «il Vieusseux», a. IV (1981), n. 11, in sp. pp. 120-30.

(205) Cfr. FERRONE, I profeti dell’Illuminismo, cit., p. 251.

(206) Il massone, scrive nel 1785 Antonio Jerocades, costretto nel 1799 all’esilio perché coinvolto nel movimento giacobino napoletano, «dee rispettare ed eseguire le leggi della sua patria, e le costumanze di quella. Non è nostro consiglio l’interpretare qual sia de’ Governi il migliore. Ma se vogliam misurare la bontà de’ Governi dalla somiglianza che hanno con quello di Dio, possiamo asserire, che il miglior Governo è quello di uno solo. Perciò dobbiam gloriarci di esser nati, e cresciuti, sotto il provvido reggimento di un Re, il qual fa la volontà delle leggi, e intende alla felicità del suo popolo» (Il codice delle Leggi massoniche, in STOLPER, La massoneria, cit., LXVI, 1975, n. 10, p. 603).

(207) Notizie particolareggiate sull’organizzazione della loggia illuminata di Napoli si trovano in C. FRANCOVICH, Albori socialisti nel Risorgimento. Contributo allo studio delle società segrete (1776-1835), Le Monnier,  Firenze 1962, p. 71 sgg. Fondatori della loggia furono Gaetano Carrascal, Emanuele Mastellone, Nicola Pacifico, Mario Pagano, Donato Tommasi, Giuseppe Zurlo, «tutti e sei – afferma Francovich – esponenti o martiri del giacobinismo partenopeo» (Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, cit. p. 421).

(208) Soltanto suo fratello Gianfilippo Delfico compare nel 1770 nell’elenco degli appartenenti alla loggia, di rito inglese, Harmonie di Napoli. Cfr. STOLPER, La massoneria, cit., LXVI, 1975, n. 7, p. 425.

(209) Attorno ad Antonio e Domenico Di Gennaro, rispettivamente duca di Belforte e duca di Cantalupo, si raccoglievano i protagonisti della vita culturale della capitale partenopea. Delfico è amico soprattutto di Domenico, economista, tenace oppositore del sistema vincolistico annonario allora vigente, autore, tra l’altro, di un’opera sull’Annona [Palermo 1783], in cui elabora un nuovo piano economico interamente imperniato sulla libertà.

(210) Non conosciamo con esattezza la data del loro incontro. La prima testimonianza in proposito risale al 28 febbraio del 1786, giorno in cui Münter annota nel suo diario di essere in compagnia di Delfico (cfr. Aus den Tagebüchern Friedrich Münters, cit., p. 97). Ma la loro conoscenza è sicuramente precedente e non è escluso che possa essere avvenuta tra il settembre e l’ottobre del 1785, durante il primo soggiorno del Danese a Napoli. Successivo è l’incontro con Mario Pagano che Münter conosce a Napoli, dopo essere stato durante il giorno in compagnia di Delfico, la sera del 17 marzo dell’86, mentre era molto alterato per le critiche ai suoi Saggi politici (cfr. ivi, p. 105). Sul rapporto di Pagano con la massoneria, cfr. GIARRIZZO, Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, cit., pp. 350-58. Con Delfico Münter trascorrerà  gli ultimi giorni del suo secondo soggiorno partenopeo, terminato prima della metà del mese di aprile del 1786 (cfr. Aus den Tagebüchern Friedrich Münters, cit., p. 115). Ritornato a Napoli, i due amici trascorreranno ancora molto tempo in compagnia. A Delfico Münter deve la conoscenza di Eleonora de Fonseca Pimentel, da cui però non sembra restare favorevolmente impressionato (cfr. ivi, pp. 225 e 227). Sull’incontro nella capitale partenopea tra Delfico e Münter, cfr. K. KNUDSEN-ASCANI, Viaggiatori danesi in Abruzzo, in Atti del 3° convegno Viaggiatori europei negli Abruzzi e Molise nel XVIII e XIX secolo, Centro di ricerche storiche «Abruzzo teramano», Teramo 1975, pp. 262-64.

(211) Il viaggio che tocca, oltre a Pestum, anche Salerno e Pompei, si svolge dal 19 al 23 ottobre. A Filangieri Münter è legato da grande amicizia. Alla sua morte ne traduce in tedesco l’Elogio storico [Napoli 1788] di Donato Tommasi, ottenendo il plauso di Delfico che loda l’iniziativa di far conoscere l’ingegno «di quell’uomo, che con tanta anima fu tanto benemerito della Patria e dell’Umanità» (lettera di Delfico a Münter del 10 febbraio 1790, da Teramo, in DI NARDO, Storia e scienza in Melchiorre Delfico, cit., p. 145). Sull’ideologia massonica di Filangieri, cfr. G. GIARRIZZO, Filangieri massone, in Atti del convegno Gaetano Filangieri e l’Illuminismo europeo, cit., pp. 421-52, ora anche in Massoneria e illuminismo nell’Europa del Settecento, cit., pp. 275-310. Arnold Hermann Ludwig Heeren [1760-1842] sarà ricordato da Münter come «uno de’ primi storici della Germania» (lettera a Delfico, da Copenaghen, del 3 marzo 1819, in DE FILIPPIS-DELFICO, Della vita e delle opere di Melchiorre Delfico, cit., p. 97). Dal canto suo Delfico, scrivendo al principe di Satriana nel 1834 parlerà di Heeren come di «quegli che ci ha dato forse la più bell’opera del corrente secolo in un pieno trattato, Della politica e del commercio degli antichi» (ivi, p. 98).

(212) Aus den Tagebüchern Friedrich Münters, cit., p. 229. La data è il 20 ottobre 1786. Nonostante le diverse opinioni, l’anno successivo Delfico si complimenterà con l’amico per essere divenuto «Professore Teologo. Gran fortuna della Teologia – scrive – quando capita in mano a galantuomini: ridotta a poche e grandi idee, consola i cuori, ed ingrandisce l’immaginazione, e così si rende utile all’umanità» (cfr. lo stralcio di lettera a Münter, da Napoli, del 6.2.1787, n. 188, in Aus dem Briefwechsel Friedrich Münters. Europäische Beziehungen eines dänischen Gelehrten 1780-1830, herausgegeben von Ø. Andreasen, Erster Teil, P. Haasse, Kopenhagen-Leipzig 1944, p. 215. L’intera lettera è  ora pubblicata in DI NARDO, Storia e scienza in Melchiorre Delfico, cit., pp. 146-48).

(213) Alcune lettere sono state pubblicate nel quarto volume delle Opere complete di Delfico, cit., pp. 154-62; altre sono apparse nel primo volume di Aus dem Briefwechsel Friedrich Münters, cit., pp. 215-20. Due di queste ultime sono state riprodotte in appendice al libro di DI NARDO, Storia e scienza in Melchiorre Delfico, cit., pp. 154-55 e 157-60, il quale ha pubblicato altre lettere di Delfico a Münter, assieme ad alcune lettere di Delfico a Federica Brun (ivi, pp. 140-66). Altre, ancora inedite, sono conservate presso la Biblioteca Provinciale di Teramo. Durante il periodo che va dagli inizi degli anni Novanta del XVIII secolo fin oltre l’esilio sammarinese di Delfico [1806], il rapporto epistolare tra i due amici s’interrompe. Riprenderà con una lettera di Münter al Nostro, da Kopenhagen, del 26.11.1808, n. 189, nella quale si legge: «Si ricorderà vostra Eccellenza d’un suo amico da molti anni fissato sulle sponde del mare baltico, ma il cui cuore sempre e con giovanile affetto pensa a que’ giorni felici che negli anni [1785 e 1786] passò nella bella Partenope tra amici che il cielo lo fece trovare in quell’immensa metropoli, e che poi dispersi ed uccisi nelle sciagure domestiche gli ànno lasciato una memoria mesta di quei felici tempi. […] Già da lungo tempo mi ero proposto di indirizzarle qualche rigo e prendo adesso la penna, per pregarla di continuarmi la sua tanto cara amicizia, e di credermi sempre l’istesso verso di Lei, pieno di stima e di tutti i sentimenti che costituiscono il carattere della più sicura amicizia» (Aus dem Briefwechsel Friedrich Münters, cit., pp. 215-16).

(214) Lettera da Napoli del 17 settembre 1786, in DI NARDO, Storia e scienza in Melchiorre Delfico, cit., pp. 140-41.

(215) Qualche divergenza Münter manifesterà nei confronti dei delficini Pensieri su l’istoria, dei quali condivide le critiche mosse alla storia antica, ma non quelle alla «storia dello sviluppamento dello spirito umano, delle idee religiose, scientifiche e politiche» (cfr. le lettere da Copenaghen dell’8 aprile e del 12 dicembre 1811, in BPT, Ep., rispettivamente n. 185 e n. 183).

(216) «Si ricorderà V.E. – scrive Münter a Delfico nella citata lettera del 26.11.1808 – del viaggio che facemmo insieme col Sig. Heeren ora Professore di Gottinga, della sera passata in Salerno, del pelerinaggio [sic] per ammirare le venerande antichità di Pestum. Quanto vicino eravamo allora di Velia, adesso chiamata Agropoli; e nessuno di noi pensava a fare le 15 miglia che è situata dietro Pestum. Mi faccia la grazia d’informarmi se nulle ricerche vi sono fatte; se non vi si trovano delle rovine d’importanza, o almeno de’ sepolcrj, delle Iscrizioni, che devono contenere delle notizie interessantissime» (Aus dem Briefwechsel Friedrich Münters, cit., p. 216).

(217) Appena giunti a Salerno, diretti a Pestum, «Delfico ed io – annota  Münter il 19 ottobre 1786 – siamo subito partiti a caccia di monete, per la qual cosa Heeren che non si interessava di monete traeva spunto per prenderci in giro. Ne abbiamo trovato diverse di buone che abbiamo diviso tra noi» (Aus den Tagebüchern Friedrich Münters, cit., p. 229). Gli scritti di Delfico sulla numismatica furono pubblicati a Teramo dai tipi di Ubaldo Angeletti nel 1824 con il titolo Della antica Numismatica della città di Atri nel Piceno con un discorso preliminare su le origini italiche. Nell’aprile dell’anno successivo, il toscano Giuseppe Micali ne recensiva il testo nell’«Antologia» di Vieusseux, a. V (1825), vol. XVII, n. 52, pp. 3-12. Il libro venne inoltre recensito nella «Biblioteca italiana» di Milano [agosto 1825] e nella «Revue Encyclopedique» di Parigi [janvier 1826]. Tutte e tre le recensioni furono inserite dall’Autore nella seconda edizione dell’opera che, notevolmente ampliata, vide la luce a Napoli nel 1826, per i tipi di Angelo Trani, col titolo Dell’antica Numismatica della città di Atri nel Piceno con alcuni opuscoli su le origini italiche (ora in Opere complete, cit., vol. II, pp. 299-505).

(218) Lettera di Münter a Delfico del 12 aprile 1790, da Copenaghen, in BPT, Ep., n. 182.

(219) SOLARI, Studi su Francesco Mario Pagano, cit., p. 201. Sullo stesso piano l’Autore pone l’altro scritto di Delfico, Memoria sulla libertà del commercio e l’opera sull’Annona di Domenico Di Gennaro, duca di Cantalupo, pubblicata anonima a Palermo nel 1783.

(220) DELFICO, Memoria sul Tribunal della Grascia, cit., p. 279.

(221) Ivi,  p. 287.

(222) Cfr. retro, p. 27.

(223) DELFICO, Memoria sul Tribunal della Grascia, cit., p. 314.

(224) Ibid.

(225) M. DELFICO, Discorso sul Tavoliere di Puglia e su la necessità di abolire il sistema doganale presente e non darsi luogo ad alcuna temporanea riforma, in Opere complete, cit., vol. III, p. 370.

(226) Ibid.

(227) FILANGIERI, La scienza della legislazione, cit., lib. II, cap. III, p. 196.

(228) Cfr. F. VENTURI, Nota introduttiva  [a  G. Filangieri], in Riformatori napoletani, cit., p. 615. L’anno successivo alla sua pubblicazione, l’opera di Schmidt fu tradotta in italiano e stampata a Siena. Nel 1786 ne uscì un’edizione a Massa e un’altra vide la luce a Napoli nel 1791, sotto gli auspici del marchese Giuseppe Palmieri.

(229) G.L. SCHMIDT  D’AVENSTEIN, Principes de la législation universelle, tome premier, chez Marc-Michel Rey, Amsterdam 1776, livre V, chap. II, pp. 335-36.

(230) DELFICO, Discorso sul Tavoliere di Puglia, cit., p. 372.

(231) Cfr. P. VILLANI, Il dibattito sulla feudalità nel Regno di Napoli dal Genovesi al Canosa, in Saggi e ricerche sul Settecento, Istituto italiano per gli studi storici, Napoli 1968, p. 306 sgg. Un atteggiamento ben più radicale e coerente Delfico assumerà agli inizi degli anni Novanta. Cfr., in proposito, A. BENEVELLI BRISTOW, Da sovrano padrone a sovrano monarca: analisi semantica del discorso politico di G. M. Galanti, in I linguaggi politici delle rivoluzioni in Europa XVII-XIX secolo, a cura di E. Pii, Olschki, Firenze 1992, p. 181 sgg.

(232) DELFICO, Discorso sul Tavoliere di Puglia, cit., p. 379.

(233) Si veda a questo proposito la lettera di Delfico a Fortis del 30 novembre 1787, da Caserta, in RICCOBONO, Contributo per l’epistolario di Melchiorre Delfico, cit., pp. 405-406. La richiesta di ripristino del Tribunale, presentata nel 1786, fu esaudita soltanto all’inizio del 1788.

(234) M. DELFICO, Memoria per il ristabilimento del Tribunale Collegiato nella Provincia di Teramo [1786], pubblicata da CLEMENTE, Rinascenza teramana e riformismo napoletano, cit., pp. 255-57. La citazione è a p. 255.

(235) Ciò che Delfico chiedeva, sin dal 1786, era l’abolizione del «diritto del pascolo invernale» nei paesi costieri dell’Abruzzo, a causa del quale i proprietari erano costretti a tenere i loro terreni esclusivamente a pascolo per un periodo molto lungo dell’anno, dal 29 settembre all’8 maggio, con grave pregiudizio per l’agricoltura. Del problema si occuperà anche negli anni successivi, ma solo alla fine del ’93 otterrà qualche riscontro presso le autorità locali. Cfr. R. DI ANTONIO, Stucchi e Doganelle nel teramano, Libera Università Abruzzese degli Studi «G. D’Annunzio», Facoltà di Scienze Politiche, Teramo 1978, la quale pubblica in appendice alcuni inediti delficini, la Memoria sugli Stucchi e le Memorie su di un nuovo sistema per le Doganelle.

(236) La richiesta al Sovrano di una Università di Studi venne avanzata da Delfico agli inizi del maggio 1788 con la Memoria per lo stabilimento di una Università in Teramo, tuttora irreperita. Accolta favorevolmente la proposta, il re chiese il parere alla Real Camera che, a sua volta, decise di interpellare il Tribunale di Teramo, sentito il vescovo. Alla Consulta negativa della Real Camera, cui si conformò successivamente lo stesso Sovrano, Delfico replicò invano (cfr. la lettera a Fortis del 30 settembre 1788, da Teramo, in BGSM, n. 60). Sul progetto si tornerà soltanto nel 1808 quando, soppressi i conventi della città, sarà proposto di fondare una Università nel monastero di S. Matteo e una Accademia di Scienze nel convento dei cappuccini. Nascerà allora il «Real Collegio», inaugurato il 23 gennaio 1814, nel quale verrà istituito nel 1817 una «Cattedra di Giurisprudenza». Alcuni documenti riguardanti gli sviluppi dell’iniziativa delficina sono stati pubblicati da G. DE CAESARIS, Scritti inediti di Melchiorre Delfico. Una piccola Università a Teramo, in «Teramo», a. IV (1935), n. 7-8, pp. 3-8, recentemente riproposti, assieme ad altri documenti delficini, alcuni dei quali inediti, su «Trimestre», a. XX (1987), n. 1-2, pp. 143-55.

(237) Giovanni Thaulero [1745-1819], studioso di filosofia e di economia politica, collaborò alla compilazione della statistica del Regno. Segretario della Società economica, fu Consigliere d’Intendenza dal settembre 1806 fino alla morte.

(238) Biagio Michitelli [1759-1833], filosofo, giureconsulto e letterato, fu assessore militare di Teramo e nel 1789 assessore dei Regali Presidi di Toscana. Nel 1806 divenne membro del Tribunale straordinario delle province di Capitanata, Bari e Otranto. Tre anni dopo fu eletto presidente del Tribunale di prima istanza a Lecce e quindi promosso presidente delle Corti criminali. Consigliere di Stato nel 1821, fu nominato nel 1825 professore di diritto civile nel Real Collegio.

(239) Berardo Carlucci, tipografo e stampatore teramano, nel 1780 propose l’apertura di una scuola a Teramo di «grammatica ed umanità».

(240) Vincenzo Comi [1765-1830], chimico e studioso di scienze naturali, nel 1790 scrisse una Memoria sull’acqua minerale di Salerno e due anni dopo fondò la rivista il «Commercio scientifico d’Europa col Regno delle due Sicilie», i cui sei volumi sono stati ristampati nelle Opere complete, vol. I, Fabbri, Teramo 1908, pp. 117-786. Nel 1820 fu eletto deputato per la provincia di Teramo al Parlamento napoletano.

(241) Carlo Forti [1776-1845], ingegnere, fu assistente nelle opere  del porto di Brindisi. Formato il corpo di Ponti e strade fu dapprima nominato ingegnere in capo per la divisione del Nord, quindi ispettore per il dipartimento degli Abruzzi e del Molise ed, infine, segretario della direzione generale a Napoli.

(242) Gianfilippo Delfico [1743-93], studioso di scienza economica e di giurisprudenza, presidente della Società economica, pubblicò una Memoria per la conservazione e riproduzione dei boschi nella provincia di Teramo e delle riflessioni sulle tavole di Eraclea.

(243) Lettera al fratello Giamberardino, in BPT, Ep., n. 273.

(244) Ibid.

(245) Cfr. le lettere al fratello Giamberardino del 3 e del 17 marzo 1787, entrambe da Napoli, in BPT, Ep., rispettivamente  nn. 275  e  277. Iniziato nei decenni precedenti, il dibattito sul Tavoliere si sviluppò soprattutto negli anni Ottanta, allorché il Supremo Consiglio delle Finanze prese in considerazione l’ipotesi di censuare quel territorio. Sul problema intervenne, fra i primi, Luigi Targioni con i Saggi fisici, politici ed economici [Napoli 1786], in cui ripeté tesi e considerazioni già note. Sulle numerose proposte avanzate, cfr. R. COLAPIETRA, La dogana di Foggia. Storia di un problema economico, Edizioni del Centro Librario, Bari 1972, p. 54 sgg. Dello stesso Autore si veda anche  Il Tavoliere di Puglia banco di prova dei riformatori e degli scrittori economici nel secondo Settecento, in Illuminismo meridionale e comunità locali, a cura di E. Narciso, Guida, Napoli 1988, pp. 149-86.

(246) Lettera al fratello del 3 marzo 1787, cit.

(247) Lettera al fratello del 10 marzo 1787, da Napoli, in BPT, Ep., n. 276.

(248) Lettera al fratello del 17 marzo 1787, cit. Il leccese Giuseppe Palmieri [1721-93] aveva da tempo abbandonato la carriera militare col grado di tenente colonnello ed era conosciuto allora per le Riflessioni critiche sull’arte della guerra, pubblicate a Napoli nel 1761.

(249) Lettera al fratello del 10 marzo 1787, cit.

(250) Lettera al fratello del 18 giugno 1787, da Napoli, in BPT, Ep., n. 278. Ma si veda anche la lettera, sempre al fratello, del 30 novembre 1787, da Caserta, in BPT, Ep., n. 279.

(251) R. AJELLO, Crisi del feudalesimo e nascita dell’ideologia imprenditoriale nel Mezzogiorno, pubblicato nel volume collettaneo Stato e feudalità in Sicilia. Economia e diritto in un dibattito di fine Settecento, Jovene, Napoli 1992, p. 82. Dello stesso autore cfr. anche I filosofi e la regina. Il governo delle Due Sicilie da Tanucci a Caracciolo (1776-1786), in «Rivista storica italiana», a. CIII (1991), fasc. II, p. 417.

(252) Cfr. la lettera al fratello  dell’8 aprile 1786, cit.

(253) Lettera a Fortis dell’8 dicembre 1787, da Napoli, in BGSM, n. 63. E’ grazie anche alla sua mediazione che i fratelli Giamberardino e Gianfilippo ricoprono, sul finire degli anni Ottanta, importanti cariche nella vita politica provinciale; infatti, mentre il primo diviene amministratore dello Stato d’Atri e «Presidente di Camera togato», il secondo è posto a capo della municipalità teramana nel 1789 e nominato presidente della Società patriottica,  emanazione del Consiglio delle Finanze.

(254) Il 2 luglio 1788, Ferdinando Corradini trasmetteva con reale dispaccio la Memoria alla Giunta degli Allodiali perché desse esecuzione alle sue proposte, dicendola presentata da un «anonimo» al Sovrano e da questi approvata. Una parte del testo fu da Delfico riprodotta, con qualche ritocco, nelle Riflessioni su la vendita dei feudi del 1790 alle pp. 423-40 delle Opere complete, cit., vol. III. Introvabile fino a pochi anni addietro, la Memoria per la vendita de’ beni dello Stato d’Atri è stata pubblicata in appendice al volume di a. M. RAO, L’«amaro della feudalità». L’evoluzione di Arnone e la questione feudale a Napoli alla fine del ‘700, Guida, Napoli 1984, pp. 349-67.

(255) Già in precedenza, nel tentativo di combattere certi «abusi radicati», lo scrittore abruzzese aveva rivendicato al sovrano la facoltà di stabilire i pesi e le misure dello Stato napoletano, fino ad allora lasciata all’arbitrio dei baroni. Cfr. M. DELFICO, Memoria sulla necessità di rendere uniformi i pesi e le misure del Regno, [Napoli 1787],  in  Opere complete, cit., vol. III, pp. 331-53.

(256) Cfr. La scienza della legislazione, cit., lib. III, capp. XVII-XVIII, pp. 560-80.

(257) DELFICO, Memoria per la vendita de’ beni dello Stato d’Atri, cit, pp. 349 e 351.

(258) Motivi roussoiani si ritrovano anche nella concezione pedagogica di Delfico. Si veda, in proposito, G. BROCCOLINI, Il pensiero pedagogico di Melchiorre Delfico, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1987.

(259) DELFICO, Memoria per la vendita de’ beni dello Stato d’Atri, cit., p. 354.

(260) FILANGIERI, La scienza della legislazione, cit., lib. III, cap. XVIII, p. 577. Cfr. anche J.-J. ROUSSEAU, Du contrat social; ou, principes du droit politique, in Oeuvres complètes, cit., livre III, chap. I, p. 396. Sulla diversa attenzione che Filangieri pone, rispetto a Delfico, ai diritti originari del popolo, cfr. VILLANI, Il dibattito sulla feudalità nel Regno di Napoli dal Genovesi al Canosa, cit., p. 305 sgg.

(261) DELFICO, Memoria per la vendita de’ beni dello Stato d’Atri, cit., p. 356.

(262) L’espressione indica la vendita dei feudi devoluti alla Corona e rimessi in commercio, liberi da vincoli o restrizioni feudali. Sul dibattito che tale proposta suscitò a Napoli, cfr. RAO, L’«amaro della feudalità», cit., p. 67 sgg.

(263) VILLANI, Il dibattito sulla feudalità nel Regno di Napoli dal Genovesi al Canosa, cit., p. 312.

(264) DELFICO, Memoria per la vendita de’ beni dello Stato d’Atri, cit., p. 364.

(265) Cfr. RAO, L’«amaro della feudalità», cit., p. 67.

(266) Cfr. la lettera di Delfico a Fortis del 29 luglio 1788,  in A. LETTIERI, Epistolario di Melchiorre Delfico a San Marino, Amministrazione Provinciale di Teramo, Teramo 1985, p. 16.

(267) Lettere a Fortis del 14 settembre 1788, da Ascoli, e del 15 ottobre 1788, da Chieti, in LETTIERI, Epistolario di Melchiorre Delfico a San Marino, cit., rispettivamente p. 18 e p. 15.

(268) Lettere a Fortis del 16 e del 22 settembre 1788, entrambe da Teramo, in BGSM., rispettivamente n. 78 e n. 77.

fonte

http://www.defilippis-delfico.it/Melchiorre_Delfico_L_ambiente_napoletano.htm

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