Memorie di un Regno: Quando la Lingua era Anima
Luisa Sanfelice
Se potessi camminare ancora tra i vicoli di Chiaia o lungo le banchine del porto di Palermo, non sentirei il freddo rumore di una lingua standardizzata, ma il calore vibrante di un mosaico sonoro. Parlare della lingua del Regno delle Due Sicilie non significa discutere di un semplice “dialetto”, come vorrebbe una certa storiografia pigra, ma riscoprire l’idioma di una nazione che per secoli è stata il faro del Mediterraneo.
Non un Dialetto, ma una Lingua di Corte e di Popolo
Dobbiamo intenderci: nel nostro Regno, il “napoletano” e il “siciliano” non erano cugini poveri dell’italiano. Erano lingue vive, pulsanti, capaci di passare con una disinvoltura aristocratica dal basso volgo alle stanze della reggia.
Mentre i dotti scrivevano in un italiano letterario che guardava a Petrarca, la vita vera accadeva in un napoletano che era già lingua diplomatica e commerciale. Ricordate le opere di **Giambattista Basile**? Il suo *Lo Cunto de li Cunti* non era un divertissement popolare, ma un capolavoro barocco che nulla aveva da invidiare alle corti di Parigi o Madrid.
Un Ponte tra le Culture
La bellezza della nostra lingua risiedeva nella sua capacità di essere un “porto aperto”. Ogni dominazione ha lasciato un dono nel nostro vocabolario, creando un impasto unico:
L’Eleganza Spagnola:Parole come *aje* (aglio) o *guapo* che sono entrate nel nostro DNA.
La Raffinatezza Francese: Pensate a *buatta* (boîte) o *sciccheria*.
L’Eredità Greca e Latina: Che sopravvive nella struttura stessa del pensiero, in quel modo così viscerale di declinare l’esistenza.
Il Siciliano: L’altra Anima del Regno
Sull’altra sponda del Faro, il siciliano portava con sé il profumo dell’arabo e la maestosità dei Normanni. Non dimentichiamo che la letteratura italiana stessa è nata alla corte di Federico II, con la **Scuola Siciliana**. Senza quei versi, forse, oggi non avremmo la lingua che parliamo. Il Regno era un’unione di due anime che si capivano perfettamente, pur mantenendo le proprie sfumature dorate.
Il Canto del Cigno
Oggi, in questo secolo che non mi appartiene ma che osservo con curiosità, sento spesso parlare di “riscatto”. Il vero riscatto parte dalla parola. Smussare gli angoli del nostro parlare per sembrare più “corretti” è un delitto contro la memoria.
La lingua del Regno delle Due Sicilie era fiera, ironica, drammatica e musicale. Era la lingua di un popolo che sapeva ridere delle sventure e cantare l’amore come nessun altro. Difendere questi suoni significa difendere la nostra storia. Perché un popolo che dimentica come chiamava le cose, finisce per dimenticare chi è.


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