Alta Terra di Lavoro

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MEMORIE PER LA STORIA DE’ NOSTRI TEMPI (IV)

Posted by on Mar 12, 2022

MEMORIE PER LA STORIA DE’ NOSTRI TEMPI (IV)

COSE DI NAPOLI GARIBALDI PARTE — DE VIRGILII FUCILA

(Pubblicato il 14 novembre 1860).

Un illustre personaggio che vive in Francia, conosce assai bene la ri votazione e ne ha indovinato finora le opere e le vittorie, ci scrive sotto la data dell’11 di novembre! �Caduto con Gaeta il Re di Napoli, verr� prima la volta di Roma o di Venezia?� Non sapremmo che cosa rispondere alla domanda: certo � ohe Roma e Venezia formano oggid� l’argomento dei pensieri, dei disegni, dei preparativi dei rivoltosi.

Il generale Garibaldi ha abbandonato Napoli partendo per l’Isola di Caprera insieme con Menotti, Basso, Gusmarolo, Forsecanti e Manuele sua ordinanza Prima di partire, il generale Garibaldi ha fatto tre cose: 1� Ha rifiutato il gran Cordone della Ss. Annunziata e il titolo di Maresciallo; 2� ha avuto un vivo alterco col prodittatore Pallavicino; 3� ha indirizzato sotto la data di Napoli, S di novembre, un proclama ai suoi compagni d’arme.

Sul rifiuto di Garibaldi leggiamo nell’Indipendente di Napoli del 9 di novembre: �Il generale Garibaldi ringraziando il re Vittorio Emanuele dell’onore che volea compartirgli, ha rifiutato il gran Cordone dell’Annunziata ed il titolo di Maresciallo. — La sola decorazione che il Dittatore consentir� di portare sar� la stella che gli han votato i mille�.

Sull’alterco tra il Dittatore e Prodittatore, dice lo stesso Indipendente del 91 e Un vivo alterco, di cui potremmo dir la cagione, ha avuto luogo questa mattina, nel momento di andare a firmare il plebiscito, tra il generale Garibaldi e il prodittatore Pallavicino, il quale ha prodotto una completa rottura fra loro. H generale si � quindi recato a palazzo in uua semplice vettura di piazza col prodittatore di Sicilia suo amico (1)�.

Finalmente il proclama di Garibaldi ai suoi compagni d’arme � del seguente tenore:

Ai miei compagni d’armi.

Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad ultimare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il di cui compimento assegn� la Provvidenza a questa generazione fortunata.

Si, giovani! L’Italia deve a voi un’impresa che merit� il plauso del mondo.

Voi vinceste; — e voi vincerete — perch� voi siete ormai fatti alla tattica che decide delle battaglie!

Voi non siete degeneri da coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell’Asia.

(1) Pare per� che pi� tardi il Dittatore e Prodittatore si sieno riconociliati, giacch� l’Indipendente pubblica quanto segue:

�Devo per ossequio della verit� dichiarare che fui incaricato di portare una lettera del generale Garibaldi al prodittatore Pallavicino, in cui egli esprimeva il suo dispiacere dell’accaduto, e che la loro amicizia continua ad essere sempre quella di prima, e Napoli, il 9 novembre 1860.

S. Turr�.

A questa pagina stupenda della storia del nostro paese ne seguir� una pi� gloriosa ancora, e lo schiavo mostrer� finalmente al libero fratello un ferro arruolato che appartenne agli anelli delle sue catene.

All’armi tutti! — tutti: e gli oppressori — i prepotenti sfumeranno come la polvere.

Voi, donne, rigettate lontani i codardi — essi non vi daranno che codardi — e voi figlie della terra della bellezza volete prole prode e generosa!

Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie!

Questo popolo � padrone di s�. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi colla fronte alta: non rampicarsi, mendicando la sua libert� — egli non vuol essere a rimorchio d’uomini a cuore di fango. Noi No! No!

La Provvidenza fece il dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni italiano deve rannodarsi a lui — serrarsi intorno a lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi! Anche una volta io vi ripeto il mio grido: all’armi tutti! tutti! Se il marzo del 61 non trova un milione di Italiani armati, povera libert�, povera vita italiana. Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna come un veleno. Il marzo dal 61, e se fa bisogno il febbraio, ci trover� tutti al nostro posto.

Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, d’Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, serrati intorno al glorioso soldato di Palestra, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante tirannide!

Accogliete, giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d’addio! love la mando commosso d’affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L’ora della pugna mi ritrover� con voi ancora — accanto ai soldati della libert� italiana.

Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari col consiglio e coll’aspetto delle nobili cicatrici che decorano la loro maschia fronte di venti anni. All’infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.

Noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme al riscatto de’  nostri fratelli schiavi ancora dello straniero, noi ci ritroveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi.

Napoli, 8 novembre 1860.

G. Garibaldi.

Dunque o in febbraio, o al pi� tardi in marzo del 1861 verr� la volta della Venezia e di Roma, se pure la rivoluzione si degna di aspettare fino a quel giorno.

Intanto se vuolsi conoscere la spontaneit� dei s� nel Regno di Napoli, leggasi il seguente manifesto pubblicato dai giornali napolitani, e ristampato dall’Opinione del 13 di novembre, N� 314. � un documento che sparge grandissima luce sull’entusiasmo del popolo.

Il Governatore della Provincia di Teramo.

Vista la risoluzione presa in Consiglio dei ministri il d� p. p., con cui si concedono ai governatori delle provincie poteri eccezionali ed illimitati per reprimere il brigantaggio ed i disordini, che in talune di esse si vanno manifestando;

Visto il decreto del 17 settembre ultimo;

Visto lo statuto penale e l’ordinanza di piazza per la proclamazione dello stato d’assedio e la creazione de’  Consigli di guerra subitanei,

Ordina:

1. Tutti i comuni della provincia, dove si sono manifestati e si manifesteranno movimenti reazionari e briganteschi, sono dichiarati in istato di assedio, o vi saranno sottoposti di diritto al primo manifestarvisi del minimo disordine.

2. In tutti i detti comuni, fra le 24 ore dall’affissione della presente ordinanza, sar� eseguito un rigoroso e generale disarmo da’  comandanti de’  distaccamenti in essi accantonati.

3. I cittadini che mancheranno all’esibizione, entro il detto spazio di tempo, delle armi di qualunque natura, di cui sono detentori, saran puniti con tutto il rigore delle leggi militari da un Consiglio di guerra subitaneo, che verr� stabilito da’  rispettivi comandanti.

4. Gli attruppamenti saranno dispersi con la forza. I reazionari, presi colle armi alla mano, SARAN FUCILATI. Gl’illusi ed i sedotti che al giungere delle forze nazionali depositeranno le armi, e si renderanno, avran grazia. Ai capi e promotori non si accorder� quartiere, purch� non si rendessero a discrezione e senza la minima resistenza; nel qual caso avran salva la vita, e saranno rimessi al poter militare.

5. Gli spargitori di voci allarmanti, e che direttamente o indirettamente fomentano il disordine e l’anarchia, saran considerati come reazionari, arrestati e puniti militarmente, e con rito sommario.

Teramo, 2 novembre 1860.

P. DE VIRGILI — Il Segr. Gen.: E. MEZZOPRETI.

Ci� nonostante la cos� detta reazione continua nel reame di Napoli, e vI piglia parte perfino la guardia nazionale! Ecco che cosa ne dice l’Indipendente nel numero citato: �Un nostro associato di Cava ci fa conoscere che, il giorno 6, alle ore 4 p. m., si � manifestata una forte reazione ad Amalfi, provocata dai marinari, ed alla quale si sono aggiunti gl’individui della guardia nazionale. — Da Massa e da Salerno sono partiti de’  corpi della guardia nazionale per andarla a reprimere�.

Da tutto questo il lettore pu� raccogliere che cosa sia il Reame di Napoli, quali vantaggi rechi a’  popoli la rivoluzione, e quale lieto avvenire si prepari all’Italia, se non ci rimedia l’Altissimo nella sua onnipotenza e infinita misericordia.

LA RIVOLUZIONE ITALIANA � FIGLIA DELLA RIVOLUZIONE FRANCESE

(Pubblicato li 8 e 9 novembre 1860).

�Est� revolution de Italia es hjja, faija legitima de la rivolucion francesa�

(Il sig. Aparisi Y Guijarro nel Congresso spagnuolo, torn. del 27 ott. ).

I.

Fu detto che l’Italia era restata indietro della Francia almeno di settantanni, ed � verissimo. Ora noi Italiani facciamo ci� che i Francesi sullo scorcio del secolo passato. La nostra rivoluzione � figlia legittima della rivoluzione francese; egualmente schifosa, egualmente empia, egualmente crudele; ma non � che una brutta copia, non � che un’imitazione servile, senza originalit�, senza genio, senza eroismo.

Sarebbe facilissimo dimostrare colla storia alla mano che i presenti avvenimenti d’Italia sono una ripetizione letterale di quanto avvenne in Francia. La nostra rivoluzione come la madre ha due rivali che vuol combattere a morte, il Cattolicismo e la monarchia. �Questa rivoluzione, dicea benissimo nel Congresso spagnuolo il deputato Aparisi, assale Pio IX Pontefice e Re; nel Pontefice assale la fede cattolica, e nel Re assale la monarchia�.

La nostra rivoluzione come la madre fa l’apoteosi del popolo, lo dichiara sovrano assoluto e indipendente da ogni principio di legittimit� e di giustizia. Rinnova l’empio assioma di Anacharsia Cloolz: a II popolo � Dio, e non v’ha altro Dio che lui�. E poi, in nome di questo popolo divinizzato, fa tutto, giustifica tutto, non sente pi� nessun ritegno al compimento de’  suoi disegni.

La nostra rivoluzione come la madre assale Roma. Kellermann, nominato comandante in capo l’esercito delle Alpi, pigliava comiato dalla Convenzione in questi termini: �Cittadini legislatori, si � verso l’Oriente che voi dirigete i nostri passi; si � per liberare Roma antica dal giogo dei preti che voi comandate ai soldati francesi di passare le Alpi: noi le passeremo�. Non vi pare di leggere un proclama di Garibaldi?

La nostra rivoluzione, come la madre, celebra il regicidio. La madre elevava tempii a Bruto, ed era giunta perfino a stabilire un giorno destinato alla festa del regicidio. La figlia dichiara sacra la memoria di Agesilao Milano, che di piantare la baionetta nel cuore al Re di Napoli.

Tutte queste ricompense che la figlia accorda ai rivoluzionari ed alle loro vedove, sapete da chi le ha imparate? Dalla propria madre, la rivoluzione francese, che il 29 dicembre 1790 dava a Gian Giacomo Rousseau �nella persona della sua vedova, un testimonio di riconoscenza nazionale�, e decretava che Maria Teresa Le Vasseur, vedova di Gian Giacomo Rousseau, fosse nutrita a spese dello Stato�.

Lo stesso praticava l’Assemblea Francese colla serva di Marat, dichiarando che sarebbe, come la Teresa di Rousseau, nutrita a spese dello Stato, e dava il nome di Marat alla strada des Cordeliers e all’isola Boix, come la figlia d� alle strade ed alle piazze il nome di Camillo Cavour.

La madre conservava gelosamente la pelliccia di Voltaire e la parrucca di Mirabeau, e la figlia va pi� innanzi, e conserva la penna, la stecca, le forbici, la spazzola e diciamo tutto, perch� la storia dee gettarsi dietro le spalle ogni riguardo, e perfino l’orinale di porcellana colorata rossa, che serv� in Palermo a Giuseppe Garibaldi!

Bisogna distruggere la Vandea, esclamava la madre; bisogna distruggere la reazione, ripete la figlia. La prima abbruciava 4800 villaggi; e la seconda scrive per mezzo di Cialdini; �Fate pubblicare che io fucilo quanti contadini trovo colle armi alla mano�.

La madre confiscava i beni di coloro che credeva nemici della patria, e se ne serviva per arricchire i proprji amici. La figlia s’� gi� messa per questa via, e un decreto di Garibaldi del 23 di ottobre distribuisce alle vittime politiche le rendite confiscate ai Borboni, e un decreto di Mordini del 21 di ottobre mette sotto sequestro i beni di Salvatore Maniscalco, nemico della patria�. La madre dichiarava guerra all’Europa, non era contenta d’aver messo a soqquadro la Francia, volea portare la sua libert�, dappertutto; e la figlia, quantunque piccola e ancora imbracata nelle fascie, vuol liberare l’Ungheria e distribuisce le bandiere alle legioni che andranno a conquistarla!

La madre distruggeva il tempio di Dio col pretesto che all’Autore della natura rendevasi un culto viziato, e voleva perci� rendergli il cullo della ragione. La figlia, il 23 di ottobre, pubblicava un decreto del dittatore Garibaldi che poneva a disposizione del P. Gavazzi il Ges� nuovo �perch� fosse destinato al culto cattolico nella sua purit�.

La madre ai Santi del Paradiso sostituiva gli eroi della rivoluzione e� martiri  della libert�, e la figlia incomincia gi� a venir fuori con S. Giuseppe di Napoli intendendo Garibaldi, con S. Camillo di Lori intendendo Cavour, con S. Manfredo d’Ancona intendendo Fanti, e col Beato Nino Bixio, col Beato Medici, col Beato Stefano Turr (1).

(1) Nel Fischietto, giornale che pubblicasi in Torino, il giorno 1� di novembre (N� 131, leggevasi: �Il Fischietto ba pensato di segnalare all’adorazione e alle invocazioni dei fedeli i Santi pi� propizi, i Santi pi� favorevoli alla causa italiana, acci� ad essi singolarmente sia rivolto ogni voto, ogni pensiero del pubblico. Tali sono: 1� S. Vittorio e Sant’Emanuele, che si possono dire due spiriti in corpore uno per volere il bene e la felicit� d’Italia. 2� San Giuseppe di Napoli — o San Giuseppe dalla camicia rossa—che i nemici d’Italia hanno sopranominato il Diavolo; mentre va classificato invece fra i Santi del numero uno. 3� San Camillo — non di Lellis ma di Leri. — Un Santo malizioso che ama molto il fumo dell’incenzo — ma che ama assai pi� l’Italia, e che perci� si fa perdonare il resto, Sant’Enrico di Castelfidardo. — Un Santo che mena botte da orbo, quando capita l’occasione. 5� Sant’Alfonso del Mincio — il quale si � incaricato di guardarci le spalle, e caschi il mondo!….. ce le guarder�. 6� San Manfredo d’Ancona. — � un posa piano, ma di quelli per cui fu scritto: Posa piano e fa bel colpo. 1� San Carlo, Ammiraglio. — Differisce da San Carlo Borromeo nel naso — avendolo assai pi� piccolo — e nell’uso delle nespole e delle ciliegie — San Carlo Borromeo le mangiava: San Carlo ammiraglio le lancia, con effetto prodigioso, sulla testa e sul naso ai nemici d’Italia. 8� E non bisogna dimenticare i Beati: come sarebbe il Beato Nino Bixio, il Beato Medici, il Beato Stefano Turr, il Beato Cosenz, ed altri, tutti avvocati, tutti benemeriti della santa causa che ci sta a cuore… �.

Esaminate pi� minutamente la madre e la figlia, e troverete tra la rivoluzione francese e l’italiana l’indole medesima, le stesse aspirazioni, eguali procedimenti. Ora in Italia corre l’andazzo di scrivere in versi certe parodie del Pater, del Credo, della Salve Regina, del Deprofundis e che sappiam noi. Ebbene tutto questo � un’imitazione servile della rivoluzione francese.

Nel 1793 si pubblicava a Parigi un volumetto intitolato: Office des D�cades, off discours, hymnes et pri�res en usage dans le temple de la Raison, par les citoyens Ch�nier, Dusausoir et Dalaurent (Paris, chez Dufort; imprimeur libraire, rue Honor�, pr�s le temple de la Raison, ci-devant �glise Rock).

Contemporaneamente pubblica vasi a Parigi il Pater dei liberali (1), pubblica vasi il Credo repubblicano, pubblicavansi i Comandamenti repubblicani, pubblicavasi un Corso di prediche, che ha molta rassomiglianza colle Prediche domenicali di BianchiGiovini e del deputato Borella, e il Moniteur del 16 di ottobre 1794 annunziava i Discours d�cadaires pour toutes les f�tes r�publicaines par le citoven Poultier, deput� � la Convention Mattonale,

Se volessimo andar per le lunghe, potremmo su cento altri punti continuare questo confronto. Potremmo mostrare che la rivoluzione italiana figlia fa la guerra come la rivoluzione francese madre; che la madre e la figlia aveano per iscopo di trascinare i popoli nel paganesimo; che l’una e l’altra sprecarono immense somme, vnotando il pubblico erario. Potremmo dirvi a chi rassomiglino Cavour e Farini, di quali frati rinnovino gli esempi i Pantaleo e i Gavazzi, come si chiamassero in Francia coloro che in Italia hanno nome di Pallavicino e di Mordini. Potremmo dire tante altre cose che la libert� ci vieta anche solo di accennare, ma che i fatti diranno solennemente pi� tardi, mostrando come in tutto la figlia rassomigliasse alla madre.

(1) Perch� il lettore possa lare da s� maggiori confronti, pubblichiamo il Pater stampato a Parigi nel 1791, col titolo: Pri�re r�publicaine adress�e � l’�tre supr�me, propre � r�citer dans toute l’�tendue de la R�publique les jours de fete. � un documento rarissimo. Eccolo: �Libert�, bonheur supr�me de l’homme sur la terre, que ton nom soit c�l�br� par toutes les nations; que ton r�gne bienfaisant arrive pour d�truire celui des tyrans; que ton culte sacr� remplace celui de ces indoles m�prisables que tu viens de renverser; que la justice soit d�sormais la r�gie de nos volont�s.

�Ne laisse plus tes l�ches ennemis partager avec nous notre pais quotidien; m�prise leurs audacieux attentats; fais les rentrer dans la fange de l’esclavage, puisqu’ils s’y plaisent; seconde nos efforts pour venger l’humanit� de leur sc�l�ratesse; ne nous laisse point succomber � la s�duction de leurs inf�mes agents; mais d�livre-nous pour toujours de la f�odalit�, et fais, qu’un jour, enfin, l’univers retentisse des noms sacr�s de libert�, d’�galit� et de justice�.

II.

In conferma delle cose accennate nell’articolo, stampato nel nostro numero precedente, pubblichiamo qui una serie di documenti preziosissimi per la storia, e che raccomandiamo alla meditazione de’  nostri lettori. La rivoluzione italiana, essendo debole, non fa di pili; ma se essa potr� crescere e rinforzarsi, si mostrer� degnissima di sua madre la rivoluzione francese.

I.

La confisca in Sicilia.

Dal Giornale Ufficiale di Sicilia, del 29 ottobre, riferiamo per intiero il seguente decreto:

�Il Prodittatore: Considerando che Salvatore Maniscalco, strumento ferocia simo di abbietta tirannide, conculcando i doveri di cittadino e la dignit� di uomo, si fece nemico della patria;

�Considerando che giunto nell’Isola, per isventura dei Siciliani, nel 1849, dal semplice grado di tenente di gendarmeria sal� ai supremi non invidiabili onori di capo della polizia con strapotenti prerogative di sovrano arbitrio, e da uomo senza beni di fortuna pervenne a crearsi con rapidit� un lauto patrimonio;

�Considerando che la coscienza pubblica altamente protesta contro ricchezze accumulate con frodi, con estorsioni, con ogni maniera di male arti, ricchezze che importa rivendicare al patrimonio nazionale;

�Considerando per altro che vuolsi fare distinzione fra i beni raccolti con mano rapace e lorda di cittadino sangue, e quelli acquistati coi regolari proventi di un pur sempre disonesto officio;

�Considerando che a correggere gli effetti dell’arbitrio voglionsi fuggire sin le apparenze dell’arbitrio per non offendere i diritti dei successibili e per escludere ogni pericolo di odiosit� private da atti di solenne giustizia nazionale; ha ordinato:

�1� Che i beni mobili ed immobili, capitali, titoli di credito, ed altro, di propriet� di Salvatore Maniscalco, nemico della patria, esistenti, sotto qualunque forma e presso qualunque persona, in Sicilia, siano posti sotto sequestro fiscale, per cura dell’agente del contenzioso.

�2� Che sia aperta apposita inchiesta per liquidare la provenienza, la specie, la data dell’acquisto, il valore e tutti gli altri elementi riferibili ai beni anzidetti, perch� possano successivamente essere prese le opportune definitive provvidenze.

�3� L’inchiesta di che sopra � affidata ad una Commissione composta dei signori Vincenzo Cacioppo, consigliere della Suprema Corte di Giustizia, Antonino Ferro, vicepresidente graduato di Gran Corte Civile, e Filippo Orlando, procuratore generale sostituito della Gran Corte Civile di Palermo.

 Palermo, 29 ottobre 1860.

�Il Prodittatore Mordini�.

II.

La confisca in Napoli.

Dal Giornale Ufficiale di Napoli, del 29 di ottobre riferiamo quest’altro decreto, avvertendo che l’Unit� Italiana di Genova, N� 216 del 5 di novembre, lo proclama giusto coll’esempio della Svizzera, dove �dopo la guerra del Sonderbund le spese della guerra furono addossate ai Cantoni ribelli�. Verr� tempo, in cui gli avversari dell’Unit� Italiana di Genova potranno servirsi della stessa logica.

Il Dittatore dell’Italia meridionale.

Considerando che nel giorno nefasto 15 maggio 1848 il governo dei Borboni ruppe il patto giurato, riemp� la citt� di terrore e di sangue, ed all’autorit� della legge sostitu� l’arbitrio e la violenza;

Considerando che il governo emerso da quella cittadina catastrofe infier� con pertinacia spaventosa pel corso di dodici anni, e non lasci� inviolato il santuario della giustizia e della famiglia; onde uomini onorali ed amanti della patria furono condannati a pene criminali, popolate le prigioni di vittime, ed un gran numero di cittadini costretto ad abbandonare lo Stato e rifuggire in terre ospitali e straniere;

Considerando che i danni e i mali prodotti da siffatta efferata tirannide furono immensi;

Considerando che � debito di giustizia, degna di un governo italiano e libero, compensare, per quanto � possibile, i danni patiti per la causa che ora trionfa, decreta:

Art. 1. Dal valore delle rendite inscritte confiscate ai Borboni, e poste a benef�zio dello Stato per antecedente disposizione, si distaccher� la somma effettiva di sei milioni di ducati, i quali con equa estimazione saranno distribuiti alle vittime politiche, dal 15 maggio 1848 in poi, di queste provincie continentali.

Art. 2. Sar� nominata a tale uopo dal governo una Giunta d’integerrimi cittadini, i quali faranno la distribuzione dell’accennata somma a vantaggio di quelli che soffrirono saccheggi nel 15 maggio 1848; — di quelli che furono incarcerati o condannati per causa politica; — di quelli ohe emigrarono in conseguenza di un mandato d’arresto, sia dall’autorit� giudiziaria, sia dall’autorit� politica; — di quelli che vennero violentemente espulsi dallo Stato per causa politica; — di coloro che furono costretti per causa politica a dimorare in Comune diverso da quello, ove avevano stabilito il loro domicilio; — finalmente di quelli che si resero latitanti in conseguenza di un mandato di arresto per causa politica.

Art. 3. La Giunta medesima nel determinare la misura valuter� nella sua prudenza il compenso, che a ciascuno dev’essere attribuito per i danni sofferti.

Art. 4. Il diritto di rifacimento si pu� anche esercitare dagli ascendenti e discendenti di coloro che vanno inclusi in alcuna delle accennate categorie.

Art. 5. Le dimande dei danneggiati debbono presentarsi alla Giunta nello spazip di quattro mesi dopo che i componenti la medesima saranno pubblicati nel giornale ufficiale. Il termine di quattro mesi sar� improrogabile.

Art. 6. Tutti i ministri sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.

Napoli, 23 ottobre 1860.

Il Dittatore:

G. Garibaldi.

III.

Riabilitazione del parente di un martire.

Abbiano gi� recato nell’Armonia altri decreti di Garibaldi e di Pallavicino che accordano pensioni ai parenti dei rivoluzionari. Non sar� inutile aggiungervi anche il decreto seguente:

Il Dittatore dell’Italia meridionale.

Considerando che il barone D. Gius. Bentivegna da Cordone del fu barone D. Giliberto � stato condannato dal cessato dispotico governo per l’opera d’un Consiglio di guerra, che, strumento d’un potere esecrato, non si faceva scrupolo di punire le aspirazioni della libert� sotto la forma di reati comuni;

Che appunto mira del borbonico dispotismo era quella di denigrare le riputazioni pi� oneste per associare l’idea del delitto comune ai pi� nobili spiriti d’indipendenza e di libert�:

Che per� il Bentivegna, il cui nome del resto ricorda uno dei pi� illustri martiri della libert� ed indipendenza italiana, dev’esser redento (la tanta nequizia e restituito alla sua dignit�, cui ha diritto, decreta:

Art, 1. � accordata piena grazia al barone D. Giuseppe Bentivegna ftv Corleone; gli � condonata interamente la pena e la condanna ai danni, interessi e spese, ed esso sig. Bentivegna � riabilitato a tutti i diritti civili ed ai pubblici uffizi.

Art, 2. Il segretario di Stato alla mia immediazione � incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Caserta, 22 ottobre 1860,

Il Dittatore: G.

Garibaldi.

fonte

https://nazionali.org/ne/stampa2s/02_1864_vol_01C_margotti_memorie_storia_nostri_tempi_dodici_2013.html#masse

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