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MESSINA 1821: LA STORIA CHE NON CI HANNO RACCONTATO

Posted byon Set 13, 2026

MESSINA 1821: LA STORIA CHE NON CI HANNO RACCONTATO

Franco Genovese

Mi hanno chiesto di parlare dei moti del 1821 a Messina, una cosa diversa da quanto avete studiato, e vi prego di volerlo considerare mio, superficiale e comunque da approfondire.

Se rivedessimo la Storia, se insegnassimo ai nostri ragazzi la vera Messina, forse avremmo una nuova, vera generazione.

A scuola il 1821 è una riga sui libri: moti carbonari, il re costretto a concedere la Costituzione, l’Austria che interviene, la restaurazione che vince. Napoli, Rieti, Palermo. Di Messina, quasi nulla. Eppure per mesi Messina fu il punto più esposto di tutta la rivolta in Sicilia, e pagò quel ruolo con un prezzo che la città porta ancora, nelle pietre prima ancora che nei libri.

Il 16 febbraio 1821 il generale Giuseppe Rosaroll sbarca a Messina e trova una rete carbonara già radicata tra preti, ufficiali, artigiani del porto, gente di qui, non cospiratori arrivati da fuori. Per settimane la piazza di Messina diventa il comando più avanzato della rivoluzione costituzionale in tutta l’isola. Non fu un riflesso di Napoli: fu una città che decise, per conto proprio, di rischiare.

La versione da manuale vuole che siano state le baionette austriache a spegnere Messina. Non è così. Il colpo arriva da Napoli, con la notizia della sconfitta a Rieti: è il governo borbonico stesso, il 27 marzo 1821, a esonerare Rosaroll dal comando. Il 2 aprile Rosaroll lascia Messina su un brigantino inglese, prima ancora che un soldato austriaco mettesse piede in città. Messina non fu abbandonata dal nemico: fu abbandonata dal proprio re.

Solo dopo, a rivolta già spenta, l’occupazione austriaca arriva davvero: il brigadiere Joseph Klopstein von Ennsbruck diventa per un periodo comandante militare della piazza di Messina. Soldati stranieri, per le strade di Messina, pagati non da Vienna ma dal re di Napoli, che non si fidava più nemmeno del proprio esercito siciliano. La città era occupata per punire i suoi stessi cittadini, con soldi che uscivano dalle casse del regno di cui Messina faceva parte.

Il 9 agosto 1821 nasce la Commissione militare della Valle di Messina. Il 25 febbraio 1822 arrivano le condanne: undici messinesi a morte, tra cui il popolano Michele Di Marco, quello che aveva abbattuto la statua del re. Tre furono fucilati : don Giuseppe Bigandi, Vincenzo Fucini, Salvatore Cesareo, mentre una fonte aggiunge un quarto nome, Camillo Pisano; le cronache non concordano, ed è giusto dirlo. Gli altri finirono nella Cittadella, nel Forte del Santissimo Salvatore, a Matagriffone: le stesse fortezze che oggi i messinesi guardano come monumenti, costruite per difendere la città dal mare e usate invece per tenere in catene i suoi figli.

Non ci sono eroi vittoriosi in questa storia. C’è una città che per qualche mese ha creduto di potersi governare da sé, e che ha pagato quella speranza nelle sue stesse fortezze, per mano del proprio re prima ancora che per mano austriaca.

Messina non fu teatro dei moti del 1821. Fu Messina, sola, a viverli sulla propria pelle.

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