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Morte di Alessandro Pusckin di Alfredo Saccoccio

Posted by on Feb 26, 2019

Morte di Alessandro Pusckin di Alfredo Saccoccio

   Natalia Njìicolajevna , la moglie di Alkessandro Pusckin, il più grande poeta russo, conosceva il francese, ricamava al tobolo e ballava con grazia, ma si può dire che non sapesse far altro. Il suo maggior titolo  di gloria era una bellezza singolare , che, fin da quando era stata introdotta, sedicenne, nel gran mondo, aveva oscurato quella di tutte le altre donne. Un contemporaneo scrive: “Ho visto, nel corso delòla mia vita, molte belle  donne,  più interessanti forse  di Madana Pusckin, ma non ho mai  incontrata una donna  che presentasse  una perfezione così perfetta  e classica dei  lineamenti  e del corpo.  Alta, con una  vita delziosamente sottile e un busto meraviglioso, sul quale la sua fine testa  si cullava come un giglio.Non ho mai più avuto occasione di vedere un profilo così bello e regolare, e che carnagione, che occhi, che denti e che orecchie! Sì, Natalia era una bellezza, ed è troppo naturale che in sua presenza impallidissero tutte le donne, anche le più deliziose”.

   Natalia, d’indole vana e frivola, mondana e leggera, sebbene fredda, di una civetteria spesso eccessiva, amava le feste e i balli di Corte ed aveva un gusto spiccato  per gli omaggi  degli adoratori. Di lei, tuttavia, Pisckin  diceva ch era “una buonissima ragazza” e all’epoca che la sua ritrosia gli dava le più fiere pene, l’aveva persino soprannominata “l’inespugnabile rocca di Kars”.

   Comunque, che di una donna simile se ne andassero dicendo di tutti i colori,, non è da meravigliarsi. Anche l’imperatore, Nicola I,  si era degnato di notarla, appena giovinettta, ai suoi balli, e ciò non aveva mancato di attirare, in seguito, le insinuazioni e le maldicenze del gran mondo. Ma fu quando sull’orizzonte della bella Natalia, contro lo sfondo delle sale del Palazzo d’Ani’kov,, apparve l’unico uomo che con lei potesse competere, fu allora che gli osservatori mondani raccolsero davvero l’onesto compenso di tanta assidu vigilanza.

   Il barone Giorgio d’Anthès, antico allievo di Saint–Cyr, poi paggio di Carlo X, “Chouan”, cacciato di Francia dalla rivoluzione di luglio, e trasferitosi in Russia per farvi una carriera,, era l’uomo più brillanta e, pur nella sua ignoranza, dotato di tutti gli attributi mondani. Pochi mesi dopo il suo arrivo, era già “cornetta”della Guardia e ben presto passò luogotenente. Danzava con un’incomparabile eleganza di movenze, era pronto all’arguzia e alla risposta e possedeva quello che si usa  chiamare il dono di piacere a prima vista. La sua profonda sapienza mondana gli fruttò presto protettori altolocati, dei quali uno almeno deve essere debitamente ricordato, per la parte che ha in questa storia

   Il barone Heckeren, ministro plenipotenziario dei Paesi Bassi a Pietroburgo, era certamente un cervello fine, ma un essere subdolo. Quanto alla sua intimità con il brillante ufficiale della Guardia, mentre alcuni pensavano che fosse dpvuta a segreti legami di sangue, e che il giovane fosse figlio naturale del vecchio, altri, e pare con maggior ragione, spergiuravano in favore di legami, più possibile più intimi e, per dir tutto, contro natura. Fatto sta che, in capo a poco, il vecchio adottò  il giovane per il quale sentiva un così esclusivo affetto.

   Chi, in questa delicata storia d’amore, faceva la parte del terzo incomodo, “le mari de madame”, era il grande poeta Pusckin. Non più il Pusckin della Pietroburgo del 1820, di Kiscinjov o di Odessa, galante e scapato giocatore e duellista, ma un Pisckin imborghesito e convinto ormai “ che non c’è felicità se non nelle vie comuni”, un Pusckin nominato gentiluomo di camera contro la sua volontà, legato all’imperatore da certi impeni pecuniari e in qualche modo d’onore con preoccupazioni finanziarie ed intime di ogni sorta.  Eppure era poco più in là che nel mezzo del cammino della sua vita. Ma, come a ventott’anni, in un suo poema, esclamava : “Ma è proprio vero  che presto avrò trent’anni?”, così a ventinove e sui deprecati trenta, era già un uomo oppresso da lunga esperienza, lanciato in vettura da viaggio sulle strade dell’immensa Russia: Già pensava  con nostalgia alla casa, a una sua casa (sentimenti che ci rimangono appunto consegnati in alcune sue poesie dell’epoca).  Che volete? aveva dietro di sè – à tout Seigneur tout honneur – un passato di quelli che si usa chiamare vivaci, una vita di quelle che chiamano da scapolo impenitente. Se non era perciò maturo per un affetto serio e durevole, lo era per un capriccio sensuale. Fu così che, incontrando in società la giovanissima Natalia, se ne innamorò perditamente. La chiese in sposa, ma,siccome la futura suocera non lo giudicò un partito abbastanza brillante, fu rifiutato, sebbene non in maniera decisiva.  

Disperato, e portando “in fondo all’anima l’immagine dell’essere celeste”, egli se ne partì allora per il Caucaso,  dove l’esercito russo combatteva. Qui, se anche volle cercare la morte,, non gli fu concesso di permanere a lungo sui campi di battaglia, sicché, dopo aver assistito alla disfatta del Serraschiere e aver raggiunto Erzeeeeeerum, gli toccò rotornare a Pietroburgo e poi a Mosca. La vergine Natalia, seguendo sempre i consigli della madre, lo accolse con freddezza calcolata e non si intenerì che quando fu ben certa che nessun altro partito si presentava…In breve, il consenso fu finalmente ottenuto e cominciarono allora per il poeta gli affanni petr trovar quattrini. Ma la partita era vinta e, fosse o non fosse Natalia la donna adatta per lui, nel 1831 si sposarono.

   Come rimpiangeva ora Pusckin la sciocchezza commessa, con che sincera foga tentava ogni tanto di fuggire! Ma l’errore era compiuto. Incominciò subito a lagnarsi con la moglie delle sue leggerezze, che,, per quanto innocenti in sè, potevano essere male interpretate e creargli gravi imbarazzi. Aveva sfidato a duello un tale che poi divenne suo grande amico,, perché gli pareva che fosse eccessiva la sua assiduità presso Natalia. A stento, la cosa  si era aggiustata. Perfino al paterno imperatore aveva, una volta,, detto il fatto suo. Incontrandolo, l’aveva ringraziato con molta effusione di alcuni buoni consigli largiti a Natalia. Poiché quello protestava : “Ma ti potevi aspettare altro da me? “. “Non soltanto lo potevo, Sire”, aveva replicato il poeta, “ma per esser franco, vi confesserò che sospettavo anche voi di far la corte a mia moglie”. Sospetti, però, alla resa dei conti,, infondati.

   Ma intanto Natalia, il giglio del Palazzo d’Anic0’kov,, la bellezza delle bellezze, e Giorgio, il rubacuori, l’irresistibile, il “sole della Guardia”, filavano il perfetto amore, o piuttosto il perfetto “flirt”, sotto gli occhi più o meno compiaciuti del barone Heckeren. Al “sole della Guardia la relazione con la dama più in vista della Corte, giovava anche per la carriera. In che consisteva propriamente questa relazione? I due ballavano spesso insieme, si intrattenevano a lungo, appena quel tanto che bastava perché il mondo desse per sicuri rapporti intimi fra di loro. Quanto al ministro plenipotenziario, si sobbarcava  alla parte su pper giu

ù di mezzano, non solo per l’amore sviscerato xhe portava al figliolo adottivo, ma forse anche con lo scopo di disonorare palesemente il poeta, nemico suo e di certi suoi amici dell’altissima società.A tale scopo, mentre da una parte dava una mano a Giorgio, dall’altra, andava insinuando di un debole dell’imperatore per Natalia. Insomma si ingegnava come poteva.   

                                                * * *

   “Les Grand’Croix, Commandeurs et Chevaliers du Sérénissime Ordre des Cocus, réunids en grand Chapitre, sous la présidence du Vénérable Grand Maitre de l’Ordre S. E. D. L. Naryychkine, ont nommé à l’unanimité Mr. Alexandre Pouchkine coadjuteur du Grand Maitre de l’Ordre des Cocus et historiograplhe de l’Ordre. Le Secrétaire perpétuel : Cte J. Borch”.

   Tale, parola per parola, il tenore del messaggio, che, in tre copie, il 4 novembre 1836,raggiungeva per posta il poeta al suo domicilio. Parecchie altre copie erano state inviate ai suoi amici in doppia busta, affinché, in ogni caso, non ci fossero da eccepire disguidi postali. Per intenderci subito, quel Naryysckin era un famoso e – per dirla alla maniera del poeta – “maestoso “cocu” dei tempi di Alessandro I, il quale si era degnato di corteggiane a fondo la moglie. In ogni modo, chiunque fosse l’autore dell’anonimo messaggio, era certo che veniva dall’alto. Il primo pensiero di Pisckin fu di spedire al Ministro delle Finanze una lettera intesa a rompere con la Corte ogni rapporto finanziario, proponendo una soluzione assurda, che non fu accettata. Quello era comunque il supremo tentativo per romperla, in pari tempo, con tutto quel mondo di falsità e di miserie, per riconquistare la libertà.

   Il secondo pensiero fu di indirizzare a Giorgio d’Anthès un regolare cartello di sfida. Ma il bollente ufficiale era di guardia al reggimento e la sfida fu ricevuta  dal vecchio Heckeren, il quale si agitò con tanto impegno che.. con l’aiuto di alcuni benintenzionati e ingenui amici del poeta, riuscì provvisoriamente ad accomodare le cose. Ecco la sua trovata : c’era errore, il brillante ufficiale non corteggiava Natalia, na era innamorato di una sorella di Natalia, Caterina, cognata dunque del poeta e che abitava con gli sposi.. L’ufficiale era tanto innamorato che sarebbe stato subito disposto a sposarla.Ora, per quanto strana fosse una tale ritrattazione, il poeta, consigliato da saggi amici, mostrò di prenderla per buona e ritirò la sfida. E il 10 gennaio si celebravano le nozze di Caterina con il d’Anthès-Heckere.. Caterina Nicolajevna! Questa piccola cenerentola amava da tempo, in segreto e senza speranza, il brillante ufficiale : fu, dunque, “come in un sogno fiabesco £ che accolse la domanda di matrimonio.

  Ad alcuni le nozze di d’Anthès apparvero il supremo sacrificio di un amante cui sta a cuore, sopra ogni cosa,, l’onore della sua donna ; ad altri, una notevole prova di vigliaccheria. La verità è probabilmente, invece, che il giovine incappò, lui stesso, nei lacciuoli del vecchio intrigante, che aveva tutto l’interesse,, come padre e come uomo pubblico, ad evitare il duello e le scoperte che ne sarebbero seguite.‘

                                             * * *

   Ma una soluzione tanto fittizia non poteva essere che una battuta d’aspetto. Il poeta, sentendo bene che la faccenda non era risolta, aveva, a buon conto, respinto, dopo la vertenza,, e proibito a Natalia ogni sorta di relazione con l’ufficiale e cognato, senonché  i due, come se nulla fosse, riannodarono, ben presto, i loro antichi (e innocenti) rapporti e con più furia l’ufficiale ricominciò ad ostentare un’intimità inesistente.La cosa culminò con un appuntamento organizzato da una mortale nemica di Ousckin nella sua casa; appuntamento che Natalia accettò e di cui il marito fu subito informato.

   La situazione era di nuovo insostenibile e tanto più imbarazzante in quanto, come ebbe poi a dire il poeta, sull’innocenza sostanziale di Natalia non  c’erano da avanzare dubbi. Ma la rabbia dell’offeso  sin rovesciò, di colpo, sulla testa del vecchio ministro  e macchinatore, al quale venne spedita, seduta stante, una lettera gravemente ingiuriosa, in cui si leggeva, fra l’altro : “Voi, il rappresentante di una testa coronata, voi siete stato paternamente il ruffiano del signor vostro figlio . Sembra che tutta la sua cndotta già sia stata ispirata da voi. Simile ad un’oscena vecchia, voi andavate seguendoi  mia moglie in tuttii gli angoli per parlarle dell’amore del vostro bastardo, o presunto tale; e quando, malato di vaiolo, egli non poteva uscire, le dicevate che moriva d’amore per lei e imploravate  : rendetemi mio figlio.  Non posso permettere che vostroo figlio, dopo l’abbietta condotta che ha tento, osi rivolgere la parola  a mia moglie, ancor meno che le racconti facezie da corpo di guardia e finga  una passione infelice  “mentre non è che un vile e un mascalzone”…”.

   L’unica risorsa possibile  non si fece attendere molto: una lettera del padrigno che conteneva una sfida  a nome del figlio.  I rappresentanti si abboccarono e furono fissate le condizioni dello scontro.

                                      * * *

   1) I due avversari saranno posti a venti passi di distanza, a cinque passi dalle due barriere  che saranno lontane dieci passi l’una dall’altra.

   2) Armati ciascuno di una pistola, quando sarà dato il  segnale , potranno, procedendo l’uno verso l’altro, senza tuttavia oltrepassare in nessun caso la barriera, fare uso delle loro armi.

   3)  Resta inoltre convenuto  che,  se  il primo colpo non produrrà nessun risultato, si ricomincerà come la prima volta,, riponendo cioè gli avversari alla stessa distanza, e così di seguito.

   4) i testimoni saranno gli intermediari obbligati di ogni spiegazione fra gli avversari sul terreno.

   5) I testimoni, sottofirmati, rivestiti di pieni poteri, garantiscono sull’onore  la rigorosa osservanza delle norme surricordate ciascuno per la sua parte.

   27 gennaio 1837,, ore  2 e mezzo del pomeriggio.

   Il duello era fissato per le quattro del pomeriggio. La mattina, il poeta si era alzato alle otto, aveva scritto, cantato, e dedicato lungo tempo ad un’accurata toletta.  Poi, in gran segreto, per tema che i soliti amici benintenzionati non mandassero a monte ogni cosa, anche questa volta, se ne andò con i secondi al luogo fissato. Strada facendo, incontrarono Natalia in carrozza, ma i due sposi non si videro.

   Alla “Giornaia Rec’ka “ (il Ruscello Nero) giunsero insieme con gli avversari. La neve giungeva  alle ginocchia e bisognò pestarla per ricavarne una specie di pista. Infine, segnati con due mantelli i limiti e messi a posto i duellanti, il direttore dello scontro agitò il cappello. L’ufficiale fu il primo a far fuoco, mentre il poeta, che stava per raggiungere il limite, mirava ancora. Il poeta cadde bocconi con il viso sul mantello e la pistola in avanti, sicché la canna si riempì di neve. “Sono ferito”, disse. L’ufficiale fece per accostarsi. “Non vi muovete; mi sento ancora abbastanza forte per tirare il mio colpo”, aggiunse Pusckin e, avuta un’altra pistola, appoggiandosi sul braccio sinistro, sparò da terra. L’ufficiale cadde anche lui e il poeta,  buttando in aria la pistola, gridò a se stesso : “Bravo !”, poi perdette conoscenza per un attimo. Riprendendosi, domandò : “L’ho ucciso?”.

   La palla aveva attraversato solo un braccio di d’Anthès ed era stata fermata da un bottone. Evidentemente l’ufficiale aveva atteso il colpo del poeta con le braccia incrociate sul petto, come d’uso. “E’ strano”, soggiunse allora Pusckin, “credevo che m’abrebbe fatto piacere ucciderlo, ma sento che non è così. Del resto, poco importa; quando saremo guariti tutti e due,, si dovrà ricominciare”.

* *  *

    Il poeta perdeva molto sangue. La sua ferita al ventre era mortale, ma mentr lo trasportavano a casa, in slitta, raccontava storielle al suo secondo. A casa, alla moglie che era svenuta all’annunzio e voleva poi vederlo, gridò con voce ferma : “Non entrare !”: non voleva impressionarla. Si cambiò da sè e si stese su un divano. Ai medici sopraggiunti disse di parlar chiaro e, avendo quelli ammessa la gravità del suo stato,  li ringraziò e prese la cosa con gran coraggio. Interrogato se volesse vedere gli amici più intimi : “Addio, miei amici! “, esclamò, guardando i suoi libri.

   Soffriva terribilmente della ferita, ma evitava di lagnarsi e di smaniare per non impressionare la moglie. Si sottopose docilmente a tutte le manipolazioni dei medici. Gli ricordarono i suoi doveri di cristiano. Acconsentì , ma volle che si chiamasse un prete qualunque. Si confessò e si comunicò. Nondimeno l’imperatore ebbe poi a dire: “C’ è costata molta fatica indurre Pusckin a morire cristianamente”. Il moribondo si preoccupò anche dello Zar : “Digli”, pregò un amico, poeta bene accetto a Corte, “che è un peccato ch’io muoia, sareii stato tutto suo. Aspetto una parola dello Zar per morire in pace”. La parola venne : il despota scrisse al poeta dell’ode alla Libertà, al poeta dell’esilio : “Se Dio non ci permette di rivederci, ricevi il mio perdono e il mio consiglio di morire da buon cristiano. Per tua moglie e i tuoi figli non ti prender pena,,, me ne assumo io la cura”.

                                            * * *

   L’atteggiamento di Pusckin nei confronti della moglie fu estremamente affettuoso. Disse : “Poverina, soffre innocente e soffrirà anche più per l’opinione del mondo”. Mezz’ora prima di morire, chiese una “maroscka e volle che fosse Natalia ad imboccarlo. Ella si inginocchiò al capezzale del morente e gli porse una cucchiaiata dopo l’altra, con la guancia appoggiata alla sua fronte. Allora il poeta le accarezzò i capelli: “Andiamo, andiamo, non è nulla, grazie a Dio, tutto va bene ! ” .  Dicono anche che se qualche volta Natalia entrava senza rumore nella camera e rimaneva vicina alla porta, in modo da non essere vista, per non agitarlo, egli “sentisse” tuttavia la sua presenza e si volgesse a lei.

   In tutto dimostrò il più grande sangue freddo. “Non devo gemere”, insisteva, “mia moglie sentirebbe e sarebbe ridicolo che una simile sciocchezza dovesse aver ragione di me; non voglio”.

   Costrinse tutti i presenti a famigliarizzarsi  con l’idea della morte, tanto era persuaso che l’ora fatale era sonata. Soffriva, più che della ferita, di una malinconia senza limiti, il che si deve attribuire all’infiammazione dell’addomr e forse anche di più a quella delle grandi arterie. “Ah, che noia ”, esclamava. “il mio cuore è oppresso”. Ma faceva tutton da sè e ancora l’ultima notte si applicò da se stesso, con mano sicura, le sanguisughe. Nondimeno si lagnava spesso : “Più presto, per carità”, diceva alla morte. Poco prima di spirare, afferrando la mano di un medico amico, mormorò : “Tirami su, più su, più su, via !” e spiegava, tornato in sè : “Sognavo di arrampirarmi con te lungo quei libri e quegli scaffali, molto in alto…”.  All’ultimo momento, mormorò : “Finita, la vita !”. Il medico non aveva inteso : “Che cosa è finito?”. “La vita è finoita”, concluse il  poeta con tono convinto. £Mi fa male respirare, mi sento oppresso”. Furono le sue ultime parole.

   Così Alessandro Pusckin, il patriarca della letteratura russa, morì a 38 anni non compiuti. Erano le 2,45 del 29 gennaio 1837. Natalia, sopravvissuta al marito molti anni, sposò, in seconde nozze, un generale. D’Anthès fu arrestato e processato, ma poui ebbe il perdono dello Zar, che gli impose di lasciare la Russia. Tornato in Alsazia, nel 1848 e nel 1849 fu deputato all’Assemblea Nazionale. Morì senatore del Secondo Impero.

Alfredo Saccoccio

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