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Murat: il cavaliere divenuto Re

Posted by on Ott 5, 2020

Murat: il cavaliere divenuto Re

Joachim Murat è sempre stato vittima dei sarcasmi di Napoleone Bonaparte, che non l’amava. Così la maggior parte degli storici ha tratteggiato di lui il ritratto di un notevole cavaliere dalle idee corte. Un bel bruto, il cui pennacchio faceva ombra all’Imperatore. Se nel suo ultimo libro, dal titolo “Murat: la chevauchée fantastique”, Pygmalion Edizioni, Frédéric Hulot prendendo la sua difesa, riconosce che egli  non era senza difetti: “Vanitoso, orgoglioso, millantatore, un poco folle, impulsivo…”.

    Però, a fianco di ciò, “di un coraggio folle, temerario, ma nello stesso tempo riflessivo, profondo calcolatore, freddamente ambizioso. I suoi eccessi gli servivano spesso a mascherare i suoi pensieri profondi. Egli non era un zoticone. Dominando a fondo il latino e il greco, egli conosceva tutti i classici francesi, più colto della maggior parte dei suoi contemporanei e forse di Napoleone stesso.”

   Ultimo nato di un mastro di posta del Quercy, Joachim Murat è nato il 25 marzo 1767 a La Bastide-Fortunière, ribattezzato ora La Bastide-Murat. Quando egli non sogna che di ferite e di bernoccoli, la madre l’immagina già curato de La Bastide. Joachim preferisce domare i cavalli paterni, che cavalca a pelo, senza arte né finezza. Poco importa. Con l’aiuto finanziario dei Talleyrand, di cui il padre Murat gestisce le terre, l’ideale materno è sul punto di realizzarsi. Il collegio a Cahors, seguito dal seminario dei lazzaristi, a Toulouse,: Joachim sembra introdursi senza fatica nello stampo ecclesiastico. Il latino, il greco e la filosofia non lo scoraggiano e, senza il suo gusto per la zuffa, egli avrebbe vestito la sottana di curato a La Bastide.

   Messo alla porta del seminario per aver amministrato un formidabile sacco di botte al migliore allievo dell’istituzione, Joachim si ritrova in strada, un mattino del febbraio 1787.  Nessuna richiesta di tornare nel grembo materno.  Egli ha vent’anni, istruzione, un fiero portamento sotto i  riccioli bruni ed energia  da vendere. La sua fortuna è il reggimento di cacciatori delle Ardenne, che fa tappa a Toulouse, sulla strada di Carcassonne. Il giovanotto ammira questi cavalieri dalla bella uniforme di drappo verde cupo, dalle spalline di lana bianca e dal cappello bordato di lana nera. Egli si arruola.

 A dispetto, di alcune spese, di un consiglio di guerra che lo caccia dall’esercito, di un intervallo poco glorioso nella spezieria, il tempo di immagazzinare le idee rivoluzionarie, del sostegno dei suoi fratelli massoni e di un ritorno senza fanfara nel grembo dell’esercito, Murat poco mancò di terminare la sua carriera sotto la mannaia della ghigliottina. Il 9  termidoro salva la testa e il 13 vendemmiaio  mette infine il piede nella staffa, quando porta il suo sostegno a Bonaparte, incaricato di reprimere

 l’insurrezione.

Murat entra allora nella grande famiglia dei militari spacconi giacobini che vanno a forgiare l’epopea napoleonica. Bonaparte, che ha ricevuto il comando dell’esercito d’Italia lo sceglie come primo aiutante di campo. Fin da questo momento, spiega Frédéric Hulot, i due uomini non si intendono: “Bonaparte restava il piccolissimo gentiluomo, ma gentiluomo comunque, ex allievo di una scuola di ufficiali del re. Murat ai suoi occhi non era che un figlio di contadini, uscito dal rango, la cui educazione restava primaria, ciò che era falso. Mai Napoleone lo annoverò tra i suoi intimi. Del resto la facondia, lo sfoggio, le fanfaronate del Murat , il gusto smodato  per il teatrale, lo irritavano.” I suoi successi femminili, il suo gusto dell’ostentazione infastidiscono il Bonaparte. Così, il 25 giugno 1807, in occasione dell’incontro  di Tilsit tra Napoleone e lo zar Alessandro I, tutti si attendono di vedere  giungere Murat in una delle sue sontuose uniformi fantasiose, di cui lui ha il segreto. Tuttavia Murat appare in una tenuta da maresciallo di Francia strettamente  regolamentare. In realtà, sognando di farsi offrire il trono di Polonia, egli aveva  vestito una uniforme neopolacca di sua concezione. L’indovino così infagottato, il Bonaparte, che aveva  indovinato il suo maneggio, gli aveva ordinato: “Andate a mettere la vostra uniforme di generale; avete l’aria di Franconi…”.

   Malgrado tanti difetti, Napoleone non può fare a meno di questo favoloso trascinatore di uomini, la cui cavalleria salverà parecchie situazioni difficili.

   E’ Murat che fa la differenza nella battaglia di Rivoli, è lui che trasforma Abukir  in vittoria ed è ancora lui che salva il colpo di Stato del 18 Brumaio e la pelle di Bonaparte invadendo l’Assemblea, alla testa di una colonna di fanteria. “Cittadini, siete disciolti!” Allora, dinanzi all’apatìa dei deputati, egli comanda ai suoi uomini: “Sbattetemi fuori tutti questi!”

   Il cattivo genio di Murat sarà Carolina, la sorella di Napoleone, che l’imperatore gli darà in moglie, dopo molte reticenze. Benché cognato di Napoleone, Murat è poco apprezzato dal clan corso. E tuttavia Frédéric Hulot segue la sua ascesa punteggiata da vittorie: Austerlitz, Iena, Eylau… Maresciallo nel 1804, egli riceve la dignità di principe dell’Impero, nominato granduca di Berg nel 1806, sale sul trono di Napoli nel 1808. Oltre al notevole tattico della cavalleria, Frédéric Hulot svela un’altra faccetta meno conosciuta del suo eroe,  l’amministratore e il riformatore. Ed è perché egli ha voluto fare del suo reame di Napoli uno Stato moderno, che si è opposto al cognato, allora in pieno declino.

   La sua fine tragica, ad immagine e  somiglianza della sua vita  di testa  matta, di cervello balzano,  strapperà queste parole al Bonaparte: “Murat è stato folle, ma quelli che hanno ordinato la sua morte sono dei mostri.”

                               Il principe Murat: uno sciabolatore al potere

   Per Joachim Murat, un valoroso a tutta prova, che seppe così bel sciabolare i deputati, il 18 Brumaio, eroe di Austerlitz, di Eylau e della Moscova, idolo dell’esercito, maresciallo imperiale, granduca di Berg e di Clèves, re di Napoli; per Caroline, la più giovane sorella di Napoleone, che ha sposato il bel Murat nel 1800, Michel Lacour-Gayet in “Joachim et Caroline Murat” ha tesori di amicizia e di ammirazione. Sempre indulgente alle loro debolezze e ai loro sbagli, egli segue, con un’attenzione appassionata, la curva brillante, e per finire tragica, dei loro destini mischiati: il re di Napoli, che aveva radunato gli austriaci contro il Bonaparte, nel 1814, poi radunato Napoleone nei Cento giorni, si è fatto sbaragliare, ha preso la fuga, ha errato miseramente in Provenza e in Corsica, ha tentato di sbarcare, con un pugno di uomini, per riconquistare il suo trono ed è stato fucilato alla bell’e meglio su una spiaggia della Calabria, il 13 ottobre 1815. Caroline, che gli è sopravvissuta ventiquattro anni, è stata costretta ad un severo esilio dal cancelliere Klemens von Metternich, che era stato uno dei suoi amanti. Ella è morta nel 1839, a Trieste, conservando un’accorata nostalgia partenopea. Sarebbe difficile sceverare quanta fosse la delusione del potere perduto e quanto l’amore  per Napoli.          

 Personaggi da tragedia? Sì, si vedono coscienze lacerate, tradimenti, rimorsi, si vedono grandezze e cadute, oro e sangue. Però Michel  Lacour-Gayet ha un bel dire, piuttosto che a Shakespeare e a Gerolstein e a “Il padrino” che il suo libro fa spesso pensare.

   E’ sempre più ridicola, derisoria, questa corte napoleonica, in cui creature impennacchiate, ieri ancora terroristi o terrorizzate. Il collo alzato, camminano in punta di piede, si disputano un posto, un favore, uno sguardo. Sono lontani i bei giorni del consolato e le libertà felici della Malmaison. Occorre vedere con quale serietà e quale  minuzia il padrone dell’Europa dà una lezione di etichetta a Murat, che pretendeva avere il passo sui cognati Baciocchi e Borghese: “Il vostro rango attorno al trono è fissato dalla vostra dignità e le dignità tengono rango tra esse alla data della loro nomina. Il vostro rango nel mio palazzo è fissato dal rango  che avete nella mia famiglia e il vostro rango nella mia famiglia è fissato  dal rango di mia sorella…”

   Con ciò, malgrado i chiacchiericci, gli intrighi, gli onori, ci si annoia a morte e si ha paura. La duchessa di Abrantès ha raccontato  come si passava il cerchio della corte. La si è soprannominata la duchessa di Abracadabrantès, ma infine ella vi era, ella  ha visto: “Gli uomini, ricoperti di pietre preziose, tremanti dinanzi a questo piccolo uomo uscente con un passo rapido dal suo appartamento, vestito solo di un abito da colonnello di cacciatori a cavallo.”

   E’ che Napoleone non soffre canzonatura, Egli intende che tutti i suoi, tutti i suoi luogotenenti, dove essi siano, ed anche se è su un trono, gli obbediscano a bacchetta e gli mostrino un rispetto continuo. Corleone non è molto lontano da Ajaccio e xc’è ben del Brando nel capo di questa famiglia. Murat  geme presso Bourrienne: “L’imperatore è ingiusto… La sua disgrazia vale meglio del suo favore, tanto egli la fa pagare cara! Egli dice che ci ha fatti re! Ma non siamo noi che l’abbiano fatto imperatore´” Ma basta che Napoleone gli lanci : “Signor Maresciallo, vi farò tagliare la testa”, perché, subito, e una volta di più, Murat moltiplica le più servili proteste di fedeltà: “Per tutta la mia vita vi amerò. Potreste dimenticare il vostro fanciullo, quello che è la vostra opera, quello che vi deve il suo nome e che vi ha fatto il sacrificio della sua vita, della sua felicità?…”

   Murat, bel cavaliere e bel parlatore, non era sì vano e sì vacuo come si potrebbe credere. Però l’uomo della famiglia è la stessa Caroline. “C’era in Caroline della stoffa, molto carattere ed un’ambizione disordinata”, ha detto Napoleone a Las Cases. “Ella era nata regina.”  Caroline è stata il buono o il cattivo genio di Murat? Non porre questo interrogativo al loro biografo francese, che li avviluppa in una stessa affezione.

   Uno dei suoi biografi italiani, Gino Doria, si è mostrato sottilmente prudente. Nei suoi voltafaccia successivi, “sapere se e fin dove Murat era sincero, o se obbediva a una sete sfrenata di potenza,  è una questione che riguarda il cuore dell’uomo, e il cuore dell’uomo non è fatto di archivi e i suoi movimenti non sono un seguito di documenti. Il problema, dunque, si pone e non si risolve.” Pensiamo  che Murat si trova di fronte a cose troppo più grandi di lui. L’impeto, l’istinto, La furbizia non bastano più. Egli oscilla paurosamente fra la soggezione al Bonaparte e i tentativi maldestri di sganciamento, suggeriti dal calare del sipario napoleonico. Joachim si aggrappa anche alle prime aspirazioni unitarie italiane, lanciando da Rimini un proclama unitario di indipendenza italiana, ma è come aggrapparsi ad un cespuglio sul ciglio di un abisso. Perché si avvii il Risorgimento, saranno essenziali le esperienze dei prossimi tre lustri.

   Joachim e Caroline si sono molto amati e aiutati, non essendo sempre d’accordo sulla migliore strada da prendere. Si sono anche molto sbagliati. Murat  non rinunciando mai a nuove conquiste da “tombeur de femmes” e Caroline aprendo liberamente il suo letto, non solo all’ingrato Metternich o a quel folle di Junot (essi non si sono mai separati), ma ad altri. D’altronde  tutte le sorelle di Napoleone avevano un caldo abbandono sensuale.

Alfredo Saccoccio

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